La Pietra Celeste

Una domenica calda quella, e pareva che tutti i colori del mondo si fossero dati convegno in quel paese, impregnando migliaia di panni al sole e riflettendosi sul mare, una lastra di metallo lucente che in fondo, sulla linea d’orizzonte, diventava cielo senza che si capisse in quale punto esatto avveniva il passaggio di consegne. Dentro i cortili e nei vicoli che scivolavano verso gli approdi erano vite brulicanti, con le donne che spazzavano dinnanzi alle porte d’ingresso dei dammusi e delle altre case basse, e bambini che rincorrevano palle di pezza o lasciavano partire lenze da uno qualsiasi dei moletti a riva. Il vecchio professore se ne stava seduto al sole d’una terrazzina, provando a leggere qualcosa su un vecchio libro,

La rue assourdissante autour de moi hurlait.

Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,

Une femme passa, d’une main fastueuse

Soulevant, balançant le feston et l’ourlet ;

Agile et noble, avec sa jambe de statue.

Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,

Dans son oeil, ciel livide où germe l’ouragan,

La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

Un éclair… puis la nuit ! – Fugitive beauté

Dont le regard m’a fait soudainement renaître,

Ne te verrai-je plus que dans l’éternité ?

Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être !

Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,

Ô toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais !

Cercava nella sua memoria inutilmente esercitata il significato di parole un tempo assai più chiare, rese oscure ora da neuroni in disarmo anagrafico. Mentendosi spudoratamente attribuiva quel buio di comprensione ad altri difetti organici emotivamente più sopportabili, ed alternava così, ritmicamente, lenti a differente gradazione su un naso aguzzo ripidamente proteso verso il centro della terra.

Cominciavano a muoversi come processionarie le file lente di quelli che raggiungevano la parrocchiale per la messa di mezza mattina, scrutate da occhi neri dietro persiane socchiuse, pronti a cogliere scabrosi ed improbabili dettagli nascosti male dietro gli abiti di circostanza. Era l’ora in cui i sughi cotti dalla mattina lentamente cominciavano a rilasciare effluvi ammiccanti, e raggiungevano la piazza di basole, verso il caffè più centrale, popolato degli uomini a sedere intenti a scambiarsi i due quotidiani a disposizione. Più giù, sul molo, erano le barche e le reti tirate in secco, con le casse del pesce stoccato a riva pronte a raggiungere le tavole dei tre o quattro ristoranti della zona, già in fibrillazione per l’invasione di quelli di città in divisa da villeggianti. Questi arrivavano a frotte quando c’erano giornate così, e la gente del posto non è che ne avvertisse la presenza con gioia, se si escludevano i titolari dei bar, delle trattorie sul lungomare e di quel paio di bettole che dalle verande apparecchiate con tovaglie a quadri bianchi e rossi offrivano alla vista solo fette di mare e muri scheggiati in cambio di prezzi più a buon mercato.

Gaetano”. Chiamò la donna nel grembiule nero di sovrapposizioni luttuose. “Gaetano”. Ripeté ancora, affacciata al balcone.

