Nobiltà deluse

Non so se avete presente quelli che hanno due cognomi, anche tre. Ce ne sono taluni che se li portano con discrezione, non gliene importa più di tanto. Talaltri, invece, ne vanno matti. È cosa che li gratifica, come se essere nati con quella pletora di ridefinizioni anagrafiche sottintendesse condizioni auliche del corpo e dello spirito, superiorità ereditarie (a me vengono in mente cose tipo emofilia e robe che si acuiscono con la scarsa ibridazione per paure patrimoniali, ma io soffro di deformazioni professionali e politiche). Collezione1Ci sono poi quelli che ci stanno proprio male se non si prende atto della loro cognomanza binomiale, e te lo fanno notare, per esempio mostrando sufficienza quando, che ne so, appongono la firma qual sigillo regale su una qualche circolare intrisa di burocratismi elementari, irrispettosi del rango di chi legge e sottoscrive, e accompagnano quel gesto d’umana quotidianità su infarciture di pertanti, con dolenti esclamazioni del tipo: “oh, che fastidioso firmare con due cognomi, beati voi – sottintendendo il ‘comuni mortali’ – che non avete lo stesso atavico problema”… e nel frattempo, sollevano prudenti lo sguardo nella speranza dissimulata di cogliere in quello degli astanti anche una sola espressione che ne disveli stupore frammisto ad invidiosa ammirazione. Ho comunque memoria di certi personaggi che possedevano ormai più titoli e cognomi che averi, e che vivevano nell’angoscioso ricordo di quei tempi in cui un titolo si poteva cedere dietro lauto compenso, a porre pezze precarie a certe propensioni che dilapidavano patrimoni, castelli e latifondi dietro giochi d’azzardi ed altre umane debolezze. Viceversa, ho contezza di moderni ricchivendoli che devono le proprie fortune ad imprese audaci non sempre trasparenti, e che celano le proprie umili e polverose origini dietro ricerche araldiche che ne disseppelliscano nobili discendenze. Manco a dirlo pagano fortune per ciò, essendo il mondo pieno di certi ceffi che, di par loro, venderebbero qualsiasi certezza ereditaria. Fortune se non pari assai simili a quelle che servono per nutrire yacht e ipercar con cui sgommano il sabato sera sulle povere lastre della piccola piazza del centro storico o negli ampi piazzali dei centri commerciali, assai rumorosamente, è ovvio, perché nessuno se ne perda l’evoluzione ed estasiato esclami: “che bella macchina s’è fatta il conte”. Ma quelli più sorprendenti sono certuni che inseguono apparenze aristocratiche con l’uso disinvolto di simboli arcaici. Ho visto certi industrialotti che hanno reso partenoniche le colonne che reggono il cancello d’ingresso al piazzale antistante il capanno prefabbricato e modulare, e su, in vetta ad esse, hanno posto ruggenti sculture leonine, accuratamente invecchiate con processi artificiosi, sicché se ne può dedurre un’origine antica ed il possesso da generazioni. E così il povero operaio ormai dearticolodiciottizzato, non solo mantiene un profilo basso dopo aver seppellito la tessera del sindacato per paura d’essere costretto a non riattraversare più quell’ingresso, ma lo varca adesso pure con lo stesso spirito di novelle Forche Caudine.
E io? Non m’è difficile immaginare che se costruissi il mio albero genealogico, con appena l’intenzione di aggiungere qualche titolo ed almeno un altro cognome a quell’unico piuttosto prosaico che mi porto dietro sin dal mio primo affaccio su questa terra, non avendo a disposizione ricchezze tali da acquistare né illusioni araldiche, né, tanto meno, marmi pregiati in forma di bestie blasonate, sono sicuro che alle mie spalle, e ripercorrendo a ritroso la storia ed il tempo degli avi, mi ritroverei con qualche pirata, un pescatore di ricci di mare, un cammelliere stanco di sabbia forse! coloursAllora non mi resta che consolarmi per questa che sono certo è la verità che unica appartiene alla mia genia, con il narrarvi d’un piatto che mai il signor conte, il duca od il marchese oserebbero assaggiare, giacché il presupposto per gustarne l’essenza sta nell’intingervi le dita ed attingerne in siffatto