Vite in cambio

Non è per me consueto parlare di un libro in questo spazio. Ma talvolta le storie sono talmente belle e profonde che non ci si può sottrarre. Di più, se ormai da anni ho dismesso di praticare i saggi storici, riscoprirne uno che è capace di suggerire soluzioni narrative proprie di un grande romanzo è assai difficile. Dunque, “Vite in cambio”, di Santino Gallorini, ha queste caratteristiche. E’ un libro scritto bene, che si legge con grande facilità, e veicola ottimamente le vicende legate a Gianni Mineo, partigiano e pugile siciliano, che dalla sua Bagheria si ritrova ad operare come spia dei repubblichini prima, quindi come controspia dei partigiani. Erano anni di barbarie oltre ogni immaginazione, e lo scenario delle vicende narrate da Gallorini è quello delle stragi naziste: Vallucciole, Partina, Civitella… invito libro Gallorini.Centinaia di morti immolati ad un desiderio di sterminio che è parte arcaica e mai sopita di umanità represse. Mineo si muove con i tratti dell’eroe, ma il suo eroismo risponde a desideri di disseppellimento di quell’umanità sepolta dagli orrori di una guerra folle, folle come ogni guerra. Non indugia nella ricerca di allori, medaglie, prestigi personali e politici, riconoscimenti. Egli agisce da uomo, mostrando proprio nella normalità delle sue scelte la cifra più alta del suo eroismo. Opera perché la pulsione più forte che sembra muovere ogni suo gesto è proprio il rifiuto connaturato della violenza. Eppure le sue scelte non sono affatto scontate, giacché gli imprinting che l’immaginario collettivo sembra avergli cucito addosso sono ben altri. Conosce assai presto gli orrori della violenza, allorché il padre sparisce per “lupara bianca” in una Sicilia ancora (o forse già) senza leggi. Quando si arruola come carrista nell’esercito, lo fa quasi volesse esorcizzare l’individualismo del clima culturale e sociale dominante nella sua epoca, e lo fa perché non è disposto a pensare solo ad un “sé” assoluto. Dimostra, dunque, il suo profondo distacco da quel “sé” in ogni istante che seguirà a quella scelta, quando comprenderà che altri necessitano di lui, della sua forza, di quel caparbio attaccamento alla vita sua e degli altri, e di quella sua virtù di persuasione che ce l’ha restituito, dopo oltre settant’anni di inspiegabile oblio, come un punto di riferimento “culturale”. Il suo modus operandi è quello di un continuo rimettere in discussione il paradigma secondo cui l’uomo sia una sorta di monade irredimibile rispetto agli insegnamenti ricevuti, rispetto al sistema di valori cui è stato destinato. Quanto sembra distante quel personaggio che ricerca, come per rispondere ad un istinto primordiale lontano da ogni condizionamento, la vita, che rifiuta la guerra ed ogni beneficio la propria condizione contingente possa offrirgli, da certe devianze opportunistiche di questi nostri tempi. L’atto definitivo che ce lo restituisce “storico” è quel mettere a repentaglio la sua stessa vita per salvare oltre duecento persone rinchiuse in una chiesa dai nazisti, pronte ad essere immolate sull’altare dell’ennesima rappresaglia: duecento persone in cambio di una, quella di un ufficiale tedesco. Il colonnello era stato fatto prigioniero da un gruppo di slavi riusciti a fuggire dagli orrori del non lontano campo di concentramento di Renicci, vergogna questa tutta italiana che ha mietuto 159 vittime. In un rincorrersi di rocamboleschi eventi, Mineo ed il suo compagno d’avventura, il partigiano Rosadi, trattano con gli slavi, liberano l’ufficiale tedesco e consentono il rilascio di quegli innocenti pronti ad essere sacrificati in nome e per conto della superiorità razziale. E poi il gesto più “folle” di tutti: Mineo non sfila quale eroe, non ha scalpi nemici da esporre, non mette in mostra lustrini e tessere, non si fa trovare pronto ad essere portato in meritato trionfo. Mineo letteralmente svanisce, recando gelosamente i suoi diari e la sua storia con sé, spiazzando il sacro convincimento del “nulla per nulla”. Un ringraziamento allora anche a Santino Gallorini, che con impegno pervicace nel ricostruire e raccontare i fatti di “Vite in cambio” è riuscito a darci prove significative circa la possibilità di ribaltare rapporti di forza sproporzionati, paradigmi granitici, che negano la possibilità che si possa riconquistare un’umanità perduta, svenduta al peggiore offerente. Con Gallorini e del suo Vite in cambio si parlerà a Bibbiena, il 13 febbraio (vi allego l’invito nell’immagine a corredo di questo post, per chi si trovasse non troppo lontano ed abbia voglia di ascoltare una storia “bella”).
E per chi volesse saperne di più, eccovi qualche indirizzo. Buon tutto miei cari!
Gianni Mineo e Giuseppe Rosadi – Gli EROI dei “giorni della Chiassa”
La Freccia Verde

Punti zero e dentizioni!

