Ritorni!

Arieccomi qua. Mancavo da un bel po’ ed avevo nostalgia del blog. Mi sono assentato per giusta causa, una specie di articolo 18 della rete. Il punto è che c’è qualcosa di spietato in giro per il mondo, altro che spettri che s’aggirano per l’Europa. Qualcosa di spietato cinico e baro, come un destino ineluttabile, che s’accanisce senza ritegno contro il legittimo desiderio di ottemperare ai sacri comandamenti della pigrizia. Insomma, uno come me anela soltanto di starsene tranquillo. Non far nulla è un preciso impegno che ciascun essere umano dovrebbe prendersi per periodi più o meno lunghi. Ed invece quando si decide di fare in modo serio dell’ozio un orizzonte cui tendere con ogni muscolo del corpo, ecco che si schianta su di te una mole improvvisa di lavoro senza precedenti. Ma siccome ogni buon pigro reca in sé anche una buona dose di masochismo, e non facendo io eccezione, ecco che un bel po’ di impegni me li procuro da solo (magari ve ne parlo più in là). Così non mi rimane tempo… ed il tempo è bello quando t’avanza… Comunque, giacché mi sono allontanato per così tanto tempo, ed avendo ritagliato un pezzettino di tempo quer questa cosa, voglio rendere omaggio a tutti quelli che sono transitati da qui in queste settimane di mia latitanza con un paio di cose: una piccola raccolta di foto che si chiana “Artists only” e poi una rivisitazione di un mio vecchio pensiero che ho già pubblicato da queste parti. Buon tutto a tutti, ma soprattutto scusate se mi sono assentato dai vostri blog, cercherò di rimediare, promesso!


