Disobbedienze a basso costo

Nell’era dei boy scout al potere, dar ragione ad un prete, ancorché non proprio archetipico, potrebbe apparire un tantino conformista. Ma, caro Don Milani, ci avevi ragione, l’obbedienza non è una virtù. Quello che non mi è però completamente chiaro è a cosa dovrei disobbedire di questi tempi strani.DSC_0008 Cioè, per intendersi, se disobbedissi a qualche legge, con l’aria che tira, finirei per conquistarmi attestati di merito: mettiamo, ad esempio, che mi faccia corrompere, che ne so, mi vendo un’esame, mi metto a lavorare in nero, insomma, c’è il rischio che qualcuno mi nota e finisco a dirigere una partecipata, una municipale, divento un boiardo di stato. Prima si mettono a parlare bene di me, poi mi fanno i salamelecchi, gli inchini, mi propongono per questa o quella carica, e dopo che accetto, qualcuno tra i più ossequiosi potrebbe persino pagarmi un caffè, una cena, un Rolex e sempre più su una vacanza chissà dove, il viaggio intorno al mondo in yacht da trentadue metri in compagnia di chi mi pare, magari mi comprano un appartamento a mia insaputa. Se poi mi metto a disobbedire anche alle leggi non scritte della solidarietà umana, va a finire che mi fanno come minimo senatore! E no, e quello non è più disobbedire giacché se farlo non corrisponde più ad un atto eversivo (del cambio direzione, intendo) come pensava il prete, e invece diventa esattamente il suo opposto, ossia “obbedire” al senso comune, al diktat del vita mea mors tua, del che m’importa a me!!! E allora ho deciso di disobbedire a modo mio, abbasso il PIL, non vado all’expo, ed anzi ogni giorno che passa mi segno su un taccuino tutti gli atti di disobbedienza che riesco a compiere, poi magari ogni tanto ve ne lascio traccia da queste parti, come queste cose qui: mi compro il vino del contadino – tiè – senza bollicine, di quello che “spunta” ma non diventa aceto perché ci ha tassi alcolici da molotov; non mi faccio wattsup (alla faccia della collega che mi dice, ma come non lo sapevi? Ma io l’ho detto su wattsup – ma perché non me lo dici davanti alla macchinetta del caffè visto che lì ci vediamo tutti i giorni?); e Faccia Libro non mi avrà, ed anzi me ne vado in giro a lasciare i libri che ho già letto sulle panchine, con una dedica “a chi lo sa”, che magari lo trova e se lo legge, sino alla prossima panchina; e mi vado pure a vedere gli spettacoli teatrali delle piccole compagnie di paese, quelle sommerse che strappano tre secondi scarsi di applausi, quelle di attori domenicali che si eccitano se finalmente una pro loco qualsiasi gli offre un gazebo e venti sedie di plastica, uno spazio dove, anche se recitano da cani, per un attimo si dimenticano che il giorno dopo è lunedì e ricomincia l’incubo della cassintegrazione; e me ne vado a comprare i libri nelle librerie che tengono aperte coi denti, quattro metri per quattro che odorano di muffa, e il libraio in pantofole, e compro le patate dal contadino tedesco e fricchettone, e poi, e poi… e voi?
Ah, dimenticavo, se avete voglia e tempo per cose disobbedienti, ve ne lascio qui una piccola traccia!

Avrei (non solo vorrei), ma non posso!