Mi sono concesso un lungo periodo di latitanza da queste pagine. Ed anche da quelle dei miei amici blogger (verrò a trovarvi più spesso nei giorni a venire, adesso ne ho la facoltà, soprattutto mentale). Anche il mio computer sembra stia per tirare le cuoia. Poi il trasloco, il lavoro che tende ad essere presente anche quando farebbe meglio a starsene un po’ tranquillo, e soprattutto quello che vi ho raccontato nel post precedente. Scorcio Bibbiena2009-06-01Una fatica… Mi sembra ieri che se ne parlava ancora in via ipotetica sulla terrazza del vecchio Aldo Palazzolo, questa estate, con la visione di Ortigia dappertutto, e lo scirocco del tramonto che – senza fare troppi sforzi, a dire il vero, visti i soggetti – si oppone a movimenti muscolari eccessivi. “Ma chi te lo fa fare”, mi diceva. Come se volesse convincere soprattutto se stesso che non ne valeva la pena, sapendo entrambi che in realtà la cosa l’avremmo fatta: lui mi avrebbe portato la sua mostra, ed io sarei andato avanti perché, in un modo o nell’altro, si deve dare un senso compiuto al nostro stare su questa terra. E chi se ne importa se questo senso spesso lo condividiamo in tre o quattro. Così, e chi l’avrebbe detto, alla fine BEA (Bibbiena Editoria Arte, sempre quella del post precedente) è nata, con le contraddizioni dei giovani, le dolorose conquiste della dentizione. Piano piano ha preso corpo, superando diffidenze antiche, quelle che certe cittadelle ritenute inespugnabili ed assai poco popolari nell’immaginario collettivo, come quelle della cultura e dell’arte, si portano dietro. Alla fine si è conclusa oltre il “punto zero” della prima prova sperimentale.
Ogni momento è stato occasione di incontri e discussioni intorno a fotografia, arte, esposizioni, eventi, poesia e tutto quanto la fantasia è riuscita ad inventare con leggerezza, ironia, gioia e voglia di vivere. Vuol dire che attorno ai luoghi di una storia importante, si cerca ancora la parola, la trasmissione di esperienze, la quiete dell’ascoltare senza doversi preparare alla guerra quotidiana contro l’avanzata dell’inciviltà dei tempi. I moderni barbari non sono lanzichenecchi, ma menti raffinate, con una devastante potenza di fuoco. Inutile girarci attorno, si è provato a costruire l’antidoto alla mediocrità di chi non ama il sapere, la conoscenza, lo studio, la riflessione, lo spirito critico. Si è voluto stabilire un contatto per dare fisicità a pagine scritte e idee per un pubblico che abbia disponibilità a confrontarsi, a misurarsi con la complessità della vita e di un mondo sempre più indecifrabile, a mettersi in discussione, a rimodellare il suo punto di vista con l’esperienza del vissuto. La cultura che ancora una volta si oppone, può essere l’occasione per quelli che credono che la libertà, la conoscenza, sono cose ben più importanti dell’accontentarsi del giudizio di stomaco che viene fuori ogni qualvolta un’idea minacci privilegi e tornaconti. Oltre ai racconti che si dispiegano nel mondo, volevamo uno specchio che riflettesse le nostre rughe e i nostri tic. Uno specchio parlante che ci descrivesse nei particolari per continuare a volerci bene. Nonostante i tempi, e nonostante noi…
Adesso non rimane che ripartire, già da domani, sapendo che non sarà più una ipotesi sperimentale quella che ci toccherà, ma qualcosa che ha acquisito la concretezza e i respiri ampi di nuove conoscenze e nuovi canali di comunicazione. Sappiamo che per questo sarà tutto più semplice perché più difficile, a questo punto, sarà rinunciare a provarci ancora, giacché è ormai chiaro che sono diverse le strade che si sono incrociate, e tante quelle che intendono proseguire insieme (anche le vostre, se vi va). :-)

