Il ribaltamento del viceversa

E no cari miei, così non vale. Bisogna mettersi d’accordo, altrimenti le asimmetrie diventano eccessive, poi qualcuno finisce che si indispettisce e di teste calde in giro se ne trovano sempre, forse non come un tempo, ma qualcuna secondo me ancora c’è. E ci sono certe mie pulsioni in quei giorni no che ne sono la prova provata. E allora si deve trovare una sintesi, bisogna mettersi d’accordo, appunto. Ragioniamo, dunque, come si compete tra persone civili, tra gente di buon senso. DSC_0023È vero che esistono profonde diseguaglianze, di classe intendo, tra le persone. Ma non mi tirate fuori la solita solfa di quel due per cento che detiene il sessanta per cento, eccetera eccetera. A che serve rivangare, è roba da secolo decimonono, mica da gente di questi anni frenetici, gente per bene che pedala, che “fa”, che si impegna. Bene, chiarito questo però alcuni puntini sulle i, con discrezione, si intende, io magari li metterei. Va bene che madama la marchesa alla Zona di Espansione Nord non ci va a stare e preferisce il suo castelletto con vista sul lago; mi sta anche bene che il commendatore Ciccio Bombo non prenda in affitto una soffittella semi arredata con vista sulla discarica appena appena sorta dal nulla della Suburbia a Sud, giacché, giustamente, come dice lui, s’è appena arredata la villa a quattro piani con vista sul golfo, da cui si gode il panorama da sufficiente distanza perché si perda il dettaglio della quinta del promontorio degli abusivi. Mi sta bene che anche il viceversa non sia consentito e non per libera scelta di quelli che stanno a ZEN e Suburbia, ma direi per qualche resistenza altrui. Vi ripeto, mi sta bene, non mi lamento, col mio stipendio mi merito un bilocale né pretendo l’attico, quello con le piante carnivore che si mangiano i giardinieri – che poi di questi tempi è così difficile trovarne di bravi – e la terrazza da cui si domina il mondo e che ci puoi andare in bicicletta e giocare a tennis in bagno! E se la signora contessa non farebbe mai a cambio consentendomi di usare le sue stanze affrescate da antichi schiavi, la capisco, non gliene faccio torto… E per parlare d’altro, è vero che la signora Pinco de Pallis, in virtù dei suoi conti monegaschi e caimaneschi mai e poi mai acconsentirà d’andarsi a scegliere nylon made in Taiwan nel mercoledì del mercato, né – mi pare di poter asserire senza tema di smentita – il buon cavaliere, che è il re delle maniglie delle porte blindate, il suo doppio petto blu con l’aria condizionata incorporata e il certificato sartoriale rilasciato dal notaio se lo comprò al “butto fuori tutto e chiudo”. Io queste cose le capisco e se anche non ho fatto il militare a Cuneo sono uomo di mondo, me ne faccio una ragione. E pure se il viceversa è sostanzialmente non consentito per ragioni che tralascio, queste sono cose che accetto. I miei maglioni con l’etichetta su cui c’è scritto, con ricco ricorso a simbologie assai criptiche, che è meglio che li lavi a mano, anzi è meglio se non li lavi proprio perché non si sa mai, mica pretendo che se il metta il venerato conte, col rischio che la sua epidermide elegantemente colorata da delicate lampade UV se ne potrebbe avere a male, ribellandosi e producendosi in un effluvio di pustole e pustolette, altro che la mia rozza copertura cutanea, che certo non si ribella giacché a certi tormenti è ormai adusa. Mi sta bene, vi dico che mi sta tutto bene, anche il categorico divieto del viceversa… E allora, proprio per pareggiare i conti, la qual cosa, se volete, potrebbe essere anche interpretata come il modesto tentativo di una pacificazione globale, proporrei che si cominci a mettere dei divieti a certi viceversa letti in senso antiorario. Allora, mia cara madama la marchesa, signor comm, egregio presidente, gentile cav., facciamo una cosa, da