Ozio, lentezza e nostalgie

“Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci”, diceva John Ruskin, al tempo in cui per andarsene appena fuori confine non v’era necessità di portarsi dietro i permessi di soggiorno, ma buone gambe o un buon cavallo o una barca che non affonda troppo presto. È che le accelerazioni mi mettono ansia. times18-copyCredo di essere l’unica persona che conosco – tra quelle automunite, si intende – a non avere mai preso una multa per eccesso di velocità. Quando sono per strada gli autovelox mettono la freccia per superarmi. Ciò mi rende in pratica un soggetto eversivo. Abbasso il PIL, remo contro. Ad inquietarmi della velocità è dunque che fa perdere i dettagli di ciò che incontriamo, rende la visione delle cose sfocata, i contorni indefiniti. E questo è un dato sufficientemente incontrovertibile, almeno dal mio punto di vista. Eppure c’è un mucchio di gente che continua a pensare che ci si debba attrezzare per essere rapidi, la velocità rende competitivi, la prontezza di riflessi determina il successo evolutivo, fa progredire la specie, porta all’acquisto degli F35. Persino i miei alunni mi chiedono “quanto fa la sua macchina?”, ed io rispondo “circa venti al litro” (sono lento anche di comprendonio ed influenzato dalla dialettica serrata e perdente con il bancomat, oltre che dal valore ponderale della mia busta paga). Scrivevo ciò diverso tempo fa, su questo stesso blog che ultimamente frequento assai poco e non per mancanza di volontà. E come diceva un vecchio amico che non c’è più, quando uno comincia a citare se stesso vuol dire che è alla frutta, io ho piuttosto una grande sensazione di prossimità alla canna del gas. È che mi sembra non si veda luce, va tutto troppo veloce, mi verrebbe da dire “ma dove andate tutti così di fretta, dove andate? Di cosa avete paura, che qualcuno vi rubi l’arrivo, un posto sul podio?”. Persino mi capita di andare ad una conferenza dove presentano un libro su una femminista storica e dal dibattito che emerge sembra che il problema sia di garantire pari opportunità d’arrivare primi alle donne com’è concesso agli uomini. Dunque io non sarei femminista giacché non mi importa nulla se una donna arriva prima, né se a farlo è un uomo, dunque non sono nemmeno maschilista. E pensare che un tempo – ero assai più giovane allora – mi costringevo a probanti sedute di autocritica di genere, un po’ certo per entrare nelle grazie altrui – di elle, si intende – ma anche perché mi piaceva l’idea che era insita in quel femminismo di una sorta di ribaltamento paradigmatico che puntava all’annullamento delle gerarchie, dell’ordine di arrivo, e non si parlava di meritocrazia come strumento per acquisire il comando “ora e subito” – il più bravo/la più brava se lo merita – ma si “blaterava” di libera espressione dei propri talenti da rendere alla collettività come risorsa comune. Così, per me, che non disdegno le pratiche di conversazione, in particolare quelle che per definizione non portano da nessuna parte, ma che rendono circolare il tempo e la perifrastica (sia attiva che passiva) un gioco di ruolo con le porte spalancate verso impreviste vie di fuga, il dibattito è stata un’induzione al silenzio. Certo si può anche essere in totale disaccordo con ciò che dico, ma chi vuol seguirmi, è certo, non farà troppa fatica a starmi dietro, ma sappia dei rischi che corre, poiché sarò l’untore il cui scopo primario sarà la diffusione pandemica di questa mia patologia, e, quale eccezione che rende perfetta la regola, pure molto, molto, molto velocemente. Allora faccio un cauto passo avanti, giacché nel precedente post ho avuto commenti che in tale direzione mi spingono – la dice lunga che sia passato un discreto tempo tra questo post e quello circa i miei più profondi intendimenti -, e propongo un elenco di buone pratiche per la lentezza, non più di tre a cranio, che se la cosa diventa virale ci si fa un libro. Ed ecco le mie: a) Stasera a cena sostituite la preparazione di due uova al tegamino (tempo stimato per la preparazione tre minuti durante i quali non si potrà che stare lì ad attendere che siano pronti, con la caponata (vi do qui la ricetta), che invece si prepara in almeno tre ore che passano meglio con almeno tre bicchieri di vino – quanti ce ne entrano nella preparazione di un uovo al tegamino? -; b) se rinunciate al piano “a” perché non vi va proprio, allora regalatevi almeno tre volte la settimana due ore sul divano o in poltrona con accanto un bicchiere di vino (meglio due, ma facciamo tre) ed un paio di crostini burro e acciughe, senza far niente, con solo musica in sottofondo (jazz è meglio, che l’improvvisazione è nemica della programmazione), cacciando via brutti pensieri, che ne so, metter su una lavatrice, accendere la TV, lavare i piatti che avete lasciato nel lavabo dalla sera prima, o altre necessità che ritenete impellenti e di fatto non lo sono davvero; c) se qualcuno vi invita a fare una passeggiata in centro per negozi ditegli che avete impegni improrogabili e leggetevi o rileggetevi il monologo interiore di Horcynus Orca.
Ma c’è qualcosa che all’orizzonte si muove, a proposito dell’essere lenti – condizione che ritengo nei giorni che viviamo come una necessità di legittima difesa –, e ve la propongo qui non avendo nulla di meglio da offrirvi che non siano i miei spropositi, pregandovi semmai di dargli sia pure una sola fugace occhiata provando magari a condividerla se vi pare, con chi vi pare. Dimenticavo, che la lentezza sia con voi.

