Ozio, lentezza e nostalgie

“Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci”, diceva John Ruskin, al tempo in cui per andarsene appena fuori confine non v’era necessità di portarsi dietro i permessi di soggiorno, ma buone gambe o un buon cavallo o una barca che non affonda troppo presto. È che le accelerazioni mi mettono ansia. times18-copyCredo di essere l’unica persona che conosco – tra quelle automunite, si intende – a non avere mai preso una multa per eccesso di velocità. Quando sono per strada gli autovelox mettono la freccia per superarmi. Ciò mi rende in pratica un soggetto eversivo. Abbasso il PIL, remo contro. Ad inquietarmi della velocità è dunque che fa perdere i dettagli di ciò che incontriamo, rende la visione delle cose sfocata, i contorni indefiniti. E questo è un dato sufficientemente incontrovertibile, almeno dal mio punto di vista. Eppure c’è un mucchio di gente che continua a pensare che ci si debba attrezzare per essere rapidi, la velocità rende competitivi, la prontezza di riflessi determina il successo evolutivo, fa progredire la specie, porta all’acquisto degli F35. Persino i miei alunni mi chiedono “quanto fa la sua macchina?”, ed io rispondo “circa venti al litro” (sono lento anche di comprendonio ed influenzato dalla dialettica serrata e perdente con il bancomat, oltre che dal valore ponderale della mia busta paga). Scrivevo ciò diverso tempo fa, su questo stesso blog che ultimamente frequento assai poco e non per mancanza di volontà. E come diceva un vecchio amico che non c’è più, quando uno comincia a citare se stesso vuol dire che è alla frutta, io ho piuttosto una grande sensazione di prossimità alla canna del gas. È che mi sembra non si veda luce, va tutto troppo veloce, mi verrebbe da dire “ma dove andate tutti così di fretta, dove andate? Di cosa avete paura, che qualcuno vi rubi l’arrivo, un posto sul podio?”. Persino mi capita di andare ad una conferenza dove presentano un libro su una femminista storica e dal dibattito che emerge sembra che il problema sia di garantire pari opportunità d’arrivare primi alle donne com’è concesso agli uomini. Dunque io non sarei femminista giacché non mi importa nulla se una donna arriva prima, né se a farlo è un uomo, dunque non sono nemmeno maschilista. E pensare che un tempo – ero assai più giovane allora – mi costringevo a probanti sedute di autocritica di genere, un po’ certo per entrare nelle grazie altrui – di elle, si intende – ma anche perché mi piaceva l’idea che era insita in quel femminismo di una sorta di ribaltamento paradigmatico che puntava all’annullamento delle gerarchie, dell’ordine di arrivo, e non si parlava di meritocrazia come strumento per acquisire il comando “ora e subito” – il più bravo/la più brava se lo merita – ma si “blaterava” di libera espressione dei propri talenti da rendere alla collettività come risorsa comune. Così, per me, che non disdegno le pratiche di conversazione, in particolare quelle che per definizione non portano da nessuna parte, ma che rendono circolare il tempo e la perifrastica (sia attiva che passiva) un gioco di ruolo con le porte spalancate verso impreviste vie di fuga, il dibattito è stata un’induzione al silenzio. Certo si può anche essere in totale disaccordo con ciò che dico, ma chi vuol seguirmi, è certo, non farà troppa fatica a starmi dietro, ma sappia dei rischi che corre, poiché sarò l’untore il cui scopo primario sarà la diffusione pandemica di questa mia patologia, e, quale eccezione che rende perfetta la regola, pure molto, molto, molto velocemente. Allora faccio un cauto passo avanti, giacché nel precedente post ho avuto commenti che in tale direzione mi spingono – la dice lunga che sia passato un discreto tempo tra questo post e quello circa i miei più profondi intendimenti -, e propongo un elenco di buone pratiche per la lentezza, non più di tre a cranio, che se la cosa diventa virale ci si fa un libro. Ed ecco le mie: a) Stasera a cena sostituite la preparazione di due uova al tegamino (tempo stimato per la preparazione tre minuti durante i quali non si potrà che stare lì ad attendere che siano pronti, con la caponata (vi do qui la ricetta), che invece si prepara in almeno tre ore che passano meglio con almeno tre bicchieri di vino – quanti ce ne entrano nella preparazione di un uovo al tegamino? -; b) se rinunciate al piano “a” perché non vi va proprio, allora regalatevi almeno tre volte la settimana due ore sul divano o in poltrona con accanto un bicchiere di vino (meglio due, ma facciamo tre) ed un paio di crostini burro e acciughe, senza far niente, con solo musica in sottofondo (jazz è meglio, che l’improvvisazione è nemica della programmazione), cacciando via brutti pensieri, che ne so, metter su una lavatrice, accendere la TV, lavare i piatti che avete lasciato nel lavabo dalla sera prima, o altre necessità che ritenete impellenti e di fatto non lo sono davvero; c) se qualcuno vi invita a fare una passeggiata in centro per negozi ditegli che avete impegni improrogabili e leggetevi o rileggetevi il monologo interiore di Horcynus Orca.
Ma c’è qualcosa che all’orizzonte si muove, a proposito dell’essere lenti – condizione che ritengo nei giorni che viviamo come una necessità di legittima difesa –, e ve la propongo qui non avendo nulla di meglio da offrirvi che non siano i miei spropositi, pregandovi semmai di dargli sia pure una sola fugace occhiata provando magari a condividerla se vi pare, con chi vi pare. Dimenticavo, che la lentezza sia con voi.

