Un tipo normale

Mi capita di chiacchierare con quei tipi del movimento per l’accessibilità universale, quelli che predicano il “vietato non toccare”, per intenderci, e questi mi fanno notare una cosa su cui avevo avuto modo di riflettere soltanto in modo assai superficiale e poco consapevole, e cioè che nel progettare qualsiasi umana divietischifezza si tiene conto di un famigerato “utente tipo” cui si attribuisce un grado assoluto di “normalità” incontrovertibile e generalizzata. Ora, pare che questo utente tipo, la cui natura concettuale ed indefinita ne è ancora il carattere distintivo, non s’ammali, abbia caratteri standardizzati, non cresca, non muore, di fatto sostituisce la variabilità umana con tutte le sue debolezze, che ne so, la memoria, la stazza, la religione, il voto, l’odore e quant’altro. In siffatto modo sollecitato a riflettere, mi vengono in mente anche la pletora di riforme che affollano i salotti delle prime pagine quotidiane, che ne so, quella della sanità (l’utente sostituisce il malato) o della scuola (in questo caso il modello di studente universale ha il sopravvento sul soggetto in età evolutiva, che matura la propria personalità nei luoghi di formazione sociale e arcaismi di siffatta natura). Per di più, all’utente tipo è concesso persino di essere un portatore di handicap, ma con caratteristiche ben precise, come figurano in quei disegnini che indicano per esempio i parcheggi per disabili, dunque dotati di enormi sedie a rotelle in cui l’omino sparisce incassato tra braccioli monumentali. E l’utente “normale” allo stesso modo non gode di gusto estetico, eppure ci sono certe biblioteche talmente brutte che difficilmente consentono l’accesso a chi ha a cura la bellezza della lettura. Di converso se la vostra vecchia zia perde pezzi della sua autonomia e si trasferisce a casa vostra, e da ciò consegue che ci andate dentro con le lasagne, se poi non passate più al tornello dell’autogrill, o dello stadio, o dell’aeroporto, è colpa vostra che avete dismesso l’abito dell’utente tipo, vi siete voluti ghettizzare nell’a-normalità. E certo non siete un bell’esempio per quei milioni di studenti che hanno rinunciato alla propria identità in nome del progresso per essere classificati in un certo numero di categorie che entrano nelle dita delle mani. Siete eversivi. E allora, in quanto antimoderni che si rifiutano di diventare utenti tipo a difesa della vostra avvilente specificità, vi spiego come si fa la Norma, ossia quel piatto tipico che qualcuno vuole far risalire giammai alla norma in quanto tipicizzazione di massa, bensì a quella del “Cigno” Vincenzo Bellini. Cominciate col preparare una salsa di pomodoro con pomodori freschi, meglio se costoluti di Pachino, su un soffritto d’aglio ed addizionatela di abbondante basilico. A parte friggete in olio d’oliva quintalate di melanzane tagliate in fette di mezzo centimetro ed asciugatele ben bene dell’olio che tendono ad assorbire. Qualcuno prima di indurne cambi cromatici nel calor bianco e sfrigolante della padella le lascia in una salamoia schiacciate da un peso per disperdere il retrogusto amarognolo che l’ortaggio tende a portarsi dietro. Io non lo faccio giacché quel gusto consolida – non è necessario stimolare ciò che già esiste come condizione oggettiva – appetiti. Poi cuocete la pasta, e conditela con la salsa in un piatto di ceramica colorata sufficientemente ampio da farci atterrare un elicottero, dunque ricopritela senza lasciar trapelare nulla con le melanzane – avrete cura di lasciare quelle che restano in un piatto lì, a portata di mano, non distante da un fiasco di rosso – e queste con una nevicata di ricotta salata grattugiata sul momento. A questo punto cominciate a pescare le fette d’ortaggio con la ricotta e parte del sottostante livello di pasta sinché quest’ultima non risulterà del tutto scoperta. Ricoprite con il duplice strato la restante portata di spaghetti e ricominciate, per due tre volte, sinché il fondo del piatto non sarà nudo a disvelare i suoi preziosi cromatismi, nudo come il fondo del fiasco di rosso. Essendo l’operazione lunga e complessa, ancorché gratificante, avrete tempo di ascoltare pezzi consistenti degli eleganti gorgheggi di quell’altra “Norma”. Poi fatevi una ragione del non aver capito niente di cosa si intende ex legis per norma, ma quanta soddisfazione nell’essere finalmente utente tipo stupido!

Avrei (non solo vorrei), ma non posso!

