L’ecumene della bellezza

Il mondo è un ecumene, un unicum in cui donne e uomini si incontrano per millenni, percorrendo le innumerevoli strade evolutive delle culture. Le frontiere sono la follia burocratica di perverse difese ad oltranza di interessi parziali. Sono nella testa prima che nei luoghi e nel DNA. Le grandi civiltà sono nate lungo le grandi vie, la Via della Seta che unisce Oriente ed Occidente, come quella dei giganteschi traffici del Mediterraneo sin dai tempi di Fenici ed Egizi. Ma c’è sempre il ricordo del punto di partenza, il luogo che si è abbandonato per ricercarne di nuovi, per desiderio di scoperta, o perché costretti a fuggire. Ho trovato una poesia di quello che viene considerato il Dante del mondo Arabo, una poesia che è ricordo toccante della propria patria (ve la lascio in fondo). Solo che quella patria non è, come la vulgata potrebbe immaginare, la Libia o l’Arabia o la Siria, bensì la Sicilia. Già, perché Ibn Hamdis nasce a Siracusa (per qualcuno a Noto nel 1056), comunque in terre d’approdo di nuovi migranti, e dopo aver combattuto per la sua patria, minacciata dai cattolicissimi Normanni (altro che liberatori in una terra che già l’Amari nell’800 definiva per metà Araba e per l’altra Greco-ortodossa), fu costretto ad un doloroso esilio nei sultanati di Spagna. Il ricordo va subito ad un altro grande esiliato, Dante Alighieri, che seppe tradurre il proprio amore per la natia terra lontana in indimenticabili componimenti poetici. Ma c’è dell’altro – sono un biologo, non un umanista, vado a tentoni -. Poco distante da dove ebbe i natali Ibn Hamdis, nasce, circa mezzo secolo dopo (un’inezia, in tempi senza internet, stampa o TV), tal Jacopo Notaro da Lentini, considerato tra i primi, se non il primo, scrittore “in lingua italiana”. Se siete curiosi, cercate in rete o – sarebbe preferibile – in libreria, taluni componimenti poetici di questi due “siciliani” e concentratevi su quegli inni alla vita, le elegie dell’amore, preludio all’”amor cortese”, per scoprirvi tali elementi comuni ed inediti (richiami a certe cose di Saffo?) da lasciare più di qualche sospetto in merito a probabili contaminazioni. I due avrebbero potuto respirare la stessa aria, precursori di culture di mondi oggi ritenuti – è ciò che è grottesco – antipodici, e per tal ragione meritevoli di “reciproci respingimenti”, non accoglienza, non riconoscimento dell’altro che in realtà non è tale. Ah… dimenticavo, già che ci siamo vi lascio anche una canzone, una cosa Siculo-Araba che come la poesia che segue mi ricorda quanto si possa costruire bellezza ed armonia se solo ci si guarda negli occhi con la sola pretesa di farlo.dettagli e orizzonti32
LA TERRA DEGLI AVI
Ah, da nuvola folgoreggiante in patria
brillò lieve un lampo, leggero come il saluto
che una mano accenna con la punta delle dita!
(Esso) fece sgorgare | da occhi insonni lacrime nascoste, e li illuminò di luce
benché fosse notte scura
Oh, meravigliosa visita!
Apparve l’immagine a (visitare) palpebre che,
quando mi rinvenni, ritenevano ancora l’illusione…
Soggiorno in Saqi Ahra,
al confine di un deserto arido e brullo
vicino ad un lembo di terra schiaffeggiato dal vento,
quando soffia umido e freddo.
Mi giunge un soffio dell’odore del muschio, dal deserto; a chi volesse avventurarsi
in questi orridi luoghi sono (da superare)
un immenso mare e vaste pianure
Con l’aurora le tenebre si rivestono di luce,
come si riveste di sudore, per la lunga corsa,
il petto di un morello
Sospiro di nostalgia per la mia terra,
nella cui polvere si son consunte le membra
e le ossa dei miei,
come sospira verso casa, avendo smarrito la strada,
un vecchio cammello sfinito,
impacciato dalle tenebre.
Già è svanito dalle mie mani
il fiore dell’amor giovanile,
ma la bocca è piena del suo ricordo.

Estreme inconsapevolezze

Che posto meraviglioso l’Italia. Quello che non ho mai capito – che volete, ho sempre dei pensieri semplici – è perché non abbia mai il coraggio di guardarsi allo specchio e, finalmente, accettare tale evidenza al cospetto del mondo. Quello di cui non mi capacito è per quale ragione questa cosa ci dia così immenso fastidio da procurarci l’orticaria. Quello che mi sfugge è perché non riusciamo ad ammetterlo, innanzitutto a noi stessi. Quello che non comprendo è per quale ragione oscura esprimiamo di noi solo il lato oscuro, quello che, in definitiva, finisce per dipingerci (e non senza una qualche ragione) come gangster, corrotti e corruttori. Quando qualche anno fa, in visita ufficiale, un presidente algerino (non me ne ricordo il nome) si presentò qui da noi portandoci i saluti della terra di Agostino d’Ippona, in pochi hanno rimarcato quel gesto di straordinaria lucidità che avrebbe al contrario dovuto riempirci d’orgoglio, giacché, indirettamente, rendeva omaggio alla nostra storia, alla nostra cultura, cui il mondo intero ha contribuito. Mi viene in mente che l’esatto contraltare di quel magnifico gesto di fratellanza si ritrovi in certe baracconate con cui abbiamo accolto dittatori della peggior risma e nelle esternazioni assai poco edificanti circa le inappropriate proporzioni dei deretani di colleghe straniere cui si sono lasciati andare taluni nostri vertici istituzionali. Certo, accettare l’idea che uno dei padri della Chiesa abbia trasmesso messaggi epocali (lo dico ponendomi al di sopra d’ogni sospetto non essendo io stesso credente) da quella costa da cui partono migliaia di disperati alla ricerca di miglior vita (e che respingiamo senza troppi complimenti), è assai meno tranquillizzante dell’ammettere che la cristianità che difendiamo ha tra le sue icone l’immagine d’un Cristo che non rassomiglia certo ad un giovane Arafat (cosa invece assai probabile, se non altro per provenienza geografica), ma piuttosto possiede i lineamenti gentili e rasserenanti d’un vichingo. Del resto, basta sfogliare le nostre antologie scolastiche per trovare, tra indubbi capolavori, poesiole untuose, anzicché la ricchezza di quella meravigliosa e dimenticata produzione letteraria ed artistica di cui siamo stati capaci per millenni, ancorché sotto mentite spoglie. Mi viene in mente, per esempio, la potenza lirica di un poeta siracusano, Ibn Hamdis, tra i più grandi di sempre in lingua araba, che ha lasciato opere di tale intensità da non poter essere ignorate dai posteri. Poi, a poca distanza temporale e geografica, un tale di nome Giacomo da Lentini, riprendeva quei temi poetici e struggenti, per riproporli, praticamente per primo, in una strana lingua, un idioma sin lì sconosciuto alla letteratura e che sarebbe divenuta a stretto giro di posta la lingua di Dante. Chissà se un certo “ex” europarlamentare – che non cito perché sono persona assai poco avvezza a dare troppo risalto a taluni personaggi -, strenue difensore della identità nazionale, della lingua e della cristianità è stato informato di dette circostanze e d’altre ancora che costituirebbero formidabile elenco a testimonianza di ciò che siamo: un paese meraviglioso, perché organicamete, culturalmente, geneticamente “bastardo dentro”.

Una faccia