Il tempio ed i mercanti

Se dovessi estrapolare dall’aforismario delle cose più celebri di questo scorcio di millennio una frase significativa, direi che non vi sarebbero dubbi circa la validità esplicativa dell’efficacissima “con la cultura non si mangia”. Mi parve, allorché ne sentii il pronunciare sicuro, che fosse un’enormità, tirai un sospiro di sollievo, dunque, quando ciò determinò una collettiva ed indignata levata di scudi. dettagli e orizzonti25Tuttavia, il felicitarmi per questa critica civile alla pochezza di certe affermazioni, ebbe durata effimera. Si, perché, se mentre l’aire polemico apparteneva ad una prospettiva, per usare un eufemismo, analfabetizzante, la risposta non vi si contrapponeva così come ci si attendeva, almeno in una valutazione più pacata. Perché è troppo facile affermare che dalla cultura, dall’arte, dai beni culturali e dal paesaggio in quanto beni comuni, si possa ricavare beneficio economico, ma se si riduce a questo la loro essenza, in pratica si finisce con il porre la questione esattamente nel senso imposto dalla boutade iniziale. E già, perché il valore della cultura non è economico, quello, semmai può essere considerato un positivo effetto collaterale. Contrapporre ad una logica economicista una roba simile, vuol dire sostanzialmente lasciare immutato il paradigma, ed attribuire a qualsivoglia bene comune una sua utilità in quanto esclusivamente collegato alla sua natura di merce, al proprio valore di scambio. Eppure, persino nella nostra Carta Costituzionale, che certo a tratti appare visionaria e modernissima, all’art. 9 si fa esplicito riferimento alla cultura, ai beni culturali, come cose da promuovere e tutelare, ma non v’è cenno al guadagno che ciò determinerebbe. Per quanto mi riguarda, penso che esista una precisa correlazione tra cultura e conoscenza, e giacché questa è fondamento essenziale per sviluppare la partecipazione civile, sociale e politica ed interagire quindi dialetticamente con le istituzioni, se si derubrica la cultura a bene esclusivamente mercificabile, allora questa smette di svolgere la propria funzione pedagogica e diviene l’ennesima merce per la merce, soggetta alle turbolenze dei mercati come lo spread o i derivati. Per carità, non vorrei essere frainteso, non ci trovo niente di male che qualcuno tragga vantaggio economico dalla cultura, anzi, se questo aiuta a migliorare la qualità della vita, ben venga; ma se questo vantaggio dovesse, per una qualche ragione di fluttuazione di interessi mercantili, venir meno, allora che si fa, si smette con la cultura? Ma esiste un altra questione che mi sembra dirimente: chi è che stabilisce cosa è cultura e cosa non lo è? Se il parametro di valutazione cui ci si rivolge è la sua capacità di produrre ricchezza, allora ogni ipotesi di e-versione degli standard di marketing culturale non può che essere abortita, marginalizzata, declassata. Ogni nuova manifestazione visionaria, come in passato ebbero Michelangelo o Leonardo, Caravaggio e Dante, ma anche Mondrian e Picasso, non sarebbe seriamente presa in considerazione, giacché non se ne conosce l’esito mercantile. Non ne esiste lo studio prospettico di penetrazione nei gusti, non si può fare un marketing a scatola chiusa, dunque non si può veicolare. Ne consegue che offrire nuovi punti di osservazione della realtà, quindi produrre nuova conoscenza – coscienza con, partecipazione – non è né utile né auspicabile. Ogni deviazione visionaria, ogni nuovo punto di vista bio-neuro-diverso, diventa inevitabilmente perdita di tempo ed energie, e si produce la deriva genetica dell’omologazione, la semplificazione mortale, lo slogan surrogato del ragionamento, il tweet come de profundis dell’analisi, il “che bello” in luogo del “cerco la bellezza”, il “non capisco ma mi adeguo”!

De profundis per il tempo che fu!

Non mi piacciono i necrologi, ma questa volta non si tratta semplicemente di commemorare una persona scomparsa, piuttosto tocca recitare il De profundis per un tempo che è fuggito, e tocca pure lasciare la porta aperta, Dio non volesse che, per improvviso – ma improbabile – ripensamento, si pentisse e tornasse indietro. E i nostri sensi obnubilatii, orfani di questa “fuitina” di massa ben orchestrata, come si direbbe dalle mie parti, ne sono stati curiosamente edotti, come risvegliati bruscamente da improvviso secolare torpore, dalla scomparsa di quello che è forse l’ultimo dei grandi: Gabriel Garcia Marquez. Ops Ora, di primo acchitto, confesso che mi verrebbe di costruire possenti impalcature d’aggettivi per descrivere l’opera letteraria di questo straordinario interprete del suo tempo. Poi ci ripenso e, dopo un bagno d’umiltà, ammetto l’inadeguatezza di chi non è stato avvezzo a studi umanistici, essendomi offerto al massimo qualche lettura interessante e per il resto solo immersioni tra gli articolati delle scienze pure. Però, con Marquez, non va via solo uno scrittore tra i più grandi di sempre, si chiude proprio un’epoca, quella in cui scrivere un bel libro, dipingere un quadro, o comporre una musica, poteva cambiare il destino di interi popoli. Egli stesso amava dire che scrivere dei buoni libri era la cosa migliore per scardinare la dittatura di Pinochet Ed in effetti, a ben vedere, quel mettere nero su bianco l’intensità emotiva della sua arte, produsse effetti liberatori più di qualunque pressione internazionale (sempre ammesso che vi sia stata), persino più delle barricate, della guerriglia, delle rivolte di fiumi umani che sfociavano in laghi di sangue. Si disse che da lì non si sarebbe tornati indietro, ed un pezzo di quella ineluttabilità si doveva al genio di scrittori come Brecht, Sartre, Gabriel Garcia Marquez. Eppure, mentre ne salutiamo l’ultimo viaggio, lentamente prendiamo atto che quell’arma formidabile, oggi, non può più sparare, ed anche lo facesse, sarebbe a salve, non farebbe male. È questo che è successo. Se anche oggi, domani, tra qualche giorno, nascessero i più ispirati battitori di dita su una tastiera, e che dalla loro ispirazione sortissero come un fiume in piena capolavori assoluti, in grado di ricordarci cosa vuol dire essere liberi, partecipare, rimanere umani, in pochi se ne avvedrebbero. E le grandi conquiste di democrazia e libertà che l’arte e la scrittura hanno anticipato e catalizzato, cederanno nuovamente il posto alla deportazione di massa di interi popoli, alla barbarie della guerra per il profitto e il potere, procederanno sino a un punto di non ritorno sotto gli occhi distratti dei più, povere marionette concentrate sulle proprie miserie contingenti, sui propri giochini. Non c’è consolazione nel dire che l’opera di Marquez sopravviverà alla sua morte, giacché è facile supporre che non sia vero. Mi sarebbe piaciuto che tanti che ne celebrano l’opera oggi, a due minuti dalla sua morte, avessero taciuto, colti da improvviso pudore. I protagonisti della destrutturazione della memoria e della cultura, finiranno per cancellarne il ricordo, come è stato progressivamente cancellato il ricordo della Resistenza, della Shoa, degli eccidi di mafia… E guai a chi invece manterrà la consapevolezza della storia poiché urlerà tra sordi e verrà sbeffeggiato, poiché vivrà i suoi “Cent’anni di solitudine”.