Eccomi! Alla fine ce l’ho fatta a tornare da queste parti, troppe cose mi ci hanno tenuto separato. E non è finita. Qualche volta essere parte della cronaca dà una certa apprensione, come nel caso di chi fa l’insegnante in questo scorcio di fine millennio, insegnante e sulle barricate. Avrei-ma-non-possoFinisce che la cronaca si impossessa della tua anima e poi non te la rende indietro. Oh, non è che mi faccia troppe illusioni circa la possibilità di continuare a fare questo mestiere come si competerebbe a chi ha consapevolezza – o almeno suppone di averla – del suo ruolo. C’è della gente che sbatte i pugni sul tavolo, invade la tua mail, per spiegarti che così non puoi continuare, sei amorfo, e non accetta di essere contraddetto. Ti dice che certamente protesti perché non hai capito, che non è così che si fa, che devi essere più bravo e preparato. No, non vi preoccupate, se mi state leggendo. Non ho nessuna voglia di spiegarvi perché ce l’ho col boy scout e la sua riforma. Non è questa la sede, né intendo cadere nell’errore che fa Lui quando “ti spiega”, come certe maestrine dalla matita rossa e blu, strafalcionando con i gessetti colorati, come stanno le cose. Io non mi sono fatto spiegare niente, né da lui né da altri, giacché fa parte della mia vita andarmi a leggere le carte, pertanto lascio che ognuno si faccia la sua idea come io, sul campo e da vent’anni, mi sono fatto la mia. Solo una considerazione di carattere generale: in Italia, allo stesso modo con cui chiunque riesce a fare meglio di qualsiasi allenatore la formazione di una squadra di calcio, v’è una pletora di superintenditori di riforme scolastiche: me ne ricordo taluni che facevano i broker, talaltri gli avvocati, ma non ho memoria di un presunto innovatore riformista che abbia mai messo piede in un’aula scolastica (se se ne esclude qualcuna di prestigiose università per rutilanti lectio magistralis) per più di venti minuti. Ma tant’è. Oggi mi viene soltanto in mente una cosa, anzi due. La prima è questa: “Barbiana, quando arrivai, non mi sembrò una scuola. Nè cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava.
D’ogni copia c’era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica ad accorgersi che uno era un po’ più grande ed insegnava.
Il più vecchio di quei maestri aveva sedici anni. Il più piccolo dodici e mi riempiva di ammirazione. Decisi sin dal primo giorno che avrei insegnato anch’io”. (indovinate chi è ma non ditelo giacché talvolta persino il boy scout lo cita, anche se dubito ne abbia compreso il messaggio, sempre ammesso che ne abbia mai letto un rigo)
La seconda, che credo sia quella di cui si ha davvero terrore, è una frase che a Barbiana lasciò scritta uno giovanissimo studente cubano su di un muro. “Yo escribo porque me gusta estudiar. El ninjo que no estudia no es buen revoluzionario ” Se qualcuno incontra il boy scout, eviti di fargli leggere queste cose, potrebbe aversene a male, fare un video e spiegarvi dove sta l’errore… e potrebbe chiosare con un “ascoltiamo tutti, ma poi decidiamo quello che ci pare”, insomma, un po’ come la casa delle libertà.

Ah, dimenticavo, il solito piccolo suggerimento per un libro.

Tempi moderni

Vabbé, lo so, non sono al di sopra d’ogni sospetto in certe mie valutazioni. Deve trattarsi di invidia. Si, forse è proprio così, invidia, giacché temo il confronto. È bene che me ne faccia una ragione e accetti che certe mie posizioni per così dire, retrò, altro non sono che il frutto di talune propensioni da psicanalisi ancor più che il risultato di serie valutazioni politiche, civili, sociali, culturali… Credo si tratti di quella difficoltà che manifesto in forme crescenti dinnanzi al nuovo che avanza, con le sue accelerazioni parossistiche, cui contrappongo le mie reazioni bradipiche. Insomma, in altre parole, le mie quattro ossa dismesse, le mie discopatie, i quattro capelli che ho in testa ed i menischi in disuso, il mio abbigliamento desueto, non accettano di essere messi all’angolo da fusti ben messi, con curricoli da paura, che hanno fatto i boy scout, che, per il bene del paese, è ovvio, hanno a cura il PIL, che twittano, feisbuccano, mentre io cerco ancora l’ultimo francobollo e la carta da lettera cotonata. Ecco, non avendo argomenti estetici per contrastare la mia incombente dismissione, trovo il pelo nell’uovo, gli faccio l’analisi del sangue a questi tipi qua, DSC_0008-polaper invidia, appunto, solo per invidia. Insomma, in questa rancorosa rincorsa alla critica fine a se stessa, mi sono imbattuto nel programma del governo sulla buona scuola, quello che è andato in rete per la consultazione andata deserta, per intenderci. Del resto è cosa che mi riguarda, faccio il prof, e così comincio a fargli le pulci. Non avendo di meglio da fare noto che termini pleistocenici ed inutili come cultura e pedagogia latitano ed in questo colgo un dato allarmante; ci trovo pure scritto che lo stato non è che potrà sostenere in eterno la scuola pubblica e che perciò questa deve attrezzarsi a cercare i soldi sul mercato; mi pare pure preoccupante (ma ve l’ho detto, sono pretestuoso) che si parli di formazione solo per gli insegnanti e non per gli alunni, ed anzi questi non vengono nominati né come tali, tanto meno come studenti, scolari, allievi, ma come utenti, fruitori del sevizio… insomma, in modo certamente più congeniale al mondo che viviamo. Poi mi accorgo della questione del merito degli insegnanti e nella mia mente perversa penso subito che si tratta di un modo per mascherare una certa idiosincrasia per la costruzione di reti di relazione orizzontali, di cooperazione, intravedendovi invece un’accelerazione verso la competizione all’interno di una categoria che solo certa vulgata sessantottina e pedagogistica poteva ritenere efficace solo se operante in una dinamica collaborativa e di gruppo. Ma sono così poco attuale che mi pare già di vederlo, come in un film dell’orrore, il giorno (lontano, è ovvio) in cui in una silenziosa e dimessa sala docenti, i fortunati vincitori del premio di consolazione, delle agognate sessanta Euro lorde in più al mese, dopo un quindicennio di blocco stipendiale, meritevoli sopra ogni dubbio, se ne andranno in giro a capo chino, pudici per quel giusto riconoscimento che forse non hanno nemmeno chiesto, e gli altri, me compreso, invece chineranno il capo della sconfitta, come attraverso Forche Caudine… un incubo, ma la mia è solo invidia, invidia per aver perso tempo a leggere Rousseau e don Milani, anziché impegnarlo adeguatamente ad aggiornarmi, a formarmi meglio, sulle strategie di marketing.

