Ozio, lentezza e nostalgie

“Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci”, diceva John Ruskin, al tempo in cui per andarsene appena fuori confine non v’era necessità di portarsi dietro i permessi di soggiorno, ma buone gambe o un buon cavallo o una barca che non affonda troppo presto. È che le accelerazioni mi mettono ansia. times18-copyCredo di essere l’unica persona che conosco – tra quelle automunite, si intende – a non avere mai preso una multa per eccesso di velocità. Quando sono per strada gli autovelox mettono la freccia per superarmi. Ciò mi rende in pratica un soggetto eversivo. Abbasso il PIL, remo contro. Ad inquietarmi della velocità è dunque che fa perdere i dettagli di ciò che incontriamo, rende la visione delle cose sfocata, i contorni indefiniti. E questo è un dato sufficientemente incontrovertibile, almeno dal mio punto di vista. Eppure c’è un mucchio di gente che continua a pensare che ci si debba attrezzare per essere rapidi, la velocità rende competitivi, la prontezza di riflessi determina il successo evolutivo, fa progredire la specie, porta all’acquisto degli F35. Persino i miei alunni mi chiedono “quanto fa la sua macchina?”, ed io rispondo “circa venti al litro” (sono lento anche di comprendonio ed influenzato dalla dialettica serrata e perdente con il bancomat, oltre che dal valore ponderale della mia busta paga). Scrivevo ciò diverso tempo fa, su questo stesso blog che ultimamente frequento assai poco e non per mancanza di volontà. E come diceva un vecchio amico che non c’è più, quando uno comincia a citare se stesso vuol dire che è alla frutta, io ho piuttosto una grande sensazione di prossimità alla canna del gas. È che mi sembra non si veda luce, va tutto troppo veloce, mi verrebbe da dire “ma dove andate tutti così di fretta, dove andate? Di cosa avete paura, che qualcuno vi rubi l’arrivo, un posto sul podio?”. Persino mi capita di andare ad una conferenza dove presentano un libro su una femminista storica e dal dibattito che emerge sembra che il problema sia di garantire pari opportunità d’arrivare primi alle donne com’è concesso agli uomini. Dunque io non sarei femminista giacché non mi importa nulla se una donna arriva prima, né se a farlo è un uomo, dunque non sono nemmeno maschilista. E pensare che un tempo – ero assai più giovane allora – mi costringevo a probanti sedute di autocritica di genere, un po’ certo per entrare nelle grazie altrui – di elle, si intende – ma anche perché mi piaceva l’idea che era insita in quel femminismo di una sorta di ribaltamento paradigmatico che puntava all’annullamento delle gerarchie, dell’ordine di arrivo, e non si parlava di meritocrazia come strumento per acquisire il comando “ora e subito” – il più bravo/la più brava se lo merita – ma si “blaterava” di libera espressione dei propri talenti da rendere alla collettività come risorsa comune. Così, per me, che non disdegno le pratiche di conversazione, in particolare quelle che per definizione non portano da nessuna parte, ma che rendono circolare il tempo e la perifrastica (sia attiva che passiva) un gioco di ruolo con le porte spalancate verso impreviste vie di fuga, il dibattito è stata un’induzione al silenzio. Certo si può anche essere in totale disaccordo con ciò che dico, ma chi vuol seguirmi, è certo, non farà troppa fatica a starmi dietro, ma sappia dei rischi che corre, poiché sarò l’untore il cui scopo primario sarà la diffusione pandemica di questa mia patologia, e, quale eccezione che rende perfetta la regola, pure molto, molto, molto velocemente. Allora faccio un cauto passo avanti, giacché nel precedente post ho avuto commenti che in tale direzione mi spingono – la dice lunga che sia passato un discreto tempo tra questo post e quello circa i miei più profondi intendimenti -, e propongo un elenco di buone pratiche per la lentezza, non più di tre a cranio, che se la cosa diventa virale ci si fa un libro. Ed ecco le mie: a) Stasera a cena sostituite la preparazione di due uova al tegamino (tempo stimato per la preparazione tre minuti durante i quali non si potrà che stare lì ad attendere che siano pronti, con la caponata (vi do qui la ricetta), che invece si prepara in almeno tre ore che passano meglio con almeno tre bicchieri di vino – quanti ce ne entrano nella preparazione di un uovo al tegamino? -; b) se rinunciate al piano “a” perché non vi va proprio, allora regalatevi almeno tre volte la settimana due ore sul divano o in poltrona con accanto un bicchiere di vino (meglio due, ma facciamo tre) ed un paio di crostini burro e acciughe, senza far niente, con solo musica in sottofondo (jazz è meglio, che l’improvvisazione è nemica della programmazione), cacciando via brutti pensieri, che ne so, metter su una lavatrice, accendere la TV, lavare i piatti che avete lasciato nel lavabo dalla sera prima, o altre necessità che ritenete impellenti e di fatto non lo sono davvero; c) se qualcuno vi invita a fare una passeggiata in centro per negozi ditegli che avete impegni improrogabili e leggetevi o rileggetevi il monologo interiore di Horcynus Orca.
Ma c’è qualcosa che all’orizzonte si muove, a proposito dell’essere lenti – condizione che ritengo nei giorni che viviamo come una necessità di legittima difesa –, e ve la propongo qui non avendo nulla di meglio da offrirvi che non siano i miei spropositi, pregandovi semmai di dargli sia pure una sola fugace occhiata provando magari a condividerla se vi pare, con chi vi pare. Dimenticavo, che la lentezza sia con voi.