L’ecumene della bellezza

Il mondo è un ecumene, un unicum in cui donne e uomini si incontrano per millenni, percorrendo le innumerevoli strade evolutive delle culture. Le frontiere sono la follia burocratica di perverse difese ad oltranza di interessi parziali. Sono nella testa prima che nei luoghi e nel DNA. Le grandi civiltà sono nate lungo le grandi vie, la Via della Seta che unisce Oriente ed Occidente, come quella dei giganteschi traffici del Mediterraneo sin dai tempi di Fenici ed Egizi. Ma c’è sempre il ricordo del punto di partenza, il luogo che si è abbandonato per ricercarne di nuovi, per desiderio di scoperta, o perché costretti a fuggire. Ho trovato una poesia di quello che viene considerato il Dante del mondo Arabo, una poesia che è ricordo toccante della propria patria (ve la lascio in fondo). Solo che quella patria non è, come la vulgata potrebbe immaginare, la Libia o l’Arabia o la Siria, bensì la Sicilia. Già, perché Ibn Hamdis nasce a Siracusa (per qualcuno a Noto nel 1056), comunque in terre d’approdo di nuovi migranti, e dopo aver combattuto per la sua patria, minacciata dai cattolicissimi Normanni (altro che liberatori in una terra che già l’Amari nell’800 definiva per metà Araba e per l’altra Greco-ortodossa), fu costretto ad un doloroso esilio nei sultanati di Spagna. Il ricordo va subito ad un altro grande esiliato, Dante Alighieri, che seppe tradurre il proprio amore per la natia terra lontana in indimenticabili componimenti poetici. Ma c’è dell’altro – sono un biologo, non un umanista, vado a tentoni -. Poco distante da dove ebbe i natali Ibn Hamdis, nasce, circa mezzo secolo dopo (un’inezia, in tempi senza internet, stampa o TV), tal Jacopo Notaro da Lentini, considerato tra i primi, se non il primo, scrittore “in lingua italiana”. Se siete curiosi, cercate in rete o – sarebbe preferibile – in libreria, taluni componimenti poetici di questi due “siciliani” e concentratevi su quegli inni alla vita, le elegie dell’amore, preludio all’”amor cortese”, per scoprirvi tali elementi comuni ed inediti (richiami a certe cose di Saffo?) da lasciare più di qualche sospetto in merito a probabili contaminazioni. I due avrebbero potuto respirare la stessa aria, precursori di culture di mondi oggi ritenuti – è ciò che è grottesco – antipodici, e per tal ragione meritevoli di “reciproci respingimenti”, non accoglienza, non riconoscimento dell’altro che in realtà non è tale. Ah… dimenticavo, già che ci siamo vi lascio anche una canzone, una cosa Siculo-Araba che come la poesia che segue mi ricorda quanto si possa costruire bellezza ed armonia se solo ci si guarda negli occhi con la sola pretesa di farlo.dettagli e orizzonti32
LA TERRA DEGLI AVI
Ah, da nuvola folgoreggiante in patria
brillò lieve un lampo, leggero come il saluto
che una mano accenna con la punta delle dita!
(Esso) fece sgorgare | da occhi insonni lacrime nascoste, e li illuminò di luce
benché fosse notte scura
Oh, meravigliosa visita!
Apparve l’immagine a (visitare) palpebre che,
quando mi rinvenni, ritenevano ancora l’illusione…
Soggiorno in Saqi Ahra,
al confine di un deserto arido e brullo
vicino ad un lembo di terra schiaffeggiato dal vento,
quando soffia umido e freddo.
Mi giunge un soffio dell’odore del muschio, dal deserto; a chi volesse avventurarsi
in questi orridi luoghi sono (da superare)
un immenso mare e vaste pianure
Con l’aurora le tenebre si rivestono di luce,
come si riveste di sudore, per la lunga corsa,
il petto di un morello
Sospiro di nostalgia per la mia terra,
nella cui polvere si son consunte le membra
e le ossa dei miei,
come sospira verso casa, avendo smarrito la strada,
un vecchio cammello sfinito,
impacciato dalle tenebre.
Già è svanito dalle mie mani
il fiore dell’amor giovanile,
ma la bocca è piena del suo ricordo.