Merito mio!!!

Latito dal blog da un po’. Non è che non avessi voglia di scrivere, è che mi sono trovato affastellato in faccende varie, non ultima la ripresa della scuola, con annessi e connessi, o farei meglio a dire sconnessi. La solita solfa, l’orario da fare, le programmazione, i supplenti che non si sa se arrivano in tempo, e poi anche quelle notizie che in maniche bianche di camicia annunciano al popolo che questa volta si fa sul serio, Lavoroche scordiamoci l’aumento che sembrava dietro l’angolo, perché quello lo beccano solo i prof meritevoli, quelli che hanno capito che lo spirito moderno ed aziendale deve lasciare il posto a certe pleistoceniche pulsioni umaniste. E di lì l’amara constatazione: mai e poi mai sarò meritevole. Oh, intendiamoci, per quanto io non abbia mai avuto velleità iperattivistiche, quando entro in classe do il meglio che posso, sono quindici anni che non mi prendo un giorno di malattia e nello stesso periodo i permessi me li possono contare sulle dita di una mano. Mi sono letto don Milani, ecco cosa mi ha fregato, le cartacce, le schedine, i purgatori non mi interessano. Eppure sono queste cose, l’efficientismo contabilizzabile che determinerà il merito. Sarò meritevole solo ed esclusivamente se sarò migliore degli altri, se porto a casa il risultato, se faccio presto. Ovvio che essendo la coperta troppo corta la speranza di riuscire dipende essenzialmente dal fallimento degli altri. Così, se voglio essere qualificato come efficiente, i miei colleghi devono essere meno bravi di me. Atteggiamento giusto per considerare la collaborazione, il lavoro di concerto, come una follia bolscevica e collettivista. La competizione abbia inizio: io sarò il più bravo, sarò arrivato “uno”, e che gli altri anneghino e mentre lo fanno una bastonatina, così, tanto per non fare prigionieri che quelli costano e pesano sul bilancio dello stato. E becco il premio, ventisette Euro di aumento. Me li sparo tutti in un giorno comprando finalmente quella bottiglia di Barolo (ogni due mesi, che uno non basta) che mi farà dimenticare di essere stato bastardo dentro, di non aver passato la copia, di essermi tenuto per me il segreto definitivo della strategia pedagogica: addestrare ai quiz, stile patente, ragazzi cui invece dovremmo insegnare a sviluppare senso critico e non a mettere crocette. Ma la valutazione deve essere oggettiva, quando mai il meritevole è capace di definizioni oblique e divergenti, s’abbassa il PIL e l’OCSE ci richiama all’ordine, la camicia bianca arrossisce, gli viene la bile e ci mette alla porta, ci svecchia. Dice, probabilmente, che portiamo sfiga, che non ci apriamo al mondo! Vabbè, sapete che vi dico, ai miei alunni voglio insegnare a porre le domande giuste, non a rispondere a quelle degli altri, al questionario cash & carry. E pazienza se il Barolo lo scambio con il Nero d’Avola, ne conosco un paio con ottimi rapporti qualità prezzo. Delle camicie bianche farò a meno, tanto più che ho lasciato una bella macchia di ferro da stiro sull’ultima che avevo. E voi beccatevi questa cosa qui.

Lasciate perdere!