Eccomi! Alla fine ce l’ho fatta a tornare da queste parti, troppe cose mi ci hanno tenuto separato. E non è finita. Qualche volta essere parte della cronaca dà una certa apprensione, come nel caso di chi fa l’insegnante in questo scorcio di fine millennio, insegnante e sulle barricate. Avrei-ma-non-possoFinisce che la cronaca si impossessa della tua anima e poi non te la rende indietro. Oh, non è che mi faccia troppe illusioni circa la possibilità di continuare a fare questo mestiere come si competerebbe a chi ha consapevolezza – o almeno suppone di averla – del suo ruolo. C’è della gente che sbatte i pugni sul tavolo, invade la tua mail, per spiegarti che così non puoi continuare, sei amorfo, e non accetta di essere contraddetto. Ti dice che certamente protesti perché non hai capito, che non è così che si fa, che devi essere più bravo e preparato. No, non vi preoccupate, se mi state leggendo. Non ho nessuna voglia di spiegarvi perché ce l’ho col boy scout e la sua riforma. Non è questa la sede, né intendo cadere nell’errore che fa Lui quando “ti spiega”, come certe maestrine dalla matita rossa e blu, strafalcionando con i gessetti colorati, come stanno le cose. Io non mi sono fatto spiegare niente, né da lui né da altri, giacché fa parte della mia vita andarmi a leggere le carte, pertanto lascio che ognuno si faccia la sua idea come io, sul campo e da vent’anni, mi sono fatto la mia. Solo una considerazione di carattere generale: in Italia, allo stesso modo con cui chiunque riesce a fare meglio di qualsiasi allenatore la formazione di una squadra di calcio, v’è una pletora di superintenditori di riforme scolastiche: me ne ricordo taluni che facevano i broker, talaltri gli avvocati, ma non ho memoria di un presunto innovatore riformista che abbia mai messo piede in un’aula scolastica (se se ne esclude qualcuna di prestigiose università per rutilanti lectio magistralis) per più di venti minuti. Ma tant’è. Oggi mi viene soltanto in mente una cosa, anzi due. La prima è questa: “Barbiana, quando arrivai, non mi sembrò una scuola. Nè cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava.
D’ogni copia c’era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica ad accorgersi che uno era un po’ più grande ed insegnava.
Il più vecchio di quei maestri aveva sedici anni. Il più piccolo dodici e mi riempiva di ammirazione. Decisi sin dal primo giorno che avrei insegnato anch’io”. (indovinate chi è ma non ditelo giacché talvolta persino il boy scout lo cita, anche se dubito ne abbia compreso il messaggio, sempre ammesso che ne abbia mai letto un rigo)
La seconda, che credo sia quella di cui si ha davvero terrore, è una frase che a Barbiana lasciò scritta uno giovanissimo studente cubano su di un muro. “Yo escribo porque me gusta estudiar. El ninjo que no estudia no es buen revoluzionario ” Se qualcuno incontra il boy scout, eviti di fargli leggere queste cose, potrebbe aversene a male, fare un video e spiegarvi dove sta l’errore… e potrebbe chiosare con un “ascoltiamo tutti, ma poi decidiamo quello che ci pare”, insomma, un po’ come la casa delle libertà.

Ah, dimenticavo, il solito piccolo suggerimento per un libro.

Solo poche parole, e nemmeno mie

M’è arrivata una cosa via mail… la faccio mia, semplicemente perché non a me non vengono parole guardando quel mio mare lontano e disperato.

dettagli e orizzonti52

“magari sotto a quel pezzettino di mare c’è una città sommersa piena di gente spettinata e contenta che s’incontra al mercato del pesce freschissimo; una città senza traffico dove ci si capisce tutti boccheggiando in bollicinese, dove nessuno ha mai bisogno di farsi la doccia né di salare l’acqua per la past’asciutta.

una città dove le sirene cantano, non urlano, e, quando fa buio, si possono guardare le stelle che, riflesse fra le onde, sono come piccole barche che portano lontano senza fare male”

(Lisa, vent’undici anni)