oggi voi mangiatevi pure le vostre tartine al beluga, con la salsina di Richelieur, bevetevi i vostri Cabernet che tanto a me il mutuo alla posta per pagarmene una bottiglia non me lo concedono. Fatevi fare dallo Chef che vi piace tanto – quello col ristorante che per mettere in vetrina i cappelli beccati dai forchettivendoli di certi almanacchi ci vuole la cappelliera, e per pagare il conto dovete fargli un bonifico “estero-estero” – il cervello di cavalletta in gelatina di alghe del lago della foresta del Cippo Lippo, se vi pare, Ma giù le mani dall’acquacotta, dalla ribollita, dalla panzanella, dalla sarda al beccafico, dal lampredotto; da oggi, e per sempre, ex legis non v’è più consentito. Salvo che tutto il resto dei viceversa proibiti non vi risulti un prezzo eccessivo da pagare, ed allora però si rimette tutto in discussione e vi tocca di socializzare l’ultimo Barolo che avete preso all’asta al prezzo di un bivani in semiperiferia, e quel pezzo di tartufo bianco, prima di grattarvelo sull’ovetto, vedete se in quel bivani c’è qualcuno che lo vuole. Mentre pensate al che fare, e vi fate l’inventario di beni da ridistribuire, in ragione dello sviluppo evolutivo d’un blasonato milionario palato prelogico alla cultura del gusto, io vi do la ricetta dell’acquacotta, come me l’hanno spiegata certe signore anziane d’una Toscana remota ed interna, quelle si avvezze al riuso ed alla condvisione, oltre il ghetto, per il ghetto. Ma perché proprio l’acquacotta? Ma perché è la quintessenza del nulla che si espone, ci mette la faccia e diventa tutto, rivendica già nel nome la sua essenza primordiale di possibilità di andare oltre, a partire dal niente. E allora basta poco per essere partecipi di tale miracoloso rifiuto dell’accumulo già ad una lettura rapida degli ingredienti, ben poca cosa. E allora fatele sfrigolare a striscioline sottili le cipolle, in un tegame bello alto e in olio d’oliva, ma a fuoco lento, giacché chi ha poco non ha fregole di scappar via a fare dell’altro, a preoccuparsi di sostenere il PIL. E così l’ortaggio, appena stimolato da quel calore lieve comincia a rilasciare acqua di vegetazione ma non s’abbrustolisce, non s’indora come certe pillole. Quindi dateci dentro col sedano a dadini senza trascurare di lasciare un po’ del fogliame, non tutto ma quanto basta ad acuire effetti cromatici di essenziale eleganza stilistica. E quando la cottura sarà ultimata aggiungete pomodoro tagliato a pezzettoni ed i peperoncini – se avete tendenza a palati robusti, non lesinatene – e continuate la cottura sempre a fuoco dolce.
Mantenete la cosa sempre brodosa stemperando con brodo vegetale, e magari con mezzo bicchiere di vino bianco, l’altro mezzo ve lo bevete, e se occorre ancora mezzo bicchiere e voi vi finite la bottiglia. Mi raccomando, che il sedano non si spappoli,e mentre verificate con attenzione che il disatro non avvenga sbattete le uova e versatele nel composto molto lentamente e mescolando continuamente. A consistenza desiderata raggiunta, lasciate riposare la minestra per qualche minuto.
e foderate il fondo d’una terrina di terracotta con delle fette di pane abbrustolito, quindi insaporite con una cucchiaiata abbondante di formaggio grattugiato e versateci sopra la zuppa molto calda. Servite immediatamente non prima di esservi accertati della presenza rassicurante d’un fiasco di Chianti in tavola, con quei bicchieri di vetro spessi che si vedevano una volta in certe trattorie e nelle case delle zie, quelli che si riempiono sino all’orlo perché il vino non va degustato, va bevuto, e chi non beve con me “peste lo colga”. Ah, dimenticavo, sotto jazz essenziale, di quello che scorre come un fiume in pianura, mi sento di consigliare Paul Desmond con Dave Brubeck.
E se mi permettete questo piccolo consiglio per i prossimi giorni, se avete tempo e voglia!