Diamo per scontata la natura meticcia dell’uomo (in quanto specie e non genere), figlio di quell’abnorme ed innaturale incrocio tra le oche di Lorentz e il cane di Pavlov. Siamo il frutto bastardo dei condizionamenti ambientali, dunque, nel recuperare il senso etimologicamente più puro della parola politica, siamo parte tutti, chi più chi meno, di un complexus cui contribuiamo dialetticamente. L’artista non fa eccezione, anzi, egli può considerarsi come una sorta di soggetto eversivo (nel senso latino dell’e-vertere, cambiare direzione) giacché, come un’antenna, capta più o meno consapevolmente i segnali del proprio ambiente sociale e culturale (quindi politico) e, filtrandoli col proprio vissuto, li trasforma in determinazione creativa. Questa è talora in grado di anticipare ogni processo di trasformazione anche quando sensibilità non avvezze all’immaginazione – quindi ad andare oltre -, non sono capaci di coglierne nemmeno i vagiti più rumorosi. Nel pensiero unico politico-economico, che declina ogni scelta alla sua compatibilità monetaristica e mercantile, ancora l’artista può creare discontinuità sistemiche. Cioè, non si sostiene che non possa vivere, guadagnandoci, con la propria arte, solo che non è questa la sua ragion d’essere. In realtà, la creazione artistica appartiene, per la parte che riguarda il suo percorso, all’immaginazione che l’ha prodotta, non può essere alienata (venduta) giacché quel percorso è già stato compiuto: almeno quella, quindi, non è una merce poiché svanisce col prodotto finito. Questo, poi, appartiene invece a chiunque possa goderne perché egli vi vedrà ciò che il proprio vissuto gli suggerisce, in un rapporto dialettico con l’opera che quindi non è più esclusiva proprietà del suo autore o di chi l’ha acquistata, ma diviene bene condiviso, cioè di tutti, dunque di nessuno. Di più, il vissuto che impone una lettura differente e soggettiva dell’opera d’arte, ne rende l’essenza di antimerce, giacché la merce è tale solo se ne è garantita la riproducibilità seriale. Una famosa catena di ristorazione, molto gradita a palati prelogici, fonda il proprio successo planetario sulla omogeneità del gusto dei propri prodotti nei cinque continenti. Viceversa, si deve pagare un biglietto per vedere la Gioconda che non ci appartiene materialmente, ma la sua essenza è un pezzo della nostra storia culturale, dunque è di ciascuno in modo differente giacché interagisce dialetticamente con i diversi. Chi possiede materialmente l’opera si illude soltanto di detenerne il controllo. È altresì evidente che vi sono artisti (sic!) che spacciano le proprie opere per arte, ed invece utilizzano escamotagé tecnici per creare nuove merci. Sono più attenti a che il prodotto finito sia monetizzabile che non ad esprimere la propria creatività; dunque, la loro creazione nasce alienata da un proprio stesso “Io” non liberato. La vera arte, cioè quella che non si accontenta di variazioni su modelli prestabiliti, ma si sforza di esprimere i bisogni interiori dell’uomo e dell’umanità, non può non essere rivoluzionaria, cioè non aspirare a una ricostruzione completa e radicale della società, non fosse che per affrancare la creazione intellettuale dalle catene che la ostacolano e per permettere a tutta l’umanità di elevarsi ad altezze che solo geni isolati hanno raggiunto nel passato. (…) Lo scrittore – egli dice – deve naturalmente guadagnare dei soldi per potere vivere e per poter scrivere, ma non deve in nessun caso vivere e scrivere per guadagnare dei soldi. Lo scrittore non considera affatto i suoi lavori come un mezzo. Essi sono dei fini per sé, sono così un poco un mezzo per lui e per gli altri che, al caso, egli sacrifica alla loro esistenza la sua esistenza. (…) In materia di creazione artistica, importa essenzialmente che l’immaginazione sfugga a qualsiasi costrizione, non si lasci imporre una falsariga sotto alcun pretesto. A coloro che ci spingessero, oggi o domani, ad acconsentire che l’arte fosse sottoposta a una disciplina che consideriamo radicalmente incompatibile con i suoi mezzi, opponiamo un rifiuto senza appello e la nostra volontà deliberata di far valere la formula: ogni licenza in arte. La condizione della cultura e della produzione artistica, in definitiva, è quella di rimettere in discussione gli assiomi del pensiero unico, introducendo il concetto di condivisione contro la barbarie del controllo assoluto. Chi è capace di immaginazione, quindi di creazione, si sottrae a questo controllo, lo supera e va oltre il senso comune, esprime la forma più alta di partecipazione politica. “La bellezza salverà il mondo”, afferma il principe Miškin, nell’Idiota di Dostoevskij. Al contrario “I vandali, valendosi dei loro mezzi barbari, cioè estremamente precari, distrussero la civiltà antica in un angolo limitato dell’Europa. Attualmente è tutta la civiltà mondiale, nell’unità del suo destino storico, che vacilla sotto la minaccia di forze reazionarie armate di tutta la tecnica moderna. (…) la situazione della scienza e dell’arte è divenuta intollerabile. In ciò che di individuale conserva nella sua genesi, nelle qualità soggettive che mette in opera per dedurre un certo fatto che implica un arricchimento oggettivo, una scoperta filosofica, sociologica, e scientifica o artistica, appare come il frutto di un caso prezioso, cioè come una manifestazione più o meno spontanea della necessità. Non è possibile trascurare un simile apporto sia dal punto di vista della conoscenza in generale (che tende a far sì che si sviluppi l’interpretazione del mondo) sia dal punto di vista rivoluzionario (che, per arrivare alla trasformazione del mondo, esige che ci si faccia un’idea esatta delle leggi che ne governano il movimento). Più particolarmente, non è possibile disinteressarsi delle condizioni mentali in cui quest’apporto continua a prodursi e, allo scopo, non vigilare affinché sia garantito il rispetto delle leggi specifiche cui è legata la creazione intellettuale. Ora il mondo attuale ci obbliga a constatare la violazione sempre più generale di queste leggi, violazione cui corrisponde necessariamente un avvilimento sempre più manifesto non solo dell’opera d’arte, ma anche della personalità ‘artistica. Si può non condividere tutto ciò, ma non v’è dubbio che pezzi consistenti di chi detiene il potere, ed altrettanti di coloro che vi aspirano, si fanno venire l’orticaria quando sentono parlare di arte e cultura, tranne che non abbiano l’intenzione di ingabbiarle in nuove ed annichilenti strutture prima che possano cominciare ad esprimere il proprio dirompente potenziale, finalmente civile e liberatorio.

Punti zero e dentizioni!