Gaetano ci stette un po’ a sentire il richiamo della zia. Aveva cose altre per la testa, mentre saltellava tra i frangiflutti che correvano paralleli a ponente del molo più importante del porticciolo. dettagli e orizzonti32Doveva ritirare la nassa con le quattro scorfane pescate, e si accarezzava il gomito contuso colorato del livido, nero come l’occhio destro, mordicchiandosi il labbro tumefatto per capire se ancora faceva male. “Sono caduto con la bici”. Era stata la credibile versione proposta alla zia ed all’amico Mimmo. In realtà l’avevano pestato quei quattro suoi compagni di classe che facevano banda, sempre pronti a farsi scattare i nervi quando lo vedevano arrivare. Perché a loro proprio quel tipo con cui erano cresciuti non era mai andato a genio. “È troppo strano Palmisano”. Uno che non parlava mai, e se ne stava ore a studiare i dettagli di chissà cosa. Uno che non raccontava niente, che aveva la pelle attaccata alle ossa e sembrava più piccolo dei suoi dodici anni. Che pareva che viaggiasse su un altro pianeta, con quella testa troppo grossa, non in dimensioni assolute, piuttosto per l’illusione ottica che derivava dall’essere troppo “siccu, e si move ca pari nu ‘nvertebratu”. E poi quell’espressione di sofferenza che si portava dietro da quand’era ancora più bambino, quando se ne stava perennemente allettato perché le malattie le prendeva tutte lui. Così, quei quattro qualche volta provavano a tirargli fuori qualcosa, chiamandolo per nome, cercando una qualche reazione agli sfottò per quella sua buffa andatura disarticolata. Niente. Quello pareva alienato e gli faceva venire una rabbia che poi alla fine sfogavano riempiendolo di botte. Gaetano se le prendeva e non reagiva, tornandosene a casa come se sulle spalle portasse tutto il peso del mondo. “Ma sempre dalla bicicletta cadi?” Diceva zia Lucia. Un’altra volta la scusa buona era che era scivolato sul “lippo” degli scogli, quando ci era passato sopra per calare la sua lenza. L’unico ragazzo del borgo a cui non davano noia quelle sue cose strane era Mimmo. Lui ci parlava con Gaetano, e riusciva anche a strappargli più di qualche costruzione monosillabica. Quando era con Mimmo gli altri lo lasciavano in pace. Si limitavano a guardarlo in cagnesco da lontano. Mimmo era d’altra pasta, come tutta la sua famiglia. Tutti comunisti, “ncazzusi”. Quelli, gli Scandurra, non si tenevano niente, e se gli mollavi una sberla te ne restituivano trecento. Il padre era una specie d’istituzione. Faceva l’avvocato e difendeva tutti i disgraziati del paese facendosi pagare una volta si e chissà quante altre no. Per cui la gente gli portava rispetto.

Gaetano”. Si sgolava zia Lucia. Poi Gaetano sentì. Più che altro aveva riacceso l’attenzione perché aveva finito di fare quello che stava facendo e si era messo a correre verso casa. Era il giorno del suo compleanno e magari, pensava, qualcuno se lo sarebbe ricordato con un regalo. Gli sarebbe stata utile una canna da pesca nuova, col mulinello possibilmente, per pescare “a lancio”, un po’ più a largo, che sotto costa cominciava ad esserci poca roba. Doveva essere arrivato lo zio Carmelo, che faceva l’usciere al tribunale in città, e magari la canna l’avrebbe portata lui. Affrontò la leggera salita con la nassa che sembrava un lume, in quel modo buffo che faceva ridere ed arrabbiare gli altri ragazzi, e si beccò una pietra ad una coscia. “Talia come curri”. Lui non si fermò nemmeno a vedere chi gliela aveva tirata, ma si limitò a sbiascicare un “ahi!” a bassissimi decibel, per non dare a nessuno la soddisfazione di dire che gli aveva fatto male, e continuò a correre claudicando pure per l’ultima botta. A quel punto l’obiettivo era la canna nuova, ed era sicuro che lo zio gliela aveva portata, dopo averla comprata in uno di quei negozi super attrezzati della città. Una canna con un mulinello di quelli “spaziali”, che lanciano ami, esche e galleggianti a più di cento metri.

Auguri beddu! Guarda cosa ti ho portato”. E in quel pacchetto quadrato venti per venti doveva starci una canna da pesca? E che razza di canna da pesca era quella che stava lì dentro? C’era qualcosa di sbagliato. Ma come, pensò, uno fa il compleanno, e per non disturbare troppo si limita a farlo una sola volta l’anno, e poi non si concede il giusto riconoscimento a quella delicatezza con una canna da pesca nuova? Eppure con lo zio ne aveva discusso che la sua canna da pesca era messa male. “Volevo portarti una canna nuova, ma poi la zia, giustamente, mi ha fatto notare che quando vai sugli scogli caschi e ti fai male che torni a casa che sembri un Lazzaro”. Ma la zia gli affari suoi, mai…

Aprilo, vedi che c’è dentro”.