Lavorare stanca (Parte 2 – la vendetta)

Insomma, le feste finiscono. È cosa consueta che tutto ciò che ha un inizio poi, come tutte le cose umane, deve anche finire. Lo diceva Giovanni Falcone della mafia… eppure. Ad ogni buon conto l’arrivo delle feste per me è sempre fonte d’angoscia giacché conosco da sempre come va a finire: come sono arrivate se ne vanno. Ho meditato a lungo durante questo periodo di riposo su questi ed altri problemi che attanagliano i nostri tempi grami, non ultima la questione che è ormai nota al mondo, e cioè che il lavoro mortifica l’uomo e lo rende simile alla bestia, valutazione suffragata dal vederne gli effetti durante la sua lontananza, con sguardo fermo ma distaccato. Lo so che poi arrivano le bollette, che bisogna far la spesa e tutta roba di questo tipo, e che, dunque, obtorto collo bisogna lavorare. E lavorare stanca. DSC_0011Ora, lo so che c’è un sacco di gente che adora il proprio lavoro (anch’io amo il mio, su questo non ci piove), ma occorrerebbe che ci fosse un limite al lavoro ché il tempo è assai prezioso e non basta il salario a pagarne una frazione minima. Così avrei pensato di mettermi a elaborare un progetto, uno di quelli pensati in modo serio e professionale, da presentare per farmelo finanziare a comuni, regioni, province, ministeri, governi, comunità europee, all’ONU, all’UNESCO, a chi ci pare ed in definitiva a tutti. Un progetto sulla cui realizzazione garantisco col sangue, altro che quelle cose un po’ da italietta che uno fa un progetto poi dilata i tempi, cincischia, scarabattola, ne fa un pezzo, una pinzillacchera, poi dice sono finiti i soldi e ne chiede ancora, dunque rimaneggia, fa un favore ad un cugino, all’amica, ed ancora all’amica dell’amica, distribuisce prebende e paga una cena a questo ed a quello, sfrutta, viaggicchia, espatria, trasferisce, rottama, costruisce, guerreggia e fa morti, lutti, feriti… Io no, prometto che lo realizzo, direi alle alte istituzioni di cui sopra, ve lo metto per iscritto che non dilaziono, che non derogo, che non indugio. Se volete ve lo sottoscrivo come in antico rituale pagano offrendo in sacrificio una goccia del mio sangue, la ceralacco e ve la mando, a mò di timbro, anzi no, di fideiussione. Ma ecco in che cosa consiste questo progetto arguto e geniale, le cui ricadute sociali sono enormi: insomma, se mi danno un compenso adeguato, bastevole sino alla pensione, io giuro che non faccio niente, nulla, nada de nada. Mi sveglio al mattino quando mi pare, mi prendo il caffé e mi ci fumo sopra una sigaretta, poi faccio una passeggiata, mi leggo un libro, che ne so, mi potrei mettere a dipingere, scattare qualche foto, ma solo se ne ho voglia, cucino pregiate caponatine, o frittate di cipolle all’uopo, ma mi asterrò comunque da qualsiasi attività lavorativa che dir si voglia ed a scopo di lucro o che non sia puramente ed unicamente gratificante per il corpo e lo spirito… Che ve ne pare? Dite che non è un gran progetto, che non merita attenzione? E perché? Ma se elargiscono fior di milioni a certi ceffi che stanno nelle consociate, nelle municipalizzate, nei C.d.A. di banche e che poi fanno dei danni incommensurabili, perché non pagare qualcuno che, finalmente, garantisce a costi assai meno onerosi per la colletitvità che non farà alcun disastro giacché si ripropone statutariamente di starsene fermo, immobile, inerte?
Oh, io ci provo, chiedere è lecito, rispondere è cortesia! E nel frattempo vi lascio con questa cosarella, una di quelle che piacciono a me. Buon tutto a tutti e che la lentezza sia con voi!

Ri-scrivere

soggetti1E dopo lunga e perigliosa attesa ecco che il PC è tornato dove doveva, sul tavolino che con cura avevo approntato per lui. L’estate scorsa il vecchio portatile (portatile… ma ci volevano gli Sherpa per spostarlo) del Giurassico e che mi aveva seguito fedelmente per più di un decennio aveva deciso di esibirsi nel volo del Grande Tacchino, ed il suo rutilante e potentissimo sostituto, leggero ed aitante, mi aveva rallegrato con le sue accelerazioni parossistiche, contraddicendo con siffatto modo di agire certe mie propensioni tartarughesche. Ma come Achille piè veloce, non aveva fatto che pochi metri prima d’arenarsi sull’ingolfata strada delle fragilità tecnologiche, lasciandomi solo con la mia Moleskyne ed una biro. Senza rendersi conto delle mie esigenze s’era portato dietro, oltre a pezzi consistenti del mio lavoro, anche password e robe simili che mi consentivano l’accesso al blog. Sinché il tecnico da santificare non l’ha ricondotto a nuova e più dignitosa esistenza restituendomi le pregevolezze della scrittura col mondo e pezzi della mia memoria, ormai virtuale come si confà a questi tempi in cui il mio terziario arretrato appare anacronistico. Dunque, sono stato lontano da chi mi legge, lontano dal mio “lentissimo blog”, travolto da congiunture astrali e lavorative devastanti, condimenti di “buone scuole”, ritorni – non senza qualche ansiosa sorpresa – alla frusciante carta stampante. Devo dire che seppure non sono riuscito (non ho altro strumento d’affaccio alla rete se non il computer, col telefono in genere telefono), ogni tanto ho dato una sbirciatina agli altri blog che ho frequentato e che conto di ritornare a bazzicare perché mi sono mancati (abbiate pazienza!). Nel frattempo in giro ci si concede qualche strage, tanto per non annoiarsi, e mi sarebbe piaciuto scrivere su questo, ma forse non l’avrei fatto anche se ne avessi avuto modo, i silenzi sono spesso assai più esplicativi d’un vociare confuso. Adesso mi sono riconnesso, ma devo scappare a cose di lavoro (quella cosa che mortifica l’uomo e lo rende simile alla bestia) riproponendomi di passare a trovare tutti da qui a breve, vecchi amici che seppure non conosco so essere vecchi amici. Nella mestizia di questi giorni però volevo lasciarvi con una cosarella che ho già pubblicato qualche tempo fa e che mi ispira ripescare! Buon tutto miei cari… e che la lentezza sia con voi, lontano dal fragore delle bombe, delle mitraglie, del puzzo di petrolio! E vi auguro una vita da disertori, felicemente in fuga dalla bruttezza!

