Ulisse e l’autostrada

Ieri ho intrapreso e terminato il mio lungo e tormentoso viaggio verso il Sud. Giacché la meta finale è un’isola e visto il carattere, appunto, tormentoso del viaggio stesso, il parallelo che mi viene spontaneo – non senza un pizzico di immodestia e mostrando scarso senso delle proporzioni, ma che volete, sono nato nella terra del Dramma Antico – è con Ulisse ed il suo lungo peregrinare verso Itaca. Del resto, al termine del tragitto vi è nelle vicinanze un luogo che gli Arabi ribattezzarono Marsa at Bawalis (letteralmente Porto di Odisseo), interpretandolo come l’approdo nella terra dei Lotofagi. V’era in situ una città, così almeno narrano le cronache, l’ultima vestigia della quale, un castellaccio, venne inghiottita dal mare solo nel ‘600. Poi, lo stesso mare, di tanto in tanto, rende agli uomini, in forma di anforette e monili, la memoria di quella presenza antica.

l'isolaPremetto, comunque, di non avere incontrato nel mio viaggio la Maga Circe, neanche qualcosa che le somigli, di non essermi imbattuto in Polifemi o analoghe creature dal carattere scostante ed irrequieto, ma la natura perigliosa del viaggio permane tutta in quel lungo serpentone che attraversa la penisola e che periodicamente percorro nelle due direzioni di marcia. Ora, dovete sapere che io ho una certa riluttanza per le autostrade, essendo queste spesso popolate da creature misteriose, i cui mezzi bui ed ingombranti – protesi falliche di chi li guida – viaggiano alle sorprendenti velocità delle più precox delle eiaculatio. Cosa abbiano da correre non l’ho mai capito. Pratico altre forme di movimento, assai più lente, e non so bene nemmeno quali siano i potenziali di corsa della mia auto (dubito comunque che siano adeguate a sfide all’ultimo chilometro). L’incontro con queste entità rende l’incedere paragonabile ad una passeggiata su un campo minato. Ma c’è una parte del viaggio che angoscerebbe Zenone, stimolerebbe Giobbe ad atti eretici e di blasfemia, Empedocle a mettere su un casting di Olgettine: la Salerno-Reggio Calabria, la tela di Penelope. Si cuce e si riscuce, s’inerpica e si restringe ad imbuto, poi s’allarga, vira d’improvviso, s’abbandona a precipizi vertiginosi, si scrolla di dosso formicai, si chiude all’istante, s’impenna, s’abbandona, ghiaccia, si scioglie, si srotola, si trasforma, spiazza, t’illude, s’accorcia e poi s’allunga, si scuoce, si espande, si muove, si interrompe a singhiozzo, ti prende prigioniero e ti libera quando avevi abbandonato ogni speranza di fuggirle. Ora, dovete sapere, che io di norma parlo parole dabbene, in un italiano talvolta ricercato e tendo persino a dare ai congiuntivi la loro giusta rilevanza. Ma so anche di essere posseduto ormai da anni da una creatura che m’ha invaso, come ho già confessato in altra sede. Credo si tratti dello spirito d’un pescatore di frodo del Mar d’Africa, i cui modi assai poco urbani conditi dal turpiloquio, riesco a tenere a freno. Ma talvolta la creatura prende il sopravvento, mi prevarica, si approfitta approfitta della mia debolezza. Sulla Salerno-Reggio Calabria l’anima dannata del pescatore ha la meglio sui miei sistemi di difesa immunitaria, e così dalla mia bocca vien fuori, per quattrocento chilometri d’inferno, un linguaggio arcaico, aspro e pregno di volgarità irripetibili. Ma l’apice l’essere lo raggiunge quando tutto sembra finito, alla punta dello stivale (tra Scilla e Cariddi, altra analogia odissea) dove il traghetto dovrebbe portarmi oltre l’inferno (sarà un caso ma la compagnia che gestisce quei traghetti si chiama Caronte). Questi, i traghetti, sono frequenti, ma non so per quale ragione partono sempre un paio di minuti dopo il mio arrivo, lasciandomi, a seconda delle stagioni e della confusione, ad attendere il successivo, ora al freddo, ora sotto un sole sferzante. Per fortuna, dopo la traversata e in meno di tre ore, riabbraccio il mio mare e la creatura svanisce, non amando affatto le situazioni semplici né la serena contemplazione del bello.