E che roba è questa? Pensò scartando la confezione di carta blu. Ma anche quando l’oggetto fu totalmente nudo in suo possesso non seppe darsi risposte esaustive. Così sollevò gli occhi lentamente ed interrogativo verso lo zio. “Minchia! È una macchina fotografica, una Polaroid”. Sbottò quello a mezzo riso comprensivo.

Che devi dire per forza queste parole vastase davanti o picciriddu. Spieghici comu funziona inveci di fari u cretinu o solitu to”. Sbraitò zia Lucia.

E come funziona… Si prende la mira da qua – prese in mano l’oggetto misterioso ed indicò il mirino – si inquadra quello che si vuole fotografare e si preme questo bottone. Poi si aspetta che esce la fotografia, e dopo mezzo minuto, come per magia, c’è la foto”. E lo disse tutto d’un fiato, ondulando la testa soddisfatto per quella abile docenza sostenuta senza la benché minima esitazione, proprio come fa un professionista serio che istruisce il suo ragazzo di bottega. “Ne puoi fare dieci per volta. La prossima volta ti porto anche un paio di ricariche, così fai pratica. Ci sono fior fiori di fotografi che usano la Polaroid. Anzi, fai una cosa Tano, visto che fra poco si mangia, qua ci sono i soldi. Vai al bar da Nuzzo, prendi i cannoli per tutti, e già che ci sei fai un paio di foto che poi vediamo se hai talento”.

Era ora di pranzo, a quell’ora per strada praticamente non c’era quasi più nessuno, e con quell’oggetto misterioso Gaetano entrò al bar. Lì c’era soltanto Nuzzo che stava servendo un paio di aperitivi a due che dovevano essere di città. A Gaetano quelli di città andavano giù ancor meno che agli altri, perché arrivavano lì per pescare con barche pazzesche che poi scaricavano combustibile a mare e il pesce puzzava di nafta e catrame. In estate si mettevano tutti a fare il bagno come pinguini ed il pesce scappava. Poi avevano quelle canne sofisticatissime, e c’era qualche idiota che usava la “pietra celeste”, anche se era vietato. La buttava sugli scogli affioranti sciolta nell’acqua, così i polpi si sentivano avvelenati ed uscivano fuori dalle tane, e quello li raccoglieva a mezze dozzine per volta. Non era così che si faceva. Quella non era pesca sportiva. Lui l’aveva detto al padre di Mimmo che gli aveva dato una risposta non perfettamente comprensibile in tutte le sue accezioni, ma che era chiara almeno nel suo senso generale. “Insomma, questi di città vengono qui e fanno col solfato di rame al nostro pesce quello che gli Americani facevano col Napalm ai Vietnamiti. Li stanavano per mangiarseli. Ma la storia ci insegna che qualche volta chi fa certi calcoli poi può anche rimanersene digiuno”.

