Un tipo normale

Mi capita di chiacchierare con quei tipi del movimento per l’accessibilità universale, quelli che predicano il “vietato non toccare”, per intenderci, e questi mi fanno notare una cosa su cui avevo avuto modo di riflettere soltanto in modo assai superficiale e poco consapevole, e cioè che nel progettare qualsiasi umana divietischifezza si tiene conto di un famigerato “utente tipo” cui si attribuisce un grado assoluto di “normalità” incontrovertibile e generalizzata. Ora, pare che questo utente tipo, la cui natura concettuale ed indefinita ne è ancora il carattere distintivo, non s’ammali, abbia caratteri standardizzati, non cresca, non muore, di fatto sostituisce la variabilità umana con tutte le sue debolezze, che ne so, la memoria, la stazza, la religione, il voto, l’odore e quant’altro. In siffatto modo sollecitato a riflettere, mi vengono in mente anche la pletora di riforme che affollano i salotti delle prime pagine quotidiane, che ne so, quella della sanità (l’utente sostituisce il malato) o della scuola (in questo caso il modello di studente universale ha il sopravvento sul soggetto in età evolutiva, che matura la propria personalità nei luoghi di formazione sociale e arcaismi di siffatta natura). Per di più, all’utente tipo è concesso persino di essere un portatore di handicap, ma con caratteristiche ben precise, come figurano in quei disegnini che indicano per esempio i parcheggi per disabili, dunque dotati di enormi sedie a rotelle in cui l’omino sparisce incassato tra braccioli monumentali. E l’utente “normale” allo stesso modo non gode di gusto estetico, eppure ci sono certe biblioteche talmente brutte che difficilmente consentono l’accesso a chi ha a cura la bellezza della lettura. Di converso se la vostra vecchia zia perde pezzi della sua autonomia e si trasferisce a casa vostra, e da ciò consegue che ci andate dentro con le lasagne, se poi non passate più al tornello dell’autogrill, o dello stadio, o dell’aeroporto, è colpa vostra che avete dismesso l’abito dell’utente tipo, vi siete voluti ghettizzare nell’a-normalità. E certo non siete un bell’esempio per quei milioni di studenti che hanno rinunciato alla propria identità in nome del progresso per essere classificati in un certo numero di categorie che entrano nelle dita delle mani. Siete eversivi. E allora, in quanto antimoderni che si rifiutano di diventare utenti tipo a difesa della vostra avvilente specificità, vi spiego come si fa la Norma, ossia quel piatto tipico che qualcuno vuole far risalire giammai alla norma in quanto tipicizzazione di massa, bensì a quella del “Cigno” Vincenzo Bellini. Cominciate col preparare una salsa di pomodoro con pomodori freschi, meglio se costoluti di Pachino, su un soffritto d’aglio ed addizionatela di abbondante basilico. A parte friggete in olio d’oliva quintalate di melanzane tagliate in fette di mezzo centimetro ed asciugatele ben bene dell’olio che tendono ad assorbire. Qualcuno prima di indurne cambi cromatici nel calor bianco e sfrigolante della padella le lascia in una salamoia schiacciate da un peso per disperdere il retrogusto amarognolo che l’ortaggio tende a portarsi dietro. Io non lo faccio giacché quel gusto consolida – non è necessario stimolare ciò che già esiste come condizione oggettiva – appetiti. Poi cuocete la pasta, e conditela con la salsa in un piatto di ceramica colorata sufficientemente ampio da farci atterrare un elicottero, dunque ricopritela senza lasciar trapelare nulla con le melanzane – avrete cura di lasciare quelle che restano in un piatto lì, a portata di mano, non distante da un fiasco di rosso – e queste con una nevicata di ricotta salata grattugiata sul momento. A questo punto cominciate a pescare le fette d’ortaggio con la ricotta e parte del sottostante livello di pasta sinché quest’ultima non risulterà del tutto scoperta. Ricoprite con il duplice strato la restante portata di spaghetti e ricominciate, per due tre volte, sinché il fondo del piatto non sarà nudo a disvelare i suoi preziosi cromatismi, nudo come il fondo del fiasco di rosso. Essendo l’operazione lunga e complessa, ancorché gratificante, avrete tempo di ascoltare pezzi consistenti degli eleganti gorgheggi di quell’altra “Norma”. Poi fatevi una ragione del non aver capito niente di cosa si intende ex legis per norma, ma quanta soddisfazione nell’essere finalmente utente tipo stupido!

