Giù la testa

Bella! Sono così bella che quasi non ci si crede. È per questa consapevolezza che pensavo già da qualche tempo alla condizione umana, così meravigliosa in certi suoi anfratti imperscrutabili, e poi improvvisamente miserabile e decadente, resa sciocca dall’incapacità dei più di sapersi confrontare in modo sereno con quanto di bello lo circonda. È vero che la vita, quella a tempo, intendo, presenta talvolta delle strane complicazioni. Però, penso – e lasciate che il mio punto di vista di viaggiatrice del tempo, di testimone attenta dei secoli vi giunga credibile – che al “destino cinico e baro” si possano contrapporre le armi della serena contemplazione del bello assoluto, che forse è l’unica cosa che può dare agli uomini quella infinita speranza di vita cui troppo spesso rinunciano, magari per sostituirla con improbabili quanto ingiustificate ricerche d’appagamento temporaneo. Gli uomini, com’è nella loro complicata natura, dinnanzi a questa verità inconfutabile, preferiscono l’inutile pratica del divagare circa la soggettività del bello, con argomentazioni così lontane dalla realtà, così poco inclini all’uso della ragione da provocarsi soltanto, ahiloro, moti generali di autocommiserazione. “Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace”. Che sciocchezza… Non dubito che in taluni casi eccezionali – ma proprio in taluni, RARISSIMI casi eccezionali – questa cosa possa avere una qualche parvenza di verità. Suppongo dipenda tutto dall’insana voglia che hanno certi di scambiare i parametri logici di valutazione, e persino il buon senso comune, con un metro di giudizio che definirei, eufemisticamente – anche per non usare epiteti di ben altra efficacia semantica – troppo legato ai propri limiti. È la solita vecchia storia, se la volpe non arriva all’uva allora è l’uva che ormai, eccetera, eccetera. Come si fa a pensare della bellezza che questa possa essere tale per taluno e per tal’altro, invece, essere priva di quel significato d’assoluta estetica rilevanza che invece le compete?
A loro parziale giustificazione, rimane il fatto che non tutti hanno avuto la magnifica sorte d’incontrarmi, anche per una certa mia ritrosia nel mostrarmi troppo in giro – sapete, sono così timida – e la loro vita, dunque, è così vuota, così priva di cose importanti. Poi c’è da dire che quel loro vagare, quel girare a vuoto inutilmente, li rende irrimediabilmente e drammaticamente distratti. Si sa, i peripatetici sono così misteriosamente avvolti nei loro pensieri, nel loro piccolo ed asfittico universo, da perdersi le cose migliori: me, per esempio. E si, perché io sono di una bellezza imbarazzante, direi, anzi, che sono io l’incarnazione della bellezza, e privarsene è davvero da sciocchi. Oh, è vero, ho tante altre virtù, ad esempio non sono per nulla egoista, e di tanto in tanto mi concedo. Non a tutti, s’intende, ma a quei pochi eletti che sanno apprezzare. Ahimé quanto sono pochi! In un certo senso sono anche l’incarnazione della razionalità e se mi reputo bella è solo perché sono in grado di concedermi valutazioni oggettive. Ma di quante altre cose sono l’incarnazione! Qualcuno potrebbe dire che per contenere si tante virtù m’occorrerebbe ben più di una vita. Esatto, ed è per questo che ne ho avute tante, molte più di quante me ne possano attribuire le vostre credenze, e tendo a spenderle bene, dedicandole a scegliermi le giuste compagnie, attraverso secoli e storie. Mi piacciono gli uomini delicati, problematici al punto giusto, ma che sappiano essere sinceri quando si rivolgono a me, in tono confidenziale, svuotando i loro pesanti fardelli emotivi sulla mia bellezza anziché dinnanzi a stupide icone irreali, a costruzioni metafisiche o, come avviene oggi – e questo è anche peggio -, a false bellezze di plastica. Io, invece, sono così materiale, così di carne e sangue… carne, sangue e bellezza pura. Certo che faccio un bel po’ di fatica a trovare sempre gli uomini giusti, e sopravvivere loro, giocando le mie infinite vite e le mie molte reincarnazioni, mi lascia sempre un grande vuoto. Per fortuna la loro immagine viaggia immutata nei secoli con me, giacché la mia memoria la rende immortale. È questo il mio dono a chi ha deciso di regalarmi la sua attenzione incondizionata. Una cosa sola mi ha sempre lasciato perplessa, ed è quel piccolo difetto che mi porto dietro da che ho messo piede per la prima volta su questo pianeta: gli uomini che ho incontrato hanno sempre vissuto come dei parafulmini, tirandosi addosso infinità di guai. Mah! Come quel tale Franklin – Beniamino, credo si chiamasse – che pensava che il modo migliore per evitare i fulmini fosse quello di attrarli a sé, perché se almeno un fulmine non ti colpisce durante la tua breve ed insignificante esistenza, allora vuol dire che lassù ti mostrano scarsa considerazione. E così finisci col sentirti solo ed abbandonato. Mi verrebbe da ridere se non ci fosse invece di che lagnarsene in eterno.