Estreme inconsapevolezze

Che posto meraviglioso l’Italia. Quello che non ho mai capito – che volete, ho sempre dei pensieri semplici – è perché non abbia mai il coraggio di guardarsi allo specchio e, finalmente, accettare tale evidenza al cospetto del mondo. Quello di cui non mi capacito è per quale ragione questa cosa ci dia così immenso fastidio da procurarci l’orticaria. Quello che mi sfugge è perché non riusciamo ad ammetterlo, innanzitutto a noi stessi. Quello che non comprendo è per quale ragione oscura esprimiamo di noi solo il lato oscuro, quello che, in definitiva, finisce per dipingerci (e non senza una qualche ragione) come gangster, corrotti e corruttori. Quando qualche anno fa, in visita ufficiale, un presidente algerino (non me ne ricordo il nome) si presentò qui da noi portandoci i saluti della terra di Agostino d’Ippona, in pochi hanno rimarcato quel gesto di straordinaria lucidità che avrebbe al contrario dovuto riempirci d’orgoglio, giacché, indirettamente, rendeva omaggio alla nostra storia, alla nostra cultura, cui il mondo intero ha contribuito. Mi viene in mente che l’esatto contraltare di quel magnifico gesto di fratellanza si ritrovi in certe baracconate con cui abbiamo accolto dittatori della peggior risma e nelle esternazioni assai poco edificanti circa le inappropriate proporzioni dei deretani di colleghe straniere cui si sono lasciati andare taluni nostri vertici istituzionali. Certo, accettare l’idea che uno dei padri della Chiesa abbia trasmesso messaggi epocali (lo dico ponendomi al di sopra d’ogni sospetto non essendo io stesso credente) da quella costa da cui partono migliaia di disperati alla ricerca di miglior vita (e che respingiamo senza troppi complimenti), è assai meno tranquillizzante dell’ammettere che la cristianità che difendiamo ha tra le sue icone l’immagine d’un Cristo che non rassomiglia certo ad un giovane Arafat (cosa invece assai probabile, se non altro per provenienza geografica), ma piuttosto possiede i lineamenti gentili e rasserenanti d’un vichingo. Del resto, basta sfogliare le nostre antologie scolastiche per trovare, tra indubbi capolavori, poesiole untuose, anzicché la ricchezza di quella meravigliosa e dimenticata produzione letteraria ed artistica di cui siamo stati capaci per millenni, ancorché sotto mentite spoglie. Mi viene in mente, per esempio, la potenza lirica di un poeta siracusano, Ibn Hamdis, tra i più grandi di sempre in lingua araba, che ha lasciato opere di tale intensità da non poter essere ignorate dai posteri. Poi, a poca distanza temporale e geografica, un tale di nome Giacomo da Lentini, riprendeva quei temi poetici e struggenti, per riproporli, praticamente per primo, in una strana lingua, un idioma sin lì sconosciuto alla letteratura e che sarebbe divenuta a stretto giro di posta la lingua di Dante. Chissà se un certo “ex” europarlamentare – che non cito perché sono persona assai poco avvezza a dare troppo risalto a taluni personaggi -, strenue difensore della identità nazionale, della lingua e della cristianità è stato informato di dette circostanze e d’altre ancora che costituirebbero formidabile elenco a testimonianza di ciò che siamo: un paese meraviglioso, perché organicamete, culturalmente, geneticamente “bastardo dentro”.

Una faccia

Elogio dell’esuberanza

Volevo parlarvi di un libro (“Elogio dell’esuberanza e altri pensieri in libertà”, Ed. EMI, Bologna 2012) e del mio amico che l’ha scritto, Christoph Baker, uomo eclettico e di origine globale, musicista, cantante, enologo, attento alla vita ed alle sue sfaccettature. La sua biografia ce lo rende così. Nasce a Ginevra nel 1955, quindi cresce a Le Chambon-sur-Lignon (Francia), Céligny (Svizzera) e Stoccarda (Germania), per poi studiare letteratura francese tra Heidelberg, Strasburgo e Aix-en-Provence. Successivamente si trasferisce negli Stati Uniti dove gestisce un’enoteca (che persona adorabile) a Boston. Dal 1984 vive a Roma. Tra il 1974 al 1990, si concede il piacere di comporre canzoni ed esibirsi in concerti (suona il violoncello e la chitarra) in Svizzera, Francia e Stati Uniti. Dopo aver lavorato all’ONU di Ginevra, alla Society for International Development ed al Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, nel 1993 inizia a collaborare con l’Unicef. È stato anche collaboratore della campagna lanciata da Alexander Langer (Nord-Sud, biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito” ed ha promosso con Massimo Valpiana il Convegno Nazionale “Sviluppo? Basta! A tutto c’è un limite…”. Cura sulla rivista del Movimento Nonviolento “Azione Nonviolenta” la rubrica mensile “Il Calice”. Nel 2010 ha ricevuto, dall’Associazione Cultura della Pace di Sansepolcro (AR), il Premio Nazionale Nonviolenza. Consulente di associazioni umanitarie ed ambientaliste è autore di saggi di critica allo sviluppo. Tra i suoi libri val la pena ricordare lo splendido “Ozio, lentezza e nostalgia”, l’illuminato “Ama la terra”, “Il vino spiegato ai miei figli (fondamentale) e, ovviamente, “Elogio dell’esuberanza e altri pensieri in libertà”.