Trent’anni fa Enrico Berlinguer rassegnava dimissioni definitive. Non ero iscritto al suo partito, neanche lo votavo, non riuscivo a farmelo piacere: agorafobico come sono sempre stato, mi rendevo inconsciamente avverso alle pratiche di massa, preferivo gruppuscoli minoritari ed involuti, ad un passo permanente dall’estinzione (che è poi, come codificato nelle teorie darwiniane, avvenuta). DSC_0021Tuttavia, mentre da una parte i suoi compagni di viaggio (non tutti, ma quasi) mi provocavano eruzioni cutanee, di Berlinguer ho sempre ammirato il coraggio di aver posto la questione morale in un momento in cui non se ne percepiva la gigantesca necessità. Allo stesso tempo però non ho mai pensato, come semplicisticamente – ed ipocritamente – si fa oggi, che quello fosse un appello generico a “non rubare”. Ho trovato straordinariamente morali le sue lotte ai cancelli della FIAT e troverei di formidabile valore morale se quest’intero ceto politico la facesse finita di citarne lo spessore e di cianciare, allo stesso tempo, in termini di puro delirio burocraticistico, della questione dei migliaia di migranti che stanno collassando un pezzo di questo paese già abbastanza occupato a travolgersi da solo. Che vadano a vedere, che si facciano una traversata del deserto per un annetto e poi si imbarchino su un canotto col fiato sul collo dei loro carnefici. La facciano finita di proporre cure miracolistiche con la bava alla bocca da residenze lussuose e da seggiolini pregiati, La facciano finita di sbraitare sulle diseguaglianze immorali di questi nostri tempi grami mentre traccheggiano utilitaristici accordi con finanzieri e banchieri. La facciano finita di urlare improperi involuti dietro i quali si nasconde il vuoto siderale. La facciano finita di tirare per il collo memorie di uomini che non ci sono più per meri calcoli propagandistici. Ci provino ad agire “moralmente”, e si facciano carico davvero di intervenire a soccorrere donne, bambini, uomini che hanno semplicemente chiesto di poter rimanere in vita e la smettano di cianciare di respingimenti che sono condanne a morte, di controllo dei flussi che somiglia a svuotare il mare con un ditale, di mancanza di fondi giacché i soldi si sa bene che ci sono e dove sono. E se poi non è troppo gravoso, che provino pure loro ad essere donne e uomini, carne e sangue, sudore e lacrime. E se non ce la fanno, che agiscano moralmente: spariscano! E noi, “noi” che come “me” sputiamo sentenze? Da domani, per ribaltare i rapporti di forza in direzione di un nuovo umanesimo, niente più centri commerciali?

Il naufragio!

Vabbé… è andata. Credo sia ciò che direi qualora mi ritrovassi nella condizione di naufrago ed approdassi, dopo diverse ore in ammollo, sulla spiaggia di un’isola deserta che non è l’agognata Itaca. Cioè, valuterei il pericolo peggiore come scampato. Mi sollazzerei momentaneamente per non essermi congelato, inumidito sino al midollo, annegato, diventato spuntino per pescecani ed orche, urticato da gigantesche meduse, trascinato dalle piovre nelle profondità abissali, insomma, mi congratulerei con la mia buona sorte per avermi consentito di riconquistare la posizione eretta sul solido bagnasciuga. l'isolaPoi, smaltita l’euforia per la salvezza, comincerei a guardarmi d’intorno, interrogandomi su cose del tipo, ed ora che mangio, ci sarà da bere da queste parti, un bar, una trattoria, una libreria, anche solo un chioschetto dei gelati, un po’ di musica… E no, l’isola è deserta, era questa la premessa. Allora, bene, ma è necessario cominciare ad organizzarsi, un po’ di tempo c’è. Il posto è ameno, non ci sono bertucce satrapiche, ne oranghi urlanti, forse qualche omino verde che marca il territorio con i propri feromoni fumanti; ma basterà qualche bella passeggiata su spiagge incontaminate tra palme di cocco e datteri, mari ricchi e pescosi, per sentirmi serenamente affratellato al resto del mondo? No… mi sa proprio di no! Insomma, fuor di metafora, dopo queste elezioni, non v’è dubbio che qualche soddisfazione me la sia presa – il bello delle elezioni è, in effetti, che c’è sempre qualcuno che perde. Ma andare oltre è cosa assai diversa dall’oltre spesso abusato. Ci vuole una ricostruzione sistematica d’una condizione nuova, un ripensamento complessivo del tutto d’intorno, ci vuole un rifugio, nutrimento per il corpo e l’anima e, mi dispiace, ma la semplice proposizione del demiurgo, non è, da questo punto di vista, la soluzione salvifica definitiva. Si rischia di starsene sulla riva a contare le maree, sperando che qualcuno, da lassù, non la mandi giù in forme di uragani tropicali, rispedendoci in ammollo. E per questo è necessario trovare riparo, la tribù che da qualche parte dev’esserci, ed entrarne a farvi parte, condividere le procedure, le tecniche d’approvvigionamento, le costruzioni materiali, impararne il linguaggio. E qualora fosse solo una tribù in pectore, intrecciarvi comunque rapporti perché divenga identitaria, dialettica, progressiva. Si, è quello che tocca fare, rimettere in piedi una coscienza comune perché non basta un totem da adorare ai margini della jungla, intorno a cui trotterellare danze felici, per sentirsi vivi, differenti ed uguali allo stesso tempo, capaci di ripensarsi in una prospettiva evolutiva. Dunque, proprio ora che il pericolo è scampato, è giusto il momento per rimboccarsi le maniche, il perché l’ho detto, per quanto riguarda il come… per il momento sono ben accetti suggerimenti, teorie ed ipotesi, oltre che pragmatiche operatività.