Ci sono, delle volte…

E si, mi sono fatto un lungo periodo di latitanza, con sporadiche riapparizioni qui e là sul web. Non è che non avessi nulla di cui scrivere, anzi. Il punto è che che quando le vicende si affastellano poi per me diventa complicato gestirne più di un paio per volta. Sono cose che prevedono un certo temperamento, il fisico giusto, e io non ce l’ho mai avuto. Eppure, stavolta m’è toccato di far fronte a più di qualche cosa insieme, roba che se me l’avessero prospettata come possibile sino a poco tempo fa, avrei attribuito al mio supponente interlocutore un certo indugiare nell’uso di sostanze proibite, o al più di eccessive dosi d’altre più lecite. Beh, per intanto mi scuso con i tanti che non sono passato a trovare di recente e poi vi racconto.
Beamani copyInsomma, succede che devo cambiare casa, e questa cosa mi costringe ad un trasloco rapido che per di più devo farmi tutto da solo. Giacché, ammetto, sono abbastanza restio alle fatiche fisiche (quelle mentali le reggo appena), rimango piuttosto spiazzato e mi becco pure una bella influenza che mi dura da dieci giorni almeno. Poi c’è da sistemare l’orario scolastico che già di suo sembra sempre essere la tela di Penelope, le riunioni che crescono esponenzialmente. E siccome io non sono mai stato lungimirante, e non riesco a programmarmi le cose per tempo, né a prevedere il futuro nemmeno quando sono in possesso di dati certi, non mi viene lo sghiribizzo, così per celia, di mettermi ad organizzare, in mezzo a sagre del porcello in porchetta, del fungo infungato, del prosciutto cinto in lardo, della salsiccia al maraschino, del pollo ruspantiforme… una cosa culturale? O almeno con quella prospettiva lì. Eh, penserete voi, e che ci vuole? Infatti l’ho pensato anch’io: ne parlo con un paio di amici al bar (proprio chiacchiere da bar), quelli dicono perché no, poi si pensa che si potrebbe fare un week end con libri, mostre, concerti… roba seria. Quindi la conversazione prende un’altra piega e si pensa chi invitare. Si tirano fuori le vecchie agende e si comincia a fare qualche numero. L’idea è quella di mettere insieme un po’ di gente con l’obiettivo di creare un confronto e di rivitalizzare il vecchio e morente centro storico. Fai venti telefonate, sapendo bene che se contatti venti persone poi a dirti si sono in cinque, per affetto ed antica amicizia. Ed invece di venti che ne chiami sono tutti felici di venire, ed anzi ti propongono questo e quello ed alla fine il week end non c’è più. Nasce questa cosa qui. Ne uscirò vivo? Mah, per quanto mi riguarda non ne ho certezza, ma per voi potrebbe essere divertente! Ben ritrovati!

Tempi stretti e reminiscenze

Le vacanze hanno questo di orrendo, tendono a finire, anzi, finiscono proprio, lasciandoti con un palmo di naso giacché pare ieri che sono cominciate. Per quanto mi riguarda invertirei i tempi, cioè cambierei quelli delle ferie con quelli lavorativi. Credo risolveremmo parecchi problemi, senz’altro quelli relativi alla disoccupazione. Comunque, visto che ancora ce n’è uno scorcio, vi do un piccolo suggerimento (diamo una mano agli amici), per chi non avesse di meglio da fare: eccolo qui.
Per il resto mi devo attrezzare, so già che l’inverno sarà lungo e tedioso… così riciclo una cosa vecchia, se vi va di leggerla.
Nel frattempo buon tutto miei cari, e che la Lentezza vi accompagni, o devo andare a preparare le valigie.Giochi d'acqua2014-07-15