L’esuberanza di cui parla Christoph in questo suo ultimo lavoro si realizza nella capacità di ascolto del diverso e di se stessi, nella voglia e nella libertà di esprimere i nostri talenti, gli ideali, le passioni. È un biglietto di ritorno verso una destinazione che è la nostra stessa vita.

Un invito ad abbandonare un po’ di efficienza per recuperare l’efficacia dell’esserci, senza i falsi miti del consumismo, del lavoro inteso come elemento qualificante ed esclusivo della nostra persona, del soldo in banca che identifica quanto siamo ma mai chi siamo realmente.

Un’esuberanza cantata che ci rende finalmente disertori da un esercito al servizio di un sistema che finisce per costruire le nostre infelicità, depressioni, insoddisfazioni e malesseri d’ogni genere, un sistema antiumano che riverbera la sua iniquità e la sua violenza ottusa in ogni anfratto dell’ambiente che ci circonda.

Il libro di Christoph è un invito a ri-cominciare a ragionare con la nostra testa, in modo critico ma anche sognante, senza rimuovere le utopie nascoste oltre la linea d’orizzonte della nostra capacità visiva, un invito a vivere intensamente secondo criteri che stabiliamo finalmente noi, finalmente attori protagonisti delle nostre scelte.

Un lavoro – scritto benissimo – in 16 capitoli, che esplorano il diritto al piacere, al viaggio, allo sguardo di un figlio, tra memoria, tristezza, vita, libertà, ecologia, salvezza e parola, per consegnarci il sogno di una felicità possibile, il sogno che rende liberi.

Presento il libro l’8 giugno alle 18,30 a Bibbiena (AR) insieme a Leonardo Magnani (Associazione Cultura della Pace di Sansepolcro – AR) presso il ristorante La Tavernetta di Michele e Marica (punto di riferimento imprescindibile), in una cornice magica (e di chiaro gusto… in tutti i sensi) cui aggiungeranno atmosfere trasognate i lavori su tela di Zuniko. Beh, siete invitati se vi va. Sotto trovate i riferimenti che vi servono.

invito-8-giugno

Dettagli (di viaggio) ed orizzonti (omerici)

Mi ritrovo sul Mar d’Africa, dopo un lungo e periglioso viaggio. Non so perché questo pezzo d’Italia (ancorché talvolta prenda atto che è tale solo per una convenzione amministrativa) è sempre più difficile da raggiungere, e non solo per i costi esorbitanti. Farei meno fatica ad andare… che ne so… a Londra, Parigi, Toronto! In qualche occasione pubblica che mi è concessa dico sempre che il Bel Paese deve riscoprire la propria identità culturale per uscire dalle secche dell’imbarbarimento in cui è arenato. Banalità, cose scontate, direte, parole vacue e retoriche. Ma non vorrei che qualcuno mi abbia preso troppo sul serio, cominciando a recuperare certe suggestioni omeriche ed elleniche cui la nostra cultura affonda parte delle proprie radici. E già, perché in tanti anni che percorro lo stivale mi rendo conto che questi miei viaggi, ripetitivi e scontati, rassomigliano sempre più al peregrinare tortuoso di Ulisse verso l’Isola di Itaca. Ho provato e continuo a provare di tutto: l’auto che mi si incastra in quel budello simil-autostradale che somiglia alla tela di Penelope, che qualcuno di giorno tesse per restituirle dignità e la notte talaltro scuce trasformandolo in una trappola senza tempo. E poi in fondo l’attesa dell’incontro-scontro con Scilla e Cariddi; l’aereo, certo comodo e rapido, ma con orari che non si incastrano mai coi miei e che poi termina il suo volo, non come Icaro, nell’accogliente regno di Kokalos, piuttosto in un “deserto che s’apre ad ogni veglia” da cui posso essere sottratto soltanto da anime pie che dai miei lidi ancora lontani trascinano le proprie auto per centocinquanta chilometri (solo andata), per evitarmi isolamenti notturni in affollate sale d’attesa; e poi la nave, il treno (che disastro), il bus (quanta sofferenza in tre lettere). Per fortuna alla fine il Mar d’Africa ed il rifugio tra le dune non si scostano da lì ad alleviare le mie sofferenze di viandante. A proposito di Mar d’Africa, l’ho trovato piuttosto nervoso al mio arrivo, persino in quel suo pezzo che è chiuso da contenimenti portuali che ne dovrebbero smorzare certe intemperanze. Ma tant’è… risentirà del clima complessivo. A chi si trova da queste parti vorrei invece segnalare (avevo deciso di non utilizzare il blog per queste cose troppo mie, ma alla fine non ho resistito alla tentazione) la mia mostra (altri dettagli ve li linko qui). L’inaugurazione sarà sabato 27: letture di certe cose mie da parte dell’attrice Teresa Savasta, accompagnata dai mille virtuosismi percussivi di Nuccio Pisana (mago di tamburi). E poi la presentazione di Gianluca Blandino. Per il resto non ho concordato niente. Mi voglio godere la sorpresa. Per chi non riuscisse ad esserci fisicamente vi faccio qui sotto almeno un sunto delle immagini eposte. Buona visione miei cari.