Smack!

Smack! – tempera su tela

Indugerei ancora a lungo sulla mia bellezza, ma non voglio sembrare troppo vanitosa. Mi preme parlarvi piuttosto di chi ne ha saputo cogliere la meravigliosa essenza.
Me ne ricordo uno che incontrai molti secoli addietro, in una delle mie vite passate, non ricordo bene quale. Che volete, me ne sono fatte tante che un po’ di confusione credo possa essermi perdonata! Comunque, quella era l’epoca in cui gli uomini imbracciavano la zappa o la spada, a seconda delle circostanze. Lui, invece, aveva sempre vissuto sui libri e in una piccola stamberga dove le sue dita, così raramente prive di rugose callosità, mi carezzavano dolcemente dinnanzi ad un camino acceso. Era davvero così carino, con quel filo di voce sempre leggermente rotto dalle angosce d’un quotidiano travagliato, con quei boccoletti biondi che gli emergevano discretamente dai contorni d’un volto allungato, da dietro piccole orecchie. Quando a sera faceva rientro a casa, io mi accucciavo a lui per sentirne il racconto delle noiose giornate trascorse sul filo dell’ansia. Questa è una cosa degli uomini che capisco poco: cosa li indurrà a lavorare sempre, quando tutto ciò che potrebbero desiderare è solo di poter godere della mia adamantina bellezza? Una di quelle sere, vi dicevo, se ne torna a casa stravolto, ed inizia il suo penoso racconto, ben sapendo quanto io sia brava ad ascoltare senza interrompere.
“Credo che la colpa di tutto sia di mio padre. Poteva benissimo mandarmi ad imparare un lavoro di bottega, che ne so, dal fabbro, o da un fornaio, uno stalliere o quant’altro avrebbe dato un senso diverso e migliore alla mia vita”.
Povero sciocco, così avresti incallito le tue dita e giammai io ti avrei concesso di carezzare la mia splendida e delicata figura. Ma non valeva la pena ricordargli questo particolare ancorché la sua essenzialità fosse del tutto palese. Talvolta le cose più scontate lo sono a tal punto da essere completamente ignorate da chi può goderne i quotidiani benefici.
“Ed invece mi mandò in un monastero a studiare, libri su libri, perché divenissi quello che adesso non sono più, il precettore d’una nobile famiglia. Che mondo indegno. Oggi quell’odioso bambino ha vomitato tacchino, miele e mandorle sulle opere complete di Sant’Agostino. Il lavoro certosino di mesi, forse d’anni, di un amanuense benedettino consumato in un unico conato. Maledetto grasso ed ebete moccioso. Cosa avrei dovuto fare io? Non rispondi eh? Anche tu sei rimasta senza parole per tale ignobile massacro dell’educazione. Questi feudatari sono davvero intollerabilmente maleducati e rozzi. E più sono ricchi e floridi i loro possedimenti, più diventano laidi. Poi, magari, se cominci a prenderli per quello che sono, ad urlargli in faccia il sano disgusto per le loro grottesche perversioni, ti segnalano al primo sant’uffizio che passa di lì e finisci acceso in pubblica piazza dopo aver scritto confessioni eretiche a suon di tizzoni ardenti. Beh, io non ho retto, non ho detto nulla ma a quel piccolo rospo gli ho mollato un manrovescio. E quello che fa? Vomita le sue ultime giacenze intestinali. Apriti cielo! Un maiale al mattatoio avrebbe urlato sicuro di meno. Sono accorsi tutti. Servitù, famigli e familiari, persino lo stalliere del castello, il cuoco e tre lavandaie. Poi tutti hanno cominciato ad inveirmi contro, che Dio li strafulmini. Dopo qualche minuto ed una decina di frustate, ero per strada, fuori del castello, cacciato con ignominia come l’ultimo dei ladri. E adesso sono disoccupato. Non parli ancora eh? Non preoccuparti, m’inventerò qualcosa, ma certo non ti farò mancare nulla”.
Poco dopo piombò in un sonno profondo, lì, accanto a me. Lo baciai teneramente, e mi addormentai anch’io. Dormii sin quando non mi svegliò il rumore di lui che irrequieto misurava a passi nervosi la lunghezza e la vaghezza della stanza, disdegnando soltanto per ragioni squisitamente fisiche di verificarne le dimensioni in altezza. Poi mi guardò come aveva sempre fatto, con quegli occhi dolci da cerbiatto innamorato. “Oh! Scusami… devo averti svegliato. Sono molto nervoso stamane. Sai, non riesco a togliermi dalla testa quello che è accaduto ieri. Uscirò a fare quattro passi nel bosco così tu potrai continuare a dormire tranquilla. Non voglio coinvolgerti nei miei problemi. Ti prometto, in ogni caso, che ne uscirò presto. Troverò certo un altro impiego presso una famiglia magari di miglior lignaggio e con più attenzione alla cultura di quanto non ne abbiano mai avuto quegli zotici”. Così disse ed uscì. Gli volevo bene. Era difficile trovare carezze morbide e vellutate come le sue. Sembrava stravolto e temevo che avrebbe potuto mettersi in qualche guaio, così lo seguii, a giusta distanza, perché non mi vedesse. Era un tale imbranato, ma anche così carino. Si diresse verso il bosco, di tanto in tanto passandosi le mani tra i capelli, scompigliandosi i boccoli. Ed io immaginavo quanto fosse estatico quel suo tocco gentile, quali sensazioni sublimi mi faceva provare quando con dolcezza infinita lasciava che quelle sue dita lunghe e sottili indugiassero sul mio collo. Lo sentii recitare, sommessamente e a capo chino, uno di quei suoi componimenti, come amava fare durante la sera, seduto accanto a me, dinnanzi al camino acceso.