Voglio dedicare a tutti quelli che frequentano questa cosa o che passano di qui così, per puro caso, una canzone, o meglio, la traduzione di una canzone (Robert Wyatt – Free will and testament) che mi tiene compagnia da qualche lustro. E scuserete se mi sono concesso qualche licenza nel metterla nero su bianco (o bianco su nero, se vi pare) da una lingua all’altra.

Esiste il libero arbitrio, ma entro certi limiti,
e non sarò un me stesso di infinite metamorfosi,
Io non posso sapere che cosa sarei se non fossi come sono,
Posso solo immaginarmi.

Quindi, quando affermo di saperlo, come faccio ad esserne certo?
Qual’è il ragno che comprende il senso dell’aracnofobia?
Certo ho i miei sensi e la mia percezione di averli.
Sono io a guidarli? O loro a guidare me?

Il peso della polvere supera il peso degli oggetti.
Che senso può avere la gravità senza centro?
Sono libero di non-esistere?
Esiste la libertà dalla volontà-di-essere?

È puro istinto a farci agire in questo o in quel modo.
Penseremo dopo a trovare una giustificazione, o semplicemente la supporremo.
Vorrei disperdermi, scollegarmi. È possibile?
Cosa sono i soldati senza un nemico?

Essere senza peso, ma non essere per aria, esistere in assenza di aria.
Essere libero di muovermi, né frenato né sospeso.
Né nato né lasciato morire.

Sono mai stato libero? avrei potuto scegliere di non essere me?
Forze demenziali mi spingono follemente intorno a una macina da mulino.
Forze demenziali mi spingono follemente intorno a una macina da mulino.
Lasciatemi fuori per favore, io sono così stanco.
Lasciatemi fuori per favore, io sono così stanco.

 

Ritorni!

Arieccomi qua. Mancavo da un bel po’ ed avevo nostalgia del blog. Mi sono assentato per giusta causa, una specie di articolo 18 della rete. Il punto è che c’è qualcosa di spietato in giro per il mondo, altro che spettri che s’aggirano per l’Europa. Qualcosa di spietato cinico e baro, come un destino ineluttabile, che s’accanisce senza ritegno contro il legittimo desiderio di ottemperare ai sacri comandamenti della pigrizia. Insomma, uno come me anela soltanto di starsene tranquillo. Non far nulla è un preciso impegno che ciascun essere umano dovrebbe prendersi per periodi più o meno lunghi. Ed invece quando si decide di fare in modo serio dell’ozio un orizzonte cui tendere con ogni muscolo del corpo, ecco che si schianta su di te una mole improvvisa di lavoro senza precedenti. Ma siccome ogni buon pigro reca in sé anche una buona dose di masochismo, e non facendo io eccezione, ecco che un bel po’ di impegni me li procuro da solo (magari ve ne parlo più in là). Così non mi rimane tempo… ed il tempo è bello quando t’avanza… Comunque, giacché mi sono allontanato per così tanto tempo, ed avendo ritagliato un pezzettino di tempo quer questa cosa, voglio rendere omaggio a tutti quelli che sono transitati da qui in queste settimane di mia latitanza con un paio di cose: una piccola raccolta di foto che si chiana “Artists only” e poi una rivisitazione di un mio vecchio pensiero che ho già pubblicato da queste parti. Buon tutto a tutti, ma soprattutto scusate se mi sono assentato dai vostri blog, cercherò di rimediare, promesso!