Disobbedienze a basso costo

Nell’era dei boy scout al potere, dar ragione ad un prete, ancorché non proprio archetipico, potrebbe apparire un tantino conformista. Ma, caro Don Milani, ci avevi ragione, l’obbedienza non è una virtù. Quello che non mi è però completamente chiaro è a cosa dovrei disobbedire di questi tempi strani.DSC_0008 Cioè, per intendersi, se disobbedissi a qualche legge, con l’aria che tira, finirei per conquistarmi attestati di merito: mettiamo, ad esempio, che mi faccia corrompere, che ne so, mi vendo un’esame, mi metto a lavorare in nero, insomma, c’è il rischio che qualcuno mi nota e finisco a dirigere una partecipata, una municipale, divento un boiardo di stato. Prima si mettono a parlare bene di me, poi mi fanno i salamelecchi, gli inchini, mi propongono per questa o quella carica, e dopo che accetto, qualcuno tra i più ossequiosi potrebbe persino pagarmi un caffè, una cena, un Rolex e sempre più su una vacanza chissà dove, il viaggio intorno al mondo in yacht da trentadue metri in compagnia di chi mi pare, magari mi comprano un appartamento a mia insaputa. Se poi mi metto a disobbedire anche alle leggi non scritte della solidarietà umana, va a finire che mi fanno come minimo senatore! E no, e quello non è più disobbedire giacché se farlo non corrisponde più ad un atto eversivo (del cambio direzione, intendo) come pensava il prete, e invece diventa esattamente il suo opposto, ossia “obbedire” al senso comune, al diktat del vita mea mors tua, del che m’importa a me!!! E allora ho deciso di disobbedire a modo mio, abbasso il PIL, non vado all’expo, ed anzi ogni giorno che passa mi segno su un taccuino tutti gli atti di disobbedienza che riesco a compiere, poi magari ogni tanto ve ne lascio traccia da queste parti, come queste cose qui: mi compro il vino del contadino – tiè – senza bollicine, di quello che “spunta” ma non diventa aceto perché ci ha tassi alcolici da molotov; non mi faccio wattsup (alla faccia della collega che mi dice, ma come non lo sapevi? Ma io l’ho detto su wattsup – ma perché non me lo dici davanti alla macchinetta del caffè visto che lì ci vediamo tutti i giorni?); e Faccia Libro non mi avrà, ed anzi me ne vado in giro a lasciare i libri che ho già letto sulle panchine, con una dedica “a chi lo sa”, che magari lo trova e se lo legge, sino alla prossima panchina; e mi vado pure a vedere gli spettacoli teatrali delle piccole compagnie di paese, quelle sommerse che strappano tre secondi scarsi di applausi, quelle di attori domenicali che si eccitano se finalmente una pro loco qualsiasi gli offre un gazebo e venti sedie di plastica, uno spazio dove, anche se recitano da cani, per un attimo si dimenticano che il giorno dopo è lunedì e ricomincia l’incubo della cassintegrazione; e me ne vado a comprare i libri nelle librerie che tengono aperte coi denti, quattro metri per quattro che odorano di muffa, e il libraio in pantofole, e compro le patate dal contadino tedesco e fricchettone, e poi, e poi… e voi?
Ah, dimenticavo, se avete voglia e tempo per cose disobbedienti, ve ne lascio qui una piccola traccia!

Ritorni!

Arieccomi qua. Mancavo da un bel po’ ed avevo nostalgia del blog. Mi sono assentato per giusta causa, una specie di articolo 18 della rete. Il punto è che c’è qualcosa di spietato in giro per il mondo, altro che spettri che s’aggirano per l’Europa. Qualcosa di spietato cinico e baro, come un destino ineluttabile, che s’accanisce senza ritegno contro il legittimo desiderio di ottemperare ai sacri comandamenti della pigrizia. Insomma, uno come me anela soltanto di starsene tranquillo. Non far nulla è un preciso impegno che ciascun essere umano dovrebbe prendersi per periodi più o meno lunghi. Ed invece quando si decide di fare in modo serio dell’ozio un orizzonte cui tendere con ogni muscolo del corpo, ecco che si schianta su di te una mole improvvisa di lavoro senza precedenti. Ma siccome ogni buon pigro reca in sé anche una buona dose di masochismo, e non facendo io eccezione, ecco che un bel po’ di impegni me li procuro da solo (magari ve ne parlo più in là). Così non mi rimane tempo… ed il tempo è bello quando t’avanza… Comunque, giacché mi sono allontanato per così tanto tempo, ed avendo ritagliato un pezzettino di tempo quer questa cosa, voglio rendere omaggio a tutti quelli che sono transitati da qui in queste settimane di mia latitanza con un paio di cose: una piccola raccolta di foto che si chiana “Artists only” e poi una rivisitazione di un mio vecchio pensiero che ho già pubblicato da queste parti. Buon tutto a tutti, ma soprattutto scusate se mi sono assentato dai vostri blog, cercherò di rimediare, promesso!