Lavorare stanca (Parte 2 – la vendetta)

Insomma, le feste finiscono. È cosa consueta che tutto ciò che ha un inizio poi, come tutte le cose umane, deve anche finire. Lo diceva Giovanni Falcone della mafia… eppure. Ad ogni buon conto l’arrivo delle feste per me è sempre fonte d’angoscia giacché conosco da sempre come va a finire: come sono arrivate se ne vanno. Ho meditato a lungo durante questo periodo di riposo su questi ed altri problemi che attanagliano i nostri tempi grami, non ultima la questione che è ormai nota al mondo, e cioè che il lavoro mortifica l’uomo e lo rende simile alla bestia, valutazione suffragata dal vederne gli effetti durante la sua lontananza, con sguardo fermo ma distaccato. Lo so che poi arrivano le bollette, che bisogna far la spesa e tutta roba di questo tipo, e che, dunque, obtorto collo bisogna lavorare. E lavorare stanca. DSC_0011Ora, lo so che c’è un sacco di gente che adora il proprio lavoro (anch’io amo il mio, su questo non ci piove), ma occorrerebbe che ci fosse un limite al lavoro ché il tempo è assai prezioso e non basta il salario a pagarne una frazione minima. Così avrei pensato di mettermi a elaborare un progetto, uno di quelli pensati in modo serio e professionale, da presentare per farmelo finanziare a comuni, regioni, province, ministeri, governi, comunità europee, all’ONU, all’UNESCO, a chi ci pare ed in definitiva a tutti. Un progetto sulla cui realizzazione garantisco col sangue, altro che quelle cose un po’ da italietta che uno fa un progetto poi dilata i tempi, cincischia, scarabattola, ne fa un pezzo, una pinzillacchera, poi dice sono finiti i soldi e ne chiede ancora, dunque rimaneggia, fa un favore ad un cugino, all’amica, ed ancora all’amica dell’amica, distribuisce prebende e paga una cena a questo ed a quello, sfrutta, viaggicchia, espatria, trasferisce, rottama, costruisce, guerreggia e fa morti, lutti, feriti… Io no, prometto che lo realizzo, direi alle alte istituzioni di cui sopra, ve lo metto per iscritto che non dilaziono, che non derogo, che non indugio. Se volete ve lo sottoscrivo come in antico rituale pagano offrendo in sacrificio una goccia del mio sangue, la ceralacco e ve la mando, a mò di timbro, anzi no, di fideiussione. Ma ecco in che cosa consiste questo progetto arguto e geniale, le cui ricadute sociali sono enormi: insomma, se mi danno un compenso adeguato, bastevole sino alla pensione, io giuro che non faccio niente, nulla, nada de nada. Mi sveglio al mattino quando mi pare, mi prendo il caffé e mi ci fumo sopra una sigaretta, poi faccio una passeggiata, mi leggo un libro, che ne so, mi potrei mettere a dipingere, scattare qualche foto, ma solo se ne ho voglia, cucino pregiate caponatine, o frittate di cipolle all’uopo, ma mi asterrò comunque da qualsiasi attività lavorativa che dir si voglia ed a scopo di lucro o che non sia puramente ed unicamente gratificante per il corpo e lo spirito… Che ve ne pare? Dite che non è un gran progetto, che non merita attenzione? E perché? Ma se elargiscono fior di milioni a certi ceffi che stanno nelle consociate, nelle municipalizzate, nei C.d.A. di banche e che poi fanno dei danni incommensurabili, perché non pagare qualcuno che, finalmente, garantisce a costi assai meno onerosi per la colletitvità che non farà alcun disastro giacché si ripropone statutariamente di starsene fermo, immobile, inerte?
Oh, io ci provo, chiedere è lecito, rispondere è cortesia! E nel frattempo vi lascio con questa cosarella, una di quelle che piacciono a me. Buon tutto a tutti e che la lentezza sia con voi!

Ri-scrivere

soggetti1E dopo lunga e perigliosa attesa ecco che il PC è tornato dove doveva, sul tavolino che con cura avevo approntato per lui. L’estate scorsa il vecchio portatile (portatile… ma ci volevano gli Sherpa per spostarlo) del Giurassico e che mi aveva seguito fedelmente per più di un decennio aveva deciso di esibirsi nel volo del Grande Tacchino, ed il suo rutilante e potentissimo sostituto, leggero ed aitante, mi aveva rallegrato con le sue accelerazioni parossistiche, contraddicendo con siffatto modo di agire certe mie propensioni tartarughesche. Ma come Achille piè veloce, non aveva fatto che pochi metri prima d’arenarsi sull’ingolfata strada delle fragilità tecnologiche, lasciandomi solo con la mia Moleskyne ed una biro. Senza rendersi conto delle mie esigenze s’era portato dietro, oltre a pezzi consistenti del mio lavoro, anche password e robe simili che mi consentivano l’accesso al blog. Sinché il tecnico da santificare non l’ha ricondotto a nuova e più dignitosa esistenza restituendomi le pregevolezze della scrittura col mondo e pezzi della mia memoria, ormai virtuale come si confà a questi tempi in cui il mio terziario arretrato appare anacronistico. Dunque, sono stato lontano da chi mi legge, lontano dal mio “lentissimo blog”, travolto da congiunture astrali e lavorative devastanti, condimenti di “buone scuole”, ritorni – non senza qualche ansiosa sorpresa – alla frusciante carta stampante. Devo dire che seppure non sono riuscito (non ho altro strumento d’affaccio alla rete se non il computer, col telefono in genere telefono), ogni tanto ho dato una sbirciatina agli altri blog che ho frequentato e che conto di ritornare a bazzicare perché mi sono mancati (abbiate pazienza!). Nel frattempo in giro ci si concede qualche strage, tanto per non annoiarsi, e mi sarebbe piaciuto scrivere su questo, ma forse non l’avrei fatto anche se ne avessi avuto modo, i silenzi sono spesso assai più esplicativi d’un vociare confuso. Adesso mi sono riconnesso, ma devo scappare a cose di lavoro (quella cosa che mortifica l’uomo e lo rende simile alla bestia) riproponendomi di passare a trovare tutti da qui a breve, vecchi amici che seppure non conosco so essere vecchi amici. Nella mestizia di questi giorni però volevo lasciarvi con una cosarella che ho già pubblicato qualche tempo fa e che mi ispira ripescare! Buon tutto miei cari… e che la lentezza sia con voi, lontano dal fragore delle bombe, delle mitraglie, del puzzo di petrolio! E vi auguro una vita da disertori, felicemente in fuga dalla bruttezza!