La democrazia è la democrazia!

Ebbene, il piccolo borgo s’è risvegliato in un miracolo: ciò che è di norma essere il luogo del nulla, salvo quanto già descritto nel precedente post, ovvero l’accalcarsi di torme di pargoli trangugianti birre al sabato sera, d’improvviso s’illumina d’immenso, ospitando ben due importanti inaugurazioni d’altrettante mostre. Di primo acchito somiglia a qualcosa che ha a che fare con moltiplicazioni di pani e di pesci, passeggiate sulle acque, conversioni dal meretricio. Niente di tutto questo… è la democrazia, semplicemente la democrazia nella sua forma più consueta – e recentemente pressoché unica -, le elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale.La banda Così, mentre il sindaco uscente, con tanto di giunta e candidati al seguito, s’affanna ad organizzare il fantasmagorico evento, un quadro celebre che fa la sua apparizione a ricordare fasti e gloria del paese nei bei tempi andati (ad una settimana dalle elezioni, questo improvviso moto d’ansia culturale sopita per secoli, espone a legittima suspicione), l’opposizione, non di meno, coi suoi adepti più fidi allestisce la controesposizione a venti metri di distanza, stesso orario d’inaugurazione, stessa data, e, sorpresa delle sorprese, stessa gente, giacché, gli uni e gli altri si alternano in piccole staffette per verificare a chi sia andato il primato delle presenze in un estemporaneo e casalingo exit poll. Poco importa che tali presenze siano da audience da cartone animato sperimentale ungherese, in una comunità assai poco fideizzata a simili eventi e per di più in febbrile attesa della festa della birra (anche questa programmata all’uopo) che sortirà i suoi effetti di grande e scontato successo nella frazione vicina. E ciò mi rende felice giacché le esibizioni dei latori di tambureggiabili epe da birra avverrà per una volta lontano dalle mie finestre, cosicché potrò indugiare nell’ascolto serale dell’ultima antologia Blue Note senza rumorose interferenze. Comunque, per ritornare alla disfida espositiva – Don Camillo e Peppone mai si sarebbero spinti così in là -. la liturgia dei devoti al consesso materiale dei propri santi in terra mi fa rinascere memorie letterarie: ” E la folla: ‘Olè…’ Consalvo stava attento al cerimoniale spagnolesco di quelle feste: il Senato della città, nella berlina di gala grande quanto una casa, preceduta da mazzieri e gonfalonieri e catapani che suonavano i tamburi, andava a prendere l’intendente, il quale doveva farsi trovare sul portone: al senatore più giovane toccava mettere il piede sulla predella, in atto di scendere; ma allora il rappresentante del governo doveva avanzarsi con le braccia distese, per impedirgli di toccar terra. Erano le prerogative della città”. (“I Viceré”, Federico De Roberto) Per quanto mi riguarda non sono andato a presenziare né all’una né tanto meno all’altra, anche perché, ne sono certo, m’avrebbe preso quel certo non so che sopraventrale, come se la possessione cui ormai sono rassegnato, si manifestasse ora con esiti inattesi, rigurgiti improvvisi ed incontrollati. Mi sono astenuto, dunque, per una volta felice di non poter esercitare la prossima domenica il mio diritto di voto (non sono residente ed ho optato per non spendere cinquecento Euro d’aereo per apporre la fatidica crocetta alle Europee). Ma, vivendo qui da tre lustri, la mia condizione forestiera non è così universalmente nota, non impedendo che divenissi oggetto delle brame concupiscenti di questo o quel candidato, di norma bravi cittadini impegnati e coerenti che, dopo aver consacrato la sublime condizione dell’umana natura monogastrica, venerando salsicce ed ossobuchi in un incontro coi macellai, poco dopo si affrettano a ribadire l’importanza d’una sana dieta priva di cadaveri animali nella kermesse organizzata coi vegetariani. A questo punto, non vi fosse stata l’impellente necessità che mi fermi in casa per tutta la domenica a concepire elaborati e relazioni per la chiusura dell’anno scolastico, mi toccherà pure rinviare alla prossima domenica la fuga urbana a Firenze per vedere il Giardino degli Iris ed una mostra di Pollock, un ottimo scenario che mi concederò per allontanare la delusione di non votare alle europee, ma anche una buona scusa per starmene al riparo dalle ultime schermaglie della “democrazia” locale. A proposito, sentitevi questa!