Diamo per scontata la natura meticcia dell’uomo (in quanto specie e non genere), figlio di quell’abnorme ed innaturale incrocio tra le oche di Lorentz e il cane di Pavlov. Siamo il frutto bastardo dei condizionamenti ambientali, dunque, nel recuperare il senso etimologicamente più puro della parola politica, siamo parte tutti, chi più chi meno, di un complexus cui contribuiamo dialetticamente. L’artista non fa eccezione, anzi, egli può considerarsi come una sorta di soggetto eversivo (nel senso latino dell’e-vertere, cambiare direzione) giacché, come un’antenna, capta più o meno consapevolmente i segnali del proprio ambiente sociale e culturale (quindi politico) e, filtrandoli col proprio vissuto, li trasforma in determinazione creativa. Questa è talora in grado di anticipare ogni processo di trasformazione anche quando sensibilità non avvezze all’immaginazione – quindi ad andare oltre -, non sono capaci di coglierne nemmeno i vagiti più rumorosi. Nel pensiero unico politico-economico, che declina ogni scelta alla sua compatibilità monetaristica e mercantile, ancora l’artista può creare discontinuità sistemiche. Cioè, non si sostiene che non possa vivere, guadagnandoci, con la propria arte, solo che non è questa la sua ragion d’essere. In realtà, la creazione artistica appartiene, per la parte che riguarda il suo percorso, all’immaginazione che l’ha prodotta, non può essere alienata (venduta) giacché quel percorso è già stato compiuto: almeno quella, quindi, non è una merce poiché svanisce col prodotto finito. Questo, poi, appartiene invece a chiunque possa goderne perché egli vi vedrà ciò che il proprio vissuto gli suggerisce, in un rapporto dialettico con l’opera che quindi non è più esclusiva proprietà del suo autore o di chi l’ha acquistata, ma diviene bene condiviso, cioè di tutti, dunque di nessuno. Di più, il vissuto che impone una lettura differente e soggettiva dell’opera d’arte, ne rende l’essenza di antimerce, giacché la merce è tale solo se ne è garantita la riproducibilità seriale. Una famosa catena di ristorazione, molto gradita a palati prelogici, fonda il proprio successo planetario sulla omogeneità del gusto dei propri prodotti nei cinque continenti. Viceversa, si deve pagare un biglietto per vedere la Gioconda che non ci appartiene materialmente, ma la sua essenza è un pezzo della nostra storia culturale, dunque è di ciascuno in modo differente giacché interagisce dialetticamente con i diversi. Chi possiede materialmente l’opera si illude soltanto di detenerne il controllo. È altresì evidente che vi sono artisti (sic!) che spacciano le proprie opere per arte, ed invece utilizzano escamotagé tecnici per creare nuove merci. Sono più attenti a che il prodotto finito sia monetizzabile che non ad esprimere la propria creatività; dunque, la loro creazione nasce alienata da un proprio stesso “Io” non liberato. La vera arte, cioè quella che non si accontenta di variazioni su modelli prestabiliti, ma si sforza di esprimere i bisogni interiori dell’uomo e dell’umanità, non può non essere rivoluzionaria, cioè non aspirare a una ricostruzione completa e radicale della società, non fosse che per affrancare la creazione intellettuale dalle catene che la ostacolano e per permettere a tutta l’umanità di elevarsi ad altezze che solo geni isolati hanno raggiunto nel passato. (…) Lo scrittore – egli dice – deve naturalmente guadagnare dei soldi per potere vivere e per poter scrivere, ma non deve in nessun caso vivere e scrivere per guadagnare dei soldi. Lo scrittore non considera affatto i suoi lavori come un mezzo. Essi sono dei fini per sé, sono così un poco un mezzo per lui e per gli altri che, al caso, egli sacrifica alla loro esistenza la sua esistenza. (…) In materia di creazione artistica, importa essenzialmente che l’immaginazione sfugga a qualsiasi costrizione, non si lasci imporre una falsariga sotto alcun pretesto. A coloro che ci spingessero, oggi o domani, ad acconsentire che l’arte fosse sottoposta a una disciplina che consideriamo radicalmente incompatibile con i suoi mezzi, opponiamo un rifiuto senza appello e la nostra volontà deliberata di far valere la formula: ogni licenza in arte. La condizione della cultura e della produzione artistica, in definitiva, è quella di rimettere in discussione gli assiomi del pensiero unico, introducendo il concetto di condivisione contro la barbarie del controllo assoluto. Chi è capace di immaginazione, quindi di creazione, si sottrae a questo controllo, lo supera e va oltre il senso comune, esprime la forma più alta di partecipazione politica. “La bellezza salverà il mondo”, afferma il principe Miškin, nell’Idiota di Dostoevskij. Al contrario “I vandali, valendosi dei loro mezzi barbari, cioè estremamente precari, distrussero la civiltà antica in un angolo limitato dell’Europa. Attualmente è tutta la civiltà mondiale, nell’unità del suo destino storico, che vacilla sotto la minaccia di forze reazionarie armate di tutta la tecnica moderna. (…) la situazione della scienza e dell’arte è divenuta intollerabile. In ciò che di individuale conserva nella sua genesi, nelle qualità soggettive che mette in opera per dedurre un certo fatto che implica un arricchimento oggettivo, una scoperta filosofica, sociologica, e scientifica o artistica, appare come il frutto di un caso prezioso, cioè come una manifestazione più o meno spontanea della necessità. Non è possibile trascurare un simile apporto sia dal punto di vista della conoscenza in generale (che tende a far sì che si sviluppi l’interpretazione del mondo) sia dal punto di vista rivoluzionario (che, per arrivare alla trasformazione del mondo, esige che ci si faccia un’idea esatta delle leggi che ne governano il movimento). Più particolarmente, non è possibile disinteressarsi delle condizioni mentali in cui quest’apporto continua a prodursi e, allo scopo, non vigilare affinché sia garantito il rispetto delle leggi specifiche cui è legata la creazione intellettuale. Ora il mondo attuale ci obbliga a constatare la violazione sempre più generale di queste leggi, violazione cui corrisponde necessariamente un avvilimento sempre più manifesto non solo dell’opera d’arte, ma anche della personalità ‘artistica. Si può non condividere tutto ciò, ma non v’è dubbio che pezzi consistenti di chi detiene il potere, ed altrettanti di coloro che vi aspirano, si fanno venire l’orticaria quando sentono parlare di arte e cultura, tranne che non abbiano l’intenzione di ingabbiarle in nuove ed annichilenti strutture prima che possano cominciare ad esprimere il proprio dirompente potenziale, finalmente civile e liberatorio.

