Che ingenuità!

Come capita che si legge un giornale, ci si appiccicano le notizie addosso, e poi ci scappa che ci si indigna, ci si preoccupa per i destini dell’umanità, si auspica un ripensamento. Insomma, finisce che si cade giù dal seggiolone che ti stai facendo un bicchiere di rosso mentre te le vomita addosso una giornalista dalla TV del bar, quella che non hai il coraggio di dire se, mentre fai quella cosa cui attribuisci una certa sacralità, si potesse spegnere, o almeno se fosse possibile aumentate la razione di patatine e noccioline che, seppure fanno discretamente schifo, almeno scrocchiano rumorosamente sotto i denti e ti danno quel tanto di insonorizzazione sufficiente che ti consente di andare oltre un TG per aperitivo. soggetti3Niente da fare, io ho i miei modi, quelli che passano per dabbene, m’accontento – che non è mai vero che chi s’accontenta gode, bisognerebbe essere realisti e chiedere sempre e comunque l’impossibile – e chiedo poco. Mi merito di essere investito da quella pletora di brutture, che ne so, bombardamenti che colpiscono ospedali e ammazzano gente che non c’entra niente, teologi in pieno coming out – chi se ne frega di quello che fa un teologo nel letto di casa sua -, oppure un delicato senatore che in preda a machismi disperati simula eventi da cineteca porno con la grazia del bradipo! Per un attimo ti va giù male tutto, ti va di traverso la nocciolina con quel retrogusto di rancido che hai appena provato a fare scrocchiare… ti sembra di dire “in che mondo viviamo”. Poi ti rendi conto che quelle cose stanno insieme ed è questo che non va, che quelle cose lì stiano insieme, insieme magari ad un accordo su qualche punto di una riforma, ad un rigore che non c’era! Eppure, a eviscerare quei fatti, che c’entra la tragedia di interi popoli con l’eleganza del senatore con quel suo inno prorompente alla fellatio? Quella natura postribolare delle succursali del potere erano già presenti all’epoca in cui De Roberto scriveva i suoi “I Vicerè”, e non v’è dubbio che quel libro bisognerebbe che prima o poi sostituisse i Promessi Sposi sperando di smettere di tediare le giovani coscienze sino a disilluderle circa l’arricchimento possibile che potrebbe scaturire dalla lettura d’un buon libro. Ho la sensazione che il potere sia costretto talvolta a dare in pasto al mondo orripilanti cadute di stile giacché quelle, come il sipario della commedia dell’arte, annichiliscono allo sguardo l’orrore delle proprie deliberazioni, cosicché la gente, anzi, la gggente, quella con tante g, soggetto – quando non oggetto – indefinito e spersonalizzato possa urlare con la bava alla bocca il suo “tutti a casa”, in ciò preludendo esattamente alla volontà stessa del potere di sostituire se medesimo, attraverso il paradosso della democrazia – e per questa intendo il suo surrogato nel voto – proprio con se stesso. Chi se ne importa se v’è nel potere la dignità dell’abito morigerato se poi il bombardamento su di un campo profughi o un ospedale avviene comunque, se tagliatori di teste apparentemente fuorilegge possono commerciare con il mondo che dicono di volere distruggere, se popolazioni intere fuggono atterrite per l’orgia del potere, se chi lavora lo fa senza sapere per quanto ancora ed in condizioni di crescente privazione d’ogni diritto. No, mi dispiace, non ci casco! Fate pure ciò che volete, ho povere, anzi nulle, possibilità di ribaltare lo stato di cose esistente, spero solo che non si diffonda l’idea che ogni cittadino di questa terra abbia ancora la sveglia al collo e l’osso al naso. E poi “chiedere a chi ha il potere di riformare il potere!? Che ingenuità!” (Giordano Bruno). Ho il sospetto che ci vorrà molta legna nuova per nuove pire da qui a poco, quando saranno le moltitudini a vedere il re nudo, ma non basterà tutta la legna del mondo.

Auguri!!!

dettagli e orizzonti05“… Il Natale è l’unico giorno che gli uomini di buona volontà hanno in comune con gli uomini di cattiva volontà. E avere pace e comunione, per un giorno, con le più nere carogne della società significa credere in un tempo in cui vi sarà comunione senza che vi siano più carogne” (Elio Vittorini)

