Avrei (non solo vorrei), ma non posso!

Eccomi! Alla fine ce l’ho fatta a tornare da queste parti, troppe cose mi ci hanno tenuto separato. E non è finita. Qualche volta essere parte della cronaca dà una certa apprensione, come nel caso di chi fa l’insegnante in questo scorcio di fine millennio, insegnante e sulle barricate. Avrei-ma-non-possoFinisce che la cronaca si impossessa della tua anima e poi non te la rende indietro. Oh, non è che mi faccia troppe illusioni circa la possibilità di continuare a fare questo mestiere come si competerebbe a chi ha consapevolezza – o almeno suppone di averla – del suo ruolo. C’è della gente che sbatte i pugni sul tavolo, invade la tua mail, per spiegarti che così non puoi continuare, sei amorfo, e non accetta di essere contraddetto. Ti dice che certamente protesti perché non hai capito, che non è così che si fa, che devi essere più bravo e preparato. No, non vi preoccupate, se mi state leggendo. Non ho nessuna voglia di spiegarvi perché ce l’ho col boy scout e la sua riforma. Non è questa la sede, né intendo cadere nell’errore che fa Lui quando “ti spiega”, come certe maestrine dalla matita rossa e blu, strafalcionando con i gessetti colorati, come stanno le cose. Io non mi sono fatto spiegare niente, né da lui né da altri, giacché fa parte della mia vita andarmi a leggere le carte, pertanto lascio che ognuno si faccia la sua idea come io, sul campo e da vent’anni, mi sono fatto la mia. Solo una considerazione di carattere generale: in Italia, allo stesso modo con cui chiunque riesce a fare meglio di qualsiasi allenatore la formazione di una squadra di calcio, v’è una pletora di superintenditori di riforme scolastiche: me ne ricordo taluni che facevano i broker, talaltri gli avvocati, ma non ho memoria di un presunto innovatore riformista che abbia mai messo piede in un’aula scolastica (se se ne esclude qualcuna di prestigiose università per rutilanti lectio magistralis) per più di venti minuti. Ma tant’è. Oggi mi viene soltanto in mente una cosa, anzi due. La prima è questa: “Barbiana, quando arrivai, non mi sembrò una scuola. Nè cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava.
D’ogni copia c’era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica ad accorgersi che uno era un po’ più grande ed insegnava.
Il più vecchio di quei maestri aveva sedici anni. Il più piccolo dodici e mi riempiva di ammirazione. Decisi sin dal primo giorno che avrei insegnato anch’io”. (indovinate chi è ma non ditelo giacché talvolta persino il boy scout lo cita, anche se dubito ne abbia compreso il messaggio, sempre ammesso che ne abbia mai letto un rigo)
La seconda, che credo sia quella di cui si ha davvero terrore, è una frase che a Barbiana lasciò scritta uno giovanissimo studente cubano su di un muro. “Yo escribo porque me gusta estudiar. El ninjo que no estudia no es buen revoluzionario ” Se qualcuno incontra il boy scout, eviti di fargli leggere queste cose, potrebbe aversene a male, fare un video e spiegarvi dove sta l’errore… e potrebbe chiosare con un “ascoltiamo tutti, ma poi decidiamo quello che ci pare”, insomma, un po’ come la casa delle libertà.

Ah, dimenticavo, il solito piccolo suggerimento per un libro.

30 pensieri su “Avrei (non solo vorrei), ma non posso!

  1. Ogni boyscout che si rispetti — e di una aristocrazia all’evanescente —, io credo frequenti parrocchie da diversi e non le scuole

    Un saluto

  2. I paraocchi, naturali a posticci mi hanno sempre fatto orrore, fin da piccola, costretta a frequentare una scuola delle suore. Ma era un’antipatia reciproca, a pelle.
    Cri

    • Il verbo del capo è per l’Italia una malattia endemica, anzi, una pandemia, si diffonde a grande velocità, colpisce e danneggia le diottrie. Non si vede più ad un palmo di naso, si perde lo spirito critico che si sviluppa ad orizzonti aperti! Buon tutto!