“Fu sì scritto in libro d’Amor etterno
che vo’ foste mea Madonna ed invero
di vostra mercede eo servo sincero
per scaldare del meo foco l’inverno.
Leggiadre bocche levavansi ‘ntorno
a gloriar d’anima vostra virtute
di vostre sembianze le qualitate
ch’anche il Ciel di notte si fa giorno”.

Fu allora che mi accorsi che ci eravamo spinti troppo oltre e avrei voluto richiamarlo, dirgli di tornare indietro. Non lo feci, temendo che avrebbe potuto aversene a male poiché l’avevo seguito, forse intimamente sperando che la sua voce ancora si sublimasse di poesie e d’odi. Ma avrei fatto meglio a palesarmi ed a ricondurlo a casa, giacché poco lontano si udirono d’improvviso urla disumane, scalpiccio di zoccoli e lamenti strazianti. Si avvicinò lì, da dove proveniva il rumore, ed altrettanto feci io rimanendomene celata allo sguardo. Si acquattò dietro un cespuglio e, da posizioni differenti e senza essere scorti, potemmo assistere agli atroci accadimenti. Una torma di feroci banditi aveva attaccato una carovana d’artisti di strada, attori ed attrici, giocolieri e giullari, mangiatori di fuoco e menestrelli. Tutti perirono in un lago di sangue, ed i banditi si diedero al più feroce saccheggio dei miseri averi di quei poveri disgraziati. Quando tutto finì, fuggirono nel bosco. Rimasi ancora nascosta per timore che quelli tornassero sui loro passi. Lui, d’animo troppo buono, venne fuori del suo cespuglio per dar soccorso a chi poteva essere sopravvissuto a quell’orda selvaggia. Ancora si passò le mani tra i capelli ed io pensai: “Risparmia quel tocco gentile per me, te ne prego, ‘che per questi poveracci ormai varrebbe meglio una preghiera”. Ed invece cominciò ad aggirarsi tra quei corpi straziati: “Dio mio! Maledetti assassini. Per un pugno di monete hanno massacrato tutta questa povera gente”. Fu allora che da oltre un fosso si udì quella voce: “Messere, vi prego, tiratemi fuori di qui”. Lui si voltò e si sporse per poi tirare su dal ciglio del fosso una figura esile e pallida. “Mi ero appartata un attimo per… per mie necessità e…”. Si coprì il volto con le mani ed iniziò a singhiozzare rumorosamente. “Su, ve ne prego, pensiamo a metterci in salvo prima che quegli assassini ritornino”. Poi i due sguardi si incontrarono e i due ammutolirono, perdendosi l’uno negli occhi dell’altro. Brutto manigoldo, sei proprio come tutti gli altri uomini. Basta che ti si pari innanzi la gonnellina di un’attricetta di pubblica via e perdi la testa. Eh si, aveva proprio perso la testa, paralizzato e patetico, dimentico di ciò di cui poteva godere senza incorrere nei rischi dello starsene lì, allo scoperto, ossia della mia favolosa bellezza. Paralizzati ed inconsapevoli, quei due, incuranti del mondo d’intorno, l’uno perso nello sguardo dell’altro. Così inebetiti e così disattenti. Ma facevano tanta