Cattive influenze

Avevo programmato di evadere, dopo la solita settimana stordente, e di andarmene a passare un pomeriggio a Firenze, per soddisfare certi desideri d’urbanità repressa e per una visita in libreria (dove vivo non ce n’è, a quanto pare non servono), in considerazione dell’esaurimento definitivo delle mie scorte di letture. Non piove nemmeno più, ma l’anfiteatro di montagne ha riproposto lo gran rifiuto, rimbalzandomi l’influenza. Così, il massimo che posso permettermi, dopo una visita in farmacia per scorte di analgesici, aspirine, antiinfiammatori, è tornarmene a comprare il solito quotidiano che di tanto in tanto rileggo per affetto e nostalgia, forse nella speranza di trovarvi la rivelazione vertiginosa e definitiva. Per inciso, non c’era. Per il resto, la solita cronaca-carrellata indecifrabile di pratiche di accelerazione parossistica. Mi sono spostato in TV, infine alla radio, e quella cosa continua, incessante: hanno tutti fretta di fare qualcosa, di fare il presidente, di fare successo, di fare pulizia. DSC_0045Che fregola, e che smania, questa, che ci induce ad andare così di fretta da superare persino l’oggetto stesso delle nostre aspirazioni. “Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci”. (J. Ruskin) Ed allora, è questo il punto: tutto si muove così velocemente da non lasciarci il tempo nemmeno di capire cosa ci serve, cosa vogliamo. A me, ad esempio, serviva solo qualche libro e mi sono ritrovato con la tachipirina, un paio di giorni fa c’era un governo, domani ce ne sarà un altro, poi il congresso del sindacato – ovviamente finirò per stare con quella parte che prenderà come al solito lo zero virgola niente solo per una questione di principio -, e poi San Remo è San Remo, e ci saranno gli ospiti, e cosa faranno gli indesiderati se non sono stati invitati, e le riforme, e le europee, e la lista, e quelli che prendono le distanze, che hanno paura dei migranti, delle pleure, delle peritoniti, delle nutrie, della tares e del morbillo, che si sorprendono a sorprendersi, che “I miei scopi sono assolutamente insani, ma i miei metodi per raggiungerli sono razionali” (Achab?), “E senza dubbio il nostro tempo (…) preferisce l’ immagine alle cose, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’ apparenza all’essere (…). Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione” (Guy Debord O Feuerbach, o forse tutt’e due). E i miei virus influenzali, scommetto, in controtendenza, hanno coscienza di classe, stoica abnegazione, loro si che sanno rallentare!!!

L’ultimo dei Mohicani?

C’è un momento in cui, vacanzando sublimamente, mi faccio prendere dai sensi di colpa. Retaggi della cultura dell’iperattivismo. Roba di qualche secondo, comunque, poi mi passa. Tuttavia, per evitare di ripiombare nella stessa condizione di bieche autocritiche per ozio perdurante, mi porto in spiaggia certe letture espiative, anziché i soliti noir anni ’50/60. Certo, poi, sfogliando un libro sepolto da vent’anni di Etienne Balibar non mi posso stupire se ho la sensazione che una ipotetica lacrimuccia solchi memorie antiche. Così torno a casa in preda a convulsioni nostalgiche e, furibondo, metto a soqquadro un cassetto per tirarvi fuori una vecchia agenda. Ne ripercorro i nomi con indice malfermo e riordino circostanze e percorsi di vita. Taluni sono ancora lì, discretamente a mia portata, ma altri, che fine hanno fatto quegli altri? Dove saranno quei vecchi compagni? Quella che per prima mi amò, che credo fosse la libertà, o così mi parve essere? La prima tentazione è quella di cominciare spasmodiche ricerche, per ricomporre il quadro della storia, ma qualcosa mi frena: la consapevolezza ch’io stesso sono appartenuto, pochi, pochissimi anni fa ad un’agenda simile, in altre parti dello stivale. Mi ricordo quella telefonata accolta con l’entusiasmo di un “si, vediamoci”, e l’appuntamento per un sorprendente e collettivo rendez vous. Crollo sulla sedia e ripenso a quel momento. Ora, tralascio la constatazione che l’incedere inesorabile del tempo può provocare straripamenti adiposi, calvizie incipienti, canuzie consolidate, rugosità irriverenti, non è la vista di queste cose che mi angoscia, non sono mai stato troppo attento alle apparenze, ma il resto è storia recente e dolorosa. manifesti2

Talvolta si pensa che le cose non debbano cambiare, o per lo meno possano mutare, ma non troppo, al limite solo sul piano estetico, preservando la sostanza. Invece non è così. Lo sai, ne sei consapevole, l’hai verificato su te stesso, ma stenti a crederci, ed alla fine finisci col sentirti l’ultimo dei Mohicani, per certi aspetti millantando credito anche con te stesso. E quelle/i che, giovanissimi come te, hanno condiviso sacchi a pelo, autostop e barricate ora sono davanti ai tuoi occhi come il frutto d’una mutazione antropologica: taluni financo astemi, dimentichi di aver bevuto di tutto, forse persino gasoli scadenti – io mantengo un regime alcolico piuttosto regolare, non disdegno -; e poi quelle/i che ce l’hanno fatta e che telefonano al loro agente ogni quarto d’ora; quello che ha la compagna di vent’anni più giovane che con occhi smarriti si guarda intorno con misto di perplessità e disgusto pensando “ma dove sono capitata”; quelle/i con la maglietta di Mao (ma nella versione più radical e meno compromettente di Warhol), quelle/i liberi e professionisti, ricchi e spietati come il conte di Montecristo, che dicono “bei tempi, però…”; quelle/i che “ho comprato una casetta in Sardegna, ci vado appena torno da Cuba”; quelle/i che hanno fatto il salto del fosso e fanno gli assessori – alla cultura, si intende -; quello (singolare maschile) che il salto l’ha fatto della quaglia e che quindi non c’è ma fa il convitato di pietra, almeno c’è qualcuno di cui parlar male (e a ragione); quelle/i che questo è yin e quest’altro è yang rinnegando passato e memorie monogastriche; quelle/i con figli tardivi cresciuti secondo principi libertari perché hanno superato la coercitività dell’educazione borghese e che in sintesi vuol dire che hanno facoltà di smoccolarti nel piatto da cui mangi senza nemmeno un “non si fa” di circostanza altrimenti crescono con le turbe; quelle/i che ho scritto un libro, un capolavoro, “ma tu hai ancora contatti con quella tua amica della casa editrice? Perché mi piacerebbe che…”; quelle/i che “alla mia ultima mostra c’era Lui” (niente turpiloqui sul mio blog); quelle/i che… ahimé! Mi sorprendo ad un bivio e non so quale strada imboccare, se quella di Guy Debord – “questa gente è in grado di sopportare qualsiasi cosa perché sopporta se stessa” – o quella (come racconta Bufalino) di quel prete che “pensieri angosciosi mi assalgono: potrei perdonare qualsiasi peccato. Che sia più buono di Lui?”. Ma io… io, invece, cosa sono ora, giacché è chiaro ormai che non sono più nemmeno l’ultimo dei Mohicani, accidenti a me. Boh! Chiudo rapidamente la vecchia agenda e la riseppellisco dove l’ho trovata, come un’ascia di guerra e mi accendo il Calumeth della pace. Domani, in spiaggia, Sudoku.