Artistiche primavere

Sabato mi sono concesso un paio di mostre nei paraggi: Burri, di cui di tanto in tanto mi piace rievocare le suggestioni cromatiche e l’allestimento post-industriale, ed una dedicata a Josef Albers, maestro del Bauahus, da cui ho colto interessanti spunti per mie cose professionali. Le passeggiate nell’arte tendono a mettermi di discreto umore, se poi a questo si aggiunge l’arrivo in pompa magna della primavera, non c’è che da sentirsi soddisfatti. Ieri invece giornata di riflessione, che più o meno coincide con il fare bucati arretrati e rimettere in piega un paio di montagne di camicie. Tra una cosa e l’altra, ho cominciato a lavorare ad una cosa che poi magari deciderò di comunicare anche attraverso questo blog, qualora mi decidessi di sciogliere alcune mie riserve. Nel frattempo, se avete tempo e voglia, guardatevene un pezzo, in pratica la sintesi di quegli antropomorfismi architettonici che scalpellini illuminati hanno, nel tempo, disseminato come un allestimento permanente daaltre mie parti. Mi sono concesso il lusso assai poco modesto di utilizzare sonorità d’accompagnamento (Zio Bistecca) del cui autore non vi darò contezza giacché convinto che non se ne debba nominare il nome invano.

Arte per arte?

La conversazione con Zuniko (vis a vis), davanti ad un bicchiere di vino (rasserenante accompagnamento?), è stata di quelle che fanno tremare le vene ai polsi, nel senso che mi è parsa subito così complessa da farmi temere il baratro profondo della banalità, ma anche scivolamenti mistici e genuflessioni al templio della dea Idiozia. Il tema, antico, ancorché non così risolto, è sempre lo stesso: l’arte è politica o semplicemente può anche non prendere posizione? E poi, qual è il rapporto tra l’artista e il denaro? Beh, già che ci sono, provo a rendervi edotti circa i contenuti salienti di quella chiacchierata.Madonnaro-e-in-partenza-685x450

Partirei da un assunto, quello che certi miei studi da genetista mi hanno imposto come base culturale. Darei per scontata la natura meticcia dell’uomo (in quanto specie e non genere), figlio di quell’abnorme ed innaturale incrocio tra le oche di Lorentz e il cane di Pavlov. Siamo il frutto bastardo dei condizionamenti ambientali, dunque, nel recuperare il senso etimologicamente più puro della parola politica, siamo parte tutti, chi più chi meno, di un complexus cui contribuiamo dialetticamente. L’artista non fa eccezione, anzi, egli può considerarsi come una sorta di soggetto eversivo (nel senso latino dell’e-vertere, cambiare direzione) giacché, come un’antenna, capta più o meno consapevolmente i segnali del proprio ambiente sociale e culturale (quindi politico) e, filtrandoli col proprio vissuto, li trasforma in determinazione creativa. Questa è talora in grado di anticipare ogni processo di trasformazione anche quando sensibilità non avvezze all’immaginazione – quindi ad andare oltre -, non sono capaci di coglierne nemmeno i vagiti più rumorosi.

