Auguri!!!

dettagli e orizzonti05“… Il Natale è l’unico giorno che gli uomini di buona volontà hanno in comune con gli uomini di cattiva volontà. E avere pace e comunione, per un giorno, con le più nere carogne della società significa credere in un tempo in cui vi sarà comunione senza che vi siano più carogne” (Elio Vittorini)

Specialismi specializzati

Non sono sorpreso da come ci stiamo evolvendo, è storia vecchia: ogni ambito del vivere quotidiano, si dice, va affrontato con competenza e tecnica appropriata, dal lavoro in fabbrica sino alla gestione definitiva del potere ai livelli più alti. E se anche qualcuno, all’apice della carriera per grazia ricevuta, non possiede titoli adeguati che testimonino l’elevata conoscenza del proprio ambito operativo, allora se ne critica l’operato – salvo poi lasciarlo dov’è giacché, forse, quell’incompetenza è funzionale al mantenimento di altrui, ed in basso, specializzazioni -. I leader carismatici auspicano un cambiamento radicale della società fondato sulla tecnica: “voi non vi preoccupate delle strategie, preparatevi bene, studiate, impegnatevi in un settore e statevene lì, per sempre, a dare il vostro alto e determinante contributo… al resto penso io”. Dettagli ed orizzonti sul Mar d'Africa2013-12-26Questo vuol dire che, in definitiva, l’operaio alla catena di montaggio deve essere abilissimo ad avvitare bulloni da dodici, attività che, si spera, riuscirà a fare “magnificamente” per tutta una vita, e sarebbe il caso che non si mettesse a citare Marcuse o Adorno mentre sviluppa la sua meritoria alienazione, rischierebbe di diventare una specie di fenomeno da baraccone, un soggetto grottesco ed antisociale. E immaginate un contadino che tira di zappa e, tra un pomodoro ed una melanzana, chiacchierando con il proprio collega d’orto, si mette ad esprimere giudizi epistemologici sulla “Dialettica della natura”? Via… al Maurizio Costanzo Show. Ad ognuno il suo ruolo, dunque, secondo la propria preparazione, e tale essa è se non è annacquata da altre interferenze che rischiano di aprire orizzonti nuovi nel cuore sotto formalina di contesti asfittici. L’unico sconfinamento previsto sia quello della diffusa competenza collettiva circa le formazioni delle squadre di calcio. Va bene, le cose vanno così. Ne ho preso atto, con dolore, talvolta con rassegnazione, ma ne ho preso atto. Ciò che mi sorprende è che tale stortura demenziale rischia di propagarsi anche in ambiti che ne sembravano immuni, come il mondo dell’arte, quella realtà dinamica che, in un passato nemmeno troppo lontano, ha spalancato le porte a cambiamenti epocali, apripista di anticipazioni travolgenti e nuove prospettive. Qualche mese fa, ad esempio, mi è capitato di ascoltare una conversazione tra fotografi che, trascurando quella che, secondo me – ma sono ben poca cosa -, è l’essenza di una foto, la sua capacità cioè di rendere permanente la narrazione di un attimo, si confrontavano esclusivamente su software di trattamento immagini, processori, obiettivi, dettagli ipertecnici. Povero Cartier Bresson. Poi, dopo una piccola esposizione dei miei quadri, mi è stato chiesto da quali studi specifici avevo attinto la mia tecnica (sic!). Ho conosciuto gente che scrive poesie, attribuendo unilateralmente ad esse valore di capolavoro assoluto, che non hanno mai letto un romanzo di più di cento pagine e che non hanno mai visto una mostra o sono andati in teatro. Ho visto cose che voi umani… Attori di teatro che, splendidi interpreti, conoscono Pirandello solo dalle riduzioni sceniche, e si consentono fuori della scena un uso assi disinvolto del congiuntivo. Ho sentito raffinatissimi critici d’arte proclamare l’eccezionalità di un’opera usando la stessa tecnica seduttiva e descrittiva per l’acquirente semplicemente cambiando all’uopo il nome dell’artista. Mi sa che – faccio ricorso al mio solito Vittorini – “ognuno che si sia fissato su qualcosa non si accorge nemmeno che intorno a lui ha luogo un mutamento, non vede che quanto ha già veduto, quanto ha imparato una volta a vedere”. Ma forse è proprio questo ciò a cui si tende… eventualmente indignatevi, e se intendete mettervi in gioco fatelo pure, ma in relazione esclusiva a ciò per cui vi siete formati: non sono ammessi pensieri troppo aperti che spazzolano orizzonti ampi, non sono ammessi visionari, tutta gente impreparata quella!

Memorie asimmetriche

Prima di ricongiungermi a Morfeo ad ore da infante (dopo Carosello, per intenderci), nell’intento di ricaricare batterie esaurite da una settimana di devastazioni, e non prima di aver compiuto i riti delle sacre abluzioni domenicali, ieri sera mi sono concesso qualche minuto di zapping con lo stesso entusiasmo con cui si rimane in ascetica contemplazione di una lavatrice che si esibisce nel suo vorticoso roteare. Moralis de fabula, mi sono sorbito una buona mezz’ora di turpiloquiare spinto. Chissà perché risulta più comprensibile la subalternità culturale dell’indugiare nel prelievo da vocabolari regrediti anziché esprimersi attingendo ad auliche e rigorose argomentazioni!

Disobbedienza civile

Disobbedienza civile – tecnica mista su tela 80×80

Mah! Comunque, sfatto e disilluso mi rimetto a riflettere sulla durezza del contingente e sulle fatiche che il giro di boa lavorativo mi riserva per i prossimi giorni. Lancio un’occhiata di – spero – comprensibile affanno alla pila infinita di verifiche rimaste da correggere, anticipando le soluzioni immaginifiche che i miei allievi mi riserveranno nelle prossime ore, e torno a riflettere sulla durezza delle regole contemporanee della Repubblica fondata sul lavoro. Ormai stretto tra gelide lenzuola mi torna in mente Il “Giorno della memoria”, il contrasto stridente tra le celebrazioni rituali e le teste di maiale lasciate alla Sinagoga di Roma, il silenzio delle bocche cucite dei migranti, e poi quella frase “il lavoro rende liberi”, rievocata in lingua originale, non si sa mai qualcuno, interrogandosi, ne comprendesse il significato recondito. Ed allora ho una cosa di Elio Vittorini per dare a quella, ahimé, celebre epigrafe meditata risposta: “Dio ha condannato noi uomini a lavorare e uno penserebbe che i posti dove non si vede l’ombra di un povero diavolo che tiri la zappa siano stati abbandonati dagli uomini e da Dio. Invece sono posti pieni di gente anche più degli altri. Con la differenza ch’è gente che ha capito, e che se la spassa in città, la maggior parte del tempo, a chiacchierare nelle piazze e a far festa nelle chiese. Poiché Dio è di manica larga, sa di averci condannati in un momento di cattivo umore, e trovar gente che lo capisce gli fa un piacere tale che ronza di continuo intorno a loro, e lavora Lui per loro; e rende ricche di raccolti le campagne loro come capita di rado che siano di quanti si attengono alla lettera della Sua scrittura”. Spero vi piaccia, e spero vi piaccia anche l’ultima di queste dieci tele che costituiscono il mio personalissimo “Decameron – doppi servizi e vista mare”. Che la lentezza vi accompagni.