Fenomenologia del fungo porcino

Ho ritrovato l’archetipo illustrativo del nostro carattere italico nell’essenza del fungo porcino, o meglio nella sua non-natura di creatura trifolata, più che nella sua essenza saprofita e rimineralizzatrice. Ora, detta così questa cosa, lascerebbe intendere un certo mio indugiare nel consumo di sostanze assai poco lecite; dunque, per ricondurre me stesso ad una dimensione appena al di sopra d’ogni sospetto, cercherò di spiegare meglio ciò che intendo. Allora, dovete sapere che qui, nei pressi del borgo antico, v’è la consuetudine di ricorrere alla sagra come strumento di gratificazione ed esaltazione della nobiltà di frammenti urbani aggrottati tra i boschi. funghiLa sagra diviene lo strumento principe attraverso cui rivendicare una propria superiorità morale, civica, sociale e financo economica e culturale. Così fioriscono sagre fotocopia a distanza d’una settimana o poco meno l’una dall’altra, ed in luoghi distanti un paio di chilometri o poco più: Ci sono bizzeffe di sagre della birra, del prosciutto, del tortello, della cotica, della cozza, una sagra delle sagre ed una persino del cinema (?!?), ma, soprattutto, del fungo porcino. L’obiettivo mai confessato dei prolocatori dei singoli eventi, è quello di superare l’incasso e le presenze della manifestazione che si è svolta un paio di giorni prima, laggiù ad un tiro di schioppo, nell’infame borgo concorrente. Il popolo locale partecipa con una avvincente competizione nella competizione, a sancire il vincitore della disfida, sgomitando, calpestando, inveendo, sudando, per assicurarsi il prezioso bottino di qualunque cosa sia – sulla cui qualità tralascio di soffermarmi – esibendo, infine, quale trofeo il pregiato piatto di plastica sul cui fondo sono adagiate ipotesi dei protagonisti prescelti a nominare la sagra. Le competizioni sono aspre, ai limiti della regolarità, si sprecano i colpi bassi. Se qualcuno s’inventa una sagra nuova, non va posto tempo in mezzo per rispondere all’infida provocazione rilanciando la sfida. Guai a tirarsi indietro… s’ode a destra uno squillo di tromba… da sinistra risponde lo sfrigolio d’una grigliata! È il paese dei campanili, del tifo, dell’orticello curato. Della superiorità della razza paesana! Abbiamo questo di buono, che sappiamo difendere la superiorità del nostro fungo porcino, la sua purezza estetica, contro l’ignobile dirimpettaio. Figuratevi se possiamo accettare che torme di barbari vengano ad importunare le nostre sane campane, come si permettono, cosa vogliono. Che la smettano di sbarcare a migliaia sulle nostre coste… nostre, nostre poi è parola grossa, lì al sud, non proprio in Italia, non basta certo una convenzione amministrativa per definire quel senso d’appartenenza che tutti ci attanaglia, e che ci rende fieri ed orgogliosi d’appartenere alla sagra più bella e grande, alla festa più affollata, persino alla più untuosa.

Ops!

E chi se lo aspèttava un premio (grazie Cristiana)! Ma come si dice, un premio è un premio, e non essendo Sartre e non avendo ricevuto il Nobel, me lo prendo con piacere. Quando mi ricapita. Io non partecipo ai premi, credo sia faticoso dunque ne ho un’avversione ideologioca. Ma questo è arrivato da solo. Poi, giacché mi sembra divertente, partecipo anch’io… ma non è stato semplice. Allora, non me ne vogliano i titolari dei blog che non ho citato (ma anche quelli che ho riportato), ma la mia è stata una scelta, come dire, quasi casuale, avendo pescato i miei sette tra quelli che visito più spesso e facendo poi tra questi un vero sorteggio.

Allora, qualche precisazione sul premio:

Il Boomstick è un premio per soli vincenti, per di più orgogliosi di esserlo. Tutto qua. Come si assegna il Boomstick? Non si assegna per meriti. I meriti non c’entrano, in queste storie. (cit.). Si assegna per pretesti. O scuse, se preferite. In ciò essendo identico a tutti quei desolanti premi ufficiali che s’illudono di valere qualcosa.  Il Boomstick Award possiede, quindi, il valore che voi attribuite a esso. Nulla di più, nulla di meno. 

Per conferirlo, è assolutamente necessario seguire queste semplici e inviolabili regole:

boomstickaward2014

I premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore. I post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione.I premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto. È vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come Egli (e per Egli intendo Hell) le ha concepite. Ecco i miei sette vincitori (in ordine alfabetico):

Blog a 2: si piange già abbastanza, ogni tanto val la pena farsi due risate

Cristiana 2011: per il piglio guerrigliero con cui rimbalza notizie

Giuseppe Scapigliati: Vincenzina è un mito, ma Bradi Pitt è divino!

Il blog di Sara: Fiori ancora legati alla pianta madre ma non solo

L‘Antro della Strega: perché un bel leggere è un bel leggere ed immagini

Le Lune di Sibilla: La scuola ai tempi della crisi.

Panta Rei: Simbiosi perfetta di parole e immagini!

Costoro possono a loro volta assegnare il premio ad altri 7 blogger, ma non arrogarsi la paternità del banner e del premio, quella è di Hell e gradisce molto essere citato nell’articolo (ovvero, non fate i cavernicoli, gente!).L’assegnazione del premio deve rispettare le semplici regole sopra esposte. Qualora una di esse venga disattesa, il Boomstick Award sarà annullato d’ufficio e in sostituzione, verrà assegnato il:

E adesso scusate che vado a metterlo in bacheca.