Lavorare stanca (Parte 2 – la vendetta)

Insomma, le feste finiscono. È cosa consueta che tutto ciò che ha un inizio poi, come tutte le cose umane, deve anche finire. Lo diceva Giovanni Falcone della mafia… eppure. Ad ogni buon conto l’arrivo delle feste per me è sempre fonte d’angoscia giacché conosco da sempre come va a finire: come sono arrivate se ne vanno. Ho meditato a lungo durante questo periodo di riposo su questi ed altri problemi che attanagliano i nostri tempi grami, non ultima la questione che è ormai nota al mondo, e cioè che il lavoro mortifica l’uomo e lo rende simile alla bestia, valutazione suffragata dal vederne gli effetti durante la sua lontananza, con sguardo fermo ma distaccato. Lo so che poi arrivano le bollette, che bisogna far la spesa e tutta roba di questo tipo, e che, dunque, obtorto collo bisogna lavorare. E lavorare stanca. DSC_0011Ora, lo so che c’è un sacco di gente che adora il proprio lavoro (anch’io amo il mio, su questo non ci piove), ma occorrerebbe che ci fosse un limite al lavoro ché il tempo è assai prezioso e non basta il salario a pagarne una frazione minima. Così avrei pensato di mettermi a elaborare un progetto, uno di quelli pensati in modo serio e professionale, da presentare per farmelo finanziare a comuni, regioni, province, ministeri, governi, comunità europee, all’ONU, all’UNESCO, a chi ci pare ed in definitiva a tutti. Un progetto sulla cui realizzazione garantisco col sangue, altro che quelle cose un po’ da italietta che uno fa un progetto poi dilata i tempi, cincischia, scarabattola, ne fa un pezzo, una pinzillacchera, poi dice sono finiti i soldi e ne chiede ancora, dunque rimaneggia, fa un favore ad un cugino, all’amica, ed ancora all’amica dell’amica, distribuisce prebende e paga una cena a questo ed a quello, sfrutta, viaggicchia, espatria, trasferisce, rottama, costruisce, guerreggia e fa morti, lutti, feriti… Io no, prometto che lo realizzo, direi alle alte istituzioni di cui sopra, ve lo metto per iscritto che non dilaziono, che non derogo, che non indugio. Se volete ve lo sottoscrivo come in antico rituale pagano offrendo in sacrificio una goccia del mio sangue, la ceralacco e ve la mando, a mò di timbro, anzi no, di fideiussione. Ma ecco in che cosa consiste questo progetto arguto e geniale, le cui ricadute sociali sono enormi: insomma, se mi danno un compenso adeguato, bastevole sino alla pensione, io giuro che non faccio niente, nulla, nada de nada. Mi sveglio al mattino quando mi pare, mi prendo il caffé e mi ci fumo sopra una sigaretta, poi faccio una passeggiata, mi leggo un libro, che ne so, mi potrei mettere a dipingere, scattare qualche foto, ma solo se ne ho voglia, cucino pregiate caponatine, o frittate di cipolle all’uopo, ma mi asterrò comunque da qualsiasi attività lavorativa che dir si voglia ed a scopo di lucro o che non sia puramente ed unicamente gratificante per il corpo e lo spirito… Che ve ne pare? Dite che non è un gran progetto, che non merita attenzione? E perché? Ma se elargiscono fior di milioni a certi ceffi che stanno nelle consociate, nelle municipalizzate, nei C.d.A. di banche e che poi fanno dei danni incommensurabili, perché non pagare qualcuno che, finalmente, garantisce a costi assai meno onerosi per la colletitvità che non farà alcun disastro giacché si ripropone statutariamente di starsene fermo, immobile, inerte?
Oh, io ci provo, chiedere è lecito, rispondere è cortesia! E nel frattempo vi lascio con questa cosarella, una di quelle che piacciono a me. Buon tutto a tutti e che la lentezza sia con voi!