Punti zero e dentizioni!

Mi sono concesso un lungo periodo di latitanza da queste pagine. Ed anche da quelle dei miei amici blogger (verrò a trovarvi più spesso nei giorni a venire, adesso ne ho la facoltà, soprattutto mentale). Anche il mio computer sembra stia per tirare le cuoia. Poi il trasloco, il lavoro che tende ad essere presente anche quando farebbe meglio a starsene un po’ tranquillo, e soprattutto quello che vi ho raccontato nel post precedente. Scorcio Bibbiena2009-06-01Una fatica… Mi sembra ieri che se ne parlava ancora in via ipotetica sulla terrazza del vecchio Aldo Palazzolo, questa estate, con la visione di Ortigia dappertutto, e lo scirocco del tramonto che – senza fare troppi sforzi, a dire il vero, visti i soggetti – si oppone a movimenti muscolari eccessivi. “Ma chi te lo fa fare”, mi diceva. Come se volesse convincere soprattutto se stesso che non ne valeva la pena, sapendo entrambi che in realtà la cosa l’avremmo fatta: lui mi avrebbe portato la sua mostra, ed io sarei andato avanti perché, in un modo o nell’altro, si deve dare un senso compiuto al nostro stare su questa terra. E chi se ne importa se questo senso spesso lo condividiamo in tre o quattro. Così, e chi l’avrebbe detto, alla fine BEA (Bibbiena Editoria Arte, sempre quella del post precedente) è nata, con le contraddizioni dei giovani, le dolorose conquiste della dentizione. Piano piano ha preso corpo, superando diffidenze antiche, quelle che certe cittadelle ritenute inespugnabili ed assai poco popolari nell’immaginario collettivo, come quelle della cultura e dell’arte, si portano dietro. Alla fine si è conclusa oltre il “punto zero” della prima prova sperimentale.
Ogni momento è stato occasione di incontri e discussioni intorno a fotografia, arte, esposizioni, eventi, poesia e tutto quanto la fantasia è riuscita ad inventare con leggerezza, ironia, gioia e voglia di vivere. Vuol dire che attorno ai luoghi di una storia importante, si cerca ancora la parola, la trasmissione di esperienze, la quiete dell’ascoltare senza doversi preparare alla guerra quotidiana contro l’avanzata dell’inciviltà dei tempi. I moderni barbari non sono lanzichenecchi, ma menti raffinate, con una devastante potenza di fuoco. Inutile girarci attorno, si è provato a costruire l’antidoto alla mediocrità di chi non ama il sapere, la conoscenza, lo studio, la riflessione, lo spirito critico. Si è voluto stabilire un contatto per dare fisicità a pagine scritte e idee per un pubblico che abbia disponibilità a confrontarsi, a misurarsi con la complessità della vita e di un mondo sempre più indecifrabile, a mettersi in discussione, a rimodellare il suo punto di vista con l’esperienza del vissuto. La cultura che ancora una volta si oppone, può essere l’occasione per quelli che credono che la libertà, la conoscenza, sono cose ben più importanti dell’accontentarsi del giudizio di stomaco che viene fuori ogni qualvolta un’idea minacci privilegi e tornaconti. Oltre ai racconti che si dispiegano nel mondo, volevamo uno specchio che riflettesse le nostre rughe e i nostri tic. Uno specchio parlante che ci descrivesse nei particolari per continuare a volerci bene. Nonostante i tempi, e nonostante noi…
Adesso non rimane che ripartire, già da domani, sapendo che non sarà più una ipotesi sperimentale quella che ci toccherà, ma qualcosa che ha acquisito la concretezza e i respiri ampi di nuove conoscenze e nuovi canali di comunicazione. Sappiamo che per questo sarà tutto più semplice perché più difficile, a questo punto, sarà rinunciare a provarci ancora, giacché è ormai chiaro che sono diverse le strade che si sono incrociate, e tante quelle che intendono proseguire insieme (anche le vostre, se vi va). :-)