Visto che quelli erano di città, Gaetano, per non farsi turbare la scelta dei dolci, aspettò fuori che se ne andassero seduto su uno scalino dietro l’angolo, a rigirarsi tra le mani la Polaroid. Piroettando con quell’escrescenza d’occhi e memoria per esercitarsi nelle inquadrature, finì per fermarsi, puntandolo col mirino, su un gatto che faceva la festa ad un sacchetto di spazzatura abbandonato, con dentro i probabili resti d’un pesce le cui parti più nobili a quell’ora dovevano essere stati serviti su ben altra tavola. Capì pure come si inseriva il flash. Poi sentì un rombo. Altri di città che avevano una moto, una tuta nera ed il casco in testa. Come fanno questi a tenersi in testa quella cosa pesante con questo caldo che non è nemmeno obbligatorio? Pensò osservandone i movimenti rapidi dal suo punto d’osservazione defilato. Il gatto scappò, e, pensò Gaetano, ne aveva ben donde con tutto quel chiasso che avevano fatto con le marmitte. Ma quello che sentì dopo, altro che chiasso. Sembrava piuttosto la guerra, una Lambretta smarmittata come quella di suo cugino Stefano. Una cosa insopportabile ma che veniva da dentro il bar. Se ne rimase lì paralizzato, con gli occhi sbarrati, tenendosi la Polaroid stretta al petto. Quindi quei due della moto saltarono in sella e ripartirono ancora più veloci di quando erano arrivati e con in mano ciascuno qualcosa di scuro e metallico sbucato fuori da chissà dove. Rimase ancora qualche secondo lì, gli occhi fissi verso tutto quello che aveva visto, in un silenzio che non era certo ci fosse davvero. Poi si alzò lentamente ed entrò nel bar. I tre che ci aveva lasciato prima c’erano ancora, i due di città e Nuzzo. Solo che non erano più ritti al bancone, ma se ne stavano a terra, e di Nuzzo si vedeva solo la testa, in un lago rosso di cui un affluente zampillava ancora dalla gola. Chissà perché quel tremore che l’aveva accompagnato sino a quel momento cessò di colpo e si trovo freddamente a sollevare la sua macchinetta, a spingerne, come se non avesse fatto altro per tutta una vita, il pulsante del flash per poi scaricare anche lui il suo caricatore su quei corpi martoriati.

Dieci foto, dieci. La sua prima collezione che valesse la pena di chiamare tale, perché quella di conchiglie era assai incompleta, priva di tutte quelle specie esotiche che aveva visto solo esposte in qualche negozio della città. E ne sarebbe passato di tempo prima di capire come era che tutti quelli che sino ad allora l’avevano preso in giro e menato perché era così “siccu, e si move ca pari nu ‘nvertebratu”, smettessero di colpo di farlo. Semplicemente perché adesso lui era uno che sapeva cose della vita che gli altri della sua età nemmeno si immaginavano, ed avevano capito che lui era uno che arrivava sempre prima degli altri.

4 pensieri su “La Pietra Celeste

    • Grazie :-) È il prologo di un libro, solo il prologo… ma mi piaceva l’idea di renderla una storia a sé, non si sa mai, che, per tutto il resto, non fossi riuscito a sapere come andava a finire!

  1. Mi piace, malgrado io non ami molto i racconti brevi che tendono quasi sempre ad essere un po’ “compressi”, si sente l’odore del mare il caldo del sole, se non fosse mattina direi il “Meriggiare pallido e assorto” 😉 Ma ti prego, ti prego, ti prego, non scrivere più “fibrillazione”, sembra sia diventata l’unica parola con cui ultimamente i giornalisti riescono a descrivere l’ansia, la fretta, l’agitazione, l’attesa, la preoccupazione, il batticuore, l’aspettativa, la paura, la speranza…
    La si sente ovunque in ogni TG accompagnata dall’altrettanto orribile “e quant’altro”

    • E’ vero, fibrilazione è un po’ abusato… a parziale discolpa questo racconto ha ormai qualche anno… Ma non è proprio un racconto! è il prologo, soltanto l’incipit, di un romanzo di 180 pagine. Il punto è che quando scrivo qualcosa poi non sono sicuro di come andrà a finire (essenzialmente scrivo per questo, per sapere come va a finire, stabilendo da me medesimo i tempi e i ritmi della scoperta). Per questo libro invece volevo un incipit che fosse dotato di vita propria perché quella storia mi piaceva talmente che mi sarebbe dispiaciuto non sapere dove andava a parare, sottoponendola al rischio del sopraggiungere d’una certa pigrizia ostativa alla conoscenza! Poi, per fortuna, non è arrivata, ed al suo posto è arrivato tutto il libro, con il prologo che hai letto e tutto il resto dela storia. :-)

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