Se trentasei vi sembran pochi!

Tra un paio di giorni saranno trascorsi trentasei anni dall’assassinio per mano mafiosa di Peppino Impastato. Trentasei anni sono tanti. Prima di allora ce n’erano state di vittime della mafia, e dopo ne sarebbero venute ancora troppe. Eppure capita che proprio lui sia diventato un simbolo della violenza mafiosa, forse la vittima più nota e, scusate se mi permetto, non credo proprio sia merito di un film o di una canzone di successo ad averlo consentito, semmai è viceversa vero che il successo di quelle operazioni sia dovuto proprio alla “emblematicità” della figura di Peppino Impastato. Personalmente sono convinto che operazioni mediatiche di questo tipo (film e canzoni, intendo) siano inappropriate, ma è un giudizio personale che, in quanto tale, lascia il tempo che trova. DialettichePiuttosto troverei utile riflettere sulla capacità della figura di Peppino di rimanere così vivo nella memoria di un paese che assai poco propenso a ricordare. Così ci provo anch’io, senza pretese di verità assoluta. Quando Peppino fu ucciso ero un ragazzetto che guardava con interesse – senza capirci molto, in verità, e non è detto che dopo abbia capito molto di più – a quel fermento politico che animava le strade di quegli anni. Sapete cosa mi colpiva? Il fatto che l’altra informazione viaggiasse con modalità inedite e faticose, ma se ne avvertiva la presenza oltre la televisione, la radio, i giornali, ed era incredibilmente rapida. Talune notizie, condite di analisi, valutazioni, dichiarazioni di intenti, avevano la forma di manifesti (i dazebau di memoria cinese) scritti a mano, ciclostili… le dita ancora unte d’inchiostro di chi li distribuiva testimoniavano di un lavoro titanico. Preparare un ciclostile era, infatti, impresa non da poco. Bisognava andarsene in un’assemblea, discutere, ed a lungo, su cosa scrivere (non si sbarrava una casellina virtuale con un click del mouse sull’opzione che concedeva il guru di turno, per intenderci); poi si prendeva il testo scritto a mano, si decriptava, si incideva la matrice con una macchina da scrivere (un tasto ogni tanto, per non sbagliare, che le matrici costavano), questa si montava sul vecchio Gestetner che dichiarava di stampare non so quante copie al minuto col suo motorino elettrico, ma si faceva girare a manovella perché se si avviava in automatico si rischiava di inceppare tutto, distruggere la matrice, inondare tutto di inchiostro e bisognava ricominciare. Siccome l’operazione richiedeva tempo, allora si mangiare sul posto, di norma uova sode su cui si lasciavano le impronte digitali per le dita sporche. Insomma, che Peppino l’aveva ammazzato la mafia si sapeva così, con quel tam tam, ancorché la televisione ne avesse appena farfugliato la notizia come di un suicidio, un attentato fallito, in calce alle cronache del coincidente assassinio di Moro. E si seppe a caldo, parecchi lustri prima che la verità giuridica fosse accertata per la caparbia determinazione della famiglia e degli amici di Peppino, e del CSD. Bene, ma ritornando alla domanda iniziale, perché Peppino è ancora così vivo nella nostra memoria, perché non sono riusciti davvero ad ammazzarlo? Semplicemente perché sovverte il paradigma che dal puzzo acre della decomposizione delle viscere del mostro non possa nascere nulla, ed invece è proprio da lì che è venuto Peppino, Peppino che è morto perché usava la ricerca della bellezza contro l’orrore, l’eleganza della poesia contro la barbarie di linguaggi regrediti ed osceni, l’ironia contro la sopraffazione, Peppino che ci ha mostrato il re nel suo vestito nuovo, dunque, nudo.

 

La coniugazione di un verbo!