Mi sono concesso un lungo periodo di latitanza da queste pagine. Ed anche da quelle dei miei amici blogger (verrò a trovarvi più spesso nei giorni a venire, adesso ne ho la facoltà, soprattutto mentale). Anche il mio computer sembra stia per tirare le cuoia. Poi il trasloco, il lavoro che tende ad essere presente anche quando farebbe meglio a starsene un po’ tranquillo, e soprattutto quello che vi ho raccontato nel post precedente. Scorcio Bibbiena2009-06-01Una fatica… Mi sembra ieri che se ne parlava ancora in via ipotetica sulla terrazza del vecchio Aldo Palazzolo, questa estate, con la visione di Ortigia dappertutto, e lo scirocco del tramonto che – senza fare troppi sforzi, a dire il vero, visti i soggetti – si oppone a movimenti muscolari eccessivi. “Ma chi te lo fa fare”, mi diceva. Come se volesse convincere soprattutto se stesso che non ne valeva la pena, sapendo entrambi che in realtà la cosa l’avremmo fatta: lui mi avrebbe portato la sua mostra, ed io sarei andato avanti perché, in un modo o nell’altro, si deve dare un senso compiuto al nostro stare su questa terra. E chi se ne importa se questo senso spesso lo condividiamo in tre o quattro. Così, e chi l’avrebbe detto, alla fine BEA (Bibbiena Editoria Arte, sempre quella del post precedente) è nata, con le contraddizioni dei giovani, le dolorose conquiste della dentizione. Piano piano ha preso corpo, superando diffidenze antiche, quelle che certe cittadelle ritenute inespugnabili ed assai poco popolari nell’immaginario collettivo, come quelle della cultura e dell’arte, si portano dietro. Alla fine si è conclusa oltre il “punto zero” della prima prova sperimentale.
Ogni momento è stato occasione di incontri e discussioni intorno a fotografia, arte, esposizioni, eventi, poesia e tutto quanto la fantasia è riuscita ad inventare con leggerezza, ironia, gioia e voglia di vivere. Vuol dire che attorno ai luoghi di una storia importante, si cerca ancora la parola, la trasmissione di esperienze, la quiete dell’ascoltare senza doversi preparare alla guerra quotidiana contro l’avanzata dell’inciviltà dei tempi. I moderni barbari non sono lanzichenecchi, ma menti raffinate, con una devastante potenza di fuoco. Inutile girarci attorno, si è provato a costruire l’antidoto alla mediocrità di chi non ama il sapere, la conoscenza, lo studio, la riflessione, lo spirito critico. Si è voluto stabilire un contatto per dare fisicità a pagine scritte e idee per un pubblico che abbia disponibilità a confrontarsi, a misurarsi con la complessità della vita e di un mondo sempre più indecifrabile, a mettersi in discussione, a rimodellare il suo punto di vista con l’esperienza del vissuto. La cultura che ancora una volta si oppone, può essere l’occasione per quelli che credono che la libertà, la conoscenza, sono cose ben più importanti dell’accontentarsi del giudizio di stomaco che viene fuori ogni qualvolta un’idea minacci privilegi e tornaconti. Oltre ai racconti che si dispiegano nel mondo, volevamo uno specchio che riflettesse le nostre rughe e i nostri tic. Uno specchio parlante che ci descrivesse nei particolari per continuare a volerci bene. Nonostante i tempi, e nonostante noi…
Adesso non rimane che ripartire, già da domani, sapendo che non sarà più una ipotesi sperimentale quella che ci toccherà, ma qualcosa che ha acquisito la concretezza e i respiri ampi di nuove conoscenze e nuovi canali di comunicazione. Sappiamo che per questo sarà tutto più semplice perché più difficile, a questo punto, sarà rinunciare a provarci ancora, giacché è ormai chiaro che sono diverse le strade che si sono incrociate, e tante quelle che intendono proseguire insieme (anche le vostre, se vi va). :-)