  3. La scuola di Barbiana,a parlarne oggi sembra pura utopia,magari altri avessero seguito l’esempio.Ci sono bravissimi insegnanti a tutti i livelli,ci sono esempi di efficienza,di eccellenza,c’è impegno in moltissimi nel mondo della scuola.Ma anche esempi di sciatteria,di disinteresse e poca attenzione .Così immagino per le riforme,tutte anche in passato.C’è del buono,dell’innovazione,ma anche approssimazione e poco rispetto per chi lavora e lavora bene,con pochi mezzi disponibili e tanti impegni burocratici.Per anni sono stata ..attigua al mondo scolastico,ma da allora si sono succedute parecchie riforme o tentativi spacciati come tali.Oggi non saprei cosa dire,mi fido del tuo giudizio,perchè immagino che i problemi li vivi e li conosci.
    Mi fa piacere leggerti,quando ci sei.

    • Barbiana è stata un’esperienza che andava coltivata, che andava estesa. La scuola a partire dagli ultimi, non dalle pagelline ma dal bisogno “organico” di apprendere come condizione per crescere ed essere partecipe consapevolmente dei processi di crescita sociale e civile della propria collettività. Barbiana che è stata sepolta nella retorica della memoria, e che meritava la vita della pratica quotidiana. Grazie per il tuo contributo.

    • Tocca un po’ a tutti noi mettere il sale nella coda al pibe de oro. Ciascuuno come può. Tu, per esempio, fai un bel lavoro col tuo blog, fai informazione e cultura… Ma sai cos’è che mi spaventa di più che le esperienze migliori sono isolate, e che invce oltre i tirapiedi del boy scout non c’è niente, solo miserie. Vedo i burocrati dell’ex sinistra che arrancano per mantenere poltrone a livello locale, piccoli privilegi da retrobottega. Che sono inamovibili ad impedire, anche a sinistra, che si apra una discussione seria e senza la loro presenza ingombrante di mercenari, che se ne stanno “a sinistra” facendo finta d’avercela con Renzi solo perché lì s’è liberato un posto, ma che emanano un odore di rancido insopportabile loro come quegli altri giovanotti – già vecchi e servili – contrattualizzati per avere la bava alla bocca che con cinque stelle spente si fanno portavoci del comico che se ne va in vacanza da mister Billionaire e dell’affarista col capello cotonato. Ora sono tutti a parassitare il sindacato perché pensano che lì ci siano voti in libera uscita – io sono nel sindacato consapevole delle contraddizioni che ci stanno dentro, ma io sono nel sindacato di Di Vittorio, chi non l’ha capito è un usurpatore, non io che sono perennemente in minoranza. Ma difendo quella storia e quel ruolo giacché, come in passato ha svolto un’azione che ha consentito di ampliare i diritti sociali, civili ed economici di questo paese – e ribadisco tra mille contraddizioni -, in questo momento sembra essere l’unico riferimento che si oppone alla deriva autoritaria, anzi alla marea, che stiamo osservando attoniti.

    • Beh, credo sia abbastanza inquietante. Ma è nelle cose, attraversa le scelte di pezzi consistenti del ceto politico che abbiamo; devo dire che anche certe sparate della presunta opposizione, che fino ad ora ha tirato bordate ad alzo uomo più sul sindacato che sul governo credo appartengano all’antichissima pratica pirandelliana del gioco delle parti. Ho come la sensazione che quel disegno che tu suggerisci sia più ampiamente condiviso di quello che appaia, ma certo è condiviso il desiderio dei “leader” di ridurre i passaggi intermedi di costruzione della dialettica sociale e politica. Dare, ad esempio, un potere strabordante ai dirigenti scolastici vuol dire eliminare l’elaborazione intermedia che era implicita nella costruzione degli organi collegiali previsti dai Decreti Delegati. Ma è la stessa cosa per la soppressione di un Senato elettivo, del ridimensionamento del ruolo del sindacato, delle forme di partecipazione dal basso, stigmatizzate come vetero quando non buffonesche, la pervicace ridicolizzazione del dissenso. La scuola è il luogo fisico della costruzione della democrazia e della partecipazione, del confronto tra diversi, della conoscenza, della cultura, della consapevolezza civica, e con tutte le sue contraddizioni, è un vulnus per chi intende proseguire nella destrutturazione d’ogni diritto acquisito, con la pervicace volontà di costruzione di un’armata industriale di riserva, enorme, di servi acritici, senza diritti, senza consapevolezza.

      • Il fatto che la Destra faccia la destra è normale, secondo me. Trovo più strano il fatto che certe politiche vengano perseguite a Sinistra. Questo è assurdo.

        Un intero Paese (perlomeno nelle sue “classi dirigenti”, nelle sue teste pensanti) non può non indignarsi di fronte a certe cose.

        I girotondi? Le piazze ? I popoli viola dove sono???