In un giorno come questo, mi viene da chiedermi (e chiedervi, eventualmente aveste voglia di rispondere) che significato dovrebbe avere, oggi, Resistere, questo verbo così poco contingentemente declinato. Basterà a dargli spessore d’attualità cantare Bella Ciao dietro una processione di banda del paese, deporre una corona di fiori alla lapide d’una strage nazi-fascista, rincorrere l’ultimo partigiano per cercare di carpirgli verità che scivolano tra denti imperfetti? Beh, premetto che queste cose ed altre assonanti me le tengo ben strette, non foss’altro perché ogni 25 Aprile mattina, appena sveglio, come tutti gli altri giorni dell’anno mi rado, ma in più canticchio Fischia il vento (ciao Roberto!), giacché se provo ad esibirmi in qualche motivetto più moderno, mi taglio,.così poi urla anche la bufera. Il punto è che, oggi, non c’è un potere da abbattere, poiché se questo crollasse rovinosamente, le sue macerie ci finirebbero addosso, sorprendendoci magari ad intonare una versione acida ed imperfetta di “Siamo i ribelli della montagna”I ribelli della montagna. Ecco, m’è venuta questa cosa in mente: resistere oggi non vuol dire opporsi al potere precostituito, di cui, chi più chi meno, ci sentiamo vittime predestinate, ma piuttosto renderlo inutile (autoreferenziale forse lo è già), la parodia di se stesso. Ora, giacché il potere in quanto tale, si manifesta in quanto esiste una dialettica serrata alto-basso, vertice-base, giacché è ormai opinione diffusa che questo annida nei santuari dell’economia, della merce per la merce, allora, ribaltiamo il problema, costruiamo un manuale di resistenza civile, ovvero, di comportamenti resistenti. Me ne vengono in mente alcuni, ma chissà quanti ne verranno a mente a voi. Per esempio (per favore, non scambiatelo per volontariato, nulla contro, ma è altra cosa quella che vi propongo), io faccio l’insegnante, posso dare lezioni private, riuscirei meglio di un genitore non avvezzo all’insegnamento che fa fare i compiti ai figli. Poi mi faccio pagare, non in Euro, ve ne prego… ti ho regalato una o due ore del mio tempo, ti ho fatto tirare un sospiro di sollievo, mi riprometto pure di fare altrettanto non appena posso, ma tu, vecchio bacucco, prendi un po’ del tuo di tempo e porti tua figlia/tuo figlio in biblioteca, gli prendi un libro e gli dici che non avrà indietro il suo videogioco sinché non l’avrà finito, altrimenti la prossima lezione a Euro zero te la scordi. Che ne so, devo comprare la verdura o le uova? Anziché andarmene al centro commerciale, mi trovo un bel libro che ho già letto e alla cui proprietà posso rinunciare, mi cerco un contadino che mi fornisce quello che mi serve e gli lascio da leggere quella cosa, poi, dopo aver pagato le derrate, gli dico che tornerò da lui se mi racconterà cosa c’è scritto in quelle pagine. Oppure, fai il ciabattino, risuoli gratis un paio di scarpe ed imponi come pagamento che il tipo o la tipa se ne vada al teatro o alla mostra di Pinco Pallo e che si fermi a scambiare qualche chiacchiera con l’artista. Un ultimo suggerimento, che poi devo scappare a sentire la banda che suona Bella ciao. Sapete che nelle città ci sono quei migranti che vendono occhiali di plastica, cappellini di petrolio, perline colorate, voi fingete di prestare attenzione alla mercanzia, poi chiedetegli il suo nome e pagategli una storia del suo paese, una qualsiasi, una di quelle che la mamma o il nonno gli raccontavano quand’era bambino. Quindi correte a casa e trascrivetela così che resti a futura memoria e fatela circolare come vi pare. State pur certi che il tipo delle perline colorate, se vi riconoscerà in mezzo al traffico avrà per voi in serbo un altro di racconto, e se non ce l’ha bello e pronto se ne procurerà uno all’uopo. Immaginate che queste ed altre cose così si facessero in tanti, allora si costruirebbe quella rete articolata di condivisioni, un Complexus (Edgard Morin), un sistema di relazioni orizzontali tale che, se poi il potere comincia a digrignare i denti, basterà seppellirlo con la risata definitiva delle moltitudini. Potrebbe non bastare, ma da qualche parte bisogna pure cominciare. Adesso vado via davvero che sento la banda. Buona Resistenza miei cari!