Ri-scrivere

soggetti1E dopo lunga e perigliosa attesa ecco che il PC è tornato dove doveva, sul tavolino che con cura avevo approntato per lui. L’estate scorsa il vecchio portatile (portatile… ma ci volevano gli Sherpa per spostarlo) del Giurassico e che mi aveva seguito fedelmente per più di un decennio aveva deciso di esibirsi nel volo del Grande Tacchino, ed il suo rutilante e potentissimo sostituto, leggero ed aitante, mi aveva rallegrato con le sue accelerazioni parossistiche, contraddicendo con siffatto modo di agire certe mie propensioni tartarughesche. Ma come Achille piè veloce, non aveva fatto che pochi metri prima d’arenarsi sull’ingolfata strada delle fragilità tecnologiche, lasciandomi solo con la mia Moleskyne ed una biro. Senza rendersi conto delle mie esigenze s’era portato dietro, oltre a pezzi consistenti del mio lavoro, anche password e robe simili che mi consentivano l’accesso al blog. Sinché il tecnico da santificare non l’ha ricondotto a nuova e più dignitosa esistenza restituendomi le pregevolezze della scrittura col mondo e pezzi della mia memoria, ormai virtuale come si confà a questi tempi in cui il mio terziario arretrato appare anacronistico. Dunque, sono stato lontano da chi mi legge, lontano dal mio “lentissimo blog”, travolto da congiunture astrali e lavorative devastanti, condimenti di “buone scuole”, ritorni – non senza qualche ansiosa sorpresa – alla frusciante carta stampante. Devo dire che seppure non sono riuscito (non ho altro strumento d’affaccio alla rete se non il computer, col telefono in genere telefono), ogni tanto ho dato una sbirciatina agli altri blog che ho frequentato e che conto di ritornare a bazzicare perché mi sono mancati (abbiate pazienza!). Nel frattempo in giro ci si concede qualche strage, tanto per non annoiarsi, e mi sarebbe piaciuto scrivere su questo, ma forse non l’avrei fatto anche se ne avessi avuto modo, i silenzi sono spesso assai più esplicativi d’un vociare confuso. Adesso mi sono riconnesso, ma devo scappare a cose di lavoro (quella cosa che mortifica l’uomo e lo rende simile alla bestia) riproponendomi di passare a trovare tutti da qui a breve, vecchi amici che seppure non conosco so essere vecchi amici. Nella mestizia di questi giorni però volevo lasciarvi con una cosarella che ho già pubblicato qualche tempo fa e che mi ispira ripescare! Buon tutto miei cari… e che la lentezza sia con voi, lontano dal fragore delle bombe, delle mitraglie, del puzzo di petrolio! E vi auguro una vita da disertori, felicemente in fuga dalla bruttezza!

Voglio dedicare a tutti quelli che frequentano questa cosa o che passano di qui così, per puro caso, una canzone, o meglio, la traduzione di una canzone (Robert Wyatt – Free will and testament) che mi tiene compagnia da qualche lustro. E scuserete se mi sono concesso qualche licenza nel metterla nero su bianco (o bianco su nero, se vi pare) da una lingua all’altra.

Esiste il libero arbitrio, ma entro certi limiti,
e non sarò un me stesso di infinite metamorfosi,
Io non posso sapere che cosa sarei se non fossi come sono,
Posso solo immaginarmi.

Quindi, quando affermo di saperlo, come faccio ad esserne certo?
Qual’è il ragno che comprende il senso dell’aracnofobia?
Certo ho i miei sensi e la mia percezione di averli.
Sono io a guidarli? O loro a guidare me?

Il peso della polvere supera il peso degli oggetti.
Che senso può avere la gravità senza centro?
Sono libero di non-esistere?
Esiste la libertà dalla volontà-di-essere?

È puro istinto a farci agire in questo o in quel modo.
Penseremo dopo a trovare una giustificazione, o semplicemente la supporremo.
Vorrei disperdermi, scollegarmi. È possibile?
Cosa sono i soldati senza un nemico?

Essere senza peso, ma non essere per aria, esistere in assenza di aria.
Essere libero di muovermi, né frenato né sospeso.
Né nato né lasciato morire.

Sono mai stato libero? avrei potuto scegliere di non essere me?
Forze demenziali mi spingono follemente intorno a una macina da mulino.
Forze demenziali mi spingono follemente intorno a una macina da mulino.
Lasciatemi fuori per favore, io sono così stanco.
Lasciatemi fuori per favore, io sono così stanco.

 

Che ingenuità!