modo il contenuto in tradizionale condivisione, e giammai essi consentirebbero alle proprie nobili ed ingioiellate falangi di sguazzare nei medesimi intingoli d’altri. Di più, temendo contaminazioni geopolitiche, virali e classiste, mai addiverrebbero alla conclusione di potersi concedere un tuffo nella contaminazione pura. E si, cari miei, sto parlando del cuscus. La sua origine è antica, ma nient’affatto nobile, giacché appartenne a poveri carovanieri subsahariani, e da lì, senza permessi di soggiorno, ha iniziato a varcare frontiere. Anima migrante si integra ed integra poiché si fonda sul desiderio definitivo dei suoi piccoli chicchi d’assorbire le essenze dei luoghi, fossero fatte di piccoli e poveri tocchi di carni capitati lì per caso tra le dune d’un deserto, abbondanti pescati sulle ricche coste di Sicilia e Sardegna, o verdure selvatiche d’ogni fatta ed intingoli. Non disdegna le contaminazioni più profonde, dunque, ed anzi ricerca lle più assolute rifiutando ideologicamente la purezza declamata d’una esclusività regionale. È realmente l’archetipo illustrativo dell’unità, sin dall’attingerne il contenuto dal piatto (che sia di ceramica colorata, magari con cretti e scorticature) che invita a creare un humus assoluto fatto d’ogni contributo. Infine, è piatto che sin dalla sua preparazione invita alla lentezza, alla meditazione, alla conversazione. Non v’azzardate ad iniziare a prepararlo senza prima esservi assicurati d’avere a portata di mano qualcosa da bere. Per gli astemi c’è il tè, eventualmente, come quello nel deserto. Ma io astemi non ne conosco, tendo a verificare con attenzione le credenziali di chi frequento. Insomma, non mi resta che darvene una sintesi, una delle tante (tutte hanno diritto di cittadinanza, perché il cuscus è apolide). Alla base di tutto v’è la semola di grano duro – ve ne consiglio una metà a grana fine e l’altra un po’ più robusta – che va posta su un piatto di ceramica ampio (mezzo chilo per quattro persone) e spruzzata d’acqua salata. Quindi, con sapiente movimento rotatorio delle dita, si consente ai grani di assorbire il liquido sino ad assumere la caratteristica forma a piccole sferette. Si procede dunque alla prima setacciata. Le palline che passano vanno addizionate di semola fresca perché si accrescano sino a raggiungere il diametro desiderato di circa due millimetri. È bene che in questa fase si beva del Frappato fresco, e si conversi del più e del meno. Giacché si presuppone che inizialmente il tasso alcolico non sia ancora accettabile, si può indugiare in conversazioni sull’arte e la bellezza! La cottura avviene nella tipica cuscussiera, a vapore, dopo aver condito la semola con olio d’oliva, chiodi di garofano, aglio, prezzemolo e peperoncino rosso. Sul fondo della cuscussiera consiglio di mettere brodo di pesce misto fatto di specie pregiate ed altre meno, e aromi. Il vapore del brodo cucinerà la semola posta uniformemente al livello superiore. Ci vogliono almeno due ore perché la cottura sia completata, non c’è fretta, è ovvio, soprattutto se la compagnia è buona (ma basta un buon libro e la musica di Manu di Bango) ed il Frappato non è ancora finito. Poi si versa il contenuto ancora sul grande piatto, si rimescola un po’ e si rimette a cuocere per un’altra mezz’ora buona, praticamente un paio di bicchierini, una sigaretta, una decina di pagine ed un paio di lunghi reef. Infine, fatelo riposare sul grande piatto, quindi conditelo con il brodo di cottura filtrato, e servitelo con il pesce più pregiato che avrete avuto cura di tirare fuori del brodo prima che si inizi a disfare, e verdure saltate in padella con del pomodoro fresco (consiglio, oltre a sedano, carote e cipolla, anche melanzane, zucchine e peperoni). Io aggiungo alle verdure anche un cucchiaio di miele di timo! Poi dateci dentro senza ritegno, limitando l’uso delle posate, ma non quelle di un irrispettoso Nero d’Avola, e se qualcuno dei presenti inorridisce per l’abbinamento di un vino così corposo al pesce, ditegli di farsi gli affari suoi e la prossima volta non lo invitate.