La determinazione di Ulisse

Allora, ormai è definitivo, non avrò l’aumento a maggio. Le ottanta Euro a me non le danno, pare sia troppo ricco. E del resto, che mi lamento a fare, ne ho avuto uno di recente, di aumento intendo, nel 2007. Diciamo che riflettevo con attenzione su questa ed altre cose giusto un paio di giorni fa, mentre, in classe, vigilavo su studenti silenziosi ed impegnati a svolgere il compito in classe. Il movimento sospetto, lì in fondo, era inequivocabile, l’aggiramento delle regole era ormai lampante, me ne sarei accorto anche avessi dato le spalle ai fatti. A quel punto mi sarei dovuto alzare, interpretare il ruolo statutario ed istituzionale dell’insegnante adirato per quella insopportabile violazione del patto di fiducia non scritto tra docente e discente, ritirare il compito, prendere provvedimenti. Ed invece non l’ho fato. Oh, non vi preoccupate, sono ancora in tempo, mi basterà, tra qualche giorno, chiedere agli interessati di ripetere la prova alla lavagna, e coglierli nella loro impreparazione, cosa di cui sono abbondantemente a conoscenza. Lo farò? Perché non l’ho fatto subito? Dettagli ed orizzonti sul Mar d'Africa2013-06-29Lasciate che vi spieghi. Questa cosa ha inizio quando, appena adolescente, finii in un liceo. La questione è che, per censo, io al massimo avrei potuto aspirare ad un istituto nautico. Lì, tra quella gente bene, ero inappropriato, fuori luogo. Mi capitò, dunque, il posto al primo banco, quello che si riserva ai reietti, con accanto il più antipatico della classe, che, con spirito ecumenico, mi ritrovai a sopportare per i cinque anni successivi. Ora, dovete sapere che il tale, le cui qualità intellettive non s’erano mai viste, era tuttavia di una scaltrezza da narrazione omerica, incarnava in sé la natura più profonda dello spirito italico. Appoggiandosi a dette qualità, dotato di perizie elevatissime, egli riuscì a conseguire la maturità con buon profitto. Non so come facesse (qualche sospetto ce l’ho, ma non ne ho le prove), ma anticipava le interrogazioni buttando giù a memoria risposte a domande che sembrava già conoscere; riusciva a copiare ogni prova scritta con sorprendente abilità. Praticamente era in grado di tirar fuori, da consumato prestigiatore e dai luoghi più improbabili, temi svolti, espressioni latine e formulari di geometria analitica, lasciando di stucco chiunque. Aveva anche scoperto, forse imbeccato, che la nostra insegnante di italiano, una donna corpulenta e dai capelli crespi, che vestiva desueti abiti lanuginosi dai colori pastello, spiegava, ripetendolo pedissequamente, il racconto critico di un’antologia non in adozione. Avendo individuato il testo ed essendoselo procurato, quando bisognava svolgere il tema di letteratura, il vecchio compagno di banco, compattava il testo in pizzini microscopici, che poi ricopiava sul foglio da consegnare per il risultato finale che mai scendeva sotto il massimo dei voti. Oh… intendiamoci, io non è che avessi voti bassi, tuttavia faticavo a guadagnarmeli e al più, la vecchia prof. per diligente adesione a crepuscoli gentiliani, sottolineava la non adeguatezza dei contenuti delle mie produzioni, che non potevo permettermi di sostenere certe cose, che non eravamo né al bar, né in piazza, tanto meno nelle sezioni di certi partiti cui non faceva esplicito riferimento, pur tuttavia ne apprezzava la forma, la costruzione della frase ecc. ecc. Comunque, stanco di ciò, ed avendo appreso le sacre tecniche della riduzione a dimensioni infinitesimali di pagine intere di critica letteraria, trascorsi il pomeriggio prima della prevista verifica a ricopiare, da un’illustre critica letteraria, una sintesi della poetica leopardiana. Dopo la verifica, tornai a casa come se avessi rubato la morfina ad un malato terminale. Quando mi fu reso il lavoro, sul foglio era stampigliato un 2 con note a margine, in cui si evidenziava l’assoluta incoerenza dei contenuti, e per il resto trama e ordito della narrazione erano stati demoliti senza appello. Lui, invece, fianco a me, si rigirava tra le dita il suo 9 da incorniciare. Non sto qui a ricordare come sostenne scritti brillanti alla maturità, ci arrivate da soli, sappiate solo che riuscì ad occultare in ogni anfratto d’un ricercato abbigliamento chili e chili di carta, Di tanto in tanto lo incontravo in quell’altra città dove studiavamo per la laurea, intento a frequentare ambienti assai dissimili dai miei sacchi a pelo di facoltà occupate e che credo ebbero un ruolo nell’assicurargli l’ambito titolo. Poi, per anni, non ci siamo più visti. Poco tempo fa, lo rividi in una di quelle cose tristi che si organizzano tra vecchi compagni di scuola per ricordare bei tempi andati, ed a cui partecipai quell’estate solo per non vanificare lo sforzo perpetrato dall’organizzatore nel rintracciarmi. Qualcosa di lui sapevo, pur se non vivevo più da quelle parti e da diversi anni; che era un affermato professionista, politicamente impegnato, che aveva ricoperto importanti incarichi… Beh, dopo l’amena giornata trascorsa tutti insieme (c’è da dire che, forse in virtù della sua posizione, aveva riguadagnato parecchio credito tra i vecchi compagni di scuola), volle invitarmi a bere qualcosa nella sua villa al mare. Così mi fece conoscere la bella moglie, cercando di farmi ricordare chi fosse (io annuivo come ci fosse riuscito, ma non avevo la più pallida idea di cosa stesse dicendo) rivendicandone le parentele con questo o quello, mentre lei annuiva sorridendo con soddisfazione alle parole del marito, mostrando carattere ed autonomia di pensiero. Parlò a lei di me, esaltando il nostro antco rapporto di amicizia e sussurrando infine, con sorriso di affettuoso rammarico, che purtroppo avevo anche fatto delle scelte sbagliate nella vita. Quindi ci salutammo con la promessa – che non manterrò – di incontrarci ancora. Ora, fra un paio di giorni dovrò dire a questi ragazzi, dimostrando di essermene accorto, che hanno copiato il compito di matematica. E così facendo li inibirò dall’affinare scaltre attitudini; parlerò loro del valore dell’onestà e, in definitiva li inviterò a riflettere sul significato più profondo del rispetto delle regole come fondamento della convivenza civile. Nel frattempo lo ricorderò a me stesso, tanto, passassero altri sette anni, l’aumento me lo danno.