Come capita che si legge un giornale, ci si appiccicano le notizie addosso, e poi ci scappa che ci si indigna, ci si preoccupa per i destini dell’umanità, si auspica un ripensamento. Insomma, finisce che si cade giù dal seggiolone che ti stai facendo un bicchiere di rosso mentre te le vomita addosso una giornalista dalla TV del bar, quella che non hai il coraggio di dire se, mentre fai quella cosa cui attribuisci una certa sacralità, si potesse spegnere, o almeno se fosse possibile aumentate la razione di patatine e noccioline che, seppure fanno discretamente schifo, almeno scrocchiano rumorosamente sotto i denti e ti danno quel tanto di insonorizzazione sufficiente che ti consente di andare oltre un TG per aperitivo. soggetti3Niente da fare, io ho i miei modi, quelli che passano per dabbene, m’accontento – che non è mai vero che chi s’accontenta gode, bisognerebbe essere realisti e chiedere sempre e comunque l’impossibile – e chiedo poco. Mi merito di essere investito da quella pletora di brutture, che ne so, bombardamenti che colpiscono ospedali e ammazzano gente che non c’entra niente, teologi in pieno coming out – chi se ne frega di quello che fa un teologo nel letto di casa sua -, oppure un delicato senatore che in preda a machismi disperati simula eventi da cineteca porno con la grazia del bradipo! Per un attimo ti va giù male tutto, ti va di traverso la nocciolina con quel retrogusto di rancido che hai appena provato a fare scrocchiare… ti sembra di dire “in che mondo viviamo”. Poi ti rendi conto che quelle cose stanno insieme ed è questo che non va, che quelle cose lì stiano insieme, insieme magari ad un accordo su qualche punto di una riforma, ad un rigore che non c’era! Eppure, a eviscerare quei fatti, che c’entra la tragedia di interi popoli con l’eleganza del senatore con quel suo inno prorompente alla fellatio? Quella natura postribolare delle succursali del potere erano già presenti all’epoca in cui De Roberto scriveva i suoi “I Vicerè”, e non v’è dubbio che quel libro bisognerebbe che prima o poi sostituisse i Promessi Sposi sperando di smettere di tediare le giovani coscienze sino a disilluderle circa l’arricchimento possibile che potrebbe scaturire dalla lettura d’un buon libro. Ho la sensazione che il potere sia costretto talvolta a dare in pasto al mondo orripilanti cadute di stile giacché quelle, come il sipario della commedia dell’arte, annichiliscono allo sguardo l’orrore delle proprie deliberazioni, cosicché la gente, anzi, la gggente, quella con tante g, soggetto – quando non oggetto – indefinito e spersonalizzato possa urlare con la bava alla bocca il suo “tutti a casa”, in ciò preludendo esattamente alla volontà stessa del potere di sostituire se medesimo, attraverso il paradosso della democrazia – e per questa intendo il suo surrogato nel voto – proprio con se stesso. Chi se ne importa se v’è nel potere la dignità dell’abito morigerato se poi il bombardamento su di un campo profughi o un ospedale avviene comunque, se tagliatori di teste apparentemente fuorilegge possono commerciare con il mondo che dicono di volere distruggere, se popolazioni intere fuggono atterrite per l’orgia del potere, se chi lavora lo fa senza sapere per quanto ancora ed in condizioni di crescente privazione d’ogni diritto. No, mi dispiace, non ci casco! Fate pure ciò che volete, ho povere, anzi nulle, possibilità di ribaltare lo stato di cose esistente, spero solo che non si diffonda l’idea che ogni cittadino di questa terra abbia ancora la sveglia al collo e l’osso al naso. E poi “chiedere a chi ha il potere di riformare il potere!? Che ingenuità!” (Giordano Bruno). Ho il sospetto che ci vorrà molta legna nuova per nuove pire da qui a poco, quando saranno le moltitudini a vedere il re nudo, ma non basterà tutta la legna del mondo.