Diamo per scontata la natura meticcia dell’uomo (in quanto specie e non genere), figlio di quell’abnorme ed innaturale incrocio tra le oche di Lorentz e il cane di Pavlov. Siamo il frutto bastardo dei condizionamenti ambientali, dunque, nel recuperare il senso etimologicamente più puro della parola politica, siamo parte tutti, chi più chi meno, di un complexus cui contribuiamo dialetticamente. L’artista non fa eccezione, anzi, egli può considerarsi come una sorta di soggetto eversivo (nel senso latino dell’e-vertere, cambiare direzione) giacché, come un’antenna, capta più o meno consapevolmente i segnali del proprio ambiente sociale e culturale (quindi politico) e, filtrandoli col proprio vissuto, li trasforma in determinazione creativa. Questa è talora in grado di anticipare ogni processo di trasformazione anche quando sensibilità non avvezze all’immaginazione – quindi ad andare oltre -, non sono capaci di coglierne nemmeno i vagiti più rumorosi. Nel pensiero unico politico-economico, che declina ogni scelta alla sua compatibilità monetaristica e mercantile, ancora l’artista può creare discontinuità sistemiche. Cioè, non si sostiene che non possa vivere, guadagnandoci, con la propria arte, solo che non è questa la sua ragion d’essere. In realtà, la creazione artistica appartiene, per la parte che riguarda il suo percorso, all’immaginazione che l’ha prodotta, non può essere alienata (venduta) giacché quel percorso è già stato compiuto: almeno quella, quindi, non è una merce poiché svanisce col prodotto finito. Questo, poi, appartiene invece a chiunque possa goderne perché egli vi vedrà ciò che il proprio vissuto gli suggerisce, in un rapporto dialettico con l’opera che quindi non è più esclusiva proprietà del suo autore o di chi l’ha acquistata, ma diviene bene condiviso, cioè di tutti, dunque di nessuno. Di più, il vissuto che impone una lettura differente e soggettiva dell’opera d’arte, ne rende l’essenza di antimerce, giacché la merce è tale solo se ne è garantita la riproducibilità seriale. Una famosa catena di ristorazione, molto gradita a palati prelogici, fonda il proprio successo planetario sulla omogeneità del gusto dei propri prodotti nei cinque continenti. Viceversa, si deve pagare un biglietto per vedere la Gioconda che non ci appartiene materialmente, ma la sua essenza è un pezzo della nostra storia culturale, dunque è di ciascuno in modo differente giacché interagisce dialetticamente con i diversi. Chi possiede materialmente l’opera si illude soltanto di detenerne il controllo. È altresì evidente che vi sono artisti (sic!) che spacciano le proprie opere per arte, ed invece utilizzano escamotagé tecnici per creare nuove merci. Sono più attenti a che il prodotto finito sia monetizzabile che non ad esprimere la propria creatività; dunque, la loro creazione nasce alienata da un proprio stesso “Io” non liberato. La vera arte, cioè quella che non si accontenta di variazioni su modelli prestabiliti, ma si sforza di esprimere i bisogni interiori dell’uomo e dell’umanità, non può non essere rivoluzionaria, cioè non aspirare a una ricostruzione completa e radicale della società, non fosse che per affrancare la creazione intellettuale dalle catene che la ostacolano e per permettere a tutta l’umanità di elevarsi ad altezze che solo geni isolati hanno raggiunto nel passato. (…) Lo scrittore – egli dice – deve naturalmente guadagnare dei soldi per potere vivere e per poter scrivere, ma non deve in nessun caso vivere e scrivere per guadagnare dei soldi. Lo scrittore non considera affatto i suoi lavori come un mezzo. Essi sono dei fini per sé, sono così un poco un mezzo per lui e per gli altri che, al caso, egli sacrifica alla loro esistenza la sua esistenza. (…) In materia di creazione artistica, importa essenzialmente che l’immaginazione sfugga a qualsiasi costrizione, non si lasci imporre una falsariga sotto alcun pretesto. A coloro che ci spingessero, oggi o domani, ad acconsentire che l’arte fosse sottoposta a una disciplina che consideriamo radicalmente incompatibile con i suoi mezzi, opponiamo un rifiuto senza appello e la nostra volontà deliberata di far valere la formula: ogni licenza in arte. La condizione della cultura e della produzione artistica, in definitiva, è quella di rimettere in discussione gli assiomi del pensiero unico, introducendo il concetto di condivisione contro la barbarie del controllo assoluto. Chi è capace di immaginazione, quindi di creazione, si sottrae a questo controllo, lo supera e va oltre il senso comune, esprime la forma più alta di partecipazione politica. “La bellezza salverà il mondo”, afferma il principe Miškin, nell’Idiota di Dostoevskij. Al contrario “I vandali, valendosi dei loro mezzi barbari, cioè estremamente precari, distrussero la civiltà antica in un angolo limitato dell’Europa. Attualmente è tutta la civiltà mondiale, nell’unità del suo destino storico, che vacilla sotto la minaccia di forze reazionarie armate di tutta la tecnica moderna. (…) la situazione della scienza e dell’arte è divenuta intollerabile. In ciò che di individuale conserva nella sua genesi, nelle qualità soggettive che mette in opera per dedurre un certo fatto che implica un arricchimento oggettivo, una scoperta filosofica, sociologica, e scientifica o artistica, appare come il frutto di un caso prezioso, cioè come una manifestazione più o meno spontanea della necessità. Non è possibile trascurare un simile apporto sia dal punto di vista della conoscenza in generale (che tende a far sì che si sviluppi l’interpretazione del mondo) sia dal punto di vista rivoluzionario (che, per arrivare alla trasformazione del mondo, esige che ci si faccia un’idea esatta delle leggi che ne governano il movimento). Più particolarmente, non è possibile disinteressarsi delle condizioni mentali in cui quest’apporto continua a prodursi e, allo scopo, non vigilare affinché sia garantito il rispetto delle leggi specifiche cui è legata la creazione intellettuale. Ora il mondo attuale ci obbliga a constatare la violazione sempre più generale di queste leggi, violazione cui corrisponde necessariamente un avvilimento sempre più manifesto non solo dell’opera d’arte, ma anche della personalità ‘artistica. Si può non condividere tutto ciò, ma non v’è dubbio che pezzi consistenti di chi detiene il potere, ed altrettanti di coloro che vi aspirano, si fanno venire l’orticaria quando sentono parlare di arte e cultura, tranne che non abbiano l’intenzione di ingabbiarle in nuove ed annichilenti strutture prima che possano cominciare ad esprimere il proprio dirompente potenziale, finalmente civile e liberatorio.

Cassandra non abita più qui!