        Cioè: ma cosa bisogna approvare in questo Paese per indire uno sciopero a oltranza?
        Cosa bisogna fare per affermare che certi diritti NON HANNO UN PREZZO e non possono essere messi in discussione???

        Ehh, ma c’è la crisi, c’è lo spread, c’è la Cina, ci attendono le sfide del mondo globale, fate presto e fate in fretta…

        • Intervieni sempre a stimolare riflessioni con cose molto puntuali ed efficaci. Grazie davvero per questo. Serve a non sentirsi soli (magie del web :-) ). Nel merito ho sempre avuto la sensazione che vi siano principi inderogabili che consentono di distinguere destra e sinistra, principi che non sono mercanteggiabili in nessun caso. Se penso al concetto di merito, se questo consente di ricoprire un “ruolo” a taluno che ve ne è più portato di altri, non ne vedo scandalo se questo vuol dire mettersi a disposizione e non affermarsi come individuo. Il punto è come emerge il merito, se attraverso una riflessione sui “talenti” (ognuno ha il proprio e deve essere posto nelle condizioni di esprimerlo), il confronto tra opzioni possibili… oppure attraverso la competizione. Sono opzioni antitetiche, per carità, persino entrambe legittime, ma sono il discrimine tra sinistra destra . Oggi il merito è inteso solo come competizione, arrivismo, velocità: chi arriva primo vince. Ed in tal senso la sinistra ha venduto la propria anima, dunque, ha smesso semplicemente di essere tale. Ha prodotto per sé una mutazione genetica, ha stravolto i propri paradigmi. Ma l’inizio della fine è riconducibile al tramonto dei luoghi fisici di discussione, le camere del lavoro intese come istituzioni di formazione sociale, le sezioni di partito, i circoli culturali, le società operaie. Realtà contraddittorie, certo, ma in cui la discussione e la dialettica sociale si facevano determinazione politica. Forse non avevano sempre la possibilità di esprimersi compiutamente, ma l’elaborazione, l’analisi, la costruzione di una prospettiva, erano obiettivi concreti. Il leader era il soggetto collettivo. Spesso, è vero, c’era una figura di riferimento, ma questo era niente, il nulla sotto vuoto spinto senza il suo popolo. Non era necessario vincere le elezioni, era indispensabile concretizzare il senso di una prospettiva. E non c’era solo il PCI (partito in cui personalmente non ho mai militato e che non ho mai nemmeno votato), ma un arcipelago di forze, movimenti, collegati da una dialettica serrata e permanente. Capaci di imporre il tavolo di discussione (l’articolo 18, i Decreti delegati, sono creature del pentapartito a guida DC, che propose queste cose oltre volontà proprie, come conseguenza dell’assedio da parte di quel movimento strabordante di teorie e prassi). Oggi la sinistra, meglio, ciò che usurpa quel senso d’appartenenza che ha ben altre storie, usa capi carismatici per prendere il potere, sostituisce lo slogan all’analisi, un tweet ad un’assemblea, cerca l’accondiscendenza di poteri forti cui svende i deboli. E chi non ci sta melina in schermaglie inutili e vuote, ed in realtà attende il messia. In un caso e nell’altro non è più sinistra. Ma scusami, mi sono dilungato, e probabilmente ho detto pure male ciò che penso. Semplicemente perché sento forte il bisogno ancestrale che ci si rimetta a parlare de visu, ad incontrarsi nelle piazze, nelle assemblee, perché la sinistra che penso sia tale non ha grandi mezzi di comunicazione, TV o blog con la pubblicità dei materassi, nasce da lì, da un bicchiere di vino e pane e pomodoro. Il web è importante, consente di far circolare idee rapidamente. Ma non consente sempre di eviscerare contenuti complessi, anche perché il contraddittorio in tempo reale, occhi negli occhi, emozioni e sensibilità manifeste ed a fior di pelle, odori oltre le parole, ancora non è in grado di garantirlo. Ma tant’è! Buon tutto, ed anche qualcosa di più! :-)

  4. ^ _ ^ … ti lascio una frase su quello che ritengo essere un bellissimo pensiero, messaggio… che credo possa adattarsi al tuo bel post

    Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane, di gente che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, attenzione al sole che nasce e che muore, attenzione ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi, essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, significa rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.

    ~ Franco Arminio ~

    • Un pensiero evocativo bello… e poi rallentare!!! :-) Come faccio a non farla mia questa cosa di Franco Arminio? Grazie!