tenerezza che non ebbi cuore di richiamarli alla dura realtà che li attendeva. Quando l’orda tornò indietro, obliati da cupido non avvertirono in tempo il rumore degli zoccoli né le urla selvagge. Forse il sibilo delle spade, ma non certo il tonfo sordo e raccapricciante delle loro teste mozzate che rotolavano giù per il fosso. Eh si! Aveva proprio perso la testa. Ed era riuscito nell’impresa pressoché impossibile di perderla due volte in pochi secondi. Da questo punto di vista era davvero un soggetto straordinario. Io, dal canto mio, dovetti attendere molte vite prima di ritrovare un tocco morbido e vellutato come il suo. Ma, ahimè, io sono così romanticamente legata ad un certo tipo di uomini che il mio destino fece si che m’imbattessi in un altro precettore.
Anche lui, quando alla sera rientrava in casa, mi accarezzava dolcemente il collo con le sue dita sottili, e non certo con quelle mani tozze e rugose di cui quel tempo infame era stracolmo. Poi mi raccontava delle sue grigie giornate in cui io ero l’unica macchia di colore.
“Mi hanno cacciato. Maledetti realisti. Ignoranti e retrogradi. Barbari e viziati. Non hanno compreso che l’unico modo che gli rimane per sopravvivere è quello di aggiornare il loro repertorio, e che questa cura rigenerante deve cominciare proprio dai loro pargoli. Io non facevo altro che ciò che ritenevo più opportuno. Leggevo a quella lurida botticella che chiamano loro figlio, Rousseau e Voltaire. E loro mi hanno accusato di chissà quale tentativo di cospirazione cacciandomi con sdegno ed ignominia, come fossi un miserabile malfattore. Poi si chiedono pure il perché uno si mette a fare il giacobino. Sono così ottusamente legati al proprio inutile palazzo dorato da non rendersi conto del rumore assordante delle ghigliottine, del popolo che insorge contro i loro stramaledetti vizi appena oltre le mura del loro giardino. Presto però il terrore entrerà nelle loro stanze ed io sono quasi contento di poter assistere un giorno alla loro fine ingloriosa, perché quella, in realtà, è l’unica che meritano. Ah, ma io non sono così sciocco come pensano. Nel frastuono delle loro orge lasciano tutto in giro, ed andando via ho trovato questo”. Con gesto trionfale tirò fuori della tasca della giacca un grosso medaglione d’oro con un nobile simbolo. “Lo venderò… e comprerò un passaggio in nave per il nuovo mondo. È lì che andremo, abbandonando la decadenza di questo luogo infame per ricostruirci una vita intensa, di stimoli nuovi, di nuove conquiste. Al di là dell’oceano il mio talento letterario sarà finalmente riconosciuto. Fonderò un giornale, una casa editrice, scriverò libri su libri, e potrò finalmente regalarti la più lussuosa delle vite”.
Ed intonò un canto, uno di quei tanti che amava comporre nascostamente, lasciando che fossi solo io a goderne.