Voglio dedicare a tutti quelli che frequentano questa cosa o che passano di qui così, per puro caso, una canzone, o meglio, la traduzione di una canzone (Robert Wyatt – Free will and testament) che mi tiene compagnia da qualche lustro. E scuserete se mi sono concesso qualche licenza nel metterla nero su bianco (o bianco su nero, se vi pare) da una lingua all’altra.

Esiste il libero arbitrio, ma entro certi limiti,
e non sarò un me stesso di infinite metamorfosi,
Io non posso sapere che cosa sarei se non fossi come sono,
Posso solo immaginarmi.

Quindi, quando affermo di saperlo, come faccio ad esserne certo?
Qual’è il ragno che comprende il senso dell’aracnofobia?
Certo ho i miei sensi e la mia percezione di averli.
Sono io a guidarli? O loro a guidare me?

Il peso della polvere supera il peso degli oggetti.
Che senso può avere la gravità senza centro?
Sono libero di non-esistere?
Esiste la libertà dalla volontà-di-essere?

È puro istinto a farci agire in questo o in quel modo.
Penseremo dopo a trovare una giustificazione, o semplicemente la supporremo.
Vorrei disperdermi, scollegarmi. È possibile?
Cosa sono i soldati senza un nemico?

Essere senza peso, ma non essere per aria, esistere in assenza di aria.
Essere libero di muovermi, né frenato né sospeso.
Né nato né lasciato morire.

Sono mai stato libero? avrei potuto scegliere di non essere me?
Forze demenziali mi spingono follemente intorno a una macina da mulino.
Forze demenziali mi spingono follemente intorno a una macina da mulino.
Lasciatemi fuori per favore, io sono così stanco.
Lasciatemi fuori per favore, io sono così stanco.

 

Che ingenuità!

Come capita che si legge un giornale, ci si appiccicano le notizie addosso, e poi ci scappa che ci si indigna, ci si preoccupa per i destini dell’umanità, si auspica un ripensamento. Insomma, finisce che si cade giù dal seggiolone che ti stai facendo un bicchiere di rosso mentre te le vomita addosso una giornalista dalla TV del bar, quella che non hai il coraggio di dire se, mentre fai quella cosa cui attribuisci una certa sacralità, si potesse spegnere, o almeno se fosse possibile aumentate la razione di patatine e noccioline che, seppure fanno discretamente schifo, almeno scrocchiano rumorosamente sotto i denti e ti danno quel tanto di insonorizzazione sufficiente che ti consente di andare oltre un TG per aperitivo. soggetti3Niente da fare, io ho i miei modi, quelli che passano per dabbene, m’accontento – che non è mai vero che chi s’accontenta gode, bisognerebbe essere realisti e chiedere sempre e comunque l’impossibile – e chiedo poco. Mi merito di essere investito da quella pletora di brutture, che ne so, bombardamenti che colpiscono ospedali e ammazzano gente che non c’entra niente, teologi in pieno coming out – chi se ne frega di quello che fa un teologo nel letto di casa sua -, oppure un delicato senatore che in preda a machismi disperati simula eventi da cineteca porno con la grazia del bradipo! Per un attimo ti va giù male tutto, ti va di traverso la nocciolina con quel retrogusto di rancido che hai appena provato a fare scrocchiare… ti sembra di dire “in che mondo viviamo”. Poi ti rendi conto che quelle cose stanno insieme ed è questo che non va, che quelle cose lì stiano insieme, insieme magari ad un accordo su qualche punto di una riforma, ad un rigore che non c’era! Eppure, a eviscerare quei fatti, che c’entra la tragedia di interi popoli con l’eleganza del senatore con quel suo inno prorompente alla fellatio? Quella natura postribolare delle succursali del potere erano già presenti all’epoca in cui De Roberto scriveva i suoi “I Vicerè”, e non v’è dubbio che quel libro bisognerebbe che prima o poi sostituisse i Promessi Sposi sperando di smettere di tediare le giovani coscienze sino a disilluderle circa l’arricchimento possibile che potrebbe scaturire dalla lettura d’un buon libro. Ho la sensazione che il potere sia costretto talvolta a dare in pasto al mondo orripilanti cadute di stile giacché quelle, come il sipario della commedia dell’arte, annichiliscono allo sguardo l’orrore delle proprie deliberazioni, cosicché la gente, anzi, la gggente, quella con tante g, soggetto – quando non oggetto – indefinito e spersonalizzato possa urlare con la bava alla bocca il suo “tutti a casa”, in ciò preludendo esattamente alla volontà stessa del potere di sostituire se medesimo, attraverso il paradosso della democrazia – e per questa intendo il suo surrogato nel voto – proprio con se stesso. Chi se ne importa se v’è nel potere la dignità dell’abito morigerato se poi il bombardamento su di un campo profughi o un ospedale avviene comunque, se tagliatori di teste apparentemente fuorilegge possono commerciare con il mondo che dicono di volere distruggere, se popolazioni intere fuggono atterrite per l’orgia del potere, se chi lavora lo fa senza sapere per quanto ancora ed in condizioni di crescente privazione d’ogni diritto. No, mi dispiace, non ci casco! Fate pure ciò che volete, ho povere, anzi nulle, possibilità di ribaltare lo stato di cose esistente, spero solo che non si diffonda l’idea che ogni cittadino di questa terra abbia ancora la sveglia al collo e l’osso al naso. E poi “chiedere a chi ha il potere di riformare il potere!? Che ingenuità!” (Giordano Bruno). Ho il sospetto che ci vorrà molta legna nuova per nuove pire da qui a poco, quando saranno le moltitudini a vedere il re nudo, ma non basterà tutta la legna del mondo.

