Inquietudini!

Dislocato fra quattro mura remote, scorgendo del mio tempo solo ritagli fuggevoli, ignaro di mille usi e contegni odierni, ho la curiosa impressione di vivere in bilico sulla ruota dei secoli, infinitamente più prossimo a San Girolamo che ad uno degli spippolatori che affollano l’I pad del bar pochi passi più su, in piazza. Tuttavia, tale consapevolezza non rende merito alla mia disillusione circa l’efficacia del sacrificio – un’idea che appartiene ad un martire non è detto che sia una buona idea -, dunque, preparo le contromosse, centellinandone l’utilizzo per non disperdere in un solo colpo il mio armamentario d’alternative. ColmarCosì, cercando di non farmi travolgere dalle enormi auto che sfidano le leggi della fisica percorrendo le strette strade del borgo, mi sono prodotto nell’ascesa per il caffè del meriggio verso la piazza centrale, il rinascimentale trampolino proteso verso l’orizzonte circoscritto dall’emiciclo claustrofobico dei monti. Ancora in preda allo sconforto per vedere la creazione di tale antico ingegno urbanistico trasformata in un parcheggio, ho colto la presenza del vecchio Mike spalle al muro, ad esporre minor superficie possibile all’incedere inesorabile d’un gigantesco fuoristrada per l’ennesimo giro di piazza. È probabile che il suo proprietario, impegnato nella giostra, sia stato colto dal dubbio atroce che qualcuno non avesse notato la sua presenza a bordo del potente mezzo e, per generosità, non volesse togliere ai propri concittadini la gioia di esternare con gridolini d’approvazione l’ammirazione per la possenza del suo mezzo. E nel contempo si prodigava nella ricerca d’un comodo asilo che fosse anche bella mostra per il suo destriero metallico – abbandonarlo nell’anonimo parcheggio appena fuori le mura dove scarseggiano sguardi compiaciuti era fuori discussione,– per un altro paio di giri, in attesa che qualcuno dotato di mezzi più prosaici gli cedesse il posto meritato – ubi major minor cessat -. Fallita la ricerca dell’agognato ricovero ha abbandonato il campo, liberando me, l’amico ed un paio di vecchine dalla prigione delle nicchie di negozi disabitati. Abbiamo così potuto avvicinarci non senza aver prima evitato di calpestare un paio di monolitiche ed elevatissime deiezioni canine; così gli ho proposto il concerto jazz del sabato sera. L’inquietudine del passo che consente la fuga dalla bolla temporale, del resto, si è dissolta con le ultime nevi sotto il sole della primavera. Buon concerto, anzi se vi capitano questi tipi qui, non perdeteveli. Ma stranamente poca gente, e giacché si ritardava ad iniziare, abbiamo approfittato per farci un calice di discreto Rosso di Montalcino, anche per buttar giù l’ettaro di lasagne di Marica e Michele consumate in tutta fretta prima della partenza. Al bancone del bar, però, un’angoscia che non vi dico, una cosa sotto pelle annichilente, ha pervaso ogni parte del mio corpo: tutti i presenti, ancorché non molti, avevano un aspetto familiare, abiti riconoscibili, espressioni note. Eppure non ne conoscevo nessuno. Ma quella strana sensazione di deja vu mi ha spinto a raccattare frammenti di conversazione sino a svelare il mistero di quella inquietudine: tutti insegnanti, avvolti dalla nuvola della rassegnazione, consacrati all’altare dell’inutilità del proprio ruolo. La conclusione è ovvia: anch’io, nel tempo, devo aver assunto quella facies. Attendendo che i musicanti si esprimessero ho vuotato il calice affinché con il suo contenuto scivolasse via anche il sapore crudele della scoperta che ha poi continuato a flagellare la notte abbreviata dalle riarticolazioni orarie. Memore di quanto osservato la sera prima, la mattina ho provato a ridefinire con quanto contenuto nel mio scarno guardaroba qualcosa che somigliasse ad una nota distintiva rispetto alla “norma”. Niente, il vuoto, il deserto della Namibia, quello dei Tartari, nulla sotto vuoto spinto. Negli anni, l’esile insieme dei miei strumenti di vestizione mostra tutto il suo sincretismo, la sovrapposizione indistinta di stili desueti con cose fuori tempo massimo. Nulla che abbia a che vedere con scarpette colorate, giubbottini variopinti, vite basse. Rassegnato ad essere come sono ricompongo il quadro desolante di ciò che indosserò e con quella mimetica me ne vado a vedere la mostra di foto qui accanto, inaugurata appena il giorno prima e che, come sempre accade, riceve visitatori praticamente solo per i primi due giorni. Non faccio in tempo ad entrare nella prima sala che vengo respinto da un’evidenza scioccante: la folla numerosa di tutti con la macchina fotografica a tracollo, modelli sofisticatissimi che denunciano la strabordanza di certe adipi impennandosi sulle pance con i loro zoom imponenti (che siano compensativi?!?) protesi a scrutare volte o cieli inesplorati. Come se un pittore andasse a vedere i quadri di Pollock con pennelli e tavolozza, o uno scultore che ci tenesse a mostrare martello e scalpello davanti al David, un melomane che dal loggione fa penzolare un flauto traverso ascoltando Il Rigoletto! Beh… vabbè, ho capito, ci tornerò un’altra volta, quando è passata la buriana, mentre posso ancora entrare senza essere scambiato per un inesperto ed incauto visitatore… che ne so, un insegnante. Comunque, se ci sono cose decenti in giro, fatemelo sapere. Adesso me ne torno a casa, è meglio, ho una bottiglia di Cabernet decente e mi faccio due spaghetti, che ho pure trovato i pomodori Marinda al supermercato, in confezione regalo, a sei Euro al chilo.