“Libertà, il sogno cui l’uomo aspira
forgiando l’armi eterne della storia,
come levante il nuovo sol ammira
alla battaglia strappa onor e gloria”.

“Lascia che vada, adesso. Tornerò presto a prenderti e partiremo quanto prima”. Chiuse la porta della soffitta e scese giù in strada. Lo seguii dalla finestra con lo sguardo mentre trionfalmente mirava e rimirava appeso al collo il suo piccolo trofeo sottratto a pegno dell’angheria subita. Per strada c’era un gran frastuono. Un vociare continuo ed assordante di centinaia d’uomini e donne. Un manipolo di quelli lo vide e riconobbe il sigillo. “Un aristocratico”. Urlò. Subito in molti gli furono addosso, lo sollevarono da terra senza dargli il tempo di spiegare, di denunciare il crudele equivoco. In breve lo trascinarono sul palco nel centro della piazza, e le sue urla già si confondevano con quelle della folla acclamante giustizia. Due grossi uomini lo mantennero piegato con le braccia dietro la schiena ed il sibilo della lama che tagliava il vento scorrendo dentro le sue rotaie precedette di una frazione di secondo il tonfo della sua testa nella cesta. Poi un altro uomo sollevò la cesta e ne mostrò l’orrendo ripieno alla folla sotto il palco urlante la sua gioia. “Cittadini, un altro porco realista ha perso la testa. Alla Bastiglia ora”.
Eh si. Aveva proprio perso la testa. Ed io, come al solito, dovevo cercarmi un’altra casa. Era il mio destino a quanto pare. Ma ero e sono così bella che quello non avrebbe rappresentato a lungo un problema. Certo, non posso dire che non mi dispiacesse, che non avrei a lungo rimpianto le sue carezze, il suo tocco delicato sul mio collo. Beh, me ne sarei fatta una ragione, anche se dovetti aspettare molto tempo prima di ritrovarne uno simile.
Comunque, l’ho trovato. Ne dubitavate forse…?
Stamattina è uscito ed ha fatto colazione con una tazza di caffé del giorno prima e tre sigarette. “Piccola, oggi sarà una giornata campale: quattro ore di lezione e poi, nel pomeriggio, collegio docenti. Nel frattempo domande angoscianti mi assalgono. Cosa si diranno le segretarie durante la pausa mensa? Ma quello che non mi fa dormire è l’idea che non scoprirò mai di che colore è la carta igienica negli studi televisivi?”. Povero piccolo, è seriamente esasperato e così poco gratificato dal lavoro che fa. Comunque, non è così rimbecillito da non notare la mia sorprendente bellezza, e mi passa ore ed ore accanto a leggermi libri e carezzarmi il collo. Oggi rimarrò a dormire aspettando il suo ritorno.
È proprio un bel tipo. Sembra che l’unica cosa che gli piaccia sia di stare in mia contemplazione. Buongustaio. Riceve poche visite e quando gli accade di avere ospiti rimane lì, come un parafulmine, ad ascoltare. Finge interesse, annuisce spesso, si lascia scappare, in relazione a ciò che gli sembra di capire, un “hai ragione, è proprio uno schifo!”, oppure un “noooh!?” di stupore apparentemente partecipato. Se lo beccano è finita. Oggi nessuno ha voglia di ascoltare nessuno, ma tutti hanno voglia di essere ascoltati, e se c’è uno nuovo – e lui è nuovo di queste parti, appena trasferito -, per ringraziare dell’ospitalità che gli si concede, gli si chiede di pagar pegno.