Un tipo normale

Mi capita di chiacchierare con quei tipi del movimento per l’accessibilità universale, quelli che predicano il “vietato non toccare”, per intenderci, e questi mi fanno notare una cosa su cui avevo avuto modo di riflettere soltanto in modo assai superficiale e poco consapevole, e cioè che nel progettare qualsiasi umana divietischifezza si tiene conto di un famigerato “utente tipo” cui si attribuisce un grado assoluto di “normalità” incontrovertibile e generalizzata. Ora, pare che questo utente tipo, la cui natura concettuale ed indefinita ne è ancora il carattere distintivo, non s’ammali, abbia caratteri standardizzati, non cresca, non muore, di fatto sostituisce la variabilità umana con tutte le sue debolezze, che ne so, la memoria, la stazza, la religione, il voto, l’odore e quant’altro. In siffatto modo sollecitato a riflettere, mi vengono in mente anche la pletora di riforme che affollano i salotti delle prime pagine quotidiane, che ne so, quella della sanità (l’utente sostituisce il malato) o della scuola (in questo caso il modello di studente universale ha il sopravvento sul soggetto in età evolutiva, che matura la propria personalità nei luoghi di formazione sociale e arcaismi di siffatta natura). Per di più, all’utente tipo è concesso persino di essere un portatore di handicap, ma con caratteristiche ben precise, come figurano in quei disegnini che indicano per esempio i parcheggi per disabili, dunque dotati di enormi sedie a rotelle in cui l’omino sparisce incassato tra braccioli monumentali. E l’utente “normale” allo stesso modo non gode di gusto estetico, eppure ci sono certe biblioteche talmente brutte che difficilmente consentono l’accesso a chi ha a cura la bellezza della lettura. Di converso se la vostra vecchia zia perde pezzi della sua autonomia e si trasferisce a casa vostra, e da ciò consegue che ci andate dentro con le lasagne, se poi non passate più al tornello dell’autogrill, o dello stadio, o dell’aeroporto, è colpa vostra che avete dismesso l’abito dell’utente tipo, vi siete voluti ghettizzare nell’a-normalità. E certo non siete un bell’esempio per quei milioni di studenti che hanno rinunciato alla propria identità in nome del progresso per essere classificati in un certo numero di categorie che entrano nelle dita delle mani. Siete eversivi. E allora, in quanto antimoderni che si rifiutano di diventare utenti tipo a difesa della vostra avvilente specificità, vi spiego come si fa la Norma, ossia quel piatto tipico che qualcuno vuole far risalire giammai alla norma in quanto tipicizzazione di massa, bensì a quella del “Cigno” Vincenzo Bellini. Cominciate col preparare una salsa di pomodoro con pomodori freschi, meglio se costoluti di Pachino, su un soffritto d’aglio ed addizionatela di abbondante basilico. A parte friggete in olio d’oliva quintalate di melanzane tagliate in fette di mezzo centimetro ed asciugatele ben bene dell’olio che tendono ad assorbire. Qualcuno prima di indurne cambi cromatici nel calor bianco e sfrigolante della padella le lascia in una salamoia schiacciate da un peso per disperdere il retrogusto amarognolo che l’ortaggio tende a portarsi dietro. Io non lo faccio giacché quel gusto consolida – non è necessario stimolare ciò che già esiste come condizione oggettiva – appetiti. Poi cuocete la pasta, e conditela con la salsa in un piatto di ceramica colorata sufficientemente ampio da farci atterrare un elicottero, dunque ricopritela senza lasciar trapelare nulla con le melanzane – avrete cura di lasciare quelle che restano in un piatto lì, a portata di mano, non distante da un fiasco di rosso – e queste con una nevicata di ricotta salata grattugiata sul momento. A questo punto cominciate a pescare le fette d’ortaggio con la ricotta e parte del sottostante livello di pasta sinché quest’ultima non risulterà del tutto scoperta. Ricoprite con il duplice strato la restante portata di spaghetti e ricominciate, per due tre volte, sinché il fondo del piatto non sarà nudo a disvelare i suoi preziosi cromatismi, nudo come il fondo del fiasco di rosso. Essendo l’operazione lunga e complessa, ancorché gratificante, avrete tempo di ascoltare pezzi consistenti degli eleganti gorgheggi di quell’altra “Norma”. Poi fatevi una ragione del non aver capito niente di cosa si intende ex legis per norma, ma quanta soddisfazione nell’essere finalmente utente tipo stupido!