Il ribaltamento del viceversa

E no cari miei, così non vale. Bisogna mettersi d’accordo, altrimenti le asimmetrie diventano eccessive, poi qualcuno finisce che si indispettisce e di teste calde in giro se ne trovano sempre, forse non come un tempo, ma qualcuna secondo me ancora c’è. E ci sono certe mie pulsioni in quei giorni no che ne sono la prova provata. E allora si deve trovare una sintesi, bisogna mettersi d’accordo, appunto. Ragioniamo, dunque, come si compete tra persone civili, tra gente di buon senso. DSC_0023È vero che esistono profonde diseguaglianze, di classe intendo, tra le persone. Ma non mi tirate fuori la solita solfa di quel due per cento che detiene il sessanta per cento, eccetera eccetera. A che serve rivangare, è roba da secolo decimonono, mica da gente di questi anni frenetici, gente per bene che pedala, che “fa”, che si impegna. Bene, chiarito questo però alcuni puntini sulle i, con discrezione, si intende, io magari li metterei. Va bene che madama la marchesa alla Zona di Espansione Nord non ci va a stare e preferisce il suo castelletto con vista sul lago; mi sta anche bene che il commendatore Ciccio Bombo non prenda in affitto una soffittella semi arredata con vista sulla discarica appena appena sorta dal nulla della Suburbia a Sud, giacché, giustamente, come dice lui, s’è appena arredata la villa a quattro piani con vista sul golfo, da cui si gode il panorama da sufficiente distanza perché si perda il dettaglio della quinta del promontorio degli abusivi. Mi sta bene che anche il viceversa non sia consentito e non per libera scelta di quelli che stanno a ZEN e Suburbia, ma direi per qualche resistenza altrui. Vi ripeto, mi sta bene, non mi lamento, col mio stipendio mi merito un bilocale né pretendo l’attico, quello con le piante carnivore che si mangiano i giardinieri – che poi di questi tempi è così difficile trovarne di bravi – e la terrazza da cui si domina il mondo e che ci puoi andare in bicicletta e giocare a tennis in bagno! E se la signora contessa non farebbe mai a cambio consentendomi di usare le sue stanze affrescate da antichi schiavi, la capisco, non gliene faccio torto… E per parlare d’altro, è vero che la signora Pinco de Pallis, in virtù dei suoi conti monegaschi e caimaneschi mai e poi mai acconsentirà d’andarsi a scegliere nylon made in Taiwan nel mercoledì del mercato, né – mi pare di poter asserire senza tema di smentita – il buon cavaliere, che è il re delle maniglie delle porte blindate, il suo doppio petto blu con l’aria condizionata incorporata e il certificato sartoriale rilasciato dal notaio se lo comprò al “butto fuori tutto e chiudo”. Io queste cose le capisco e se anche non ho fatto il militare a Cuneo sono uomo di mondo, me ne faccio una ragione. E pure se il viceversa è sostanzialmente non consentito per ragioni che tralascio, queste sono cose che accetto. I miei maglioni con l’etichetta su cui c’è scritto, con ricco ricorso a simbologie assai criptiche, che è meglio che li lavi a mano, anzi è meglio se non li lavi proprio perché non si sa mai, mica pretendo che se il metta il venerato conte, col rischio che la sua epidermide elegantemente colorata da delicate lampade UV se ne potrebbe avere a male, ribellandosi e producendosi in un effluvio di pustole e pustolette, altro che la mia rozza copertura cutanea, che certo non si ribella giacché a certi tormenti è ormai adusa. Mi sta bene, vi dico che mi sta tutto bene, anche il categorico divieto del viceversa… E allora, proprio per pareggiare i conti, la qual cosa, se volete, potrebbe essere anche interpretata come il modesto tentativo di una pacificazione globale, proporrei che si cominci a mettere dei divieti a certi viceversa letti in senso antiorario. Allora, mia cara madama la marchesa, signor comm, egregio presidente, gentile cav., facciamo una cosa, da oggi voi mangiatevi pure le vostre tartine al beluga, con la salsina di Richelieur, bevetevi i vostri Cabernet che tanto a me il mutuo alla posta per pagarmene una bottiglia non me lo concedono. Fatevi fare dallo Chef che vi piace tanto – quello col ristorante che per mettere in vetrina i cappelli beccati dai forchettivendoli di certi almanacchi ci vuole la cappelliera, e per pagare il conto dovete fargli un bonifico “estero-estero” – il cervello di cavalletta in gelatina di alghe del lago della foresta del Cippo Lippo, se vi pare, Ma giù le mani dall’acquacotta, dalla ribollita, dalla panzanella, dalla sarda al beccafico, dal lampredotto; da oggi, e per sempre, ex legis non v’è più consentito. Salvo che tutto il resto dei viceversa proibiti non vi risulti un prezzo eccessivo da pagare, ed allora però si rimette tutto in discussione e vi tocca di socializzare l’ultimo Barolo che avete preso all’asta al prezzo di un bivani in semiperiferia, e quel pezzo di tartufo bianco, prima di grattarvelo sull’ovetto, vedete se in quel bivani c’è qualcuno che lo vuole. Mentre pensate al che fare, e vi fate l’inventario di beni da ridistribuire, in ragione dello sviluppo evolutivo d’un blasonato milionario palato prelogico alla cultura del gusto, io vi do la ricetta dell’acquacotta, come me l’hanno spiegata certe signore anziane d’una Toscana remota ed interna, quelle si avvezze al riuso ed alla condvisione, oltre il ghetto, per il ghetto. Ma perché proprio l’acquacotta? Ma perché è la quintessenza del nulla che si espone, ci mette la faccia e diventa tutto, rivendica già nel nome la sua essenza primordiale di possibilità di andare oltre, a partire dal niente. E allora basta poco per essere partecipi di tale miracoloso rifiuto dell’accumulo già ad una lettura rapida degli ingredienti, ben poca cosa. E allora fatele sfrigolare a striscioline sottili le cipolle, in un tegame bello alto e in olio d’oliva, ma a fuoco lento, giacché chi ha poco non ha fregole di scappar via a fare dell’altro, a preoccuparsi di sostenere il PIL. E così l’ortaggio, appena stimolato da quel calore lieve comincia a rilasciare acqua di vegetazione ma non s’abbrustolisce, non s’indora come certe pillole. Quindi dateci dentro col sedano a dadini senza trascurare di lasciare un po’ del fogliame, non tutto ma quanto basta ad acuire effetti cromatici di essenziale eleganza stilistica. E quando la cottura sarà ultimata aggiungete pomodoro tagliato a pezzettoni ed i peperoncini – se avete tendenza a palati robusti, non lesinatene – e continuate la cottura sempre a fuoco dolce.
Mantenete la cosa sempre brodosa stemperando con brodo vegetale, e magari con mezzo bicchiere di vino bianco, l’altro mezzo ve lo bevete, e se occorre ancora mezzo bicchiere e voi vi finite la bottiglia. Mi raccomando, che il sedano non si spappoli,e mentre verificate con attenzione che il disatro non avvenga sbattete le uova e versatele nel composto molto lentamente e mescolando continuamente. A consistenza desiderata raggiunta, lasciate riposare la minestra per qualche minuto.
e foderate il fondo d’una terrina di terracotta con delle fette di pane abbrustolito, quindi insaporite con una cucchiaiata abbondante di formaggio grattugiato e versateci sopra la zuppa molto calda. Servite immediatamente non prima di esservi accertati della presenza rassicurante d’un fiasco di Chianti in tavola, con quei bicchieri di vetro spessi che si vedevano una volta in certe trattorie e nelle case delle zie, quelli che si riempiono sino all’orlo perché il vino non va degustato, va bevuto, e chi non beve con me “peste lo colga”. Ah, dimenticavo, sotto jazz essenziale, di quello che scorre come un fiume in pianura, mi sento di consigliare Paul Desmond con Dave Brubeck.
E se mi permettete questo piccolo consiglio per i prossimi giorni, se avete tempo e voglia!