IL FOGLIO
Quanto è lunga questa stanza? In passi, intendo. Quattro o cinque? Quante volte ho provato a misurarla nelle ultime due ore, quante volte? Cosa mi rimane perché questa nebbia che mi è entrata dentro si diradi? Perché possa di nuovo rimettermi a sedere a quella sedia, rigirarmi appena un attimo e poi mettermi a scrivere, lasciando che le dita scorrano finalmente sicure ed agili sulla tastiera? Cosa c’è che non va in me stasera? Cosa? Cerco, adesso, un dettaglio, un piccolo dettaglio che mi riporti a quel punto, neanche così lontano nel tempo, della mia memoria remota. Ed i quattro metri per quattro di questa stanza, in un loro anfratto buio, svelano qualcosa che potrebbe ricostruire quel ricordo andato: vinili, centinaia di vinili accatastati, accanto al vecchio giradischi. Un vinile, perché no, col suo fruscio ri-evocativo potrebbe essere lo strumento d’un indagine profonda nel passato. Un vinile, più che un cd col suo suono limpido, senza asperità e sobbalzi. Un vinile, una sonda temporale che rivive nelle memorie sommerse dell’è stato ed allora c’era. Indugio poco nella scelta, sino ad optare per un Tom Waits d’annata, facciata B, torbido ed oscuro, ed un blues struggente, impastato del fiato di Sonny Rollins, e poi un “ascensore per il patibolo”, “arrivederci cappello a forma di torta di maiale”, per concludere con “la mia cosa preferita”. Ma non basta, tutto questo non basta a catapultarmi altrove nel tempo, per riprendermi ciò che è fuggito.
Ed allora è ancora angoscia, angoscia allo stato puro, quella che dovrò sopportare senza remissione di peccati? Quella che vien fuori della consapevolezza inaccettabile d’un pensiero che non riesce, o forse semplicemente non vuole, trasformare il suo caotico sobbollire in parole rimosse di senso compiuto? Quella che si nasconde nelle forme insidiose d’un computer, delle sue periferiche e d’un foglio che col suo bianco candore infierisce orribilmente sulla mia disperata impotenza?
Il mistero della tastiera mi irretisce, con quelle lettere sparse, incapaci d’organizzarsi nelle forme razionali delle parole, e gettate lì, nel mutismo permanente d’un ordine incomprensibile. Ne guardo il dettaglio dei singoli componenti, come se da questi potesse scaturire la risposta che attendo. Ma nulla sembra muoversi per guidare le mie dita velocemente sui suoi tasti, nell’unica sequenza possibile, quella che io non riconosco più.
Il foglio bianco che fa capolino dalla stampante m’inquieta, ed il suo insistere nel privarsi delle discontinuità cromatiche della parola scritta, m’induce smarrimento e frustrazione. Lo guardo, il foglio, ne apprezzo i margini regolari che in certe occasioni sono state le briglie di contenimento per l’affollarsi discreto delle parole che scorrevano in leggero flusso, come chiare fresche e dolci acque; tal’altre, invece, le dighe per trattenere l’impeto irruento di cataratte equatoriali alimentate da calici di rosso rubino.
Il foglio è ora in forma di ghiacciaio, ritto e perenne con le sue inviolabili altezze, in posizione dominante, ad urlarmi in faccia la mia incapacità di profanarne la vetta, o anche semplicemente di avvicinarmi ad essa, comunicando al mondo la mia esecrabile inadeguatezza. E a nulla vale il girarvi intorno, il coglierne lo spigolo in una prospettiva diversa e laterale, per svelarne la natura di segmento, l’ente geometrico fondamentale che nel suo ripetersi infinito tratteggia le dimensioni del piano, l’abisso profondo dell’irrimediabilmente vuoto. Nemmeno il suo lato nascosto, come la faccia oscura della luna, riesce a darmi coordinate diverse dal niente che già posseggo, ma si limita a mostrarmi soltanto un altro versante di forme insormontabili, l’altra realtà invalicabile d’una lastra di ghiaccio, viscida ed insidiosa. Vago così inutilmente ancora a lungo, cercando di cogliere il punto debole su cui concentrare l’attacco finale.
A quella muta ed ottusa resistenza bianca che s’oppone al divenire contenitore dei miei desideri, non posso che contrapporre l’altrettanto ottuso convincimento della sconfitta, la mia resa incondizionata dinanzi a quello che immaginavo fosse soltanto la cosa morta d’un pezzo di carta, e che invece, adesso, pare animarsi di quell’istinto di sopravvivenza ancestrale che solo i viventi posseggono.
È bianco e vuoto il foglio, e rimarrà tale questa volta, a rappresentare l’archetipo illustrativo della natura effimera della memoria, la metafora irriverente dell’incedere inesorabile del tempo. Farsene una ragione è l’unica scelta saggia. Non mi rimane che pianificare le contromosse per limitare i danni aggirando gli ostacoli. Dunque… qui cosa c’è scritto? “ordinare per fax o telefono”. E scartata la prima opzione, telefonerò, giacché è ormai scontato che non ricorderò più come si scrivono sciardonè e carbernè sovignon.
Ma basteranno diciotto bottiglie? Sarà questo pensiero che occuperà il mio tempo, da qui in avanti.