Il ribaltamento del viceversa

E no cari miei, così non vale. Bisogna mettersi d’accordo, altrimenti le asimmetrie diventano eccessive, poi qualcuno finisce che si indispettisce e di teste calde in giro se ne trovano sempre, forse non come un tempo, ma qualcuna secondo me ancora c’è. E ci sono certe mie pulsioni in quei giorni no che ne sono la prova provata. E allora si deve trovare una sintesi, bisogna mettersi d’accordo, appunto. Ragioniamo, dunque, come si compete tra persone civili, tra gente di buon senso. DSC_0023È vero che esistono profonde diseguaglianze, di classe intendo, tra le persone. Ma non mi tirate fuori la solita solfa di quel due per cento che detiene il sessanta per cento, eccetera eccetera. A che serve rivangare, è roba da secolo decimonono, mica da gente di questi anni frenetici, gente per bene che pedala, che “fa”, che si impegna. Bene, chiarito questo però alcuni puntini sulle i, con discrezione, si intende, io magari li metterei. Va bene che madama la marchesa alla Zona di Espansione Nord non ci va a stare e preferisce il suo castelletto con vista sul lago; mi sta anche bene che il commendatore Ciccio Bombo non prenda in affitto una soffittella semi arredata con vista sulla discarica appena appena sorta dal nulla della Suburbia a Sud, giacché, giustamente, come dice lui, s’è appena arredata la villa a quattro piani con vista sul golfo, da cui si gode il panorama da sufficiente distanza perché si perda il dettaglio della quinta del promontorio degli abusivi. Mi sta bene che anche il viceversa non sia consentito e non per libera scelta di quelli che stanno a ZEN e Suburbia, ma direi per qualche resistenza altrui. Vi ripeto, mi sta bene, non mi lamento, col mio stipendio mi merito un bilocale né pretendo l’attico, quello con le piante carnivore che si mangiano i giardinieri – che poi di questi tempi è così difficile trovarne di bravi – e la terrazza da cui si domina il mondo e che ci puoi andare in bicicletta e giocare a tennis in bagno! E se la signora contessa non farebbe mai a cambio consentendomi di usare le sue stanze affrescate da antichi schiavi, la capisco, non gliene faccio torto… E per parlare d’altro, è vero che la signora Pinco de Pallis, in virtù dei suoi conti monegaschi e caimaneschi mai e poi mai acconsentirà d’andarsi a scegliere nylon made in Taiwan nel mercoledì del mercato, né – mi pare di poter asserire senza tema di smentita – il buon cavaliere, che è il re delle maniglie delle porte blindate, il suo doppio petto blu con l’aria condizionata incorporata e il certificato sartoriale rilasciato dal notaio se lo comprò al “butto fuori tutto e chiudo”. Io queste cose le capisco e se anche non ho fatto il militare a Cuneo sono uomo di mondo, me ne faccio una ragione. E pure se il viceversa è sostanzialmente non consentito per ragioni che tralascio, queste sono cose che accetto. I miei maglioni con l’etichetta su cui c’è scritto, con ricco ricorso a simbologie assai criptiche, che è meglio che li lavi a mano, anzi è meglio se non li lavi proprio perché non si sa mai, mica pretendo che se il metta il venerato conte, col rischio che la sua epidermide elegantemente colorata da delicate lampade UV se ne potrebbe avere a male, ribellandosi e producendosi in un effluvio di pustole e pustolette, altro che la mia rozza copertura cutanea, che certo non si ribella giacché a certi tormenti è ormai adusa. Mi sta bene, vi dico che mi sta tutto bene, anche il categorico divieto del viceversa… E allora, proprio per pareggiare i conti, la qual cosa, se volete, potrebbe essere anche interpretata come il modesto tentativo di una pacificazione globale, proporrei che si cominci a mettere dei divieti a certi viceversa letti in senso antiorario. Allora, mia cara madama la marchesa, signor comm, egregio presidente, gentile cav., facciamo una cosa, da oggi voi mangiatevi pure le vostre tartine al beluga, con la salsina di Richelieur, bevetevi i vostri Cabernet che tanto a me il mutuo alla posta per pagarmene una bottiglia non me lo concedono. Fatevi fare dallo Chef che vi piace tanto – quello col ristorante che per mettere in vetrina i cappelli beccati dai forchettivendoli di certi almanacchi ci vuole la cappelliera, e per pagare il conto dovete fargli un bonifico “estero-estero” – il cervello di cavalletta in gelatina di alghe del lago della foresta del Cippo Lippo, se vi pare, Ma giù le mani dall’acquacotta, dalla ribollita, dalla panzanella, dalla sarda al beccafico, dal lampredotto; da oggi, e per sempre, ex legis non v’è più consentito. Salvo che tutto il resto dei viceversa proibiti non vi risulti un prezzo eccessivo da pagare, ed allora però si rimette tutto in discussione e vi tocca di socializzare l’ultimo Barolo che avete preso all’asta al prezzo di un bivani in semiperiferia, e quel pezzo di tartufo bianco, prima di grattarvelo sull’ovetto, vedete se in quel bivani c’è qualcuno che lo vuole. Mentre pensate al che fare, e vi fate l’inventario di beni da ridistribuire, in ragione dello sviluppo evolutivo d’un blasonato milionario palato prelogico alla cultura del gusto, io vi do la ricetta dell’acquacotta, come me l’hanno spiegata certe signore anziane d’una Toscana remota ed interna, quelle si avvezze al riuso ed alla condvisione, oltre il ghetto, per il ghetto. Ma perché proprio l’acquacotta? Ma perché è la quintessenza del nulla che si espone, ci mette la faccia e diventa tutto, rivendica già nel nome la sua essenza primordiale di possibilità di andare oltre, a partire dal niente. E allora basta poco per essere partecipi di tale miracoloso rifiuto dell’accumulo già ad una lettura rapida degli ingredienti, ben poca cosa. E allora fatele sfrigolare a striscioline sottili le cipolle, in un tegame bello alto e in olio d’oliva, ma a fuoco lento, giacché chi ha poco non ha fregole di scappar via a fare dell’altro, a preoccuparsi di sostenere il PIL. E così l’ortaggio, appena stimolato da quel calore lieve comincia a rilasciare acqua di vegetazione ma non s’abbrustolisce, non s’indora come certe pillole. Quindi dateci dentro col sedano a dadini senza trascurare di lasciare un po’ del fogliame, non tutto ma quanto basta ad acuire effetti cromatici di essenziale eleganza stilistica. E quando la cottura sarà ultimata aggiungete pomodoro tagliato a pezzettoni ed i peperoncini – se avete tendenza a palati robusti, non lesinatene – e continuate la cottura sempre a fuoco dolce.
Mantenete la cosa sempre brodosa stemperando con brodo vegetale, e magari con mezzo bicchiere di vino bianco, l’altro mezzo ve lo bevete, e se occorre ancora mezzo bicchiere e voi vi finite la bottiglia. Mi raccomando, che il sedano non si spappoli,e mentre verificate con attenzione che il disatro non avvenga sbattete le uova e versatele nel composto molto lentamente e mescolando continuamente. A consistenza desiderata raggiunta, lasciate riposare la minestra per qualche minuto.
e foderate il fondo d’una terrina di terracotta con delle fette di pane abbrustolito, quindi insaporite con una cucchiaiata abbondante di formaggio grattugiato e versateci sopra la zuppa molto calda. Servite immediatamente non prima di esservi accertati della presenza rassicurante d’un fiasco di Chianti in tavola, con quei bicchieri di vetro spessi che si vedevano una volta in certe trattorie e nelle case delle zie, quelli che si riempiono sino all’orlo perché il vino non va degustato, va bevuto, e chi non beve con me “peste lo colga”. Ah, dimenticavo, sotto jazz essenziale, di quello che scorre come un fiume in pianura, mi sento di consigliare Paul Desmond con Dave Brubeck.
E se mi permettete questo piccolo consiglio per i prossimi giorni, se avete tempo e voglia!