Disobbedienze a basso costo

Nell’era dei boy scout al potere, dar ragione ad un prete, ancorché non proprio archetipico, potrebbe apparire un tantino conformista. Ma, caro Don Milani, ci avevi ragione, l’obbedienza non è una virtù. Quello che non mi è però completamente chiaro è a cosa dovrei disobbedire di questi tempi strani.DSC_0008 Cioè, per intendersi, se disobbedissi a qualche legge, con l’aria che tira, finirei per conquistarmi attestati di merito: mettiamo, ad esempio, che mi faccia corrompere, che ne so, mi vendo un’esame, mi metto a lavorare in nero, insomma, c’è il rischio che qualcuno mi nota e finisco a dirigere una partecipata, una municipale, divento un boiardo di stato. Prima si mettono a parlare bene di me, poi mi fanno i salamelecchi, gli inchini, mi propongono per questa o quella carica, e dopo che accetto, qualcuno tra i più ossequiosi potrebbe persino pagarmi un caffè, una cena, un Rolex e sempre più su una vacanza chissà dove, il viaggio intorno al mondo in yacht da trentadue metri in compagnia di chi mi pare, magari mi comprano un appartamento a mia insaputa. Se poi mi metto a disobbedire anche alle leggi non scritte della solidarietà umana, va a finire che mi fanno come minimo senatore! E no, e quello non è più disobbedire giacché se farlo non corrisponde più ad un atto eversivo (del cambio direzione, intendo) come pensava il prete, e invece diventa esattamente il suo opposto, ossia “obbedire” al senso comune, al diktat del vita mea mors tua, del che m’importa a me!!! E allora ho deciso di disobbedire a modo mio, abbasso il PIL, non vado all’expo, ed anzi ogni giorno che passa mi segno su un taccuino tutti gli atti di disobbedienza che riesco a compiere, poi magari ogni tanto ve ne lascio traccia da queste parti, come queste cose qui: mi compro il vino del contadino – tiè – senza bollicine, di quello che “spunta” ma non diventa aceto perché ci ha tassi alcolici da molotov; non mi faccio wattsup (alla faccia della collega che mi dice, ma come non lo sapevi? Ma io l’ho detto su wattsup – ma perché non me lo dici davanti alla macchinetta del caffè visto che lì ci vediamo tutti i giorni?); e Faccia Libro non mi avrà, ed anzi me ne vado in giro a lasciare i libri che ho già letto sulle panchine, con una dedica “a chi lo sa”, che magari lo trova e se lo legge, sino alla prossima panchina; e mi vado pure a vedere gli spettacoli teatrali delle piccole compagnie di paese, quelle sommerse che strappano tre secondi scarsi di applausi, quelle di attori domenicali che si eccitano se finalmente una pro loco qualsiasi gli offre un gazebo e venti sedie di plastica, uno spazio dove, anche se recitano da cani, per un attimo si dimenticano che il giorno dopo è lunedì e ricomincia l’incubo della cassintegrazione; e me ne vado a comprare i libri nelle librerie che tengono aperte coi denti, quattro metri per quattro che odorano di muffa, e il libraio in pantofole, e compro le patate dal contadino tedesco e fricchettone, e poi, e poi… e voi?
Ah, dimenticavo, se avete voglia e tempo per cose disobbedienti, ve ne lascio qui una piccola traccia!