Quella pre-estate di un bel po’ di anni fa (per pudore non confesserò mai quanti), insieme ad un gruppo d’altri soggetti che condividevano con me la passione per l’immobilismo assoluto, me ne stavo pressoché incollato ad una panchina sul lungomare di ponente, quello dove si vede tramontare il sole. gita in sicilia2014-07-15_2Su quello di levante si vede sorgere, ma era assai improbabile che me ne stessi lì nel momento in cui la cosa avveniva, e posso testimoniare che anche quegli altri avrebbero optato per un più comodo tramonto. Insomma, ce ne stavamo lì, in attesa che il mare facesse col sole il suo spuntino serale, quando, proprio mentre sembrava di sentirlo deglutire, uno di quegli altri, forse illuminato dalla suggestiva visione su cui anche Goethe ebbe a scrivere qualcosa, disse: “il mio sogno è un Duetto Alfa Romeo, usato e color terra bruciata”. Ora, quella dichiarazione improvvisa, per nulla sollecitata, scosse tutti dal torpore cui ci eravamo dedicati con impegno crescente, ed aprì una discussione feroce, e quasi si veniva alle mani. Sottolineo il quasi giacché il consesso non era particolarmente avvezzo a dedicarsi a certe fatiche fisiche, per di più a quell’ora tarda, proprio prima di cena. Ammetto che a primo acchito non vi fu una uniformità di giudizio su quella improvvida esternazione, poiché ognuno di noi ebbe a che ridire su un suo aspetto particolare. Io, ad esempio, mi indignai perché ritenevo che il possesso di una macchina sportiva celava in realtà una insana passione per la velocità, per l’attivismo, e ritenni la cosa inaccettabile. Un altro degli astanti, che spesso indugiava in quelle serate tranquille nella lettura di brani scelti da un Libretto Rosso che allora aveva ancora una discreta fortuna editoriale, stigmatizzò con fervore autentico quello scivolamento mistico (tale doveva essere giacché le fortune economiche dell’esternatore erano allora piuttosto esigue) e borghese. Ci fu chi sindacò sulla scelta del modello, altri ebbero un travaso di bile per la scelta del colore. Una ragazza di cui non ricordo ormai nemmeno il nome (tanto meno il cognome e la fisionomia) espresse il proprio disagio circa l’idea che l’auto dovesse essere usata: “se proprio te la sogni, perché non te la sogni nuova, tanto, in quanto sogno, non costa mica di più”! Credo che in questo nascondesse una maliziosa critica nei confronti dell’esternatore, noto per indugiare in atteggiamenti di avarizia ai limiti del patologico. Insomma, la discussione si protrasse a lungo, poiché ciascuno di noi voleva dare il massimo risalto alla propria critica rispetto a quella degli altri. Poi, d’improvviso, calò il silenzio. Come se fossimo stati illuminati sulla via di Damasco, ci accorgemmo all’unisono d’una cosa terribile: avevamo smesso di sognare in grande, appena più in là del nostro naso. Comprendemmo che era l’inizio della fine. Il consesso si sciolse mestamente e negli anni successivi e sino ad oggi (non vi dirò nemmeno stavolta quanti anni sono passati), sono convinto che nessuno di noi non abbia pensato almeno una volta a quel giorno come a quello dell’ultimo vaticinio di Cassandra.

Patologie non mutuabili

C’è il convincimento diffuso che, giacché il tempo appaia galoppante, ne occorra sfruttare ogni anfratto permanendo in costante ed energetico movimento. Ciò attiene, si dice, alla qualità della vita. Ora mi capita che dopo tredici ore di viaggio in macchina sotto il sole, con l’aria condizionata che ha omesso di esercitare le sue funzioni statutarie, mi sono ritrovato a fare i conti con l’età che avanza in un doloroso bloccaggio della schiena. Sembra che sia diventata un ramo secco, inopinatamente in affanno ad ogni torsione, cui si oppone con orribili e dolorosi scricchiolii. Essendo così pressoché immobilizzato, mi tocca di pensare, e vivendo il mondo intorno a me periodi di magra, mi sono ritrovato ad armeggiare pericolosamente con l’immaginario pallottoliere dei conti che indica, senza remissioni di peccati, la mia condizione di statale ai limiti dell’indigenza. dettagli e orizzonti40Lì per lì mi è cresciuta una specie di angustia, una cosa che non vi so spiegare, ma di per se frustrante e che, ancorché attinente in modo drammatico con la realtà dei fatti, si è messa a concorrere con pulsioni dolorose a quelle che attraversano la mia colonna vertebrale. Insomma, oltre che vecchio e malmesso sarei anche povero, forse anche pazzo! Non nascondo che questa percezione delle cose mi ha sprofondato in un malinconico straniamento. E già, ho pensato, devo darmi da fare, devo trovare forme di integrazioni di reddito, accelerare certi progetti, metter su un impegno diverso sulle cose, attivarmi per arrotondare, puntando consapevolmente sui miei talenti (seppure ve ne sia da qualche parte ancora traccia). La possibilità che ciò potesse avvenire, sol che io lo volessi, mi ha per un tratto rinvigorito, fatto star meglio. Ma questa sensazione di parziale benessere è durata non più di qualche istante, poi è riemersa quella malattia che, secondo me, deve avere qualche origine genetica, forse nell’inquinamento del DNA che si può far risalire a certi geni sicani sopravvissuti a millenni di contaminazioni: ebbene, io sono già allergico a qualsiasi lavoro, ne ho un’avversione pura, perché cercarmene dunque degli altri? Il tempo passa, e sia, su questo non ci piove, ma quale accidenti di ragione dovrebbe indurre una persona gravemente affetta dalla mia malattia di utilizzarne gli sparuti rimasugli per far soldi? E poi, questi soldi in più che guadagnerei, come dovrei spenderli? Forse potrei comprare la casa che non ho, oppure metterli in banca e sfruttare interessi vantaggiosi per vedere levitare il gruzzolo a vista d’occhio. E ci ho riflettuto ancora a lungo su questa cosa arrivando ad una conclusione sovversiva: non mi serve diventare più ricco, finirei per non cambiare nulla di quello che faccio, che poi, in definitiva, è remare contro il PIL, fare impennare lo spread. Piuttosto, ridatemi il tempo per sviluppare i sintomi più gravi della mia malattia – non sono pigro, dipende dal DNA, ne sono sicuro e tralascio il fatto che con qualche antidolorifico il mal di schiena magari mi passa – ossia lasciare che esprima compiutamente il mio più grande talento, procedere lentamente, e vedere il tempo che scorre feroce, spazientirsi al mio cospetto sinché non perde la calma e mi lascia dove sono, nel mio magnifico istante permanente! Non so perché, ma questo pensiero mi ha fatto stare già meglio che se mi fossi fatto una scorpacciata di ‘Aulin.