32 pensieri su “Nobiltà deluse

  1. Ahimè Giò, mai potrei dedicarmi ad un piatto del genere. Se non incontrerò un’anima generosa che abbia il piacere ci cimentarsi in un capolavoro del genere, temo che mai avrò il piacere di assaporarlo.
    Questo periodo, con le sue attese snervanti, mi fa prendere in considerazione solo azioni veloci, ancor meglio se d’immediato risulatato.
    Il termine ‘ricchivendoli’ è di un’arguzia meravigliosa.
    Cri

    • Sai cosa… di recente (anch’io talvolta devo soccombere a necessità divelocità) ho provato il cuscus precotto, ma anche quello liofilizzato non è terribile… Basta correggerlo con un bel sugo di verdure che si prepara con maggiore facilità ed il gioco è fatto! In attesa di tempi migliori e soprattutto “più lunghi”. Buon tutto! :-=

  2. Con questo post mi hai fatto venire in mente la Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare … e alla fine mi è pure venuta fame (non per la contessa, ovvio).

    • Che donna la contessa… :-) da far passare l’appetito! :-) e da queste parti di fame ne abbiamo da vendere (trovassimo pure chi ce la paga)

  3. ^ _ ^ magnifico post, anzi slurp… oserei dire gustossimo, che poi certi piatti se non li mangi con le mani perdono sapore, sarebbe un oltraggio usare le posate, e il cuscus è buonissimo, mi piace con tutti i condimenti, carne… pesce… verdure… poi, se accompagnato da un buon vino ^ _ ^

    p.s.
    magnifiche anche le foto, i colori sono spettacolari, sono foto che narrano… di viaggi e miraggi, tradizioni, sapori e saperi [memorie e migrazioni] ^ _ ^

    • E chi non migra, anche solo per il diletto di scoprire che altro c’è oltre (un oltre filosofico, geografico, quello che ci pare, anche gastronomico), vuol dire che è rimasto fermo! :-)

    • passi che è il tuo Blog è un inno alla Lentezza, che è primavera, che è entrata l’ora legale e siamo un po’ sfasati, ma si insomma ‘ndo stai, che fai ^ _ ^

      un caro saluto

      • Eh… Hai ragione, questa volta sto esagerando, me la prendo comoda. :-) In realtà sono sommerso dal lavoro e dagli impegni sindacali (questi non fruttano niente e sono particolarmente faticosi). Ma spero di riprenderemi un po’ di “lentezza” anche per far tornare in vita questo povero e trascurato blog! Grazie per la tua visita (e per la tua gradita sollecitazione) che mi farà ppiacere ricambiare!

  4. Che bel pezzo, Gio’…e che belle foto!

    Iniziai a mangiare il cuscus insieme a dei maliani, quindi secondo ricette molto speziate e ho poi finito per ritrovarlo presso amici genovesi, preparato con il pesto.
    Recentemente ho spiegato a una ragazza marocchina che gli spaghetti sono arrivati qui dalla Cina, mentre i pomodori ci sono giunti dalle Americhe: abbiamo poi esportato pasta e pizza in tutto il mondo. Le ho detto di cautelarsi con il cuscus, almeno usare una licenza creative commons…

    Gio’, non è che per caso ci si firma con quattro cognomi quando si ha poco o niente da dire? Sarà per questo che Sommi Maestri come Leonardo o Dante si firmavano con il solo nome?

    😉

    • Oh, grazie! :-) In efetti il cuscus è uno di quelle pietanze che ci insegnano ad accettare l’idea di essere parte di un ecumene, come la caponata, piatti globali! Per il resto è assolutamente vero che i grandi non hanno bisogno di orpelli semantici, ne ghirigori araldici per apparire tali. Altri mascherano i propri complessi di inferiorità, innanzitutto mentendo a se stessi!

  5. Anche in Romagna si abbina(va) al pesce il vino rosso. Pesce azzurro dal robusto sapore, brodetti dai forti profumi. Poi “l’eleganza” dei tempi moderni gli ha affiancato il bianco e abberrazione modaiola l’obrobrio della birra. Una grigliata di sardoncini con la birra, ma si può?