Fenomenologia del fungo porcino

Ho ritrovato l’archetipo illustrativo del nostro carattere italico nell’essenza del fungo porcino, o meglio nella sua non-natura di creatura trifolata, più che nella sua essenza saprofita e rimineralizzatrice. Ora, detta così questa cosa, lascerebbe intendere un certo mio indugiare nel consumo di sostanze assai poco lecite; dunque, per ricondurre me stesso ad una dimensione appena al di sopra d’ogni sospetto, cercherò di spiegare meglio ciò che intendo. Allora, dovete sapere che qui, nei pressi del borgo antico, v’è la consuetudine di ricorrere alla sagra come strumento di gratificazione ed esaltazione della nobiltà di frammenti urbani aggrottati tra i boschi. funghiLa sagra diviene lo strumento principe attraverso cui rivendicare una propria superiorità morale, civica, sociale e financo economica e culturale. Così fioriscono sagre fotocopia a distanza d’una settimana o poco meno l’una dall’altra, ed in luoghi distanti un paio di chilometri o poco più: Ci sono bizzeffe di sagre della birra, del prosciutto, del tortello, della cotica, della cozza, una sagra delle sagre ed una persino del cinema (?!?), ma, soprattutto, del fungo porcino. L’obiettivo mai confessato dei prolocatori dei singoli eventi, è quello di superare l’incasso e le presenze della manifestazione che si è svolta un paio di giorni prima, laggiù ad un tiro di schioppo, nell’infame borgo concorrente. Il popolo locale partecipa con una avvincente competizione nella competizione, a sancire il vincitore della disfida, sgomitando, calpestando, inveendo, sudando, per assicurarsi il prezioso bottino di qualunque cosa sia – sulla cui qualità tralascio di soffermarmi – esibendo, infine, quale trofeo il pregiato piatto di plastica sul cui fondo sono adagiate ipotesi dei protagonisti prescelti a nominare la sagra. Le competizioni sono aspre, ai limiti della regolarità, si sprecano i colpi bassi. Se qualcuno s’inventa una sagra nuova, non va posto tempo in mezzo per rispondere all’infida provocazione rilanciando la sfida. Guai a tirarsi indietro… s’ode a destra uno squillo di tromba… da sinistra risponde lo sfrigolio d’una grigliata! È il paese dei campanili, del tifo, dell’orticello curato. Della superiorità della razza paesana! Abbiamo questo di buono, che sappiamo difendere la superiorità del nostro fungo porcino, la sua purezza estetica, contro l’ignobile dirimpettaio. Figuratevi se possiamo accettare che torme di barbari vengano ad importunare le nostre sane campane, come si permettono, cosa vogliono. Che la smettano di sbarcare a migliaia sulle nostre coste… nostre, nostre poi è parola grossa, lì al sud, non proprio in Italia, non basta certo una convenzione amministrativa per definire quel senso d’appartenenza che tutti ci attanaglia, e che ci rende fieri ed orgogliosi d’appartenere alla sagra più bella e grande, alla festa più affollata, persino alla più untuosa.