Solo poche parole, e nemmeno mie

M’è arrivata una cosa via mail… la faccio mia, semplicemente perché non a me non vengono parole guardando quel mio mare lontano e disperato.

dettagli e orizzonti52

“magari sotto a quel pezzettino di mare c’è una città sommersa piena di gente spettinata e contenta che s’incontra al mercato del pesce freschissimo; una città senza traffico dove ci si capisce tutti boccheggiando in bollicinese, dove nessuno ha mai bisogno di farsi la doccia né di salare l’acqua per la past’asciutta.

una città dove le sirene cantano, non urlano, e, quando fa buio, si possono guardare le stelle che, riflesse fra le onde, sono come piccole barche che portano lontano senza fare male”

(Lisa, vent’undici anni)

Vite in cambio

Non è per me consueto parlare di un libro in questo spazio. Ma talvolta le storie sono talmente belle e profonde che non ci si può sottrarre. Di più, se ormai da anni ho dismesso di praticare i saggi storici, riscoprirne uno che è capace di suggerire soluzioni narrative proprie di un grande romanzo è assai difficile. Dunque, “Vite in cambio”, di Santino Gallorini, ha queste caratteristiche. E’ un libro scritto bene, che si legge con grande facilità, e veicola ottimamente le vicende legate a Gianni Mineo, partigiano e pugile siciliano, che dalla sua Bagheria si ritrova ad operare come spia dei repubblichini prima, quindi come controspia dei partigiani. Erano anni di barbarie oltre ogni immaginazione, e lo scenario delle vicende narrate da Gallorini è quello delle stragi naziste: Vallucciole, Partina, Civitella… invito libro Gallorini.Centinaia di morti immolati ad un desiderio di sterminio che è parte arcaica e mai sopita di umanità represse. Mineo si muove con i tratti dell’eroe, ma il suo eroismo risponde a desideri di disseppellimento di quell’umanità sepolta dagli orrori di una guerra folle, folle come ogni guerra. Non indugia nella ricerca di allori, medaglie, prestigi personali e politici, riconoscimenti. Egli agisce da uomo, mostrando proprio nella normalità delle sue scelte la cifra più alta del suo eroismo. Opera perché la pulsione più forte che sembra muovere ogni suo gesto è proprio il rifiuto connaturato della violenza. Eppure le sue scelte non sono affatto scontate, giacché gli imprinting che l’immaginario collettivo sembra avergli cucito addosso sono ben altri. Conosce assai presto gli orrori della violenza, allorché il padre sparisce per “lupara bianca” in una Sicilia ancora (o forse già) senza leggi. Quando si arruola come carrista nell’esercito, lo fa quasi volesse esorcizzare l’individualismo del clima culturale e sociale dominante nella sua epoca, e lo fa perché non è disposto a pensare solo ad un “sé” assoluto. Dimostra, dunque, il suo profondo distacco da quel “sé” in ogni istante che seguirà a quella scelta, quando comprenderà che altri necessitano di lui, della sua forza, di quel caparbio attaccamento alla vita sua e degli altri, e di quella sua virtù di persuasione che ce l’ha restituito, dopo oltre settant’anni di inspiegabile oblio, come un punto di riferimento “culturale”. Il suo modus operandi è quello di un continuo rimettere in discussione il paradigma secondo cui l’uomo sia una sorta di monade irredimibile rispetto agli insegnamenti ricevuti, rispetto al sistema di valori cui è stato destinato. Quanto sembra distante quel personaggio che ricerca, come per rispondere ad un istinto primordiale lontano da ogni condizionamento, la vita, che rifiuta la guerra ed ogni beneficio la propria condizione contingente possa offrirgli, da certe devianze opportunistiche di questi nostri tempi. L’atto definitivo che ce lo restituisce “storico” è quel mettere a repentaglio la sua stessa vita per salvare oltre duecento persone rinchiuse in una chiesa dai nazisti, pronte ad essere immolate sull’altare dell’ennesima rappresaglia: duecento persone in cambio di una, quella di un ufficiale tedesco. Il colonnello era stato fatto prigioniero da un gruppo di slavi riusciti a fuggire dagli orrori del non lontano campo di concentramento di Renicci, vergogna questa tutta italiana che ha mietuto 159 vittime. In un rincorrersi di rocamboleschi eventi, Mineo ed il suo compagno d’avventura, il partigiano Rosadi, trattano con gli slavi, liberano l’ufficiale tedesco e consentono il rilascio di quegli innocenti pronti ad essere sacrificati in nome e per conto della superiorità razziale. E poi il gesto più “folle” di tutti: Mineo non sfila quale eroe, non ha scalpi nemici da esporre, non mette in mostra lustrini e tessere, non si fa trovare pronto ad essere portato in meritato trionfo. Mineo letteralmente svanisce, recando gelosamente i suoi diari e la sua storia con sé, spiazzando il sacro convincimento del “nulla per nulla”. Un ringraziamento allora anche a Santino Gallorini, che con impegno pervicace nel ricostruire e raccontare i fatti di “Vite in cambio” è riuscito a darci prove significative circa la possibilità di ribaltare rapporti di forza sproporzionati, paradigmi granitici, che negano la possibilità che si possa riconquistare un’umanità perduta, svenduta al peggiore offerente. Con Gallorini e del suo Vite in cambio si parlerà a Bibbiena, il 13 febbraio (vi allego l’invito nell’immagine a corredo di questo post, per chi si trovasse non troppo lontano ed abbia voglia di ascoltare una storia “bella”).
E per chi volesse saperne di più, eccovi qualche indirizzo. Buon tutto miei cari!
Gianni Mineo e Giuseppe Rosadi – Gli EROI dei “giorni della Chiassa”
La Freccia Verde

