Ozio e lentezza.

Allora, a proposito di Lentezza, sono qui, approfittando di questo lungo ponte, che provo ad organizzare il materiale per un paio di libri, uno praticamente già concluso, l’altro che ha superato da un pezzo il giro di boa ma che se ne sta quietamente in attesa ch’io mi decida a dargli quel senso compiuto che – presumo, ma soltanto presumo – meriterebbe. Le cose, dicevo, vanno a rilento, com’è d’uopo. Sono anche alle prese con il tentativo di metter su un paio di mostre per il periodo delle feste di fine anno. Insomma, troppa carne sul fuoco, direi. Talmente tanta da farmi venire le vertigini. Non ci sono abituato. Così riciclo un vecchio post, una cosa non mia ma che depone in favore di scelte oziose (anche il riciclaggio, del resto testimonia d’una condizione dell’anima), nel tentativo di dare una giustificazione a certe mie spigolature caratteriali poco avvezze al superattivismo. Buona lettura!Multilentezze

Nonostante la mia pigrizia, ho fatto un mucchio di cose che non avrei dovuto fare. Però ho confermato l’esattezza del suo giudizio per quanto riguardava il tralasciare di fare molte cose che non avrei dovuto assolutamente tralasciare. La mia pigrizia è sempre stato il mio cavallo di battaglia. Ma non mi vanto di ciò, è un dono di natura. Sono in pochi a possederlo. C’è una gran quantità di pigri, ci sono mascalzoni a bizzeffe, ma un ozioso genuino è una rarità. Non è il tipo che se ne va in giro con le mani in tasca. Al contrario, la sua più sorprendente caratteristica sta nel fatto che è sempre vorticosamente indaffarato. Infatti è impossibile godere della pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere. Non è affatto divertente non far nulla quando non si ha nulla da fare. Perdere tempo diventa allora una mera occupazione, e un’occupazione tra le più affaticanti. L’ozio è come i baci, per essere dolce deve essere rubato. Molti anni fa, quand’ero un ragazzo, mi ammalai gravemente: non sono mai riuscito a capire che cosa avessi di tanto grave, a parte un bestiale raffreddore. Immagino però che si trattasse di un malanno molto serio perché il dottore mi spiegò che sarei dovuto andare da lui un mese prima, e se la mia malattia (fosse quel che fosse) fosse durata per un’altra settimana, lui non avrebbe risposto delle conseguenze. Pare impossibile, ma non ho mai saputo di un medico chiamato a curare un qualsiasi ammalato, senza che si scoprisse che un altro giorno di indugio avrebbe reso impossibile la guarigione. La nostra guida sanitaria, filosofo e amico, è come l’eroe di un melodramma: compare sulla scena solo ed esclusivamete all’ultimo minuto utile”. (“Pensieri oziosi di un ozioso” – Jerome K. Jerome)

La lentezza, parte seconda!

Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci”, diceva John Ruskin, al tempo in cui per andarsene appena fuori confine non v’era necessità di portarsi dietro i permessi di soggiorno, ma buone gambe o un buon cavallo o una barca che non affonda troppo presto. È che le accelerazioni mi mettono ansia. Credo di essere l’unica persona che conosco – tra quelle automunite, si intende – a non avere mai preso una multa per eccesso di velocità. Quando sono per strada gli autovelox mettono la freccia per superarmi. Ciò mi rende in pratica un soggetto eversivo. Abbasso il PIL, remo contro. Ad inquietarmi della velocità è dunque che fa perdere i dettagli di ciò che incontriamo, rende la visione delle cose sfocata, i contorni indefiniti. E questo è un dato sufficientemente incontrovertibile, almeno dal mio punto di vista. Eppure c’è un mucchio di gente che continua a pensare che ci si debba attrezzare per essere rapidi, la velocità rende competitivi, la prontezza di riflessi determina il successo evolutivo, fa progredire la specie, porta all’acquisto degli F35. Persino i miei alunni mi chiedono “quanto fa la sua macchina?”, ed io rispondo “circa venti al litro” (sono lento anche di comprendonio ed influenzato dalla dialettica serrata e perdente con il bancomat, oltre che dal valore ponderale della mia busta paga). Così ho deciso di spingere i miei convincimenti eversivi ed antimodernisti sino alle estreme conseguenze, al crollo delle borse, già dalle vacanze che tra qualche giorno mi offriranno spunti importanti.