Disobbedienze a basso costo

Nell’era dei boy scout al potere, dar ragione ad un prete, ancorché non proprio archetipico, potrebbe apparire un tantino conformista. Ma, caro Don Milani, ci avevi ragione, l’obbedienza non è una virtù. Quello che non mi è però completamente chiaro è a cosa dovrei disobbedire di questi tempi strani.DSC_0008 Cioè, per intendersi, se disobbedissi a qualche legge, con l’aria che tira, finirei per conquistarmi attestati di merito: mettiamo, ad esempio, che mi faccia corrompere, che ne so, mi vendo un’esame, mi metto a lavorare in nero, insomma, c’è il rischio che qualcuno mi nota e finisco a dirigere una partecipata, una municipale, divento un boiardo di stato. Prima si mettono a parlare bene di me, poi mi fanno i salamelecchi, gli inchini, mi propongono per questa o quella carica, e dopo che accetto, qualcuno tra i più ossequiosi potrebbe persino pagarmi un caffè, una cena, un Rolex e sempre più su una vacanza chissà dove, il viaggio intorno al mondo in yacht da trentadue metri in compagnia di chi mi pare, magari mi comprano un appartamento a mia insaputa. Se poi mi metto a disobbedire anche alle leggi non scritte della solidarietà umana, va a finire che mi fanno come minimo senatore! E no, e quello non è più disobbedire giacché se farlo non corrisponde più ad un atto eversivo (del cambio direzione, intendo) come pensava il prete, e invece diventa esattamente il suo opposto, ossia “obbedire” al senso comune, al diktat del vita mea mors tua, del che m’importa a me!!! E allora ho deciso di disobbedire a modo mio, abbasso il PIL, non vado all’expo, ed anzi ogni giorno che passa mi segno su un taccuino tutti gli atti di disobbedienza che riesco a compiere, poi magari ogni tanto ve ne lascio traccia da queste parti, come queste cose qui: mi compro il vino del contadino – tiè – senza bollicine, di quello che “spunta” ma non diventa aceto perché ci ha tassi alcolici da molotov; non mi faccio wattsup (alla faccia della collega che mi dice, ma come non lo sapevi? Ma io l’ho detto su wattsup – ma perché non me lo dici davanti alla macchinetta del caffè visto che lì ci vediamo tutti i giorni?); e Faccia Libro non mi avrà, ed anzi me ne vado in giro a lasciare i libri che ho già letto sulle panchine, con una dedica “a chi lo sa”, che magari lo trova e se lo legge, sino alla prossima panchina; e mi vado pure a vedere gli spettacoli teatrali delle piccole compagnie di paese, quelle sommerse che strappano tre secondi scarsi di applausi, quelle di attori domenicali che si eccitano se finalmente una pro loco qualsiasi gli offre un gazebo e venti sedie di plastica, uno spazio dove, anche se recitano da cani, per un attimo si dimenticano che il giorno dopo è lunedì e ricomincia l’incubo della cassintegrazione; e me ne vado a comprare i libri nelle librerie che tengono aperte coi denti, quattro metri per quattro che odorano di muffa, e il libraio in pantofole, e compro le patate dal contadino tedesco e fricchettone, e poi, e poi… e voi?
Ah, dimenticavo, se avete voglia e tempo per cose disobbedienti, ve ne lascio qui una piccola traccia!

Avrei (non solo vorrei), ma non posso!

Eccomi! Alla fine ce l’ho fatta a tornare da queste parti, troppe cose mi ci hanno tenuto separato. E non è finita. Qualche volta essere parte della cronaca dà una certa apprensione, come nel caso di chi fa l’insegnante in questo scorcio di fine millennio, insegnante e sulle barricate. Avrei-ma-non-possoFinisce che la cronaca si impossessa della tua anima e poi non te la rende indietro. Oh, non è che mi faccia troppe illusioni circa la possibilità di continuare a fare questo mestiere come si competerebbe a chi ha consapevolezza – o almeno suppone di averla – del suo ruolo. C’è della gente che sbatte i pugni sul tavolo, invade la tua mail, per spiegarti che così non puoi continuare, sei amorfo, e non accetta di essere contraddetto. Ti dice che certamente protesti perché non hai capito, che non è così che si fa, che devi essere più bravo e preparato. No, non vi preoccupate, se mi state leggendo. Non ho nessuna voglia di spiegarvi perché ce l’ho col boy scout e la sua riforma. Non è questa la sede, né intendo cadere nell’errore che fa Lui quando “ti spiega”, come certe maestrine dalla matita rossa e blu, strafalcionando con i gessetti colorati, come stanno le cose. Io non mi sono fatto spiegare niente, né da lui né da altri, giacché fa parte della mia vita andarmi a leggere le carte, pertanto lascio che ognuno si faccia la sua idea come io, sul campo e da vent’anni, mi sono fatto la mia. Solo una considerazione di carattere generale: in Italia, allo stesso modo con cui chiunque riesce a fare meglio di qualsiasi allenatore la formazione di una squadra di calcio, v’è una pletora di superintenditori di riforme scolastiche: me ne ricordo taluni che facevano i broker, talaltri gli avvocati, ma non ho memoria di un presunto innovatore riformista che abbia mai messo piede in un’aula scolastica (se se ne esclude qualcuna di prestigiose università per rutilanti lectio magistralis) per più di venti minuti. Ma tant’è. Oggi mi viene soltanto in mente una cosa, anzi due. La prima è questa: “Barbiana, quando arrivai, non mi sembrò una scuola. Nè cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava.
D’ogni copia c’era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica ad accorgersi che uno era un po’ più grande ed insegnava.
Il più vecchio di quei maestri aveva sedici anni. Il più piccolo dodici e mi riempiva di ammirazione. Decisi sin dal primo giorno che avrei insegnato anch’io”. (indovinate chi è ma non ditelo giacché talvolta persino il boy scout lo cita, anche se dubito ne abbia compreso il messaggio, sempre ammesso che ne abbia mai letto un rigo)
La seconda, che credo sia quella di cui si ha davvero terrore, è una frase che a Barbiana lasciò scritta uno giovanissimo studente cubano su di un muro. “Yo escribo porque me gusta estudiar. El ninjo que no estudia no es buen revoluzionario ” Se qualcuno incontra il boy scout, eviti di fargli leggere queste cose, potrebbe aversene a male, fare un video e spiegarvi dove sta l’errore… e potrebbe chiosare con un “ascoltiamo tutti, ma poi decidiamo quello che ci pare”, insomma, un po’ come la casa delle libertà.