Un tranquillo week end di paura

Il borgo dove vivo è posto tranquillo… pure troppo, quasi una bolla temporale, e non è raro, dunque, che mi ritrovi ad anelare ardentemente caos metropolitani, smog, code ai semafori. Desideri di urbanità repressa, direi. Nel week end però le cose cambiano. Qualcosa di terribile e misterioso pervade la gente del posto. La vedo trasformarsi, gli occhi spiritati, pupille midriatiche, improvvisamente preda di convulsioni che mi inducono ad ipotizzare certi tipi di possessioni collettive di cui si legge nelle cronache di leggende e fatti inspiegabili. Santa maria del SassoBene, le prime avvisaglie si avvertono già nel primo pomeriggio del sabato, allorché percorrere i circa centocinquanta metri che mi separano dalla piazza per raggiungere il bar, diviene pratica che qualche federazione tra gli sport off limits dovrebbe riconoscere come propria. Ci sono torme di automobili dalle dimensioni esuberanti, sorta di Tank full optional, camion per trasporti speciali, che sfidano le leggi della fisica e della dinamica risalendo verso la piazza centrale, uno slargo rinascimentale proiettato con una leggera bombatura verso la quinta dei monti d’intorno ad offrire la vista dell’infinito, ma trasformata in un parcheggio come se ne vedono da qualche parte nei pressi dei centri commerciali. Ora, è ovvio che il progettista della piazza non ne aveva previsto un tale utilizzo, dunque, lo spazio a disposizione, già negletto per tale uso post moderno, diviene un budello ellittico intorno alle poche auto che riescono ad occuparne una parte. Eppure, queste continuano a risalire come in preda ad un delirio circolare, dunque ridiscendono nella speranza che il nuovo giro consenta loro di conquistarsi, proprio lì, al centro della piazza, lo spazio vitale dove smorzare la potente irruenza dei motori. E girano, girano, scendono e ridiscendono, rifiutando ideologicamente i desolati parcheggi fuori le mura, che costringerebbero inavveduti piloti a percorrere a piedi almeno centocinquanta metri, forse duecento, col rischio peraltro di non poter mostrare al mondo intero le mastodontiche cavalcature frutto di lunghe ed estenuanti trattative con finanziarie neglette. E chi non partecipa a questa ridda satanica, tra olezzi di zolfo e piombo di scarichi ineducati, sfida il pericolo: si lancia sui battiscopa dei pochi negozi risparmiati dalla crisi, nel tentativo di fuggire all’inevitabile arrotamento, scansa con gesto felino l’invasività di specchietti retrovisori che sembrano ali di Boeing, trattiene il fiato per non essere soffocato dal napalm delle marmitte. Ho visto donne con passeggini eseguire manovre e rapide sterzate degne di piloti di formula 1, vecchietti che riacquistano d’improvviso antiche e dimenticate agilità, donne e uomini che con un sol balzo passano da un ciglio della strada all’altro, miracolose corse di paraplegici, sordi che si tappano le orecchie, sguardi terrorizzati che scrutano d’intorno alla ricerca disperata di provvidenziali vie di fuga. Tutto ciò si svolge in un crescendo vorticoso, sino all’impennata finale, quando le prime ombre della sera avvolgono il borgo. A quel punto torme di ragazzini invasati vengono scaricati da mezzi più o meno pubblici e genitori alla periferia del borgo perché prendano parte al rito, lanciando la cariche scomposte verso i quattro locali a disposizione. È allora che i decibel raggiungono vette da aeroporto militare in tempo di guerra: non capisco perché i ragazzini di oggi sentano il bisogno di urlarsi addosso concetti regrediti in un linguaggio arcaico e turpiloquiante, per di più con un tono di voce lancinante. Il loro arrivo è comunque il campanello d’allarme che suggerisce di battere in ritirata, chiudere le imposte di casa e trattenere il fiato sino a che non sia passato, cosa che avviene solo ad ore impossibili. La mattina successiva il risveglio è nel silenzio, ed è serenamente che avvio la lavatrice per quel placido roteare che donerà lustro alla mia biancheria. Poi è necessario confrontarsi con il mondo esterno, prendere un po’ d’aria. Il ritardo che si compete alla nettezza urbana domenicale ha, nel frattempo, amplificato l’effetto di devastazione della guerra della notte prima, cosicché tornare in piazza per il caffè diviene ancora una volta una sfida al limite. Il terreno su cui si è consumata l’ultima battaglia ne testimonia tutta la cruenza e l’efferatezza. Cocci di bottiglie rotte, vetri, ogni genere di rifiuto cartaceo ed organico, cercano spazio tra rigurgiti alcolici, incontinenze e, sopratutto, pongono un interrogativo inquietante: quali orrende creature albergano nel cuore del borgo, e quali gladiatori ne consentono, all’alba della domenica, il passeggio alla catena per gli impellenti bisogni fisiologici della mattina? Ho visto monoliti, come se ne vedono solo nei musei d’arte concettuale, mantenere equilibri improbabili. Ho evitato che mi rovinassero addosso deiezioni fecali megalitiche. Ho visto costruzioni organiche fumanti simili a solfatare, sollevare nebbie fittissime. Ho visto strutture biologiche di abili architetti ergersi sino ad oscurare l’orizzonte, sfidando la gravità che muove l’universo. La sosta al bar prelude al rientro, ritardato di qualche minuto ancora per quattro chiacchiere in attesa che la lavatrice compia il suo ultimo giro. Bisogna stendere il bucato mentre c’è un raggio di sole. Poi l’attraversamento a ritroso del campo di battaglia, anelando il ritorno dei cassonetti al loro posto. Infine il rientro nel sicuro rifugio casalingo, isolato dalle intemperie del mondo. Ed invece la lavatrice, cantando la marsigliese, mi ha regalato la trasformazione lacustre di tutta la casa, bianche ed azzurre discontinuità cromatiche sul rosso del cotto, avvertite un attimo prima di soccombere alle pigrizie della gravità, finalmente coccolato per le terre nella realtà ovattata e silente di soffici fiocchi schiumosi, in un tranquillo week end come tanti!

Sommelier per caso!

