Doppio salto mortale – con sintesi

Non ho mai avuto il dono della sintesi e tuttavia qualche volta occorre provare “lì dove osano le aquile”, per manifesto rincoglionimento senile, oppure a causa di evidente regressione infantile, se vi pare. Proverò a fare due post in uno, e senza rete.

Primo: oggi è il giorno che l’ONU dedica ai rifugiati. Al mio paese, in questi giorni, sbarcano in centinaia. Tanti non sbarcano, verificano com’è profondo il mare, ma se ne parla assai meno che in passato. Miracoli delle strane alleanze, o semplice stanchezza? Mi ricordo che qualche tempo fa la notizia veniva data con l’enfasi che preludeva alla misure straordinarie per cacciare l’invasore. Non ho voglia di lanciarmi in spericolate architetture letterarie per descrivere il mio pensiero (ce n’è una parte piccola piccola qui), ho una certa stanchezza in questo periodo dell’anno e ciò favorisce la sintesi. Chiudo semplicemente così: siamo noi che sbarchiamo dopo lungo e periglioso viaggio, non sono “altri”, siamo noi che chiediamo aiuto a noi stessi perché nel nostro essere specie non c’è la follia delle convenzioni amministrative e burocratiche, un confine, un lager, un’orizzonte abortito.

La Lappara

“la lappara” – tempera su tela

Secondo: qualcuno periodicamente mi chiede cosa mi abbia spinto a fare l’insegnante, e cosa mi spinga a continuare a farlo. Certe volte me lo chiedo anch’io, per esempio quando apro la busta paga, o quando alla fine dell’anno sono stremato da riunioni, esami e dalla necessità di attribuire valore numerico ad un ragazzino il cui talento probabilmente (quello vero, intendo, non quello delle discipline che deve studiare) non gli sarà quasi mai richiesto di esprimere, anche qui per convenzioni cui altri hanno deciso che aderisca. Qualche volta mi capita che mi propongano di fare altre cose, cose più remunerative, senza sveglia presto, senza lavori sino a notte fonda, senza essere percepito dall’immaginario collettivo come una specie di parassita che succhia finanze pubbliche, senza accidenti emozionali, persino con maggiori gratificazioni sociali. Una vecchia zia, qualche anno fa, presentandomi ad una sua amica disse: “Questo è mio nipote, fa il professore, ma una volta era dottore”. Come dire, non è sempre stato sfigato, è solo stato vittima del destino cinico e baro. Niet! Continuo a fare l’insegnante (rincoglionimento senile o regressione infantile?). E so anche perché. Perché questi sciagurati mi fanno impazzire con le loro bizze, mi fanno arrabbiare sul serio, ma, l’altra mattina, la mia collega che correggeva i loro temi di esame di terza media mi ha detto cosa avevano scritto di me, praticamente tutti. Mi viene in mente il titolo d’un vecchio film: “Maledetti, vi amerò”. Chiudo con quello che scrive in un suo libro – “Ozio, lentezza e nostalgia” – il mio amico Christoph Baker (approfitto della sua capacità di sintesi, molto maggiore della mia, e sostituisco al concetto di figlio il senso di un’età): “Non sono io che devo insegnare niente a mio figlio, ma è lui che mi può insegnare qualcosa. Si fatica ad accettare una tale possibilità, come se fossimo ‘programmati’ a senso unico, con un istinto atavico – biologico? – che ci convince che dobbiamo per forza dare tutte le indicazioni e tutte le certezze a un figlio, per ‘aiutarlo’ a crescere. (…) Invece se avessi la forza di aprire veramente gli occhi e il cuore, se fossi disposto realmente a rimettermi in gioco, ci sarebbe da divertirsi un mondo!”