20 pensieri su “Il ribaltamento del viceversa

  1. Innanzi tutto complimenti per lo scritto, bello quanto la musica consigliata alla fine!

    Poi, effettivamente, se ne guadagna anche una gustosissima ricetta da provare subito. Cosa chiedere di più ?

    :-)

    • Piatto imperdibile, almeno quanto Desmond e Brubeck, consiglio l’abbinamento con crostini di fegato e lardo! Che non manchi da bere, verrebbe considerato un crimine contro l’umanità. :-)

    • Sarebbe troppo facile se ce la rubassero… l’ultima spiaggia si difende con le unghie e coi denti! Ci vorrebbe una serata dedicata a Piero Ciampi, tra cantate, acquacotta, crostino di fegatello, lampredotto e autobotte di vino parcheggiata in doppia fila che la contravvenzione non la paghiamo!

  2. Succulento il tuo post.
    Si tengano pure la nouvelle cuisine, quella che, quando ti alzi da tavola, non ti ricordi cos’hai mangiato.
    Buone vacanze, se è ciò che stai facendo!
    Cri

    • Soprattutto non ti ricordi che gusto aveva! EBuone vacanze anche a te che per me ancora non se ne parla ahimé. Ma non dispero! :-)

    • Se ci penso con attenzione mi vengono in mente non più di un paio di cose… ma non le dico! :-)

  3. Così si scrivono le ricette, bravo Giova.
    Questi piatti poveri che sono nati da quel poco che si aveva, dalla capacità di sapersi arrangiare, sono strepitosi. Sono confortanti.

    • Sono la prova che si può fare a meno di un certo quantitativo di cose, e se non se ne fa a meno si perdono queste robe qui, che non solo danno un senso in più alla nostra vita, ma possono diventare argomento di conversazione, l’oggetto vero del contendere, la proposta per ribaltare i rapporti di forza, rimettere in discussione gli equilibri di potere… insomma l’acquacotta è come il referendum in Grecia! :-)

  4. Il lungo e spassosissimo prologo fa già pregustare la sapiente ricetta,fatta di poco o niente,come dici ,ma un ‘niente’ ben dosato,curato,come le piccole e care cose che ci portiamo dentro,per sopravvivere al superfluo ingombrante ed inutile spesso.Ottima musica,qualche tavolo sotto la pergola,tovaglia a quadri,rossi,buon vino e compagni, scelti per affinità. Cosa desiderare di meglio?
    Ciao,Giò,spero arrivino le vacanze anche per te.

    • Un niente prezioso, appunto, minimalismo elegante e raffinato. Ed ormai sono agli sgoccioli, non mi resta che redispormi mentalmente al sole ed al mare di casa! Grazie davvero e bon ttutto. :-)

  5. … E nelle sere d’inverno usi le pagine strappate dai classici per accendere il camino.
    Manuel Vázquez Montalbán docet
    Buona estate Giò

  6. uno scritto molto accurato, pagine le tue da scorrere piacevolmente, un bel luogo dove riflettere, allietarsi con della bella musica, altresì rifocillarsi… ^ _ ^

    • Grazie, ricambio volentieri gli apprezzamenti, come diceva uno assai più importante di me. “a ciascuno il suo”. :-)

  7. E’ sempre un piacere leggerti!
    Non potevo non passare per un saluto!
    Mi permetti un po’ di vanità? Sono entrata di ruolo!!! 😉
    Un abbraccio, caro Giò! :)

    • Ciao, ma che splendida notizia, niente più code al Provveditorato. E’ sempre un piacere leggerti e ritrovarti da queste parti, anche se ultimamente ho difficoltà a tornarci anche io giacché sono in vacanza e con un collegamento che è piuttosto precario, anzi, praticamente inesistente.
      Un caro saluto ed in bocca al lupo per tutto.

      • Crepi il lupo, grazie!!! :)
        Anche io non ho più seguito molto il mio blog, a volte manca il tempo anche per le cose che interessano…
        Buone vacanze Giò!
        A presto e cari saluti!

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