Ci sono, delle volte…

E si, mi sono fatto un lungo periodo di latitanza, con sporadiche riapparizioni qui e là sul web. Non è che non avessi nulla di cui scrivere, anzi. Il punto è che che quando le vicende si affastellano poi per me diventa complicato gestirne più di un paio per volta. Sono cose che prevedono un certo temperamento, il fisico giusto, e io non ce l’ho mai avuto. Eppure, stavolta m’è toccato di far fronte a più di qualche cosa insieme, roba che se me l’avessero prospettata come possibile sino a poco tempo fa, avrei attribuito al mio supponente interlocutore un certo indugiare nell’uso di sostanze proibite, o al più di eccessive dosi d’altre più lecite. Beh, per intanto mi scuso con i tanti che non sono passato a trovare di recente e poi vi racconto.
Beamani copyInsomma, succede che devo cambiare casa, e questa cosa mi costringe ad un trasloco rapido che per di più devo farmi tutto da solo. Giacché, ammetto, sono abbastanza restio alle fatiche fisiche (quelle mentali le reggo appena), rimango piuttosto spiazzato e mi becco pure una bella influenza che mi dura da dieci giorni almeno. Poi c’è da sistemare l’orario scolastico che già di suo sembra sempre essere la tela di Penelope, le riunioni che crescono esponenzialmente. E siccome io non sono mai stato lungimirante, e non riesco a programmarmi le cose per tempo, né a prevedere il futuro nemmeno quando sono in possesso di dati certi, non mi viene lo sghiribizzo, così per celia, di mettermi ad organizzare, in mezzo a sagre del porcello in porchetta, del fungo infungato, del prosciutto cinto in lardo, della salsiccia al maraschino, del pollo ruspantiforme… una cosa culturale? O almeno con quella prospettiva lì. Eh, penserete voi, e che ci vuole? Infatti l’ho pensato anch’io: ne parlo con un paio di amici al bar (proprio chiacchiere da bar), quelli dicono perché no, poi si pensa che si potrebbe fare un week end con libri, mostre, concerti… roba seria. Quindi la conversazione prende un’altra piega e si pensa chi invitare. Si tirano fuori le vecchie agende e si comincia a fare qualche numero. L’idea è quella di mettere insieme un po’ di gente con l’obiettivo di creare un confronto e di rivitalizzare il vecchio e morente centro storico. Fai venti telefonate, sapendo bene che se contatti venti persone poi a dirti si sono in cinque, per affetto ed antica amicizia. Ed invece di venti che ne chiami sono tutti felici di venire, ed anzi ti propongono questo e quello ed alla fine il week end non c’è più. Nasce questa cosa qui. Ne uscirò vivo? Mah, per quanto mi riguarda non ne ho certezza, ma per voi potrebbe essere divertente! Ben ritrovati!