Auguri!!!

dettagli e orizzonti05“… Il Natale è l’unico giorno che gli uomini di buona volontà hanno in comune con gli uomini di cattiva volontà. E avere pace e comunione, per un giorno, con le più nere carogne della società significa credere in un tempo in cui vi sarà comunione senza che vi siano più carogne” (Elio Vittorini)

Punti zero e dentizioni!

Mi sono concesso un lungo periodo di latitanza da queste pagine. Ed anche da quelle dei miei amici blogger (verrò a trovarvi più spesso nei giorni a venire, adesso ne ho la facoltà, soprattutto mentale). Anche il mio computer sembra stia per tirare le cuoia. Poi il trasloco, il lavoro che tende ad essere presente anche quando farebbe meglio a starsene un po’ tranquillo, e soprattutto quello che vi ho raccontato nel post precedente. Scorcio Bibbiena2009-06-01Una fatica… Mi sembra ieri che se ne parlava ancora in via ipotetica sulla terrazza del vecchio Aldo Palazzolo, questa estate, con la visione di Ortigia dappertutto, e lo scirocco del tramonto che – senza fare troppi sforzi, a dire il vero, visti i soggetti – si oppone a movimenti muscolari eccessivi. “Ma chi te lo fa fare”, mi diceva. Come se volesse convincere soprattutto se stesso che non ne valeva la pena, sapendo entrambi che in realtà la cosa l’avremmo fatta: lui mi avrebbe portato la sua mostra, ed io sarei andato avanti perché, in un modo o nell’altro, si deve dare un senso compiuto al nostro stare su questa terra. E chi se ne importa se questo senso spesso lo condividiamo in tre o quattro. Così, e chi l’avrebbe detto, alla fine BEA (Bibbiena Editoria Arte, sempre quella del post precedente) è nata, con le contraddizioni dei giovani, le dolorose conquiste della dentizione. Piano piano ha preso corpo, superando diffidenze antiche, quelle che certe cittadelle ritenute inespugnabili ed assai poco popolari nell’immaginario collettivo, come quelle della cultura e dell’arte, si portano dietro. Alla fine si è conclusa oltre il “punto zero” della prima prova sperimentale.
Ogni momento è stato occasione di incontri e discussioni intorno a fotografia, arte, esposizioni, eventi, poesia e tutto quanto la fantasia è riuscita ad inventare con leggerezza, ironia, gioia e voglia di vivere. Vuol dire che attorno ai luoghi di una storia importante, si cerca ancora la parola, la trasmissione di esperienze, la quiete dell’ascoltare senza doversi preparare alla guerra quotidiana contro l’avanzata dell’inciviltà dei tempi. I moderni barbari non sono lanzichenecchi, ma menti raffinate, con una devastante potenza di fuoco. Inutile girarci attorno, si è provato a costruire l’antidoto alla mediocrità di chi non ama il sapere, la conoscenza, lo studio, la riflessione, lo spirito critico. Si è voluto stabilire un contatto per dare fisicità a pagine scritte e idee per un pubblico che abbia disponibilità a confrontarsi, a misurarsi con la complessità della vita e di un mondo sempre più indecifrabile, a mettersi in discussione, a rimodellare il suo punto di vista con l’esperienza del vissuto. La cultura che ancora una volta si oppone, può essere l’occasione per quelli che credono che la libertà, la conoscenza, sono cose ben più importanti dell’accontentarsi del giudizio di stomaco che viene fuori ogni qualvolta un’idea minacci privilegi e tornaconti. Oltre ai racconti che si dispiegano nel mondo, volevamo uno specchio che riflettesse le nostre rughe e i nostri tic. Uno specchio parlante che ci descrivesse nei particolari per continuare a volerci bene. Nonostante i tempi, e nonostante noi…
Adesso non rimane che ripartire, già da domani, sapendo che non sarà più una ipotesi sperimentale quella che ci toccherà, ma qualcosa che ha acquisito la concretezza e i respiri ampi di nuove conoscenze e nuovi canali di comunicazione. Sappiamo che per questo sarà tutto più semplice perché più difficile, a questo punto, sarà rinunciare a provarci ancora, giacché è ormai chiaro che sono diverse le strade che si sono incrociate, e tante quelle che intendono proseguire insieme (anche le vostre, se vi va). :-)