Esiste un sottile ma robusto legame tra gusti letterari e gastronomici, ancorché non abbia riflessi rapidissimi, me ne sono accorto anche io. Ci sono hamburger, hot dog, con quel retrogusto vago di rancido, e salse e bibite per mandarli giù che sanno di melassa, sapori che i palati prelogici non solo gradiscono, finiscono persino per apprezzare, accompagnandoli a certe letture che, appunto, sanno di rancido, di melassa, stuccano. A me le cose che hanno queste caratteristiche – nessun pregiudizio nei confronti di chi ne fa uso massiccio, pervaso dal germe della velocità -, e che spesso si accompagnano mirabilmente a talune canzoni sui cui testi mi limito a glissare, mi fanno aumentare, ora la glicemia, ora il colesterolo, sia solo che le legga, sia anchespaventapasseri che le mangi. Dunque, evitandole con cura, soprassiedo nel darvene giudizi, pur ammettendo che potrei non esserne all’altezza, giacché della loro esplorazione mi sono privato a lungo, né ritengo di sottopormi a radicali ripensamenti. Vi sono invece certe cene che non si dimenticano, quel dentice, quasi nature, innaffiato con un bianco che fluisce pacato e non interferisce col gusto, lo esalta piuttosto, come una lente d’ingrandimento ne illustra i dettagli e ne evita l’affastellarsi in una moltitudine confusa di sensazioni indistinte. Rimane nella memoria, non accenna ad abbandonare la sua essenza di ricordo felice, semmai si dispone con sapiente lentezza, senza sgomitare, diacronicamente accanto ad altre esperienze pur mantenendo posizioni privilegiate. E ivi echeggia certe arie mozartiane, un Ravel da orchestre dirette dagli dei della musica. Vi sono, lì nei pressi, certi saraghi del Mar d’Africa, attesi senza fatica all’amo per ore, e che abboccano mentre l’alba si esercita in cromatismi spiazzanti; oppure pomodori colti negli orti degli dei, con lo sfondo lontano della fiammeggiante irrequietezza della tomba di Empedocle, o ancora chicchi di melograno giunti direttamente dalla terra dei Lotofagi. Dimensioni perfette del gusto che invogliano le palpebre al sonno, ed alla veglia spingono senza indugi verso libri sublimi, letture lente e complesse, articolate, sofferte, che però finiscono per scivolarci per sempre dentro, in forma di una ruga in più, un guizzo comportamentale, un’attitudine… Distinguo su ripiani facili da raggiungere le coste importanti di certe cose di Musil, Sciascia, Vittorini, Sartre, D’Arrigo, Virginia Wolf… Tutta roba che, quando se ne parla, riecheggia come tappa fondamentale della nostra esperienza formativa, ed un piatto assume consistenza letteraria, almeno quanto un libro fondamentale lascia al palato quel gusto permanente che deriva da ingredienti esiziali per cuochi abilissimi nell’amalgamare le parole. Eppure, accanto a ciò, c’è anche dell’altro… E se “L’uomo senza qualità” invoglia alla liturgia d’una Sacher, almeno quanto “Il garofano rosso” spinge verso il rito di un budino di mandorle, così certi banchi di frutti di mare, pomodori secchi, olive farcite e peperoncini diabolici, immersi in un Suk di colori e profumi, offrendoci l’opportunità di consumi rapidi ed estemporanei, accelerano il desiderio di tornare a sfogliare libercoli leggeri, poche pagine che sembrano scivolare via come va giù un mitilo al limone, o un tocco di pepato fresco. Certo, v’è forse un po’ di pudore nell’ammettere che quelle letture d’un paio d’ore, street reading consumato sulla panchina d’un parco, a sedere su un muraglione dirimpetto al mare, o sotto un albero di ulivo saraceno, pure distratti dalla risacca o dagli uccelli (e non solo dal loro canto), possano averci formato gusto e memoria; ma che bellezza “Tre uomini in barca (per non parlare del cane)”, “l’uomo invaso”, “Ricette immorali”. Che meraviglia – di tanto in tanto, e senza esagerare – far finta di essere sani! 

Con sincero distacco!