Cose dell’altro mondo!

Io e il mio ginocchio sinistro, ormai, abbiamo raggiunto un equilibrio. Cioè, conversiamo amabilmente: io gli comunico cosa mi piacerebbe fare e lui ne prende atto, poi però fa di testa sua. Mi piace questa sua capacità di ragionare con la sua testa, ancorché, talvolta, sembra farlo in modo che a taluni parrebbe animato da volontà sperequative nei miei confronti. Inizialmente gliene facevo una colpa, lo rimproveravo, gli rinfacciavo la ossequiosa obbedienza del suo gemello, quello di destra, intendo. SampieriPoi ho cominciato ad apprezzarne l’autonomia decisionale, l’imperturbabilità rispetto ai diktat definitivi ed assoluti, quella certa insofferenza per le gerarchie. In estate le nostre conversazioni si fanno più serrate, talvolta appaiono come delle vere e proprie disfide. Ora, mi pare evidente che io dipendo da lui almeno quanto lui dipende da me, e il nostro è un rapporto orizzontale, credo ci sia rispetto reciproco. La mattina mi alzo presto, mi piace raggiungere il promontorio di primo mattino, quando le masse ancora smaltiscono le bisbocce della sera prima. Quindi, prima di avviarmi sull’arenile, concordiamo una linea di condotta. Io lo interrogo sulle sue volontà della mattina, in particolare gli chiedo se gli andrebbe il piccolo trotto sulla spiaggia, oppure il passo svelto, quello che fa bene al colesterolo – cerco di blandirlo, dicendogli “siamo parte di un tutto, ne avresti giovamento anche tu” -, oppure la passeggiata meditativa. So che qualunque sarà la scelta lui agirà in modo estemporaneo, deciderà sul momento se cedere di schianto, oppure bloccarsi, gonfiarsi come un prosciutto, o scricchiolare con raccapriccio, nell’atto di volermi comunicare rumorosamente il proprio dissenso. Di recente non obietta, credo abbia gradito certe pasticche comprate in erboristeria che lo rianimano, lo fanno sentire più appagato e considerato, non più una minoranza relegata in un angolo, laggiù in basso. Certo, obietto io, va bene consentire la corsettina, ma anche tu, che vizi borghesi: pasticche, ciascuna delle quali costa quanto un caffè espresso. Ed a proposito di caffè, è di questo che si tratta. Insomma, l’arrivo al promontorio prelude, a prescindere dall’accordo col mio ginocchio, alla sgambata in tenuta da Orzowey sino al borgo. Tre chilometri esatti da percorrere sull’arenile deserto, poi lì caffettino al chioschetto, quindi il ritorno, gli stessi tre a ritroso. Giunti in prossimità del promontorio nuotatina, sigarettina (scusate l’abuso di diminutivi, è frutto di un certo