Elogio dell’esuberanza

Volevo parlarvi di un libro (“Elogio dell’esuberanza e altri pensieri in libertà”, Ed. EMI, Bologna 2012) e del mio amico che l’ha scritto, Christoph Baker, uomo eclettico e di origine globale, musicista, cantante, enologo, attento alla vita ed alle sue sfaccettature. La sua biografia ce lo rende così. Nasce a Ginevra nel 1955, quindi cresce a Le Chambon-sur-Lignon (Francia), Céligny (Svizzera) e Stoccarda (Germania), per poi studiare letteratura francese tra Heidelberg, Strasburgo e Aix-en-Provence. Successivamente si trasferisce negli Stati Uniti dove gestisce un’enoteca (che persona adorabile) a Boston. Dal 1984 vive a Roma. Tra il 1974 al 1990, si concede il piacere di comporre canzoni ed esibirsi in concerti (suona il violoncello e la chitarra) in Svizzera, Francia e Stati Uniti. Dopo aver lavorato all’ONU di Ginevra, alla Society for International Development ed al Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, nel 1993 inizia a collaborare con l’Unicef. È stato anche collaboratore della campagna lanciata da Alexander Langer (Nord-Sud, biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito” ed ha promosso con Massimo Valpiana il Convegno Nazionale “Sviluppo? Basta! A tutto c’è un limite…”. Cura sulla rivista del Movimento Nonviolento “Azione Nonviolenta” la rubrica mensile “Il Calice”. Nel 2010 ha ricevuto, dall’Associazione Cultura della Pace di Sansepolcro (AR), il Premio Nazionale Nonviolenza. Consulente di associazioni umanitarie ed ambientaliste è autore di saggi di critica allo sviluppo. Tra i suoi libri val la pena ricordare lo splendido “Ozio, lentezza e nostalgia”, l’illuminato “Ama la terra”, “Il vino spiegato ai miei figli (fondamentale) e, ovviamente, “Elogio dell’esuberanza e altri pensieri in libertà”.

L’esuberanza di cui parla Christoph in questo suo ultimo lavoro si realizza nella capacità di ascolto del diverso e di se stessi, nella voglia e nella libertà di esprimere i nostri talenti, gli ideali, le passioni. È un biglietto di ritorno verso una destinazione che è la nostra stessa vita.

Un invito ad abbandonare un po’ di efficienza per recuperare l’efficacia dell’esserci, senza i falsi miti del consumismo, del lavoro inteso come elemento qualificante ed esclusivo della nostra persona, del soldo in banca che identifica quanto siamo ma mai chi siamo realmente.

Un’esuberanza cantata che ci rende finalmente disertori da un esercito al servizio di un sistema che finisce per costruire le nostre infelicità, depressioni, insoddisfazioni e malesseri d’ogni genere, un sistema antiumano che riverbera la sua iniquità e la sua violenza ottusa in ogni anfratto dell’ambiente che ci circonda.

Il libro di Christoph è un invito a ri-cominciare a ragionare con la nostra testa, in modo critico ma anche sognante, senza rimuovere le utopie nascoste oltre la linea d’orizzonte della nostra capacità visiva, un invito a vivere intensamente secondo criteri che stabiliamo finalmente noi, finalmente attori protagonisti delle nostre scelte.

Un lavoro – scritto benissimo – in 16 capitoli, che esplorano il diritto al piacere, al viaggio, allo sguardo di un figlio, tra memoria, tristezza, vita, libertà, ecologia, salvezza e parola, per consegnarci il sogno di una felicità possibile, il sogno che rende liberi.

Presento il libro l’8 giugno alle 18,30 a Bibbiena (AR) insieme a Leonardo Magnani (Associazione Cultura della Pace di Sansepolcro – AR) presso il ristorante La Tavernetta di Michele e Marica (punto di riferimento imprescindibile), in una cornice magica (e di chiaro gusto… in tutti i sensi) cui aggiungeranno atmosfere trasognate i lavori su tela di Zuniko. Beh, siete invitati se vi va. Sotto trovate i riferimenti che vi servono.

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