Ci sono, delle volte…

E si, mi sono fatto un lungo periodo di latitanza, con sporadiche riapparizioni qui e là sul web. Non è che non avessi nulla di cui scrivere, anzi. Il punto è che che quando le vicende si affastellano poi per me diventa complicato gestirne più di un paio per volta. Sono cose che prevedono un certo temperamento, il fisico giusto, e io non ce l’ho mai avuto. Eppure, stavolta m’è toccato di far fronte a più di qualche cosa insieme, roba che se me l’avessero prospettata come possibile sino a poco tempo fa, avrei attribuito al mio supponente interlocutore un certo indugiare nell’uso di sostanze proibite, o al più di eccessive dosi d’altre più lecite. Beh, per intanto mi scuso con i tanti che non sono passato a trovare di recente e poi vi racconto.
Beamani copyInsomma, succede che devo cambiare casa, e questa cosa mi costringe ad un trasloco rapido che per di più devo farmi tutto da solo. Giacché, ammetto, sono abbastanza restio alle fatiche fisiche (quelle mentali le reggo appena), rimango piuttosto spiazzato e mi becco pure una bella influenza che mi dura da dieci giorni almeno. Poi c’è da sistemare l’orario scolastico che già di suo sembra sempre essere la tela di Penelope, le riunioni che crescono esponenzialmente. E siccome io non sono mai stato lungimirante, e non riesco a programmarmi le cose per tempo, né a prevedere il futuro nemmeno quando sono in possesso di dati certi, non mi viene lo sghiribizzo, così per celia, di mettermi ad organizzare, in mezzo a sagre del porcello in porchetta, del fungo infungato, del prosciutto cinto in lardo, della salsiccia al maraschino, del pollo ruspantiforme… una cosa culturale? O almeno con quella prospettiva lì. Eh, penserete voi, e che ci vuole? Infatti l’ho pensato anch’io: ne parlo con un paio di amici al bar (proprio chiacchiere da bar), quelli dicono perché no, poi si pensa che si potrebbe fare un week end con libri, mostre, concerti… roba seria. Quindi la conversazione prende un’altra piega e si pensa chi invitare. Si tirano fuori le vecchie agende e si comincia a fare qualche numero. L’idea è quella di mettere insieme un po’ di gente con l’obiettivo di creare un confronto e di rivitalizzare il vecchio e morente centro storico. Fai venti telefonate, sapendo bene che se contatti venti persone poi a dirti si sono in cinque, per affetto ed antica amicizia. Ed invece di venti che ne chiami sono tutti felici di venire, ed anzi ti propongono questo e quello ed alla fine il week end non c’è più. Nasce questa cosa qui. Ne uscirò vivo? Mah, per quanto mi riguarda non ne ho certezza, ma per voi potrebbe essere divertente! Ben ritrovati!

Il tempio ed i mercanti

Se dovessi estrapolare dall’aforismario delle cose più celebri di questo scorcio di millennio una frase significativa, direi che non vi sarebbero dubbi circa la validità esplicativa dell’efficacissima “con la cultura non si mangia”. Mi parve, allorché ne sentii il pronunciare sicuro, che fosse un’enormità, tirai un sospiro di sollievo, dunque, quando ciò determinò una collettiva ed indignata levata di scudi. dettagli e orizzonti25Tuttavia, il felicitarmi per questa critica civile alla pochezza di certe affermazioni, ebbe durata effimera. Si, perché, se mentre l’aire polemico apparteneva ad una prospettiva, per usare un eufemismo, analfabetizzante, la risposta non vi si contrapponeva così come ci si attendeva, almeno in una valutazione più pacata. Perché è troppo facile affermare che dalla cultura, dall’arte, dai beni culturali e dal paesaggio in quanto beni comuni, si possa ricavare beneficio economico, ma se si riduce a questo la loro essenza, in pratica si finisce con il porre la questione esattamente nel senso imposto dalla boutade iniziale. E già, perché il valore della cultura non è economico, quello, semmai può essere considerato un positivo effetto collaterale. Contrapporre ad una logica economicista una roba simile, vuol dire sostanzialmente lasciare immutato il paradigma, ed attribuire a qualsivoglia bene comune una sua utilità in quanto esclusivamente collegato alla sua natura di merce, al proprio valore di scambio. Eppure, persino nella nostra Carta Costituzionale, che certo a tratti appare visionaria e modernissima, all’art. 9 si fa esplicito riferimento alla cultura, ai beni culturali, come cose da promuovere e tutelare, ma non v’è cenno al guadagno che ciò determinerebbe. Per quanto mi riguarda, penso che esista una precisa correlazione tra cultura e conoscenza, e giacché questa è fondamento essenziale per sviluppare la partecipazione civile, sociale e politica ed interagire quindi dialetticamente con le istituzioni, se si derubrica la cultura a bene esclusivamente mercificabile, allora questa smette di svolgere la propria funzione pedagogica e diviene l’ennesima merce per la merce, soggetta alle turbolenze dei mercati come lo spread o i derivati. Per carità, non vorrei essere frainteso, non ci trovo niente di male che qualcuno tragga vantaggio economico dalla cultura, anzi, se questo aiuta a migliorare la qualità della vita, ben venga; ma se questo vantaggio dovesse, per una qualche ragione di fluttuazione di interessi mercantili, venir meno, allora che si fa, si smette con la cultura? Ma esiste un altra questione che mi sembra dirimente: chi è che stabilisce cosa è cultura e cosa non lo è? Se il parametro di valutazione cui ci si rivolge è la sua capacità di produrre ricchezza, allora ogni ipotesi di e-versione degli standard di marketing culturale non può che essere abortita, marginalizzata, declassata. Ogni nuova manifestazione visionaria, come in passato ebbero Michelangelo o Leonardo, Caravaggio e Dante, ma anche Mondrian e Picasso, non sarebbe seriamente presa in considerazione, giacché non se ne conosce l’esito mercantile. Non ne esiste lo studio prospettico di penetrazione nei gusti, non si può fare un marketing a scatola chiusa, dunque non si può veicolare. Ne consegue che offrire nuovi punti di osservazione della realtà, quindi produrre nuova conoscenza – coscienza con, partecipazione – non è né utile né auspicabile. Ogni deviazione visionaria, ogni nuovo punto di vista bio-neuro-diverso, diventa inevitabilmente perdita di tempo ed energie, e si produce la deriva genetica dell’omologazione, la semplificazione mortale, lo slogan surrogato del ragionamento, il tweet come de profundis dell’analisi, il “che bello” in luogo del “cerco la bellezza”, il “non capisco ma mi adeguo”!