Il tempio ed i mercanti

Se dovessi estrapolare dall’aforismario delle cose più celebri di questo scorcio di millennio una frase significativa, direi che non vi sarebbero dubbi circa la validità esplicativa dell’efficacissima “con la cultura non si mangia”. Mi parve, allorché ne sentii il pronunciare sicuro, che fosse un’enormità, tirai un sospiro di sollievo, dunque, quando ciò determinò una collettiva ed indignata levata di scudi. dettagli e orizzonti25Tuttavia, il felicitarmi per questa critica civile alla pochezza di certe affermazioni, ebbe durata effimera. Si, perché, se mentre l’aire polemico apparteneva ad una prospettiva, per usare un eufemismo, analfabetizzante, la risposta non vi si contrapponeva così come ci si attendeva, almeno in una valutazione più pacata. Perché è troppo facile affermare che dalla cultura, dall’arte, dai beni culturali e dal paesaggio in quanto beni comuni, si possa ricavare beneficio economico, ma se si riduce a questo la loro essenza, in pratica si finisce con il porre la questione esattamente nel senso imposto dalla boutade iniziale. E già, perché il valore della cultura non è economico, quello, semmai può essere considerato un positivo effetto collaterale. Contrapporre ad una logica economicista una roba simile, vuol dire sostanzialmente lasciare immutato il paradigma, ed attribuire a qualsivoglia bene comune una sua utilità in quanto esclusivamente collegato alla sua natura di merce, al proprio valore di scambio. Eppure, persino nella nostra Carta Costituzionale, che certo a tratti appare visionaria e modernissima, all’art. 9 si fa esplicito riferimento alla cultura, ai beni culturali, come cose da promuovere e tutelare, ma non v’è cenno al guadagno che ciò determinerebbe. Per quanto mi riguarda, penso che esista una precisa correlazione tra cultura e conoscenza, e giacché questa è fondamento essenziale per sviluppare la partecipazione civile, sociale e politica ed interagire quindi dialetticamente con le istituzioni, se si derubrica la cultura a bene esclusivamente mercificabile, allora questa smette di svolgere la propria funzione pedagogica e diviene l’ennesima merce per la merce, soggetta alle turbolenze dei mercati come lo spread o i derivati. Per carità, non vorrei essere frainteso, non ci trovo niente di male che qualcuno tragga vantaggio economico dalla cultura, anzi, se questo aiuta a migliorare la qualità della vita, ben venga; ma se questo vantaggio dovesse, per una qualche ragione di fluttuazione di interessi mercantili, venir meno, allora che si fa, si smette con la cultura? Ma esiste un altra questione che mi sembra dirimente: chi è che stabilisce cosa è cultura e cosa non lo è? Se il parametro di valutazione cui ci si rivolge è la sua capacità di produrre ricchezza, allora ogni ipotesi di e-versione degli standard di marketing culturale non può che essere abortita, marginalizzata, declassata. Ogni nuova manifestazione visionaria, come in passato ebbero Michelangelo o Leonardo, Caravaggio e Dante, ma anche Mondrian e Picasso, non sarebbe seriamente presa in considerazione, giacché non se ne conosce l’esito mercantile. Non ne esiste lo studio prospettico di penetrazione nei gusti, non si può fare un marketing a scatola chiusa, dunque non si può veicolare. Ne consegue che offrire nuovi punti di osservazione della realtà, quindi produrre nuova conoscenza – coscienza con, partecipazione – non è né utile né auspicabile. Ogni deviazione visionaria, ogni nuovo punto di vista bio-neuro-diverso, diventa inevitabilmente perdita di tempo ed energie, e si produce la deriva genetica dell’omologazione, la semplificazione mortale, lo slogan surrogato del ragionamento, il tweet come de profundis dell’analisi, il “che bello” in luogo del “cerco la bellezza”, il “non capisco ma mi adeguo”!

Totem in liquidazione!