Ah, dimenticavo, il solito piccolo suggerimento per un libro.

Solo poche parole, e nemmeno mie

M’è arrivata una cosa via mail… la faccio mia, semplicemente perché non a me non vengono parole guardando quel mio mare lontano e disperato.

dettagli e orizzonti52

“magari sotto a quel pezzettino di mare c’è una città sommersa piena di gente spettinata e contenta che s’incontra al mercato del pesce freschissimo; una città senza traffico dove ci si capisce tutti boccheggiando in bollicinese, dove nessuno ha mai bisogno di farsi la doccia né di salare l’acqua per la past’asciutta.

una città dove le sirene cantano, non urlano, e, quando fa buio, si possono guardare le stelle che, riflesse fra le onde, sono come piccole barche che portano lontano senza fare male”

(Lisa, vent’undici anni)

E adesso la pubblicità!

Tra partenze e ripartenze, le espressioni più soffocanti del lavoro nelle sue forme brutalmente tempicide, mi trovo spesso lontano da qui… Allora rientro, per un attimo, e vi lascio due cose: un piccolo suggerimento e poi, a seguire, un racconto, cose senza pretese… Buon tutto a tutti!E-adesso-la-ubblicità
“Chissà quanti anni aveva passato tra la sua piccola casa con giardino prospiciente, ed il parco, di cui era autorevole custode igienico, se se ne esclude la porzione antistante il laghetto, giacché ad avvicinarsi lì lui aveva una gran paura non avendo mai imparato a nuotare. Ai più pareva che quell’omino fosse parte integrante del paesaggio urbano, e se lo ricordavano da sempre, anche se poi quelli che potevano raccontare di aver scambiato qualche parola con lui potevano contarsi sulla punta delle dita d’una mano. Per il resto ogni cicca, ogni cartaccia, ogni lattina, ogni scheggia di vetro, persino ogni bisogno canino ed ogni altra schifezza di origine organica ed inorganica, erano le sue prede quotidiane. Fare il netturbino non l’aveva mai messo in soggezione, neanche fare lo spazzino, ma quando gli diedero il nuovo tesserino di riconoscimento, con tanto di fototessera a colori con su scritto “Mario Costarelli, operatore ecologico”, a questo si aggiunse l’orgoglio smisurato di essere possessore di sì tanta roboante qualifica professionale.
Insomma, anno dopo anno, il parco splendeva di luce propria per il lavoro di incessante nettenza svolto dal nostro, il quale, però, maturava sempre più forte il convincimento interiore che il moltiplicarsi esponenziale di tutta quella immondizia – agli inizi della sua brillante carriera ne raccoglieva al massimo due sacchi al giorno per volta, e adesso arrivava pure a cinque – doveva essere l’avvisaglia di una decadenza dei costumi che Lassù qualcuno avrebbe notato, preparando senz’altro le contromosse del caso, come già aveva fatto in passato per Sodoma e Gomorra. Questo pensiero cominciava ad assillarlo giacché, meditava, lui era consapevole dei cambiamenti epocali cui l’umanità intera andava incontro, mentre il resto del mondo intero se ne mostrava completamente indifferente. Ma come reagire a quella assoluta evidenza? Era arrovellandosi su tale tema dai risvolti epocali che osservava la TV – altra testimone dei tempi grami che viveva -, praticamente con lo stesso entusiasmo con cui si guarda una lavatrice roteare il suo carico di bucato, sinché, però, la sua attenzione, insieme a quella di tutto il suo sistema nervoso, furono riattivati nella concentrazione da suoni ed immagini in PAL color. Qualcosa forse di subliminale lo colpì in pieno ingorgo neuronale, facendolo letteralmente sobbalzare sulla vecchia poltrona, che cigolò pure d’antiche molle con evidente involontaria partecipazione per ciò che stava accadendo. Lo spot recitava grosso modo così: “Cambiamenti climatici, buco nell’ozono, entropia del pianeta in vertiginoso aumento. L’umanità attraversa una delle fasi più oscure della sua storia. Preparati al peggio, costruisci anche tu la tua Arca di Noè. Già da oggi è in edicola il primo fascicolo con la storia della mitica imbarcazione, insieme al primo pezzo della collezione, il trespolo per il piccione che porta il ramoscello d’ulivo, il tutto al prezzo speciale di nove euro e novantanove”.
La folgorante notizia che qualcuno aveva dato risposta alle sue preoccupazioni non l’aveva colto impreparato, e così balzò in piedi, ed indossato il primo capo d’abbigliamento che trovò, corse in pigiama, pantofole e paltò all’edicola più vicina, dove si impadronì avidamente dell’oggetto unico dei suoi desideri. Tornato in casa, estrasse il contenuto d’un cellophane doppio, riponendo il primo pezzo dell’arca da una parte e rileggendo avidamente quanto riportato in un opuscoletto allegato su cui, con dovizia di particolari, era trascritto il piano dell’opera. Quattrocentonovantadue uscite settimanali, al prezzo modico di quindici euro e novantanove: “Chiedi al tuo edicolante di fiducia di metterti da parte i fascicoli così da non perdere pezzi importanti della tua collezione, e corri a far spazio in giardino”. Obbedì senza porre tempo in mezzo, abbattendo un albero di fichi ed un paio di cespugli d’oleandro, una bouganville e qualche pianta di gerani, tre o quattro file di pomodori e basilico, ed un arbusto di ficus. Dopodicchè rimase in attesa, quasi in sospensione vitale, della settimana successiva.
Di sette giorni in sette giorni, la sua arca di salvataggio del mondo cresceva e cresceva, ed ora pareva occupare ogni centimetro quadrato del suo giardino. Nel frattempo, era giunta anche la pensione, cosicché poté occuparsi in via esclusiva di quello che era divenuto l’unico scopo della sua vita. Sentiva che il compito che gli era capitato di dover svolgere era di quelli eccezionalmente gravosi e ne avvertiva tutta la responsabilità: gli era stato donato di garantire la sopravvivenza del genere umano e forse persino dell’intero creato. Ed avendo molto più tempo a disposizione si preoccupò di stipare nella stiva ogni genere di conforto che gli consentisse di sopravvivere per i quaranta giorni almeno d’inondazione previsti dal diluvio prossimo venturo. Gallette, conserve di tonno e fagioli, scatole di sardine, carne secca, buste di zuppa liofilizzata, cotechini a lunga conservazione, pacchi di legumi e frutta secca, non facevano in tempo ad apparire sugli scaffali del market dietro casa sua, che quello se ne assicurava il possesso investendo pezzi consistenti della sua liquidazione in quell’assicurazione alimentare sulla vita.