meridionalismo che mi è rimasto appiccicato addosso ed ora non riesco a sbarazzarmene), poi a casa, prima che il sole divenga cattivo e che, soprattutto, le masse rumorose – poche quest’anno, dev’essere la crisi -, con i loro ombrelloni branditi come Durlindane, i tamburelli schioccanti, i palloni sgonfi, solletichino certe mie sopite agorafobie. Negli ultimi giorni, però, durante la sgambata, succede una cosa strana: a guardare la TV quella spiaggia dovrebbe essere invasa da torme di selvaggi inferociti con l’osso al naso e la sveglia al collo e che preparano pentoloni per bollire l’uomo bianco. Ed invece, altro che migranti, l’invasione c’è, ma di extraterrestri. Ve l’ho detto, io sgambetto sull’arenile come Tarzan, in costume da bagno e piedi scalzi, non mi formalizzo, sono un uomo rozzo, la spiaggia dal mio punto di vista limitato serve a questo, tanto più che è libera. Quelli, invece, si capisce che non sono di questo mondo, che sono creature d’altri pianeti, giacché sono abbigliate in modo diverso: si, all’apparenza sembrano come noi, come noi da molto giovani, ma poi indossano tutine attillatissime, traspiranti, aerodinamiche, per fendere l’aria mentre corrono, penso, o per difenderli dai germi aggressivi del nostro pianeta. E poi hanno fili che li avvolgono dappertutto: fili che vengono fuori da fasce ai polpacci, ai polsi, alla cinta, al collo, alle caviglie e poi orecchie tappate con cuffie ed auricolari (credo dipenda dal fatto che nel loro pianeta il rumore della risacca sia considerato un po’ come da noi certa musica delle nuove generazioni e, giustamente, se ne isolano), occhiali iridescenti, forse i resti di uno scafandro da astronauta, scarpe con sospensioni ed ABS. Io mi sento a disagio, e quando leggo nei loro occhi l’espressione di disgusto nel vedermi al trotto conciato in quel modo primitivo, mi inibisco e rallento (pratica in cui sono un esperto). Non vorrei dare dei terrestri un’immagine di generica trascuratezza. Ma che ci sarà collegato a tutti quei fili, gli strumenti con cui comunicano con l’astronave? O forse hanno paura di perdersi in spiaggia e si portano dietro un navigatore satellitare? Il punto è che l’altra mattina, erano tutti così in spiaggia. E allora delle due l’una, o hanno completato l’invasione, e quelli della mia specie, i terrestri, intendo, se li sono portati sul loro pianeta per il ripopolamento di certe foreste spaziali, oppure… oppure, non me ne sono accorto e l‘extraterrestre sono io. E vabbè, come faccio a capire certe cose, sono cose d’altri mondi.