Se trentasei vi sembran pochi!

Tra un paio di giorni saranno trascorsi trentasei anni dall’assassinio per mano mafiosa di Peppino Impastato. Trentasei anni sono tanti. Prima di allora ce n’erano state di vittime della mafia, e dopo ne sarebbero venute ancora troppe. Eppure capita che proprio lui sia diventato un simbolo della violenza mafiosa, forse la vittima più nota e, scusate se mi permetto, non credo proprio sia merito di un film o di una canzone di successo ad averlo consentito, semmai è viceversa vero che il successo di quelle operazioni sia dovuto proprio alla “emblematicità” della figura di Peppino Impastato. Personalmente sono convinto che operazioni mediatiche di questo tipo (film e canzoni, intendo) siano inappropriate, ma è un giudizio personale che, in quanto tale, lascia il tempo che trova. DialettichePiuttosto troverei utile riflettere sulla capacità della figura di Peppino di rimanere così vivo nella memoria di un paese che assai poco propenso a ricordare. Così ci provo anch’io, senza pretese di verità assoluta. Quando Peppino fu ucciso ero un ragazzetto che guardava con interesse – senza capirci molto, in verità, e non è detto che dopo abbia capito molto di più – a quel fermento politico che animava le strade di quegli anni. Sapete cosa mi colpiva? Il fatto che l’altra informazione viaggiasse con modalità inedite e faticose, ma se ne avvertiva la presenza oltre la televisione, la radio, i giornali, ed era incredibilmente rapida. Talune notizie, condite di analisi, valutazioni, dichiarazioni di intenti, avevano la forma di manifesti (i dazebau di memoria cinese) scritti a mano, ciclostili… le dita ancora unte d’inchiostro di chi li distribuiva testimoniavano di un lavoro titanico. Preparare un ciclostile era, infatti, impresa non da poco. Bisognava andarsene in un’assemblea, discutere, ed a lungo, su cosa scrivere (non si sbarrava una casellina virtuale con un click del mouse sull’opzione che concedeva il guru di turno, per intenderci); poi si prendeva il testo scritto a mano, si decriptava, si incideva la matrice con una macchina da scrivere (un tasto ogni tanto, per non sbagliare, che le matrici costavano), questa si montava sul vecchio Gestetner che dichiarava di stampare non so quante copie al minuto col suo motorino elettrico, ma si faceva girare a manovella perché se si avviava in automatico si rischiava di inceppare tutto, distruggere la matrice, inondare tutto di inchiostro e bisognava ricominciare. Siccome l’operazione richiedeva tempo, allora si mangiare sul posto, di norma uova sode su cui si lasciavano le impronte digitali per le dita sporche. Insomma, che Peppino l’aveva ammazzato la mafia si sapeva così, con quel tam tam, ancorché la televisione ne avesse appena farfugliato la notizia come di un suicidio, un attentato fallito, in calce alle cronache del coincidente assassinio di Moro. E si seppe a caldo, parecchi lustri prima che la verità giuridica fosse accertata per la caparbia determinazione della famiglia e degli amici di Peppino, e del CSD. Bene, ma ritornando alla domanda iniziale, perché Peppino è ancora così vivo nella nostra memoria, perché non sono riusciti davvero ad ammazzarlo? Semplicemente perché sovverte il paradigma che dal puzzo acre della decomposizione delle viscere del mostro non possa nascere nulla, ed invece è proprio da lì che è venuto Peppino, Peppino che è morto perché usava la ricerca della bellezza contro l’orrore, l’eleganza della poesia contro la barbarie di linguaggi regrediti ed osceni, l’ironia contro la sopraffazione, Peppino che ci ha mostrato il re nel suo vestito nuovo, dunque, nudo.

 