La gente del vicinato, certo, non è che guardasse di buon occhio quel vecchio spazzino che armeggiava con una specie di pilotina nel suo giardino a centoquarantatre chilometri dal mare, ed a quattrocentoventidue metri d’altezza, ma lui non pareva troppo interessato del giudizio altrui, giacché non è che avesse mai avuto rapporti troppo intensi con il circondario. E poi, si sa, la comprensione di cose troppo elevate non appartiene ad altri che a quei pochi eletti di cui lui era consapevole di far parte.
Man mano che quella specie di gigantesco guscio prendeva forma, Mario diventava sempre più euforico e scrutava il cielo con apprensione, non si sa mai qualcuno dall’alto avesse preso l’insana decisione di farlo venire giù prima che tutto fosse pronto. Ad ogni settimana ritirava la nuova dispensa in edicola, l’aggiungeva serialmente all’ultimo degli eleganti raccoglitori in cedro del Libano con copertina acquerellata a mano, acquistato a centoquattordici euro e novantanove, riponeva il tutto nella pregiata libreria in ebano intarsiata a mano che aveva posto nella cabina di comando dell’arca e che aveva acquistato a milletrecentoquattordici euro e novantanove, in offerta speciale per i lettori di “costruisci anche tu la tua arca di Noè in giardino”. Quindi correva a montare con cura il nuovo pezzo, mirandone e rimirandone il sofisticato valore naval-ingegneristico. Infine, si portava in coperta e, col capo in su, supplicava: “Mi raccomando, ancora qualche settimana di pazienza”. Ovviamente nascondeva al suo celeste interlocutore quanto ancora ci fosse da attendere, allo scopo di evitarne eccessi d’impazienza che avrebbero avuto l’effetto devastante di far cadere sulle umane teste la punizione meritata prima che tutto fosse stato approntato per l’estrema traversata.
Quando ritirò in edicola la dispensa quattrocentonovantadue, rifece pari pari tutte quelle cose, ma siccome in coperta valutò che continuava a piovere proprio come faceva già da tre giorni, si apprestò, prima che fosse troppo tardi, al varo del mezzo, dimenticando, euforico com’era, di rileggere attentamente quanto riportato nell’opuscolo. Era evidente che lassù la sua richiesta di portar pazienza era stata accolta. E da lì a qualche giorno continuò a piovere che pareva che Dio la mandasse, cosa che in effetti doveva essere proprio così. Dalla piccola radio a transistor che s’era portata dietro ascoltava soddisfatto i comunicati della protezione civile: “Non abbandonate se non per giustificati ed urgenti motivi le vostre abitazioni, e portatevi ai piani alti delle case in caso di straripamento di fiumi, canali, laghi e torrenti”. Logico che questi inondassero le loro adiacenze compreso il giardino di Mario, e fu con grande soddisfazione che avvertì lo scricchiolio con cui la barca, anzi l’arca, si sollevava delicatamente dal suolo per dare inizio alla sua epica navigazione verso un luogo imprecisato, un novello Monte Ararat che nella sua competenza dei luoghi individuò con buona precisione nella collinetta che sovrastava il parco. E d’altro canto, il suo viaggio, pensava, non poteva che concludersi lì dove aveva trascorso il pezzo più consistente della sua vita, con un ritorno negli stessi luoghi che aveva nettato per decenni e che da lì a quaranta giorni – così aveva stimato – avrebbe ritrovato purificati d’ogni umana schifezza. Finalmente, sereno per il buon esito dei suoi propositi, si posizionò sotto coperta sull’amaca in dotazione, e si mise a sfogliare l’ultima uscita di “costruisci anche tu la tua arca di Noè in giardino”, lasciandosi cullare beato dal rollio dell’imbarcazione. Fu allora che s’avvide della lettera che l’editore aveva inviato ai suoi clienti. “Caro amico, volevo segnalarti che, a causa d’un errore tipografico, il numero dei fascicoli riportati nel piano dell’opera risulta essere di quattrocentonovantadue anziché quattrocentonovantaquattro come effettivamente previsto, per cui, essendo gli ultimi due pezzi fondamentali per la tenuta ed il galleggiamento dell’imbarcazione, volevamo suggerirti dal desistere dal procedere al suo varo prima di essertene assicurato il possesso. In fondo si tratta di altre due settimane ancora. Tuttavia, qualora questa segnalazione non fosse stata sottoposta alla giusta attenzione da parte tua, e confidando nelle abilità natatorie di tutta la nostra selezionata clientela, la nostra casa editrice ha preparato una proposta per tutti i lettori più affezionati, niente poco di meno che l’invio dell’intera raccolta di ‘costruisci anche tu la tua arca di Noè in giardino’ ad un costo speciale, con lo sconto del 2% sul prezzo di copertina. L’importo totale potrà essere versato in un’unica soluzione, oppure in comode rate, previa approvazione della finanziaria. Cordiali saluti. L’editore”. Ebbe appena il tempo di finire di leggere quelle poche righe e di impallidire. Poi un pauroso scricchiolio si avvertì provenire dalla chiglia dell’arca.
L’indomani era smesso di piovere e l’arca, o meglio, ciò che ne rimaneva, venne ritrovata infilzata nella torre campanaria, cosicché la gente non poté udire il rintocco delle campane a festa per la fine dell’alluvione, mandandogliene a Mario di cotte e di crude.
Di Mario non se ne seppe più nulla, anche se qualcuno giura di averlo visto nel bosco mentre cercava di convincere una coppia di cinghiali ed un paio di lucertole a seguirlo sulla sua nuova barca, garantendone l’inaffondabilità.”