Giacché se ne fa un gran parlare, voglio anch’io discutere di patri distacchi, di secessioni, di indipendenze, di autonomie, di sovranità nazionali, subnazionali, protoregionali. E si che quando un parlare è grande, vuol dire che forse non vale la pena di proseguire nello spendervi ulteriori parole, si rischia di aggiungere qualche goccia al mare, con l’effetto di rendendola inutile ed invisibile; ma io sono così affezionato all’effimero da non riuscire, talora, a sottrarmene. Certo meglio sarebbe che serbassi queste poche gocce tutt’altro che di saggezza che mi sono rimaste per il deserto, che lì ce ne sarebbe più bisogno; ma ognuno ha le sue fisime, ed io, ancorché non me ne compiaccia, mi serbo le mie. Alberobello 3Il punto è che anche a me piacerebbe di fare una secessione, ma non so da cosa dovrei “secessionare” (scusate l’arbitrio linguistico), né, tanto meno, saprei per quale terra dovrei pretendere una nuova sovranità. E allora, mentre altri s’affaccendano a identificarsi con fazzoletti di suolo calpestabili, e, dunque, mirano a staccarsi da ipotesi di paesi usurpatori, o istituzioni onnicomprensive, la mia preoccupazione è di rimanermene al centro del nulla: se tutti si dichiarano indipendenti devo cercarmi un posto già indipendente dove posso avere qualche possibilità di asilo… E allora, mettiamo che usciamo dall’Euro, dice che ci conviene. Vabbé, forse, non mi metto a sindacare su questo. Il punto è che io già coi soldi ho un rapporto, per così dire, distaccato, nel senso che raramente abbiamo contatti ravvicinati, e, forse proprio per l’esiguità di dette frequentazioni, io ci ho messo dieci anni a cominciare a ragionare in Euro e non è nemmeno detto che ci sia riuscito del tutto. L’altro giorno in qualche negozio m’hanno rifilato venti centesimi giamaicani che sono tali e quali ad un Euro, ed io li ho rigirati senza rendermene conto al bar per pagare un caffè: la proprietaria se ne è accorta subito però, poi il marito ha capito di cosa si trattava così m’hanno chiesto, con sguardo sospettoso: “ma che ambienti frequenti?”. Ipotizzo si riferissero a certe abitudini di quei luoghi esotici, non solo musicali. Ora, se mi rimettete la lira, io ci impiego altri dieci anni per riabituarmi, non mi ricordo come funzionava: abbiate comprensione, il mio elettroencefalogramma è quasi piatto. Ho memoria solo che non è che a quei tempi, quando si ragionava a milionate, intendo, fossi ricco e spietato come il Conte di Montecristo… avevo sempre quel certo distacco di cui sopra! Poi, ovvio, dissimulavo, fingevo atteggiamenti snobistici, in realtà mi mangiavo le nocche, il conto in rosso… Se poi, all’improvviso qualcuno fa un referendum ed io mi ritrovo d’improvviso, che ne so, nel Granducato della Cistifellea, nella Repubblica del Sanguinaccio, nel Principato dello Sparviero, e mi ci vuole il permesso di soggiorno per rimanere, e se poi non me lo danno perché non conosco la lingua che magari cambiano in corso d’opera, io che faccio? Mi tocca tornarmene a casa tra frontiere e frontiere, che sembro uno di quegli sciagurati che attraversano il Mar d’Africa, e ad ogni dogana magari ci incontro il tipo che mi dice “quanti siete, dove andate cosa portate… un fiorino”. Io che rispondo, “posso pagare in Euro”? E se mi respingono alla frontiera e mi fanno fare il giro largo, da dove passo, dalla Scandinavia? Lì, poi, secondo me, se ne accorgono che non sono roba loro, mica posso dirgli che dalle mie parti ci sono stati i Normanni, dunque magari ci ho qualche lontano parente vichingo. Non abboccano, credetemi. Insomma, io qualche preoccupazione ce l’ho, saranno fisime ma mi aspetto il peggio. Che poi non so bene, eventualmente, dove potrebbe essere veramente casa mia, cioè, in definitiva chi sono, che ne ho cambiate così tante di case che non sono mai sicuro dove mi sveglio e non mi ricordo neppure dove siano gli interruttori della luce e sbatto dappertutto. A scanso di equivoci, comunque, mi sono costruito una specie di albero genealogico, magari con quello mi faccio ospitare in uno stato nuovo e neoindipendente accampando origini comuni con gli autoctoni. Per farlo me ne sono andato in biblioteca, mi sono documentato, ho qui le fotocopie davanti: allora, c’è scritto che dalle mie parti ci sono stati i Siculi, i Sicani, i Fenici, i Greci, i Romani, i Vandali, gli Arabi, i Normanni, gli Spagnoli, i Francesi, gli Inglesi, i Tedeschi, poi persino gli Italiani e qualcuno, di certo, l’ho pure dimenticato… è lecito presumere, dunque, che un po’ di sangue di tutti questi ce l’abbia anch’io. Temo però che che la regola dell’anche al confine non me la facciano valere. E allora ho pensato, prima che altri pensino di cacciarmi, magari perché gli pare che gli rubo il lavoro (ma vi pare che io sia il tipo che si mette a rubare il lavoro agli altri? Semmai gliene faccio gentile omaggio), di chiedere asilo politico da qualche parte. Mi viene in mente l’Isola Ferdinandea. Speriamo che riemerga in tempo.