Mi illumino di lento

Mi pareva troppo bello. Da una decina di giorni i ritmi di lavoro s’erano stabilizzati. Troppo facile, si direbbe. Il rischio di abituarsi e ritrovarsi a poltrire quel tanto che basta (a dire il vero, ritengo, non sia mai abbastanza) era dietro l’angolo. Così si riprende: calendario fitto, sic! Come se non bastasse, a rendere tutto più complicato, la primavera fa capolini roboanti per dimostrare che i cambiamenti climatici le hanno intimato di presentarsi anzitempo e mi prospetta soluzioni alternative che le incombenze quotidiane mi impediscono di percorrere. times18-polaApprendo, pure, dopo non troppa attenta analisi, che, nel giochino tra lordi e netti, il ragazzo delle Idi di Febbraio, il nuovo re (o giullare?) del “faccio tutto io ed anche subito”, non mi farà avere l’agognato calo delle tasse: da quelle parti si sostiene che io sia troppo ricco. Ri-sic! Me ne cruccio? Ebbene si, lo ammetto, il mio materialismo si è arricchito di altre componenti oltre a quella storica e dialettica. Brutta avvisaglia di età che avanza. A questo aggiungiamo che non riesco a starmene quieto a pensare ai fatti miei, ma mi lascio prendere dall’ansia per i venti di guerra che vengono da Oriente, per i migranti, per queste ed altre cose! Mi vengono certi desideri di fuga. Per dove, però? Mi pare che non ci siano grandi opzioni. Allora, in attesa di mirabolanti ispirazioni, me ne sto fermo e più lento che mai tutte le volte che posso. Si tratta di una scelta di legittima difesa, quasi di disobbedienza civile. Mentre tutto d’intorno accelera, sgomita, guerreggia, sconfina, spara, sbraita, avvelena, sfregia, urla, starnazza, accumula, io mi pianto in terra, m’accendo una sigaretta, mi verso da bere e lascio che l’unica cosa che si muova sia un disco. Poi, d’un tratto mi accorgo d’una evidenza talmente manifesta che il bagliore che emanava, sino ad un momento prima, mi impediva di svelarne il dettaglio dirompente: sono già in fuga, nei pressi di derive ed approdi; è una parte di me che pratica la fuga passiva. È il busillis, la scoperta definitiva: l’unico modo per fuggire è starsene fermo, immoto nei secoli dei secoli, avvolto in un comodo manto di pigrizia oziosa. Tanto sono gli altri che, accelerando, tolgono il loro rumoroso disturbo. Così, d’improvviso mi cambia la prospettiva: vedo i miei colleghi agitarsi nelle oscure stanze della formazione, come attori consumati, colgo a distanze siderali l’agitazione di piccole particelle che cercano disperate candidature per il futuro sindaco del borgo, senza sapere che “il che fare del che fare” è così lontano; persino i miei alunni mi dicono “prof, resti con noi – ma come? vogliono fare matematica? “Non prendete il vizio, vi prego”, mi verrebbe da dirgli, mentre faccio ruotare un poligono, aiutatemi piuttosto, a mostravi la bellezza, a rifiutare le orribili congruenze del tutto con il tutto, a cogliere l’attimo -, e i documenti politici diventano origami, finalmente hanno qualcosa da dire, l’affitto da pagare, invece, sembra ormai l’affitto di un altro, come le bollette del gas, della luce e del resto. Ma non è tutto, ora vedo qualcosa di travolgente che sta per abbattersi sul mondo intero, sulle sue accelerazioni parossistiche. Mi fermo appena un attimo, per abortire quel residuale istinto al mutuo soccorso che mi spinge a segnalare il pericolo incombente; “che le cose vadano come devono andare”, elaboro in una frazione infinitesimale: una risata lo seppellirà. Così ben disposto, mi sa che telefono al vecchio Mike ed impiegherò una ventina di minuti – ma non ho fretta – prima che il mio inesistente inglese comunichi al suo italiano imperfetto che domenica potremmo andare a vedere una bella mostra. Sono pensieri oziosi di un ozioso e sono sazio di lentezza, illuminato d’immenso.

 

L’Arlecchino postlogico!