Nel pensiero unico politico-economico, che declina ogni scelta alla sua compatibilità monetaristica e mercantile, ancora l’artista può creare discontinuità sistemiche. Cioè, non voglio dire che non possa vivere, guadagnandoci, con la propria arte, solo che non è questa la sua ragion d’essere. In realtà, la creazione artistica appartiene, per la parte che riguarda il suo percorso, all’immaginazione che l’ha prodotta, non può essere alienata (venduta) giacché quel percorso è già stato compiuto: almeno quella, quindi, non è una merce perché svanisce col prodotto finito. Questo, poi, appartiene invece a chiunque possa goderne perché egli vi vedrà ciò che il proprio vissuto gli suggerisce, in un rapporto dialettico con l’opera che quindi non è più esclusiva proprietà del suo autore o di chi l’ha acquistata, ma diviene bene condiviso, cioè di tutti, dunque di nessuno. Di più, il vissuto che impone una lettura differente e soggettiva dell’opera d’arte, ne rende la natura un’antimerce, giacché la merce è tale solo se ne è garantita la riproducibilità seriale. Una famosa catena di ristorazione, molto gradita a palati prelogici, fonda il proprio successo planetario sulla omogeneità del gusto dei propri prodotti nei cinque continenti. Viceversa, qualche anno fa mi è capitato di essere invitato alla presentazione di un mio romanzo: ne avrebbero discusso due persone assai diverse tra loro. Finirono con l’ignorarmi litigando e cercando di imporre il proprio punto di vista sul libro. Sembrava che avessero letto due cose diverse, ma in realtà dimostravano solo che quel prodotto finito non era più né mio né del mio editore, ma continuava a vivere di vita propria in una dialettica permanente con gli altri (la Polis, appunto) con cui ormai intrecciava solidi sistemi di relazione e partecipazione che prescindevano totalmente dalla mia volontà. Ancora, io devo pagare un biglietto per vedere la Gioconda che non mi appartiene materialmente, ma la sua essenza è un pezzo della mia storia culturale, dunque è mia come di tutti gli altri che ne condividono le suggestioni. Chi possiede materialmente l’opera si illude soltanto di detenerne il controllo. È altresì evidente che vi sono artisti (sic!) che spacciano le proprie opere per arte ed invece utilizzano escamotagé tecnici per creare nuove merci. Sono più attenti a che il prodotto finito sia monetizzabile che non ad esprimere la propria creatività; dunque, la loro creazione nasce alienata da un proprio stesso “Io” non liberato. La vera arte, cioè quella che non si accontenta di variazioni su modelli prestabiliti, ma si sforza di esprimere i bisogni interiori dell’uomo e dell’umanità, non può non essere rivoluzionaria, cioè non aspirare a una ricostruzione completa e radicale della società, non fosse che per affrancare la creazione intellettuale dalle catene che la ostacolano e per permettere a tutta l’umanità di elevarsi ad altezze che solo geni isolati hanno raggiunto nel passato. (…) Lo scrittore – egli dice – deve naturalmente guadagnare dei soldi per potere vivere e per poter scrivere, ma non deve in nessun caso vivere e scrivere per guadagnare dei soldi. Lo scrittore non considera affatto i suoi lavori come un mezzo. Essi sono dei fini per sé, sono così un poco un mezzo per lui e per gli altri che, al caso, egli sacrifica alla loro esistenza la sua esistenza. (…) In materia di creazione artistica, importa essenzialmente che l’immaginazione sfugga a qualsiasi costrizione, non si lasci imporre una falsariga sotto alcun pretesto. A coloro che ci spingessero, oggi o domani, ad acconsentire che l’arte fosse sottoposta a una disciplina che consideriamo radicalmente incompatibile con i suoi mezzi, opponiamo un rifiuto senza appello e la nostra volontà deliberata di far valere la formula: ogni licenza in arte.” Matthausen Brecht
La condizione della cultura e della produzione artistica, in definitiva, è quella di rimettere in discussione gli assiomi del pensiero unico, introducendo il concetto di condivisione contro la barbarie del controllo assoluto. Chi è capace di immaginazione, quindi di creazione, si sottrae a questo controllo, lo supera e va oltre il senso comune, esprime la forma più alta di partecipazione politica. “La bellezza salverà il mondo” afferma il principe Miškin, nell’Idiota di Dostoevskij. Al contrario “I vandali, valendosi dei loro mezzi barbari, cioè estremamente precari, distrussero la civiltà antica in un angolo limitato dell’Europa. Attualmente è tutta la civiltà mondiale, nell’unità del suo destino storico, che vacilla sotto la minaccia di forze reazionarie armate di tutta la tecnica moderna. (…) la situazione della scienza e dell’arte è divenuta intollerabile. In ciò che di individuale conserva nella sua genesi, nelle qualità soggettive che mette in opera per dedurre un certo fatto che implica un arricchimento oggettivo, una scoperta filosofica, sociologica, e scientifica o artistica, appare come il frutto di un caso prezioso, cioè come una manifestazione più o meno spontanea della necessità. Non è possibile trascurare un simile apporto sia dal punto di vista della conoscenza in generale (che tende a far sì che si sviluppi l’interpretazione del mondo) sia dal punto di vista rivoluzionario (che, per arrivare alla trasformazione del mondo, esige che ci si faccia un’idea esatta delle leggi che ne governano il movimento). Più particolarmente, non è possibile disinteressarsi delle condizioni mentali in cui quest’apporto continua a prodursi e, allo scopo, non vigilare affinché sia garantito il rispetto delle leggi specifiche cui è legata la creazione intellettuale. Ora il mondo attuale ci obbliga a constatare la violazione sempre più generale di queste leggi, violazione cui corrisponde necessariamente un avvilimento sempre più manifesto non solo dell’opera d’arte, ma anche della personalità ‘artistica’” (Manifesto sull’Arte Rivoluzionaria e Libera – Trotsky-Breton, 1938).

Non so se condividete, ma non v’è dubbio che pezzi consistenti di chi detiene il potere, ed altrettanti di coloro che vi aspirano, si fanno venire l’orticaria quando sentono parlare di arte e cultura, tranne che non abbiano l’intenzione di ingabbiarle in nuove ed annichilenti strutture (new economy?) prima che possano cominciare ad esprimere il proprio dirompente potenziale, finalmente civile e liberatorio.