Chiederò ai sassi che nome vogliono!

Voglio raccontarvi una storia. C’è un paese molto piccolo, a qualche decina di chilometri da dove sono nato. È all’interno, su un altopiano che d’estate brucia, e fa tanto di quel caldo che sembra che l’inferno ci si sia trasferito perché, stanco del suo buio, aveva bisogno di tutta quella luce accecante. Era nato tre secoli prima, dopo che la grande città era sprofondata su se stessa per un terremoto devastante. dettagli e orizzonti34Altri ne erano sorti d’intorno, ma avevano avuto miglior sorte, ricchi di palazzi e chiese che tolgono il respiro. Quello, invece, l’avevano messo su pochi contadini che non si potevano permettere di spostarsi troppo dai loro campi per cercare un riparo più sicuro ed ospitale. Quando le controriforme agrarie fecero i loro morti, quel paese rimase dov’era, ma cominciò a scorticarsi, come se unghia affilate graffiassero via l’intonaco delle case. La gente andava via, a lavorare nelle miniere e nelle fabbriche del nord. Lì rimasero solo i vecchi e pochi, pochissimi ragazzi che continuavano a lavorare nei campi. Tutt’intorno c’erano le vestigia di civiltà antiche, ridotte a pietre senza nome, e un paio di fiumi avevano scavato profonde gole dove cresceva ogni fatta d’essenza vegetale. Laggiù faceva fresco e le acque erano gelide ma corroboranti per chi veniva dall’altopiano. Ci andavo che ero un ragazzo, in bicicletta o con motorini scassati, con altri come me che, a scuola finita, non potevano permettersi viaggi in capo al mondo – nemmeno fuori porta, a dire il vero – e che non sopportavano che il mare venisse invaso da tutta quella gente quando veniva l’estate. Prima di gettarci sul fondo delle gole per tuffarci nel fiume e mangiare i fichi che crescevano con le radici a mollo, cercavamo di prendere un po’ di fiato in quel paese. Una breve sosta per riempire le borracce ad una fontana. Avevamo conosciuto uno strano gommista aperto anche alla domenica, che ci ritirava su la pressione esausta delle ruote. Ne vendeva poche di gomme lì, cercava piuttosto di tenere in vita quelle che c’erano e che avevano la tenuta d’un canguro sul ghiaccio. Mi aveva colpito che alle pareti dell’officina ci fossero un poster di Frida Khalo e una foto, ritagliata da un giornale, di John Irvin, e non le immagini consuete di calendari, diciamo così, da intrattenimento maschile. “Qui non si ferma nemmeno la mafia”, ci diceva. E credo intendesse dire che non ha nessun senso stare in un cimitero. C’erano solo un paio di negozi, una bottega di alimentari, un bar-tabacchi, un distributore di benzina, e la scuola non ospitava che pochi bambini. Per strada si vedeva solo qualche anziano che trascinava una vecchia sedia sotto un grande gelso ai margini del paese, nel tentativo velleitario di cacciare l’afa delle ore più calde. Né La parrocchia aveva l’oratorio. Un giorno ci arrivammo per la solita tappa, per prendere l’acqua e un paio di cose all’alimentari, giacché volevamo fermarci in tenda accanto al fiume per un po’. Come al solito ci fermammo a fare due chiacchiere col gommista. “E’ successa una cosa strana l’altra notte…” ci raccontò eccitato. “Qualcuno, che non si sa chi è, ha messo nella piazzetta che s’affaccia sulla cava una panchina di legno. È una panchina quasi nuova, ed ai lati un paio di vasi di gerani rossi”. Insistette perché andassimo a vederla, come fosse la cosa più bella di cui godere al mondo. La panchina effettivamente c’era, poggiata sul muro d’una casa disabitata, senza infissi e con l’intonaco rimasto che si sbriciolava al tatto scoperchiando i colori dei precedenti. Al tramonto ci tornammo e intorno alla panchina s’erano ritrovati praticamente tutti i ragazzi del paese. Guardavano la valle come fosse la prima volta che la vedevano, o forse era semplicemente che l’avevano vista tante volte ma non l’avevano mai guardata. Era saltata fuori una chitarra e riuscimmo a fare musica per tutta la notte. C’era anche il gommista, ci aveva portato suo figlio. “Una cosa così non era mai successa qui”. Negli anni successivi il paese è rinato, ha smesso di spopolarsi, anzi, è cresciuto un po’, la gente ci va perché si mangia bene, perché ci sono le rovine di antiche civiltà, percorsi naturalistici… C’era uno di quei ragazzi che quell’estate aveva finito i suoi studi all’alberghiero, in città, ottanta chilometri al giorno per prendere un pezzo di carta. Aveva le valigie pronte per andarsene anche lui, a fare il lavapiatti da qualche parte al nord. Ed invece è rimasto ed ha aperto un ristorante, proprio in quella casa con l’intonaco a pezzi: sempre pieno, piatti contadini notevoli – ora vanno di moda -, prezzi popolari, un magnifico vino della casa che sa della sua terra. “Se non fosse stato per la panchina e i gerani… ma chissà chi ce l’ha messa?”, mi disse molti anni dopo, una volta che andai a mangiarci.