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L’ultimo mio viaggio in Francia, cui ho già accennato in un post abbastanza recente, mi ha condotto ad Avignone in una serata primaverile umida di caldo, nulla a che vedere col freddo di questi giorni di impazzimenti climatici. Non vi tormenterò tuttavia con ragionamenti metereopatici, piuttosto volevo raccontarvi come mi sono trovato, nel centro storico dell’ex sede papalina, chiuso tra le suggestioni di un bel ristorante che avrei volentieri sperimentato, se non fosse stato per la scarsa autonomia concessami dalla mia missione oltr’alpe, un elegante circolo di letture poetiche, e l’ingresso d’un cinema d’essais. Proprio accanto,a quest’ultimo, campeggiava un gran manifesto di sola scrittura, una cosa di André Malraux, intellettuale francese di cui non sono né grande estimatore né profondo conoscitore. Tuttavia, la mia amica Elena, con rara perizia linguistica – mentre io del francese a malapena conosco il ritornello di Lady Marmalade – me ne ha proposto un’elegante traduzione che mi ha davvero colpito. Tanto condividevo quello che mi veniva raccontato che la stessa Elena mi ha poi promesso che me ne avrebbe fornito una traduzione anche per iscritto al mio ritorno. Ed allora, ringraziandola ancora per la sua stupenda cortesia, eccovi la lettura di quella sera.

“Non posso infliggere la gioia di amare l’arte a tutti. Posso solamente tentare di offrirla, metterla a disposizione, affinché sia donata a coloro i quali ne faranno richiesta. Se potessi dire a me stesso, in punto di morte, che ci sono cinquecentomila giovani in più che hanno visto aprirsi, grazie alla mia opera, una finestra attraverso la quale sfuggire all’aggressività della pubblicità, al bisogno di ‘fare’ sempre più soldi per i propri divertimenti, la maggior parte dei quali volgari o violenti, e sfuggire alla ‘durezza’ della tecnica, se potessi dire a me stesso tutto ciò, ebbene morirei felice, vi assicuro”.

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Elogio della fuga

È, ahimè, un fatto: la mia particolare condizione anagrafica denuncia un’apparizione in questa valle di lacrime con almeno un paio di secoli di ritardo. Va bene la lentezza, ma talvolta si esagera. Ora, io ne prendo atto, sia pure con dolore, ma non me ne faccio un cruccio tanto da non dormirci la notte… senonché, in detti periodi dell’anno, l’affastellarsi furibondo di molteplicità d’incombenze, e come succede con certi fenomeni carsici, fa riemergere in me prepotenti scricchiolii identitario-temporali. E già, perché essere qui e adesso, nel cuore d’un tempo che m’appartiene solo per deliberazioni amministrative (e con tanto di firma del sindaco), finisce con il piombarmi in uno stato di prostrazione profonda. Sono persino convinto che questo mio anacronismo esistenziale m’abbia mutato il carattere, giacché – fossi stato spiattellato sulla nuda terra nei tempi opportuni – di certo me ne sarei andato in giro per risalire il Nilo sino alle sorgenti, avrei incrociato galeoni e velieri al largo delle coste di Zanzibar, avrei percorso a piedi pezzi consistenti della Patagonia, ribattuto le vie della seta e viaggiato sull’Orient express con principesse kazake, avrei – anche ammettendo un ritardo accettabile – attraversato i continenti su un sidecar, sorvolato le Ande e l’Himalaya in mongolfiera, facendo tappe brevi e solo per consumare montoni arrostiti su braci ardenti per ore e deglutiti con il sostegno tutt’altro che doloroso di pinte di Rum delle Antille, o avrei forse fatto naufragio su un’isola del Pacifico dove l’ultimo giapponese che non ha ancora letto Banana Yoshimoto difende invisibili postazioni strategiche.