    Amo molto il cuscus con le verdure, o con il pesce, ma tu sei un artista, partire dalla semola! Io mi limito ad usare quello che si compra già pronto

    La prima foto, m’incuriosisce molto, mi ricorda molto un’installazione(?) anonima comparsa qualche anno fa al porto di Riccione e poi rimossa. Se vuoi qui sotto il link al mio post di allora
    http://terre-basse.blogspot.it/2012/04/tra-paganesimo-arte-e-superstizione.html

    • Eh il tempo è tiranno e anch’io troppo spesso mi devo limitare ad usare il cuscus precotto. E poi da queste mie nuove parti non è facile trovare del pesce decente, il pesce azzurro poi si deteriora in fretta (lo sgombro è quello che preferisco, ma se non è freschissimo…). La foto, se non ricordo male, l’ho scattata nel sud della Francia, a Lione credo! Corro a vedere il tuo link!

  6. Non è la prima volta che tratti l’argomento cibo, e come le altre volte, leggendo i tuoi scritti scateni in me, che pure non sono particolarmente golosa (sarà forse che devo cucinarmi da sola e, il più delle volte, per me sola, che mi faccio vincere dalla pigrizia o dalla stanchezza o solo dalla malinconia, ripiego su piatti frettolosi e molto banali) un appetito da “muratore”, quello che provavo da ragazza, che m’induceva a parlar poco e mangiare quanto era possibile. La mia famiglia d’origine, operaia e numerosa, e la cucina un luogo stretto e molto transitato, dove il pane la faceva da padrone, condito con olio e sale o rimasugli di sugo o qualsiasi altra cosa commestibile. Qualunque cosa si cucinasse, in quel pertugio di cucina, sapeva di buono, anche il piatto più semplice acquistava consistenza e mi ricordo che rimanevo tra i piedi di mia mamma ad aspettare che vuotasse la pentola o la padella per dargli giù di pane e ripulire i fondi (abitudine che m’è rimasta e per cui non provo nessuna remora a mettere in atto anche nei ristoranti di un certo tipo. Come il mangiare il pollo con le mani o rosicchiare gli ossi con i denti, senza star lì a perder tempo a tirar via con la forchetta o col coltello, tenerume e carne, che son gustosi quando li penetri direttamente con i denti e ti rilasciano sulla lingua il loro grasso, denso, profumato humus: l’equivalente di un atto sessuale). Questo post, meravigliosamente condito di colori, sapori e profumi, e che ha risvegliato in me ricordi d’infanzia e un appetito d’altri tempi, quando il cibo era condivisione, intorno al tavolo si stava stretti, e le mani si affrettavano verso il centro a prender la porzione più grande (o, almeno, quella che a noi pareva, visto che le porzioni erano stabilite democraticamente, da mia madre, tutte uguali). Cibo vero per appetiti veri, e ‘fanculo i doppi cognomi, e gli svolazzi dell’araldica e gli status simbol, che nulla c’è di più aristocratico di uno stomaco sazio. Scusami, Giò, come al solito mi sono allargata nel tuo spazio, ma dirti che il tuo post era solo bello mi sembrava riduttivo, così ho attuato questa condivisione del mio pane e del tuo cuscus. E di memorie.
    A presto :)
    Le foto sono splendide

    • Ma dilungati pure, mi fa sempre piacere leggerti, anzi mi dispiace di non essere sufficientemente presente sul tuo blog in questo periodo in cui ho davvero un sovraccarico di lavoro e sindcato notevole. Allora, nel merito potrei ricordare quel detto non aulico ma felice: “anche la Regina Margherita mangiava il pollo con le dita”. Ma come puoi ben comprendere quale che fosse la modalità alimentare dela sovrana a me importerebbe assai poco. Invece posso dirti che cucinarsi talvolta da estreme soddisfazioni (anch’io cucino per me solo). C’è stato un tempo in cui vedevo la cosa come una prassi necessaria ma fastidiosa. Da qualche tempo a questa parte ho imparato ad indugiare ai fornelli, e devo dire che ne ho tratto immensi benefici, sul piano della salute fisica e mentale! Basta provarci e riassaporarne – in tutti i sensi – il sapore sublime. Buon tutto ed a presto! :-)