“Capisci cosa ho dovuto subire. Lui ancora aveva quell’altra. Non aveva rotto con quella. E mi aveva detto che invece era tutto finito, che io ero la donna che amava e che quando sarebbe tornato dal viaggio in Francia saremmo stati sempre insieme. Come ci si può approfittare così? Tu pensi che sia normale? Mi sento… una merda, ecco, mi sento una merda, proprio una merda!”
Questa è una di quelle che lo becca più spesso e lo tratta come la folgore tratta il parafulmine, non se lo fa scappare, venisse Giove Pluvio in persona a chiederle di desistere. Questa volta lo aveva placcato proprio mentre stavamo per andare a mangiare alla trattoria qui accanto, avendo verificato il triste nulla che aleggiava nel frigorifero e nelle sue immediate vicinanze.
“Io mi sono bevuta un castello di cazzate che la metà bastavano da quello stronzo, ed ora mi sento… mi sento…”
“Una merda?”
“Come?”
“Ti senti una merda”.
“Ah… si! No, scusa, sono troooppo agitata, non me lo meritavo di finire così”.
“Ti dispiace se vado in bagno un attimo? Faccio in fretta”. Non né aveva bisogno, fisiologicamente intendo. Aveva necessità invece di starsene per qualche secondo in contemplazione della sua faccia allo specchio, aveva bisogno di qualche istante di silenzio. Per pensare a me, ovvio, e non consento a nessuno di dubitarne. Niente da fare. Lo segue sino alla porta del bagno e continua a parlare con tale partecipato trasporto che per un attimo ho temuto che volesse entrare con lui. Continua a parlare, senza soluzione di continuità. Il mio regno per due tappi d’ovatta, per qualche ora di sordità. Lo sciacquone, santo sciacquone che con il tuo suono melodioso e profondo sopprimi ogni altro rumore sino a farlo apparire distante ed indefinito. Attese un attimo, poi lo tirò, lasciando che il vorticoso scivolare per gravità dell’acqua provvedesse all’isolamento acustico del bagno. Allora provò un senso di sollievo e si guardò intorno: un pettine, dentifricio, sapone, dopobarba, deodorante, shampoo, asciugamani, carta igienica, un rossetto… Un rossetto? Chi l’avrà lasciato? Gli serve sempre del tempo per riflettere sui ritrovamenti inaspettati. Rubinetto. Ancora scroscio d’acqua, ancora la voce confusa che dietro la porta diventava un sottofondo lontano ed indefinito, un tappeto sonoro che incombeva su di lui, senza tregua, ma che così faceva meno paura. In contemplazione dell’oggetto si arrese all’evidenza che nella sua memoria non v’era traccia del complesso meccanismo che l’aveva condotto su quella mensola. Ma era un segno inequivocabile del destino, e sentiva già l’ispirazione delle muse pervadere ogni centimetro quadrato della sua corteccia cerebrale, ogni suo anfratto buio, ogni lobo, sino al talamo e persino all’ipotalamo, all’amigdala, su e giù, attraverso l’ippocampo. Secrezioni adrenaliniche investivano ogni muscolo del suo corpo perché si protendesse in avanti, verso la sua immagine riflessa allo specchio. Aprì di più il rubinetto del lavandino cosicché lo scroscio si avvicinasse ai decibel di una cataratta equatoriale, e il rossetto, quasi fosse animato da una forza sovrannaturale, cominciò a disegnare parole sulla superficie liscia del vetro, a ricoprire la sua immagine.