Inquietudini!

Dislocato fra quattro mura remote, scorgendo del mio tempo solo ritagli fuggevoli, ignaro di mille usi e contegni odierni, ho la curiosa impressione di vivere in bilico sulla ruota dei secoli, infinitamente più prossimo a San Girolamo che ad uno degli spippolatori che affollano l’I pad del bar pochi passi più su, in piazza. Tuttavia, tale consapevolezza non rende merito alla mia disillusione circa l’efficacia del sacrificio – un’idea che appartiene ad un martire non è detto che sia una buona idea -, dunque, preparo le contromosse, centellinandone l’utilizzo per non disperdere in un solo colpo il mio armamentario d’alternative. ColmarCosì, cercando di non farmi travolgere dalle enormi auto che sfidano le leggi della fisica percorrendo le strette strade del borgo, mi sono prodotto nell’ascesa per il caffè del meriggio verso la piazza centrale, il rinascimentale trampolino proteso verso l’orizzonte circoscritto dall’emiciclo claustrofobico dei monti. Ancora in preda allo sconforto per vedere la creazione di tale antico ingegno urbanistico trasformata in un parcheggio, ho colto la presenza del vecchio Mike spalle al muro, ad esporre minor superficie possibile all’incedere inesorabile d’un gigantesco fuoristrada per l’ennesimo giro di piazza. È probabile che il suo proprietario, impegnato nella giostra, sia stato colto dal dubbio atroce che qualcuno non avesse notato la sua presenza a bordo del potente mezzo e, per generosità, non volesse togliere ai propri concittadini la gioia di esternare con gridolini d’approvazione l’ammirazione per la possenza del suo mezzo. E nel contempo si prodigava nella ricerca d’un comodo asilo che fosse anche bella mostra per il suo destriero metallico – abbandonarlo nell’anonimo parcheggio appena fuori le mura dove scarseggiano sguardi compiaciuti era fuori discussione,– per un altro paio di giri, in attesa che qualcuno dotato di mezzi più prosaici gli cedesse il posto meritato – ubi major minor cessat -. Fallita la ricerca dell’agognato ricovero ha abbandonato il campo, liberando me, l’amico ed un paio di vecchine dalla prigione delle nicchie di negozi disabitati. Abbiamo così potuto avvicinarci non senza aver prima evitato di calpestare un paio di monolitiche ed elevatissime deiezioni canine; così gli ho proposto il concerto jazz del sabato sera. L’inquietudine del passo che consente la fuga dalla bolla temporale, del resto, si è dissolta con le ultime nevi sotto il sole della primavera. Buon concerto, anzi se vi capitano questi tipi qui, non perdeteveli. Ma stranamente poca gente, e giacché si ritardava ad iniziare, abbiamo approfittato per farci un calice di discreto Rosso di Montalcino, anche per buttar giù l’ettaro di lasagne di Marica e Michele consumate in tutta fretta prima della partenza. Al bancone del bar, però, un’angoscia che non vi dico, una cosa sotto pelle annichilente, ha pervaso ogni parte del mio corpo: tutti i presenti, ancorché non molti, avevano un aspetto familiare, abiti riconoscibili, espressioni note. Eppure non ne conoscevo nessuno. Ma quella strana sensazione di deja vu mi ha spinto a raccattare frammenti di conversazione sino a svelare il mistero di quella inquietudine: tutti insegnanti, avvolti dalla nuvola della rassegnazione, consacrati all’altare dell’inutilità del proprio ruolo. La conclusione è ovvia: anch’io, nel tempo, devo aver assunto quella facies. Attendendo che i musicanti si esprimessero ho vuotato il calice affinché con il suo contenuto scivolasse via anche il sapore crudele della scoperta che ha poi continuato a flagellare la notte abbreviata dalle riarticolazioni orarie. Memore di quanto osservato la sera prima, la mattina ho provato a ridefinire con quanto contenuto nel mio scarno guardaroba qualcosa che somigliasse ad una nota distintiva rispetto alla “norma”. Niente, il vuoto, il deserto della Namibia, quello dei Tartari, nulla sotto vuoto spinto. Negli anni, l’esile insieme dei miei strumenti di vestizione mostra tutto il suo sincretismo, la sovrapposizione indistinta di stili desueti con cose fuori tempo massimo. Nulla che abbia a che vedere con scarpette colorate, giubbottini variopinti, vite basse. Rassegnato ad essere come sono ricompongo il quadro desolante di ciò che indosserò e con quella mimetica me ne vado a vedere la mostra di foto qui accanto, inaugurata appena il giorno prima e che, come sempre accade, riceve visitatori praticamente solo per i primi due giorni. Non faccio in tempo ad entrare nella prima sala che vengo respinto da un’evidenza scioccante: la folla numerosa di tutti con la macchina fotografica a tracollo, modelli sofisticatissimi che denunciano la strabordanza di certe adipi impennandosi sulle pance con i loro zoom imponenti (che siano compensativi?!?) protesi a scrutare volte o cieli inesplorati. Come se un pittore andasse a vedere i quadri di Pollock con pennelli e tavolozza, o uno scultore che ci tenesse a mostrare martello e scalpello davanti al David, un melomane che dal loggione fa penzolare un flauto traverso ascoltando Il Rigoletto! Beh… vabbè, ho capito, ci tornerò un’altra volta, quando è passata la buriana, mentre posso ancora entrare senza essere scambiato per un inesperto ed incauto visitatore… che ne so, un insegnante. Comunque, se ci sono cose decenti in giro, fatemelo sapere. Adesso me ne torno a casa, è meglio, ho una bottiglia di Cabernet decente e mi faccio due spaghetti, che ho pure trovato i pomodori Marinda al supermercato, in confezione regalo, a sei Euro al chilo.

Fenomenologia degli arlecchini!