Mi illumino di lento

Mi pareva troppo bello. Da una decina di giorni i ritmi di lavoro s’erano stabilizzati. Troppo facile, si direbbe. Il rischio di abituarsi e ritrovarsi a poltrire quel tanto che basta (a dire il vero, ritengo, non sia mai abbastanza) era dietro l’angolo. Così si riprende: calendario fitto, sic! Come se non bastasse, a rendere tutto più complicato, la primavera fa capolini roboanti per dimostrare che i cambiamenti climatici le hanno intimato di presentarsi anzitempo e mi prospetta soluzioni alternative che le incombenze quotidiane mi impediscono di percorrere. times18-polaApprendo, pure, dopo non troppa attenta analisi, che, nel giochino tra lordi e netti, il ragazzo delle Idi di Febbraio, il nuovo re (o giullare?) del “faccio tutto io ed anche subito”, non mi farà avere l’agognato calo delle tasse: da quelle parti si sostiene che io sia troppo ricco. Ri-sic! Me ne cruccio? Ebbene si, lo ammetto, il mio materialismo si è arricchito di altre componenti oltre a quella storica e dialettica. Brutta avvisaglia di età che avanza. A questo aggiungiamo che non riesco a starmene quieto a pensare ai fatti miei, ma mi lascio prendere dall’ansia per i venti di guerra che vengono da Oriente, per i migranti, per queste ed altre cose! Mi vengono certi desideri di fuga. Per dove, però? Mi pare che non ci siano grandi opzioni. Allora, in attesa di mirabolanti ispirazioni, me ne sto fermo e più lento che mai tutte le volte che posso. Si tratta di una scelta di legittima difesa, quasi di disobbedienza civile. Mentre tutto d’intorno accelera, sgomita, guerreggia, sconfina, spara, sbraita, avvelena, sfregia, urla, starnazza, accumula, io mi pianto in terra, m’accendo una sigaretta, mi verso da bere e lascio che l’unica cosa che si muova sia un disco. Poi, d’un tratto mi accorgo d’una evidenza talmente manifesta che il bagliore che emanava, sino ad un momento prima, mi impediva di svelarne il dettaglio dirompente: sono già in fuga, nei pressi di derive ed approdi; è una parte di me che pratica la fuga passiva. È il busillis, la scoperta definitiva: l’unico modo per fuggire è starsene fermo, immoto nei secoli dei secoli, avvolto in un comodo manto di pigrizia oziosa. Tanto sono gli altri che, accelerando, tolgono il loro rumoroso disturbo. Così, d’improvviso mi cambia la prospettiva: vedo i miei colleghi agitarsi nelle oscure stanze della formazione, come attori consumati, colgo a distanze siderali l’agitazione di piccole particelle che cercano disperate candidature per il futuro sindaco del borgo, senza sapere che “il che fare del che fare” è così lontano; persino i miei alunni mi dicono “prof, resti con noi – ma come? vogliono fare matematica? “Non prendete il vizio, vi prego”, mi verrebbe da dirgli, mentre faccio ruotare un poligono, aiutatemi piuttosto, a mostravi la bellezza, a rifiutare le orribili congruenze del tutto con il tutto, a cogliere l’attimo -, e i documenti politici diventano origami, finalmente hanno qualcosa da dire, l’affitto da pagare, invece, sembra ormai l’affitto di un altro, come le bollette del gas, della luce e del resto. Ma non è tutto, ora vedo qualcosa di travolgente che sta per abbattersi sul mondo intero, sulle sue accelerazioni parossistiche. Mi fermo appena un attimo, per abortire quel residuale istinto al mutuo soccorso che mi spinge a segnalare il pericolo incombente; “che le cose vadano come devono andare”, elaboro in una frazione infinitesimale: una risata lo seppellirà. Così ben disposto, mi sa che telefono al vecchio Mike ed impiegherò una ventina di minuti – ma non ho fretta – prima che il mio inesistente inglese comunichi al suo italiano imperfetto che domenica potremmo andare a vedere una bella mostra. Sono pensieri oziosi di un ozioso e sono sazio di lentezza, illuminato d’immenso.

 

Piè veloce e la tartaruga!

Assisto con qualche trepidazione alla disfida definitiva tra gli eredi di Achille e della tartaruga, secondo alcuni la rivincita d’una tenzone che, al netto delle partigianerie, aveva visto assestare all’eroe invincibile la prima delle due cocenti delusioni d’una vita vissuta al limite; la seconda, come ben sapete, ebbe esito fatale proprio a causa dei punti deboli prossimi agli stessi piè veloci. Tuttavia, nonostante la saggezza degli antichi avesse voluto collocare le cose al loro posto, la nostra eroina ha più discendenti in brodetto di quanti non ve ne siano – ed in piena attività – dell’eroe acheo, con corollario di punti deboli ben camuffati da alte zeppe. Mi pare evidente che ogni riferimento ad eroiche gesta che appartengono a persone (e cose) realmente esistenti – e freneticamente operanti – è puramente voluto, ancorché non ne faccia diretta menzione. Ma v’è una novità nella rinnovata sfida: non un modo contro l’altro, il Pelide e la tartaruga, bensì moltitudini di Achille, taluni giovani e forti, tal altri assai meno, ad affollare con le proprie falcate, giammai la pista dell’antica competizione, dove le pause per troppa fiducia nei propri mezzi costarono l’alloro finale, piuttosto un tapin roullant. Ed è probabile che le condizioni del campo, che stavolta non ammettono vincitori, saranno tali che chiunque si opponga alla corsa dell’altro, dissimulando inettitudini, esprimerà rabbiosamente il proprio disappunto per la gara truccata. musicantiE le tartarughe, carapaci azzoppati e radi che si barcamenano nelle solitudini contemplative e musicali del proprio Aventino? Ho l’ardire di pensare che, tutt’altro che sconfitte, questa volta si siano solo limitate a non accettare di correre inutilmente all’infinito e verso il nulla, abiurando alla prospettiva dell’alloro, come Sartre fece col suo strameritato Nobel. Piuttosto, col proprio passo, occhi non irritati dal sudore, e senza l’assillo ambizioso e soffocante del traguardo, godranno del dettaglio d’ogni cosa, cogliendovene in ogni anfratto celato la bellezza. E “chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio” (Franz Kafka). Dunque, possiamo essere giovani in eterno, senza nascondere le nostre rughe, eroi senza saperlo, semplicemente rifiutando la corsa e la vertigine, l’ingorgo definitivo, scegliendo di non salire su un F35, né su qualunque altro carro vincente, come chi invece ha perso, per i suoi talloni disperati e fragili, il senso d’una vita.