Da qualche tempo me l’aspettavo – una venticinquina d’anni o giù di lì – anche se mi mancava il coraggio di parlarne con qualcuno, anzi, pure a me stesso lo dicevo sottovoce, per provare a disilludermi. Ma adesso l’evidenza mi sopraffà: noi, concittadini di Giordano Bruno, di Gramsci e Malatesta, di Leonardi vari (Sciascia e Da Vinci, non necessariamente nell’ordine, se vi pare), di Leopardi e di quant’altri il mondo intero ci invidia, siamo nelle mani di due o tre fantomatici demiurghi, cui si deve venerazione totemica dello stesso tipo del tifo che si appioppa fideisticamente e senza riserve ad una squadra di calcio. manifesti2Eppure quanto poco basterebbe per cogliervene nelle personalità altisonanti risvolti ambigui, tendenze autoritarie, ghirigori caratteriali discinti, ambizioni ed eghi smisurati..! Troppo facile sparare su queste ed altre prerogative, sarebbe come spalancare porte aperte, sparare sulle ambulanze. La colpa è nostra, questi ras non sono rappresentativi delle proprie vacuità, bensì delle nostre di popolo italico (o italiota). Ad ogni buon conto, le prime avvisaglie di come sarebbe andata a finire le avevamo già in mano da qualche lustro, e sarebbe bastato che preservassimo memorie storiche, non dico approfondite, ma almeno non del tutto sbianchettate, per rendercene conto, per comprendere in quale baratro stavamo per finire con tutte le scarpe. E la cosa più inquietante è che, di quel precipizio, cogliamo solo le asperità superficiali, giammai le vertiginose profondità. In realtà, questo nostro paese è venuto fuori malconcio da una guerra, ha attraversato momenti di crisi, e, pur tra mille contraddizioni, come per altri stati, ne è uscito in modo dignitoso, portando a casa una progressiva espansione dei diritti civili, con conquiste sociali notevolissime. La cosa più sorprendente è che queste conquiste – che oggi sono rimesse in discussione, bollate come vecchie, stantie, addirittura frenanti il progresso – sono state rese possibili, non da forze politiche illuminate che governavano saggiamente (di questo, ahimè, non ne ho memoria nelle nostre “amate sponde”), ma malgrado queste, con consapevolezze dal basso. Ecco, sono queste ad essere svanite, né se ne vedono di nuove. Già, perché se ci guardiamo indietro – pratica che occorrerebbe rendere obbligatoria per acquisire diritti di cittadinanza – ci renderemmo conto che prima d’ogni grande rinnovamento, si sono sempre registrati movimenti culturali spontanei di prospettive amplissime, di rottura e discontinuità definitive che hanno determinato dirompenti ribaltamenti dei rapporti di forza. Sta proprio qui il punto, nel cambiamento epocale del paradigma antropologico che impone quale conditio, la presa del potere in quanto tale, giammai la costruzione di identità innovative sul piano culturale. Pensate a cosa sono stati gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, allo statuto dei lavoratori, la scala mobile, l’assistenza sanitaria gratuita per tutti, l’innalzamento dell’obbligo scolastico, i referendum su aborto e divorzio, la Legge Basaglia, solo per citare qualcosa, e pensate invece a cosa sono stati gli ultimi venticinque anni. Eppure, i promotori di quelle politiche non sono mai andati al governo, taluni non ci hanno nemmeno pensato, e nonostante ciò hanno proiettato questo nostro paese in una dimensione “moderna”, prima che il reflusso gastrico di certi autoritarismi trasversali mai sopiti non minacciasse di ricondurlo ad un medioevo senza storia, attendendo con la pazienza certosina del ragno (un piccolo omaggio a Francesco che non c’è più) l’assopirsi della coscienza collettiva per poterla sottomettere. Come possiamo opporci a questo disegno lucido e preordinato, qual’è il “che fare”? Partirei da un assunto: non è forse vero che l’arte e la cultura nei momenti storici più drammatici sono state in grado di anticipare e rendere possibili grandi ed epocali trasformazioni “positive” della società? E non è forse vero che chi non vuole questi cambiamenti imbriglia la cultura, impone il concetto di delega ed ipoteca un futuro di obbedienze e consensi acritici? Forse è giunto il momento di rivolgerci a questi paradigmi per cominciare veramente a costruire l’oltre cui tendere, l’utopia concreta e realizzata. Mi viene pure in mente un come, lungo e faticoso, ma ineluttabile per chi aspira ad altro che non sia l’oggi, e prendo in prestito una cosa per esprimerlo: “… io ho in me la risorsa immediata, quella che è in grado di annotare se voglio scrivere, se voglio studiare, inventare, scoprire, con mezzi in mio possesso che già hanno la forza di accendersi da sé, di bruciare da sé e di far luce come un pensiero, una luce eterna, e di illuminare le eternità più oscure del nostro piccolo mondo… Così lo estraggo di più da me stesso, costantemente, realtà sempre più vaste, di sconfinato splendore… Sono così ricco che devo continuare a donarmi”. (Egon Schiele) Se ciascuno avesse tali consapevolezze, allora si potrebbe aspirare ad essere realisti chiedendo solo l’impossibile… e con un buon bicchiere di vino in mano viene meglio.