 

Totem in liquidazione!

Da qualche tempo me l’aspettavo – una venticinquina d’anni o giù di lì – anche se mi mancava il coraggio di parlarne con qualcuno, anzi, pure a me stesso lo dicevo sottovoce, per provare a disilludermi. Ma adesso l’evidenza mi sopraffà: noi, concittadini di Giordano Bruno, di Gramsci e Malatesta, di Leonardi vari (Sciascia e Da Vinci, non necessariamente nell’ordine, se vi pare), di Leopardi e di quant’altri il mondo intero ci invidia, siamo nelle mani di due o tre fantomatici demiurghi, cui si deve venerazione totemica dello stesso tipo del tifo che si appioppa fideisticamente e senza riserve ad una squadra di calcio. manifesti2Eppure quanto poco basterebbe per cogliervene nelle personalità altisonanti risvolti ambigui, tendenze autoritarie, ghirigori caratteriali discinti, ambizioni ed eghi smisurati..! Troppo facile sparare su queste ed altre prerogative, sarebbe come spalancare porte aperte, sparare sulle ambulanze. La colpa è nostra, questi ras non sono rappresentativi delle proprie vacuità, bensì delle nostre di popolo italico (o italiota). Ad ogni buon conto, le prime avvisaglie di come sarebbe andata a finire le avevamo già in mano da qualche lustro, e sarebbe bastato che preservassimo memorie storiche, non dico approfondite, ma almeno non del tutto sbianchettate, per rendercene conto, per comprendere in quale baratro stavamo per finire con tutte le scarpe. E la cosa più inquietante è che, di quel precipizio, cogliamo solo le asperità superficiali, giammai le vertiginose profondità. In realtà, questo nostro paese è venuto fuori malconcio da una guerra, ha attraversato momenti di crisi, e, pur tra mille contraddizioni, come per altri stati, ne è uscito in modo dignitoso, portando a casa una progressiva espansione dei diritti civili, con conquiste sociali notevolissime. La cosa più sorprendente è che queste conquiste – che oggi sono rimesse in discussione, bollate come vecchie, stantie, addirittura frenanti il progresso – sono state rese possibili, non da forze politiche illuminate che governavano saggiamente (di questo, ahimè, non ne ho memoria nelle nostre “amate sponde”), ma malgrado queste, con consapevolezze dal basso. Ecco, sono queste ad essere svanite, né se ne vedono di nuove. Già, perché se ci guardiamo indietro – pratica che occorrerebbe rendere obbligatoria per acquisire diritti di cittadinanza – ci renderemmo conto che prima d’ogni grande rinnovamento, si sono sempre registrati movimenti culturali spontanei di prospettive amplissime, di rottura e discontinuità definitive che hanno determinato dirompenti ribaltamenti dei rapporti di forza. Sta proprio qui il punto, nel cambiamento epocale del paradigma antropologico che impone quale conditio, la presa del potere in quanto tale, giammai la costruzione di identità innovative sul piano culturale. Pensate a cosa sono stati gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, allo statuto dei lavoratori, la scala mobile, l’assistenza sanitaria gratuita per tutti, l’innalzamento dell’obbligo scolastico, i referendum su aborto e divorzio, la Legge Basaglia, solo per citare qualcosa, e pensate invece a cosa sono stati gli ultimi venticinque anni. Eppure, i promotori di quelle politiche non sono mai andati al governo, taluni non ci hanno nemmeno pensato, e nonostante ciò hanno proiettato questo nostro paese in una dimensione “moderna”, prima che il reflusso gastrico di certi autoritarismi trasversali mai sopiti non minacciasse di ricondurlo ad un medioevo senza storia, attendendo con la pazienza certosina del ragno (un piccolo omaggio a Francesco che non c’è più) l’assopirsi della coscienza collettiva per poterla sottomettere. Come possiamo opporci a questo disegno lucido e preordinato, qual’è il “che fare”? Partirei da un assunto: non è forse vero che l’arte e la cultura nei momenti storici più drammatici sono state in grado di anticipare e rendere possibili grandi ed epocali trasformazioni “positive” della società? E non è forse vero che chi non vuole questi cambiamenti imbriglia la cultura, impone il concetto di delega ed ipoteca un futuro di obbedienze e consensi acritici? Forse è giunto il momento di rivolgerci a questi paradigmi per cominciare veramente a costruire l’oltre cui tendere, l’utopia concreta e realizzata. Mi viene pure in mente un come, lungo e faticoso, ma ineluttabile per chi aspira ad altro che non sia l’oggi, e prendo in prestito una cosa per esprimerlo: “… io ho in me la risorsa immediata, quella che è in grado di annotare se voglio scrivere, se voglio studiare, inventare, scoprire, con mezzi in mio possesso che già hanno la forza di accendersi da sé, di bruciare da sé e di far luce come un pensiero, una luce eterna, e di illuminare le eternità più oscure del nostro piccolo mondo… Così lo estraggo di più da me stesso, costantemente, realtà sempre più vaste, di sconfinato splendore… Sono così ricco che devo continuare a donarmi”. (Egon Schiele) Se ciascuno avesse tali consapevolezze, allora si potrebbe aspirare ad essere realisti chiedendo solo l’impossibile… e con un buon bicchiere di vino in mano viene meglio.