Tempo persoCominciamo dalle letture: non ne farò di nuove, ma mi concentrerò su titoli già letti ma di cui ho deciso di eviscerare i contenuti più profondi e nascosti, non si sa mai qualcosa mi sia sfuggita. Rileggerò, nell’ordine: “Pensieri oziosi di un ozioso” (Jerome K. Jerome), “la Lentezza” (Milan Kundera), “La scoperta della lentezza”(Nadolny Sten),“Elogio della Lentezza” (Lothar Seiwert). Mi dedicherò anche alle attività sportive: la pesca dalla spiaggia con canna telescopica, innanzitutto, ma anche trekking urbano notturno con frequenti pit stop nelle enoteche che forniscono vini invecchiati lentamente. Infine, programmerò cene e pranzi a fuoco lento, tenendo come punto di riferimento imprescindibile le “Ricette immorali” di Manuel Vasquez Montalban. Non disdegnerò le pratiche di conversazione, in particolare quelle che per definizione non portano da nessuna parte, ma che rendono circolare il tempo e la perifrastica (sia attiva che passiva) un gioco di ruolo con le porte spalancate verso impreviste vie di fuga.

Chi vuol seguirmi, è certo, non farà troppa fatica a starmi dietro, ma sappia dei rischi che corre, poiché sarò l’untore il cui scopo primario sarà la diffusione pandemica di questa mia patologia, e, quale eccezione che rende perfetta la regola, pure molto, molto, molto velocemente.

Lentezza

A proposito dell’essere lenti – condizione che ritengo nei giorni che viviamo come una necessità di legittima difesa – mi sono venute in mente alcune cose. Tuttavia, almeno per il momento, credo che le terrò per me giacché mi sembra d’aver trovato qualcosa di estremamente esplicativo e assai più efficace – se non altro per eleganza letteraria – a riguardo del prendersela comoda.a chi lo sa2009-12-29

“Nonostante la mia pigrizia, ho fatto un mucchio di cose che non avrei dovuto fare. Però ho confermato l’esattezza del suo giudizio per quanto riguardava il tralasciare di fare molte cose che non avrei dovuto assolutamente tralasciare. La mia pigrizia è sempre stato il mio cavallo di battaglia. Ma non mi vanto di ciò, è un dono di natura. Sono in pochi a possederlo. C’è una gran quantità di pigri, ci sono mascalzoni a bizzeffe, ma un ozioso genuino è una rarità. Non è il tipo che se ne va in giro con le mani in tasca. Al contrario, la sua più sorprendente caratteristica sta nel fatto che è sempre vorticosamente indaffarato. Infatti è impossibile godere della pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere. Non è affatto divertente non far nulla quando non si ha nulla da fare. Perdere tempo diventa allora una mera occupazione, e un’occupazione tra le più affaticanti. L’ozio è come i baci, per essere dolce deve essere rubato. Molti anni fa, quand’ero un ragazzo, mi ammalai gravemente: non sono mai riuscito a capire che cosa avessi di tanto grave, a parte un bestiale raffreddore. Immagino però che si trattasse di un malanno molto serio perché il dottore mi spiegò che sarei dovuto andare da lui un mese prima, e se la mia malattia (fosse quel che fosse) fosse durata per un’altra settimana, lui non avrebbe risposto delle conseguenze. Pare impossibile, ma non ho mai saputo di un medico chiamato a curare un qualsiasi ammalato, senza che si scoprisse che un altro giorno di indugio avrebbe reso impossibile la guarigione. La nostra guida sanitaria, filosofo e amico, è come l’eroe di un melodramma: compare sulla scena solo ed esclusivamete all’ultimo minuto utile”.(Jerome K. Jerome)

Che ve ne pare?