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Ed invece eccomi qui, in preda a croniche pigrizie, a programmare tutt’altro che spedizioni antartiche, piuttosto la revisione dell’automobile, la ricarica del cellulare, e tutte quelle pratiche cui la sveglia d’ogni mattina riconduce e che, in definitiva, ci concedono, oltre gli snervanti effetti collaterali, di pagare bollette e di soddisfare certi bisogni elementari. “L’uomo è un’ essere di desiderio. Il lavoro può solo soddisfare i suoi bisogni. Sono rari i privilegiati che riescono a soddisfare i bisogni dando retta al desiderio. Costoro non lavorano mai” (Henry Laborit, Elogio della fuga). Né, in questi casi, vale il conforto che ci deriva dalle soste al solito bar e nella solita trattoria, presidi di civiltà e rifugi dalle intemperie la cui fortunata esistenza ha però talvolta solo un effetto placebo. Ed allora, ciò che resta è il desiderio di quella fuga che, seppure mai realizzata, è pur sempre il più confortevole rifugio dell’immaginazione.

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Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama desiderio” (cit.)

Vive le France

La mia trasferta nel sud della Francia ha avuto risvolti direi nel complesso positivi. Intanto mi ha rafforzato certi personali convincimenti circa una mia propensione per i vini italiani. Oh, non v’è nulla di campanilistico in questo né porto con me la mancata rielaborazione dei lutti dei Vespri. Potrei metterlo per iscritto. Non mi spiacciono affatto certi Merlot, certi Cabernet. Ammetto pure, come tanti mi suggeriscono, che la mia scarsa propensione ai cambiamenti repentini (sapete com’è, preferisco muovermi lentamente e con cautela) mi ha impedito l’incontro con dei Bordeaux che sembra celino nella loro perfezione essenziale le prove dell’esistenza di Dio. Ma io, che sono persona semplice di pensieri, ho la sensazione che vini che traggono nutrimenti da radici sprofondate in suoli oltralpini siano si dei magnifici accompagnatori galanti delle atmosfere soffuse d’una tiepida primavera provenzale o di esuberanti movide parigine, ma le ruvide e talora imperfette corposità di certi Neri d’Avola, o tal’altre aspre di Cerasuoli, hanno il privilegio per nulla scontato di raccontarci storie che hanno il profumo d’antiche contaminazioni. Beh, credo che perdonerete queste alcoliche divagazioni. Ad ogni buon conto quella di Francia è terra di “teste pensanti” cui va senz’altro la mia assoluta ed incondizionata devozione, e ritornarvi per così breve tempo ha reso la fine del viaggio dolorosa. Quindi, mentre conto di programmare di andarmi a vedere per strategia compensativa una mostra di Dalì a Firenze, di prepararmi già per stasera un avocado con salsa vinaigrette (mi sono portato dalla Francia un vasetto di moutarde de dijon) ed invitandovi all’ascolto di questa canzone dell’immenso Brassens (ve la fornisco in italiano, così quelli come me che sbiascicano una lingua appena possono apprezzarne la poetica scanzonata) mi (e vi) concedo quest’omaggio transalpino al tempo, almeno nell’accezione che può contemperare la mia conclamata propensione alla lentezza.

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C’è solo un modo di dimenticare il tempo: impiegarlo. (Charles Baudelaire)

Non c’è nulla di più prezioso del tempo, poiché è il prezzo dell’eternità.(Louis Bourdaloue)

Ogni potere umano è composto di tempo e di pazienza. (Honoré de Balzac, Eugènie Grandet)

Il tempo è un cane che morde solo i poveri. (Léon Bloy, Diario, 1904)

Nella vita bisogna scegliere fra guadagnare denaro e spenderlo: non si ha il tempo di fare entrambe le cose. (Édouard Bourdet, I tempi difficili, 1934)

Pochi possono dirsi: “Sono qui”. La gente si cerca nel passato e si vede nel futuro. (Georges Braque, Quaderni, 1917/47)

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L’eternità non è gran che più lunga della vita. (René Char, Fogli d’Hipnos, 1946)

Quelli che impiegano male il loro tempo sono i primi a lamentarsi che passi troppo in fretta. (Jean de La Bruyère, I caratteri, 1688)

Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere. (Daniel Pennac, Come un romanzo, 1992)

Il tempo di cui disponiamo ogni giorno è elastico; le passioni che proviamo lo dilatano, quelle che ispiriamo lo restringono, e l’abitudine lo riempie. (Marcel Proust, All’ombra delle fanciulle in fiore, 1919)