Specialismi specializzati

Non sono sorpreso da come ci stiamo evolvendo, è storia vecchia: ogni ambito del vivere quotidiano, si dice, va affrontato con competenza e tecnica appropriata, dal lavoro in fabbrica sino alla gestione definitiva del potere ai livelli più alti. E se anche qualcuno, all’apice della carriera per grazia ricevuta, non possiede titoli adeguati che testimonino l’elevata conoscenza del proprio ambito operativo, allora se ne critica l’operato – salvo poi lasciarlo dov’è giacché, forse, quell’incompetenza è funzionale al mantenimento di altrui, ed in basso, specializzazioni -. I leader carismatici auspicano un cambiamento radicale della società fondato sulla tecnica: “voi non vi preoccupate delle strategie, preparatevi bene, studiate, impegnatevi in un settore e statevene lì, per sempre, a dare il vostro alto e determinante contributo… al resto penso io”. Dettagli ed orizzonti sul Mar d'Africa2013-12-26Questo vuol dire che, in definitiva, l’operaio alla catena di montaggio deve essere abilissimo ad avvitare bulloni da dodici, attività che, si spera, riuscirà a fare “magnificamente” per tutta una vita, e sarebbe il caso che non si mettesse a citare Marcuse o Adorno mentre sviluppa la sua meritoria alienazione, rischierebbe di diventare una specie di fenomeno da baraccone, un soggetto grottesco ed antisociale. E immaginate un contadino che tira di zappa e, tra un pomodoro ed una melanzana, chiacchierando con il proprio collega d’orto, si mette ad esprimere giudizi epistemologici sulla “Dialettica della natura”? Via… al Maurizio Costanzo Show. Ad ognuno il suo ruolo, dunque, secondo la propria preparazione, e tale essa è se non è annacquata da altre interferenze che rischiano di aprire orizzonti nuovi nel cuore sotto formalina di contesti asfittici. L’unico sconfinamento previsto sia quello della diffusa competenza collettiva circa le formazioni delle squadre di calcio. Va bene, le cose vanno così. Ne ho preso atto, con dolore, talvolta con rassegnazione, ma ne ho preso atto. Ciò che mi sorprende è che tale stortura demenziale rischia di propagarsi anche in ambiti che ne sembravano immuni, come il mondo dell’arte, quella realtà dinamica che, in un passato nemmeno troppo lontano, ha spalancato le porte a cambiamenti epocali, apripista di anticipazioni travolgenti e nuove prospettive. Qualche mese fa, ad esempio, mi è capitato di ascoltare una conversazione tra fotografi che, trascurando quella che, secondo me – ma sono ben poca cosa -, è l’essenza di una foto, la sua capacità cioè di rendere permanente la narrazione di un attimo, si confrontavano esclusivamente su software di trattamento immagini, processori, obiettivi, dettagli ipertecnici. Povero Cartier Bresson. Poi, dopo una piccola esposizione dei miei quadri, mi è stato chiesto da quali studi specifici avevo attinto la mia tecnica (sic!). Ho conosciuto gente che scrive poesie, attribuendo unilateralmente ad esse valore di capolavoro assoluto, che non hanno mai letto un romanzo di più di cento pagine e che non hanno mai visto una mostra o sono andati in teatro. Ho visto cose che voi umani… Attori di teatro che, splendidi interpreti, conoscono Pirandello solo dalle riduzioni sceniche, e si consentono fuori della scena un uso assi disinvolto del congiuntivo. Ho sentito raffinatissimi critici d’arte proclamare l’eccezionalità di un’opera usando la stessa tecnica seduttiva e descrittiva per l’acquirente semplicemente cambiando all’uopo il nome dell’artista. Mi sa che – faccio ricorso al mio solito Vittorini – “ognuno che si sia fissato su qualcosa non si accorge nemmeno che intorno a lui ha luogo un mutamento, non vede che quanto ha già veduto, quanto ha imparato una volta a vedere”. Ma forse è proprio questo ciò a cui si tende… eventualmente indignatevi, e se intendete mettervi in gioco fatelo pure, ma in relazione esclusiva a ciò per cui vi siete formati: non sono ammessi pensieri troppo aperti che spazzolano orizzonti ampi, non sono ammessi visionari, tutta gente impreparata quella!

La bellezza salverà il mondo?

Ho un po’ latitato dalla rete di questi tempi, cause di forza maggiore, difficoltà tecnico-comunicative risolte. Ma non sono stato a mente ferma, mi sono guardato intorno, per scorgere prospettive di seppellimenti democratici (e cristiani), ringhi tricolori e tridentici, sciovinismi regionali, rabbie umorali post globalizzatorie… e, in definitiva, niente di nuovo sotto il sole, gattopardescamente riferendo del cambiamento dissimulato del nulla sotto vuoto spinto che tutti ci attanaglia. Se il principe Miskin affacciasse la testa da queste parti, stenterebbe a ripetere quella sua celebre “idiozia”: la bellezza salverà il mondo.