Il buon vecchio Mike è un personaggio straordinario. Editor inglese in pensione, ormai vive qui da quindici anni, continua a leggere l’Economist (vattelapesca come se lo procura, sarà un abbonamento), giornale un tempo assai inviso da queste italiche parti per certi apprezzamenti piuttosto pungenti su talune personalità di spicco delle nostre istituzioni. e non ha imparato una sola parola di italiano, Sostiene che sia colpa di Michele, il nostro oste di riferimento, di cui siamo clienti fissi entrambi (praticamente complementi d’arredo della trattoria), Il castelloche, avendo vissuto per anni in Inghilterra, gli consente una fluente conversazione in lingua madre, impedendogli con questo di progredire nell’uso del nuovo idioma. Per quanto mi riguarda, invece, il mio inglese è rimasto a cose del tipo “the pen is on the table”. Ho l’attenuante di sviluppare pensieri in un siciliano arcaico che viene poi tradotto in un italiano barocco e borbonico, dunque ,con pochi spazi per altre parlate, difficoltà cui si inserisce una seria propensione nell’indugiare in atteggiamenti di pigrizia assai poco avvezzi ai cambiamenti epocali. Comunque, ieri era l’Otto Marzo, l’anniversario d’una carneficina, ed avevo trascorso una pesante mattinata a scuola (difficile reggere i preadolescenti in un sabato che sa di primavera per cinque ore, occorre una pazienza al cui cospetto Giobbe apparirebbe come un vecchietto bizzoso). Non solo, ma mi ero sorbito la pletora delle dichiarazioni incrociate dei notiziari circa le quote rosa, ossia su un sistema che consenta anche alle donne di essere rappresentate paritariamente ai vertici delle istituzioni. Si dice sia necessario, come sarebbe auspicabile anche la presenza di più donne ai vertici delle aziende, che questa cosa fa crescere il PIL, modernizza il paese… Personalmente non sono proprio d’accordo: io mi porrei piuttosto il problema di togliere di mezzo anche gli uomini dai vertici, anzi, proprio di togliere di mezzo i vertici, non solo di azzerarli, ma di renderli inutili, un cambio di prospettiva paradigmatica, direi. Questa cosa me l’hanno spiegata le mamme di Crimea contro la guerra, le mamme No Muos, le Suffraggette (un tale in un bar, facendo sfoggio di grande cultura e di competenze politiche elevatissime, le chiamava olgettine). Ma scusate, sto divagando. Allora, vi dicevo di Mike. Avendo subodorato che la festività in questione avrebbe riempito la trattoria di Michele, l’ho convinto a rinunciare alla cena per andare a sentire un concerto jazz della Zavalloni a Firenze. Dopo una giornata di chiacchiere, la compagnia di Mike è fantastica per le sunnominate difficoltà linguistiche di entrambi. E poi il concerto è stato francamente stupefacente… il jazz è la cosa più fenomenica che esista, una brezza, un uragano, la burrasca, tutto insieme e senza preavviso: la sorpresa ad ogni battuta, la fantasia al potere. Il ritorno è stato piuttosto duro, sia perché non sono più così abituato a tirar tardi, sia perché Mike, stordito ed ammaliato da uno standard di Duke Ellington reso immortale dalla vecchia Billie Holiday, ha continuato a canticchiarlo a mo di ninna nanna per tutto il passo che dobbiamo affrontare (anda e rianda) per far rientro a casa, e il cui nome evocativo di Passo della Consuma mai fu così azzeccato. Comunque, ho avuto il tempo per un notiziario, prima che il segnale radio venisse oscurato dai monti. Ho così appreso che, nel corso della giornata, c’è stato un tale (non lo nomino, ho fatto un fioretto) che ha parlato dell’incontro delle diverse culture nel nostro paese come di un’arlecchinata. Come dire, ho sbagliato tutto se io, col cuore ed il DNA nel Mar d’Africa, me ne son andato in giro con uno che ha fatto le scuole a Birmingham e vissuto tra Londra e la Spagna, per di più conosciuto nel cuore dell’Appennino, per sentire il jazz d’oltre oceano. Che degenerato, mi sono scordato di scavare le trincee alle frontiere.

Mala tempora…

Quella che è trascorsa è stata una settimana intensa, infuocata direi. Per quanto mi riguarda è stata quella in cui andavano collocati i numerini giusti nelle caselle giuste, in modo da rendere edotte famiglie ansiose circa reali competenze e capacità dei propri adorati pargoli. È pratica cui ancora sono poco avvezzo, nonostante i lustri che me ne hanno imposto la pratica. Mi chiedo come faccia un sette o un otto condiviso tra qualche decina di migliaia di preadolescenti o adolescenti, a rappresentarne seriamente la complessità delle singole storie, di vissuti quotidiani così lontani e diversi. Strane forme di egualitarismo che sottintendono all’omologazione. In altri ambiti non si indugia nel siamo così uguali. Dettagli ed orizzonti sul Mar d'Africa2013-12-26_1Sono domande che sarebbe meglio cominciassi a derubricare a pura fisima, giacché rischiano di sottintendere quell’altra più penosa e priva di risposte: e io che ci faccio qui? Ad ogni buon conto, Don Milani è morto, non esiste più il portico di Zenone, Aristotele, o chi per lui, havinto la guerra dei duemila anni, ha fatto postumi i suoi prigionieri, dunque siamo avviluppati nel conforto del flogisto, vagando su una terra piatta al centro dell’universo. Comunque, è stata una settimana densa anche d’altro, roghi di libri, assalti all’arma bianca, esondazioni ed alluvioni, istituti di propaganda che prevedono contratti multipli per mantenere la bava alla bocca, turpiloqui sessisti, linguaggi regrediti e subalterni, ed infine la scoperta – proprio una nota al margine – che il Bel Paese avrebbe perso qualche centinaio di miliardi perché da qualche parte lontana, in un ufficietto d’un grattacielo, qualcuno ne trascurava la “grande bellezza”; sarebbe come dare una valutazione del Kuwait non considerando il petrolio. Moralis de fabula servono quei soldi, dunque andremo in pensione quando per riscuoterla – sempre che ci si arrivi – serviranno sedia a rotelle e cateteri. Però ho trovato una piccola cronaca di questi tempi grami in una cosarella di quelle che piacciono a me. Provate a indovinare chi la scritta e se ci riuscite vincerete la mia stima incondizinata: “L’apparato centralizzato dello stato che, con le sue strutture militari, burocratiche, ecclesiastiche e giudiziarie onnipresenti e complicate, rinchiude il corpo vivente della società civile come un boa constrictor, fu forgiato per la prima volta nell’epoca della monarchia assoluta come arma della moderna società borghese in sviluppo nella sua lotta di emancipazione dal feudalesimo. I privilegi feudali dei signori, della città e del clero del medioevo vennero trasformati in attributi di un singolo potere statale, che sostituì i dignitari feudali con funzionari statali stipendiati e tolse le armi ai servitori medioevali dei signori feudali e delle corporazioni urbane per darle ad un esercito permanente; l’anarchia variamente colorata dei poteri medioevali in conflitto tra loro venne sostituita dall’ordinato programma di una autorità statale, con una sistematica e gerarchica divisione del lavoro. (…) Ogni minore interesse particolare prodotto dalla interrelazioni fra gruppi sociali, è stato separato dalla società stessa, fissato, reso indipendente da essa e ad essa posto in contrapposizione, in nome dell’interesse dello stato, amministrato dai sacerdoti dello stato con funzioni gerarchiche precisamente determinate. (…) Le fazioni e i partiti delle classi dominanti che alternativamente hanno lottato per la supremazia, hanno considerato il possesso e la direzione di questo immenso apparato di governo come il bottino principale della vittoria. La loro attività era rivoltà fondamentalmente alla creazione di immensi eserciti permanenti, di una schiera di parassiti di stato e di un’enorme debito pubblico. (…) Il potere del governo, con il suo esercito permanente, la sua burocrazia onnipotente, il suo clero abbrutente e il potere giudiziario ad esso asservito, era divenuto così indipendente dalla società stessa che (…) non appariva più come uno strumento della dominazione di classe, sottoposto ad un ministero parlamentare o ad una assemblea legislativa. Umiliava sotto il suo dominio perfino gli interessi delle classi dominanti, di cui sostituiva la parodia parlamentare con dei corpi legislativi che eleggeva direttamente e con senatori che esso stesso pagava; sanciva la sua assoluta autorità con suffragio universale e con la necessità riconosciuta di mantenere l’”ordine”, e cioé il dominio del proprietario fondiario e del capitalista sul produttore; nascondeva, sotto i randelli di una mascherata del passato, le orge di corruzione del presente e la vittoria della parte parassitaria degli strozzini finanziari. (…) A prima vista sembrava che fosse la vittoria finale del potere del governo sulla società, mentre era in realtà l’orgia di tutti gli elementi corrotti di questa società”.