“Posso incontrarti nello sguardo di una bambola di pezza
e trovarvi il desiderio d’un altro cielo.
Posso ricostruire la magia del silenzio
nell’istante senza fiato
e farmi cogliere impreparato dal gioco d’azzardo.
Posso immaginare d’incontrarti di nuovo
mentre scendi le scale
o cammini sulla riva della spiaggia
in fondo al paese diruto.
È il ricordo di te,
della costruzione del rifugio tra le dune
a due passi da quel posto
dove le tue mani plasmavano la sabbia.
Mi sorprende
il risentire il suono delle onde
e dei granelli di sabbia
urtarsi ritmicamente,
affollarsi discretamente
ed aggregarsi in forme rare,
il ricordo dell’attesa per la sinfonia conclusa
suonata sul bagnasciuga
e colorata su fondo rosso
come una testuggine,
delle cave nel buio
e  dei  falò rubati,
nelle notti senza fine
e della musica che hai imparato
dal sole riemerso al mattino
da un mare di magenta,
come l’orchestra dal golfo mistico”.

Aprì la porta, e ne venne fuori con un sorriso ebete. E lei lo investì di parole che non avrebbe mai decifrato e di cui l’ultimo dei suoi pensieri era di comprenderne finalmente il senso. Poi fu lei ad entrare in bagno per uscirne qualche secondo dopo, perplessa. “Non che m’importi delle ragioni per cui ti piace imbrattare gli specchi di casa tua, quello che non sopporto è che tu lo faccia con il mio rossetto”.
Eh si, aveva proprio perso la testa per me. Che strani gli uomini. Chiamano evoluzione culturale qualcosa che – sostengono loro – procede parallelamente a quella biologica e finisce col condizionarla. Eppure, alla faccia dell’evoluzione, continuano a perdere la testa anche se in modo via via meno traumatico. Almeno è un atto evolutivo perderla per me, per la mia bellezza che non è mai stata umana, e del resto non potrebbe che essere così, visto che sono una gatta.

6 pensieri su “Giù la testa

  1. Bravo professore! Mi piace l’idea della “gatta” che deve partire per l’America, ma che alla fine non ci va e rimane nel continente dove è nata.
    Mi fa sempre un effetto un po’ strano leggere di uno scrittore che conosco personalmente, rischio sempre di non accettare completamente la “finzione”.
    Comunque bella la tua idea di libertà.

    • Oh Professoressa, che piacere riceverti da queste parti e che piacere leggere un commento così lusinghiero. Beh, ti rispondo come ho fatto altre volte a proposito della finzione con quello che è scritto nella testata del blog (è così efficace che me ne sono appropriato): l’immaginazione è la pazza di casa… la realtà la scema del villaggio.
      Buon – meritato – riposo dalle fatiche scolastiche e a presto.
      Giovanni

  2. Tardivo è questo mio commento, ma è da una vita che sono in ritardo… Ho letto questo tuo piccolo gioiello “a tappe”, tornando più volte per leggere e ri-leggere. Mi son deliziata nell’immaginare le scenografie, o l’argentina voce della “gatta”; sicuramente un piccolo gioiello anche la messa in scena :-) Beh, l’autunno ci porterà altri tuoi nuovi post, e questo mi consola; sarò felice di leggerli, sempre che la salute (ancora molto pericolante) mi sostenga. Sto ascoltando Gaber su Rai 3: ottima compagnia per scrivere questo biglietto di Saluti, a presto, Vittoria

    • Gaber è sempre un’ottima compagnia… ma non sei affatto in ritardo, i tuoi commenti sono sempre molto graditi e li leggo altrettanto volentieri. Grazie davvero Vittoria. Buon tutto e soprattutto in bocca al lupo per la tua salute. A presto! :-)

  3. Carinissima! Bella l’idea della Storia vista da una gatta, del resto il gatto è l’osservatore perfetto, attento e senza giudizio. Quanto all’evoluzione, sembra che il gatto fosse sin dalla sua prima comparsa un essere che già rasentava la perfezione!
    Non sapevo che fossi un estimatore del genere felino :-)

    • Estimatore convinto, anche perché mi rendo conto che l’autonomia con cui il gatto gestisce il proprio tempo è indicativo di qualcosa di superiore! Ne sono invidioso… :-)

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