la mimesi sfalsata

La mimesi sfalsata – tecnica mista su tela 80×80

E già, come si fa a parlare di una cosa così fatua: roba strana, esentasse, non contemplabile per natura soggettiva nel redditometro, non si vende, non si cumula e, res orribilis, non si compra. Peggio mi sento con gli strumenti della sua ricerca. Di questi tempi grami, arte e cultura sono fumo negli occhi, effimere costruzioni fannullonesche, da emuli di Pinocchio, della sua parte Lucignolo-tendente per giunta. Ogni tanto le scrivo queste cose, così me le rileggo, dovessi scordarmene e scordarmi anche in quale dei meandri della mia memoria le ho seppellite avendole dimenticate. Repetita iuvant. Però torniamo all’oggetto del contendere: perché la bellezza è così urticante? Ed ancora di più – essendo la prima una sostanziale utopia nella sua perfezione ch’appartiene alla natura e non a noi miserabili umani traditori della stessa – perché lo sono l’arte e la cultura che si pongono quali mezzi per la sua ricerca? Semplicemente perché l’arte non si compra, la cultura nemmeno. Se ne ha solo la sensazione; ma chi ritiene di possederle, o mente a se stesso sapendo di mentire, o semplicemente è così sciocco da crederci davvero – propendo per questa seconda ipotesi. Ora, se qualcuno di voi immaginasse di poter comprare, che ne so… un Picasso o un Mondrian, certo se ne è assicurato il possesso. E tuttavia ciò che possiede veramente non è l’atto creativo del genio, ma solo la sua prosaica testimonianza. L’atto creativo, sia esso estemporaneo, sia frutto d’un lungo e doloroso travaglio o ancora di una elaborazione felice, svanisce con l’opera, dunque, non si può comprare. Né alcuno potrà venderlo. Ma neanche l’opera stessa, finita, che pure testimonia che quell’atto è stato tale, si potrà mai possedere del tutto giacché, chi se ne ritrova al cospetto introduce il proprio gusto nella sua percezione, ne trae linfa vitale, la fa propria non avendoci messo su un soldo bucato, dunque ne smembra l’esclusiva proprietà, la collettivizza. E allora arte e cultura, e quell’utopico ed effimero loro frutto che è la bellezza, minano le basi della convivenza civile, debilitano il PIL, fanno impennare lo spread come uno scooter smarmittato, diventano vizio, e, si sa, certi vizi poi assumono il carattere del vezzo e ci si diverte ad esporli. Mi ricordano quelle sigarette francesi che fumava la mia nonna materna, sostenendole con lunghi bocchini, da cui aspirava solenni boccate sì da stimolarne le fiammeggianti irrequietezze, incurante se la natura effimera del fuoco mettesse a repentaglio certi ricercati toulle che a mò di veletta scendevano giù da bizzarri cappellini. Senza scomodare Proudon, Spinoza o Adorno, mi sa che se qualcuno oggi se ne rendesse conto e volesse davvero cambiare le cose, si metterebbe a girare per mostre, o si ritirerebbe a leggere libri preziosi e ben scritti, senza saltarne una pagina come nell’anticamera di un dentista, frequenterebbe teatri e concerti, e pretenderebbe che ve ne fossero di qualità crescente, un po’ come facevano sul finire dell’Ottocento le mogli e le figlie dei contadini dei Fasci Siciliani, che, poste le condizioni congiunturali che l’epoca penosa imponeva loro, rischiarono di scardinare privilegi feudali e violenze statuali, semplicemente ritirandosi nelle loro sbilenche bicocche per imparare a leggere e scrivere alla luce approssimativa di mozzichi di candela. Ma basterebbe forse persino un approccio anche solo ad un tramonto ben speso, sulla spiaggia giusta. O in cima ad un monte vedere chi la spunta tra il sole e la luna. Si compierebbe il gesto estremo che se fosse diffuso e condiviso ci farebbe risvegliare con i piedi sulle macerie del nulla, finalmente in una bella spianata dove ricostruire. E io? Io preparo le valigie per tornarmene sulle rive del Mar d’Africa – la festa comandata -. M’aspetta roba interessante laggiù: tasse da pagare, bollette, mi ci porta un viaggio lungo e costoso con la stessa vecchia macchina e sempre la stessa musica nelle orecchie (eccola qui). E non mi rimarrà granché per far regali. Sono rimasto così al verde che proverò a mimetizzarmi nel paesaggio dei sognatori in cerca dell’utopia definitiva – sapessi dov’è mi sarebbe di conforto!!!