Per chi tira la carretta

In questi giorni c’è un appello del mio sindacato a difesa della scuola, una scuola dissanguata, dilavata, dimessa, disgraziata, dilapidata, tutto in D, come la serie in cui è retrocessa quella che secondo la Costituzione italiana doveva essere una fondamentale istituzione di formazione sociale. Talvolta mi trovo in dissenso col mio sindacato, navigo volentieri – non so se per vezzo o masochismo, o semplicemente perché, nonostante tutto, sono rimasto un vecchio pescatore del Mar d’Africa – nei mari poco frequentati delle minoranze; questa volta però ne condivido la sostanza, ancorché mantenga riserve in merito al “che fare”; dunque, mi associo all’appello ma… mi va di fare qualche riflessione in più, aggiungendo cosei che non sono contenute in quell’appello. La scuola è diventata un salvadanaio da cui attingere risorse? È un dato oggettivo, sono stati persi nella scuola italiana diverse decine di migliaia di posti di lavoro in pochissimi anni, risorse umane preziose, che servivano e che non potevano essere semplicemente ascritte a bruta contabilità monetaria. Erano persone con una faccia, un nome, un’esperienza su cui contare, una preparazione, un afflato, quelli che sono rimasti a casa o che vi rimarranno, giacché l’emorragia non sembra aver termine. Ma non c’è stata un vera resistenza, non ho visto barricate, indignazioni collettive, salvo qualche sporadica presa di distanza, qualche scioperino – pochi, per non disturbare -. carretto sicilianoPosso parlare con franchezza? Noi insegnanti non siamo capaci di protestare, e se lo facciamo lo facciamo in sordina, senza un seguito importante (giuro, non sono un’eccezione, ho il carisma della lumaca che rappresenta questo blog) persino tra i nostri stessi colleghi. Perché non abbiamo spirito di corpo forse, perché spesso viviamo (non io, ma succede) in nuclei familiari in cui il nostro non è l’unico stipendio, perché siamo stanchi e demotivati, perché – taluni, sotto sotto – sono seriamente convinti che quella specie di miseria che ci danno, conviene tenersela stretta, e se siamo in pochi è operazione che riesce meglio… Ma la cosa più sorprendente è che non c’è forza politica, non c’è stato governo, che non abbia lavorato sulla scuola con la scure – negli ultimi venticinque anni, al di là dei proclami e delle dichiarazioni di intenti – e questo è assai più semplice da spiegare: la scuola fa schifo a chi governa, a chi detiene il potere, perché tra i banchi non v’è differenza di classe – non dovrebbe essercene, almeno -, perché forma, prepara; rischia, persino, di creare giovani con senso critico, capaci di costruire autonomamente le proprie scelte, pure di creare potenziali nuovi gruppi dirigenti, antagonismi concreti, di ribaltare i rapporti di forza sociali, di abiurare al turpiloquio come unica modalità espressiva, cancellare visioni totemiche e creare voglia di condiVisioni, di rendere la cultura trasversale, disponibile, raggiungibile e democratica, e se la cultura è democratica è democratica la società in ogni suo anfratto… Fa rabbia la scuola, perché per quanto si possano pagare una miseria quelli che ci lavorano, per quanto gli si sottraggono risorse, se ne infami la pervicace natura “parassitaria” di dipendenti pubblici, quella apre lo stesso, senza ritardi, all’ora prestabilita, in quel giorno esatto, si permette di resistere. Insopportabile, bisogna limitarne la portata, ridurne il potenziale, disinnescarla. Un ministro moderato come la Falcucci – cui da giovane studente universitario credo di aver regalato le frasi più oscene che abbia mai concepito– oggi sarebbe considerata pericolosamente eversiva giacché, pure criticata per alcune sue scelte verticistiche da un movimento allora molto forte, aveva voluto una riforma della scuola che partisse da una discussione aperta, cui tutti avevano titolo a partecipare. Ma chi le fa oggi queste riforme? Ministri dell’istruzione commissariati dall’economia, dalle spending review, ceti politici allergici alla cultura? No, mi dispiace, è una visione semplicistica, non ci casco, il risparmio è solo un vantaggio collaterale. Le riforme della scuola hanno invece qualcosa di sorprendentemente razionale, condiviso trasversalmente da “tutto” l’estabilishment politico che siede, o meglio sarebbe dire, che gestisce chi siede in parlamento, sono formulate secondo un pensiero unico, sono ideologiche, sono l’anteprima di un disegno assai più articolato, anzi, ne sono la premessa, la condizione necessaria perché si realizzi, perché nessuno si avveda della sua barbarie, magari opponendosi ad essa con quello sguardo collettivo di milioni di ragazzi rivolto alla bellezza.