Ancora a proposito di certe arlecchinate evocate in merito alle italiche diversità, devo ammettere che Arlecchino è maschera che adoro, almeno quanto quella di Giufà e Pulcinella. Per la sua natura proletaria certo, e per quella volontà di partecipazione a prescindere, fosse solo ad una festa. E di Arlecchino apprezzo anche la condizione patchwork, il tutto insieme. Mi ricorda, così lontano, come sembra, nel tempo e nello spazio – tenetevi forte – certi piatti siciliani, da cui si desume che tempo e spazio siano invenzioni fallaci. modicaLa Sicilia, Trinacria, tripartita, triangolare, trilaterale, triste e tribolante è, infatti, essa stessa patchwork, “più di una regione” diceva Sciascia, fa continente, aggiungerei, con quel tre reiterato (ne tralascio i riferimenti alla perfezione, non sarei al di sopra d’ogni sospetto, tanto meno ne sono convinto) che è somma del primo pari e del primo dispari, dunque del tutto e del contrario di tutto, che lusso luttuoso esservi nato. E la sua cucina ne è l’archetipo illustrativo, la quintessenza del Meltin Pot, che ingloba colori e sapori, senza lesinarne e tralasciarne alcuno, rinunciando così al gioco barbarico ad esclundendum. Ma c’è un piatto la cui composizione ne seppellisce ogni altro, non solo per la sua natura complessa ed articolata, dunque non banale, ma perché richiede tempi lunghi di realizzazione, lentezze gastronomiche che riconciliano al gusto dell’attesa e rendono la festa finale una sorpresa definitiva; è un piatto internazionalista, quasi un’anticipazione castro-mao-guevarista d’un movimento di emancipazione planetaria che parte molto dal basso, dalla terra addirittura, anzi, da ogni terra sparsa per il globo, cui attinge senza pregiudizi preculturali, senza curarsi di barriere, dogane, frontiere; è piatto libertario, giacché non ve n’é una ricetta unica, diventa scuola di pensiero, ciascuno può, sulla base d’una vena creativa personale, renderla propria ma senza mai esserne davvero esclusivo detentore giacché il gusto della condivisione alla fine prevale su qualsiasi tendenza edonistico-egoistica; ed infine, è piatto di memorie e storie antiche, che si rincorrono e riemergono, come in un fenomeno carsico, nella natura policromatica di chi le ha tramandate: sto parlando della “caponata”. Sulla provenienza esotica di certi ingredienti senza i quali non è tale, pomodori e melanzane, solo per citarne un paio, soprassiedo, se ne stenderebbe un trattato geogastronomico troppo vasto. Si comincia, con calma, a soffriggere dadini di sedano, carote e cipolle – non troppo piccoli, nemmeno particolarmente spessi – in olio extra vergine di oliva. Ora, so che taluni preparano il soffritto in qualche olio di semi, ciò che non capisco è come mai ciò non sia proibito ex legis; Invece, per chi possiede consapevolezze acquisite e non soffre di palati prelogici, la scelta sarà semmai tra quali oli d’oliva. Ci sono certi oli toscani e liguri meravigliosi, solo peccano di eccessi di protagonismo, preferiscono stare al centro dell’attenzione e meritano il pulpito; difficilmente li si può costringere ad essere comprimari, piccanteggiano il tutto d’intorno, finiscono per sgomitare, scavalcare la fila. Meglio un olio d’oliva siciliano, capace, se occorre, di accompagnare, mantenendosi leggermente defilati, propongono delicatezza di trattamenti ma esprimono forza e volontà di mantenersi integri nel calor bianco. Poi, non appena il battuto cubico comincerà ad acquisire vaghe consistenze e dorature da oreficerie raffinatissime, si aggiungono olive nere denocciolate (se ci tenete a molari e premolari), capperi (meglio quelli piccoli e vagamente selvatici, sotto sale, appena scrollati della loro sapidità), ed un paio di cucchiai di stratto, non di estratto di pomodoro, di “stratto”. Al limite usate pure il secondo giacché il primo è difficile da reperire. È una salsa di pomodoro molto salata che abili donne lasciano essiccare ai più feroci dei soli agostani del Mediterraneo cosicché, mentre raggiunge consistenze da pasta dentifricia, si avviluppi dello iodio e della umida salsedine dell’aria, per poi finire in barattolo, ricoperto di un sottile film di olio. Poi, rifiorisce in cottura, attribuendo all’insieme sapori forti e contagiosi. Un bicchiere di bianco vellutato e dalle opportune corposità, preferibilmente fatto da vino e non da miscele di bisulfiti (ve ne sono di ottimi nella Sicilia Occidentale – di vini intendo, non di bisulfiti -, ma anche quelli friulani ed altoatesini, pardòn, tirolesi, si prestano allo scopo, peraltro proponendo ulteriori contaminazioni mai così ben accette, e poi, bervene un bicchiere accompagna bene tutta la lenta preparazione). Quindi un goccio di aceto di vino bianco, un pizzico di peperoncino rosso, e due grossi cucchiai di miele di timo o di salice degli Iblei, e sulla provenienza di questo non transigo: “da una parte la siepe di sempre dal vicino confine, succhiata dalle api Iblee nel fiore del salice spesso t’inviterà ad entrare nel sonno con il lieve sussurro” (Virgilio, V Ecloga). Il miele, rilasciando gli effluvi profumati di impervie balze calcaree battute dal sole, ricorderà, per l’agrodolce cui contribuisce, poesie arabe e racconti da “Mille e una notte”. Ancora un po’, e il ricco connubio riuscirà a maturare il proprio sacro convincimento di sapere – e potere – stupire. A parte avrete soffritto, ciascuno nella sua padella, per consentirne perfetti e diversi tempi di cottura che preservino le giuste reciproche croccantezze, dadi di melanzane e strisce di peperoni rossi, preferibilmente a cornetto. Per qualche minuto, fate andare a fuoco lento tutto insieme con un mestolo di salsa di pomodoro ben ristretta, e, poco prima che tutto abbia fine, una pioggia abbondante d’un trito di prezzemolo, basilico e qualche foglia di menta, perché cromatismi e profumi freschi stemperino certe asperità. Provate di sale e lasciate riposare, anche per ventiquattrore, tanto vi verrà senz’altro riconosciuta la fatica dell’attesa. Consumatela anche fredda accompagnandola con del Nero d’Avola (in abundantia) ed una fetta di Cacio cavallo Ragusano grigliata, ma prima di sedervi a tavola, ed anche mentre la preparate, fate andare questa musica.