  7. L’elegante ironia su certi abbondanti,ridondanti cognomi,almeno quanto le scarne e scarse disponibilità economiche e culturali di chi li esibisce,o le manie per qualche quarto di nobiltà acquistato a caro prezzo da furbi mercanti di vanità,è un pezzo fantastico.
    Sulle tue qualità di affabulatore nel presentarci certi piatti,poi,ne abbiamo parlato già altre volte:sei unico.Mi piace il cus cus e mi piace dare sfogo alla fantasia con i condimenti.Ma certi ingredienti,certe contaminazioni fra arte cultura colore e sapori per me saranno sempre irragiungibbili.

    • Grazie! :-) In cucina si consumano rituali antichi che non hanno bisogno di riconoscimenti araldici per fortuna! E arte, bellezza, intingoli sono frutto della stessa sapienza antica… Ma gli “arancini” dei Benedettini nei Vicerè di De Roberto, o il timballo di maccheroni nel “gattopardo”, che estasi definitive, che profumo di culture! Buon tutto! :-)

  8. Caro Giò, mi son divertita nel leggere la prima parte e, ti confesso, sto ancora ridendo davanti a questa tua uscita “a me vengono in mente cose tipo emofilia e robe che si acuiscono con la scarsa ibridazione”… Grande!!!
    La seconda parte, mannaggia, mi ha fatto venire l’acquolina in bocca!
    E’ sempre un piacere leggerti!
    Tanti cari saluti :)

    • Grazie Flor, e per me è sempre un piacere ospitarti in queste pagine. Un carisimo saluto anche a te. :-)

  9. Allora, per quanto riguarda la prima parte del post, sinceramente ho pensato: ma questa è gente che te le toglie proprio da dentro le mani!
    Per quanto riguarda la seconda parte ho pensato: oddio che fame. E poi: voglio una couscoussiera ed anche un tajine.
    Generalmente il cous cous lo mangio con le verdure (però con il pesce deve essere veramente buono, come nel film cous cous, con il cefalo) anche se è passato molto tempo dall’ultima volta.
    Mi si è aperta una voragine nello stomaco…
    Ciao :)

    • Con il cefalo è mitico… va fato completamente disfare nel sugo, così poi se ne conserva il gusto senza le spine. Corri subito a comprare una cuscussiera di dimensioni epocali… :-)

  10. Ho vissuto in Egitto per qualche anno ed è lì che ho scoperto il cous cous e, per la prima volta, l’ho apprezzato; un gentile signore tunisino, conoscendo la mia passione, mi ha regalato una cuscussiera ed ogni tanto mi diletto anch’io nel prepararlo. Lo preferisco accompagnato da sole verdure, con l’aggiunta di ceci ed una salsina al pomodoro agrodolce, con l’uva passa ed il cumino.
    Per quanto riguarda invece l’altro discorso, uno dei miei nonni era contadino, l’altro ferroviere … erano gente semplice, onesta e sorridente … per questo considero le mie origini nobilissime anche se porto un solo cognome e non ho titoli da sbandierare!
    Un saluto.

    • Piacciono anche a me le versioni del cuscus con le sole verdure e poi il cumino e l’agrodolce recano in loro tutto il profumo del Mediterraneo, un mare che ha unito per millenni e che invece sembra essere diventato un confine infinito e doloroso.
      Altro che origini nobilissime le tue, le origini di chi ha viaggiato e di chi ha coltivato la terra (ferrovieri e contadini) sono principesche. :-) Un saluto

  11. Nel mio blog ha lasiato un commento che mi ha molto incuriosita: come mai hai scelto l’insegnamento? Ti aspetto, più che mai, nel mio blog…

    • Semplicemente perché insegnare è il mestiere che ti permette di imparare di più, roba che non trovi sui libri, ma che ne ha animati così tanti anche per chi non può godere di questo meraviglioso e privilegiato punto di vista! :-)

    • Grazie di cuore, sono proprio tra cari e Sicilie varie. Ed un carissimo augurio anche a te!

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