Fenomenologia degli arlecchini!

Il buon vecchio Mike è un personaggio straordinario. Editor inglese in pensione, ormai vive qui da quindici anni, continua a leggere l’Economist (vattelapesca come se lo procura, sarà un abbonamento), giornale un tempo assai inviso da queste italiche parti per certi apprezzamenti piuttosto pungenti su talune personalità di spicco delle nostre istituzioni. e non ha imparato una sola parola di italiano, Sostiene che sia colpa di Michele, il nostro oste di riferimento, di cui siamo clienti fissi entrambi (praticamente complementi d’arredo della trattoria), Il castelloche, avendo vissuto per anni in Inghilterra, gli consente una fluente conversazione in lingua madre, impedendogli con questo di progredire nell’uso del nuovo idioma. Per quanto mi riguarda, invece, il mio inglese è rimasto a cose del tipo “the pen is on the table”. Ho l’attenuante di sviluppare pensieri in un siciliano arcaico che viene poi tradotto in un italiano barocco e borbonico, dunque ,con pochi spazi per altre parlate, difficoltà cui si inserisce una seria propensione nell’indugiare in atteggiamenti di pigrizia assai poco avvezzi ai cambiamenti epocali. Comunque, ieri era l’Otto Marzo, l’anniversario d’una carneficina, ed avevo trascorso una pesante mattinata a scuola (difficile reggere i preadolescenti in un sabato che sa di primavera per cinque ore, occorre una pazienza al cui cospetto Giobbe apparirebbe come un vecchietto bizzoso). Non solo, ma mi ero sorbito la pletora delle dichiarazioni incrociate dei notiziari circa le quote rosa, ossia su un sistema che consenta anche alle donne di essere rappresentate paritariamente ai vertici delle istituzioni. Si dice sia necessario, come sarebbe auspicabile anche la presenza di più donne ai vertici delle aziende, che questa cosa fa crescere il PIL, modernizza il paese… Personalmente non sono proprio d’accordo: io mi porrei piuttosto il problema di togliere di mezzo anche gli uomini dai vertici, anzi, proprio di togliere di mezzo i vertici, non solo di azzerarli, ma di renderli inutili, un cambio di prospettiva paradigmatica, direi. Questa cosa me l’hanno spiegata le mamme di Crimea contro la guerra, le mamme No Muos, le Suffraggette (un tale in un bar, facendo sfoggio di grande cultura e di competenze politiche elevatissime, le chiamava olgettine). Ma scusate, sto divagando. Allora, vi dicevo di Mike. Avendo subodorato che la festività in questione avrebbe riempito la trattoria di Michele, l’ho convinto a rinunciare alla cena per andare a sentire un concerto jazz della Zavalloni a Firenze. Dopo una giornata di chiacchiere, la compagnia di Mike è fantastica per le sunnominate difficoltà linguistiche di entrambi. E poi il concerto è stato francamente stupefacente… il jazz è la cosa più fenomenica che esista, una brezza, un uragano, la burrasca, tutto insieme e senza preavviso: la sorpresa ad ogni battuta, la fantasia al potere. Il ritorno è stato piuttosto duro, sia perché non sono più così abituato a tirar tardi, sia perché Mike, stordito ed ammaliato da uno standard di Duke Ellington reso immortale dalla vecchia Billie Holiday, ha continuato a canticchiarlo a mo di ninna nanna per tutto il passo che dobbiamo affrontare (anda e rianda) per far rientro a casa, e il cui nome evocativo di Passo della Consuma mai fu così azzeccato. Comunque, ho avuto il tempo per un notiziario, prima che il segnale radio venisse oscurato dai monti. Ho così appreso che, nel corso della giornata, c’è stato un tale (non lo nomino, ho fatto un fioretto) che ha parlato dell’incontro delle diverse culture nel nostro paese come di un’arlecchinata. Come dire, ho sbagliato tutto se io, col cuore ed il DNA nel Mar d’Africa, me ne son andato in giro con uno che ha fatto le scuole a Birmingham e vissuto tra Londra e la Spagna, per di più conosciuto nel cuore dell’Appennino, per sentire il jazz d’oltre oceano. Che degenerato, mi sono scordato di scavare le trincee alle frontiere.