Piè veloce e la tartaruga!

Assisto con qualche trepidazione alla disfida definitiva tra gli eredi di Achille e della tartaruga, secondo alcuni la rivincita d’una tenzone che, al netto delle partigianerie, aveva visto assestare all’eroe invincibile la prima delle due cocenti delusioni d’una vita vissuta al limite; la seconda, come ben sapete, ebbe esito fatale proprio a causa dei punti deboli prossimi agli stessi piè veloci. Tuttavia, nonostante la saggezza degli antichi avesse voluto collocare le cose al loro posto, la nostra eroina ha più discendenti in brodetto di quanti non ve ne siano – ed in piena attività – dell’eroe acheo, con corollario di punti deboli ben camuffati da alte zeppe. Mi pare evidente che ogni riferimento ad eroiche gesta che appartengono a persone (e cose) realmente esistenti – e freneticamente operanti – è puramente voluto, ancorché non ne faccia diretta menzione. Ma v’è una novità nella rinnovata sfida: non un modo contro l’altro, il Pelide e la tartaruga, bensì moltitudini di Achille, taluni giovani e forti, tal altri assai meno, ad affollare con le proprie falcate, giammai la pista dell’antica competizione, dove le pause per troppa fiducia nei propri mezzi costarono l’alloro finale, piuttosto un tapin roullant. Ed è probabile che le condizioni del campo, che stavolta non ammettono vincitori, saranno tali che chiunque si opponga alla corsa dell’altro, dissimulando inettitudini, esprimerà rabbiosamente il proprio disappunto per la gara truccata. musicantiE le tartarughe, carapaci azzoppati e radi che si barcamenano nelle solitudini contemplative e musicali del proprio Aventino? Ho l’ardire di pensare che, tutt’altro che sconfitte, questa volta si siano solo limitate a non accettare di correre inutilmente all’infinito e verso il nulla, abiurando alla prospettiva dell’alloro, come Sartre fece col suo strameritato Nobel. Piuttosto, col proprio passo, occhi non irritati dal sudore, e senza l’assillo ambizioso e soffocante del traguardo, godranno del dettaglio d’ogni cosa, cogliendovene in ogni anfratto celato la bellezza. E “chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio” (Franz Kafka). Dunque, possiamo essere giovani in eterno, senza nascondere le nostre rughe, eroi senza saperlo, semplicemente rifiutando la corsa e la vertigine, l’ingorgo definitivo, scegliendo di non salire su un F35, né su qualunque altro carro vincente, come chi invece ha perso, per i suoi talloni disperati e fragili, il senso d’una vita.

Cattive influenze

Avevo programmato di evadere, dopo la solita settimana stordente, e di andarmene a passare un pomeriggio a Firenze, per soddisfare certi desideri d’urbanità repressa e per una visita in libreria (dove vivo non ce n’è, a quanto pare non servono), in considerazione dell’esaurimento definitivo delle mie scorte di letture. Non piove nemmeno più, ma l’anfiteatro di montagne ha riproposto lo gran rifiuto, rimbalzandomi l’influenza. Così, il massimo che posso permettermi, dopo una visita in farmacia per scorte di analgesici, aspirine, antiinfiammatori, è tornarmene a comprare il solito quotidiano che di tanto in tanto rileggo per affetto e nostalgia, forse nella speranza di trovarvi la rivelazione vertiginosa e definitiva. Per inciso, non c’era. Per il resto, la solita cronaca-carrellata indecifrabile di pratiche di accelerazione parossistica. Mi sono spostato in TV, infine alla radio, e quella cosa continua, incessante: hanno tutti fretta di fare qualcosa, di fare il presidente, di fare successo, di fare pulizia. DSC_0045Che fregola, e che smania, questa, che ci induce ad andare così di fretta da superare persino l’oggetto stesso delle nostre aspirazioni. “Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci”. (J. Ruskin) Ed allora, è questo il punto: tutto si muove così velocemente da non lasciarci il tempo nemmeno di capire cosa ci serve, cosa vogliamo. A me, ad esempio, serviva solo qualche libro e mi sono ritrovato con la tachipirina, un paio di giorni fa c’era un governo, domani ce ne sarà un altro, poi il congresso del sindacato – ovviamente finirò per stare con quella parte che prenderà come al solito lo zero virgola niente solo per una questione di principio -, e poi San Remo è San Remo, e ci saranno gli ospiti, e cosa faranno gli indesiderati se non sono stati invitati, e le riforme, e le europee, e la lista, e quelli che prendono le distanze, che hanno paura dei migranti, delle pleure, delle peritoniti, delle nutrie, della tares e del morbillo, che si sorprendono a sorprendersi, che “I miei scopi sono assolutamente insani, ma i miei metodi per raggiungerli sono razionali” (Achab?), “E senza dubbio il nostro tempo (…) preferisce l’ immagine alle cose, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’ apparenza all’essere (…). Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione” (Guy Debord O Feuerbach, o forse tutt’e due). E i miei virus influenzali, scommetto, in controtendenza, hanno coscienza di classe, stoica abnegazione, loro si che sanno rallentare!!!