Memorie asimmetriche

Prima di ricongiungermi a Morfeo ad ore da infante (dopo Carosello, per intenderci), nell’intento di ricaricare batterie esaurite da una settimana di devastazioni, e non prima di aver compiuto i riti delle sacre abluzioni domenicali, ieri sera mi sono concesso qualche minuto di zapping con lo stesso entusiasmo con cui si rimane in ascetica contemplazione di una lavatrice che si esibisce nel suo vorticoso roteare. Moralis de fabula, mi sono sorbito una buona mezz’ora di turpiloquiare spinto. Chissà perché risulta più comprensibile la subalternità culturale dell’indugiare nel prelievo da vocabolari regrediti anziché esprimersi attingendo ad auliche e rigorose argomentazioni!

Disobbedienza civile

Disobbedienza civile – tecnica mista su tela 80×80

Mah! Comunque, sfatto e disilluso mi rimetto a riflettere sulla durezza del contingente e sulle fatiche che il giro di boa lavorativo mi riserva per i prossimi giorni. Lancio un’occhiata di – spero – comprensibile affanno alla pila infinita di verifiche rimaste da correggere, anticipando le soluzioni immaginifiche che i miei allievi mi riserveranno nelle prossime ore, e torno a riflettere sulla durezza delle regole contemporanee della Repubblica fondata sul lavoro. Ormai stretto tra gelide lenzuola mi torna in mente Il “Giorno della memoria”, il contrasto stridente tra le celebrazioni rituali e le teste di maiale lasciate alla Sinagoga di Roma, il silenzio delle bocche cucite dei migranti, e poi quella frase “il lavoro rende liberi”, rievocata in lingua originale, non si sa mai qualcuno, interrogandosi, ne comprendesse il significato recondito. Ed allora ho una cosa di Elio Vittorini per dare a quella, ahimé, celebre epigrafe meditata risposta: “Dio ha condannato noi uomini a lavorare e uno penserebbe che i posti dove non si vede l’ombra di un povero diavolo che tiri la zappa siano stati abbandonati dagli uomini e da Dio. Invece sono posti pieni di gente anche più degli altri. Con la differenza ch’è gente che ha capito, e che se la spassa in città, la maggior parte del tempo, a chiacchierare nelle piazze e a far festa nelle chiese. Poiché Dio è di manica larga, sa di averci condannati in un momento di cattivo umore, e trovar gente che lo capisce gli fa un piacere tale che ronza di continuo intorno a loro, e lavora Lui per loro; e rende ricche di raccolti le campagne loro come capita di rado che siano di quanti si attengono alla lettera della Sua scrittura”. Spero vi piaccia, e spero vi piaccia anche l’ultima di queste dieci tele che costituiscono il mio personalissimo “Decameron – doppi servizi e vista mare”. Che la lentezza vi accompagni.