      • allora forse ti piacerà anche questa, che ho scelto tra le sue tante… belle per attinenza un po’ con il post ^ _ ^

        Il corpo sa tutto o quasi
        Il corpo conosce l’acqua perché la beve
        conosce l’aria perché la respira
        il corpo conosce i baci che dà e riceve.

        Molta fatica fa con le parole
        che ascolta o dice,
        lì si confonde
        tra linfa e parassita, tra la chioma
        e la radice.

  5. Non sono molto informata sui fatti della scuola, non riesco a starci dietro. E’ dall’89/90, anni in cui iniziai le elementari, che sento parlare di riforme, ed ho visto attuare cambiamenti che contribuivano soltanto a peggiorare e non di certo a migliorare la situazione.
    Ma sai una cosa? Io non ho neanche un buon ricordo dei miei insegnanti. Sono stata sfortunata, a differenza dei tuoi alunni.
    Sì, un paio mi sono piaciuti, niente di entusiasmante. Però erano giusti. Non mi sono mancati: gli scansafatiche, il demoralizzato ed anche il demoralizzante, quelli troppo amiconi con il problema che la situazione gli sfuggiva di mano, gli innamorati del proprio ego, quelli con problemi a casa, varie gradazioni di severità, una tizia che soffriva di antipatie/simpatie, una impaurita e disorientata, e con gli anni sono sempre più certa che tra loro c’era anche qualche ignorante.
    Però, a me il “preside del consiglio” non è mai piaciuto. Mi dà proprio fastidio, non lo sopporto quel bugiardo con quell’aria da saputello. E poi i boy scout, quanto mi inquietano quelli.
    Ciao :)

    • Gli insegnanti sono davvero molti, e di tipi vari ce ne sono talmente tanti! Te ne potrei segnalare una cinquantina di tipi ancora, ed arrotonderei per difetto. Credo che la scuola, alla fine, abbia anche questo di interessante, è un microcosmo rappresentativo di pregi e difetti diffusi, un posto dov’è difficile nascondere le differenze, ma quelle diventano l’humus su cui cresce il confronto e matura il senso critico! Ciao :-)

  6. Che situazione triste.
    Ci son ben poche parole che si possano dire in merito senza cadere nella retorica e nell’arrabbiatura.

    L’Italia ha bisogno di svegliarsi….ma purtroppo molti, troppi italiani preferiscono continuare a tenere gli occhi chiusi.

    Un saluto.

    • Di svegliarsi da un lungo torpore, hai ragione… Ma è un’Italia strana quella che non si indigna, che ne ha perso la voglia, forse persino la capacità. Ma è l’Italia degli orti e dei campanili, quella che dice “io non lavoro a scuola, chi se ne frega”, “ma io sto bene, che me ne importa ella sanità”, salvo accorgersi che qualcosa non funziona quando ti chiudono l’ospdale sotto casa… Mi viene in mente una cosa di Brecht: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.
      Un caro saluto!

      • ….esatto! Ancora non riusciamo a capire che il bene di tutti è anche il nostro bene e continuiamo a difendere il nostro orticello senza comprendere che, se tutto intorno a noi si forma il deserto, prima o poi, l’acqua mancherà anche nel nostro recinto….

  7. Se vuoi assoggettare un popolo inizia ad assaltare le scuole.
    Perchè, con la sedicente riforma della scuola, è questo il disegno che si va perseguendo.
    Realizzare una scuola come quella di Barbiana, oggi, è pura utopia.
    Oggi, che ne avremmo bisogno più che mai!

    Un saluto, Giò
    Come sempre, meravigliosi, ed esplicativi, i tuoi post :)

    • Grazie… :-) Barbiana è un’utopia che è stata concreta. Ha avuto il merito di porre al centro gli ultimi e la coscienza critica della partecipazione, anche attraverso la disobbedienza civile. Un’Utopia per chi ha maturato una coscienza civile, ma un incubo per chi detesta la partecipazione consapevole.

  8. il boy scout mi fa più paura di quello di prima per via di pericolosi consensi e dei massmedia che lo sostengono tutti
    la scuola mi fa soffrire da trentacinque anni di lavoro più quindici da allieva
    basta

    • Il boy scout fa paura perCHé s’è messo il vestito buono, ma sotto c’è sempre la stessa ciccia! La scuola è una cittadella fortificata con le mura di cartapesta, il nemico alle porte e i comandanti sono ascari! Soccomberemo per sfinimento!

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