Ozio, lentezza e nostalgie

“Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci”, diceva John Ruskin, al tempo in cui per andarsene appena fuori confine non v’era necessità di portarsi dietro i permessi di soggiorno, ma buone gambe o un buon cavallo o una barca che non affonda troppo presto. È che le accelerazioni mi mettono ansia. times18-copyCredo di essere l’unica persona che conosco – tra quelle automunite, si intende – a non avere mai preso una multa per eccesso di velocità. Quando sono per strada gli autovelox mettono la freccia per superarmi. Ciò mi rende in pratica un soggetto eversivo. Abbasso il PIL, remo contro. Ad inquietarmi della velocità è dunque che fa perdere i dettagli di ciò che incontriamo, rende la visione delle cose sfocata, i contorni indefiniti. E questo è un dato sufficientemente incontrovertibile, almeno dal mio punto di vista. Eppure c’è un mucchio di gente che continua a pensare che ci si debba attrezzare per essere rapidi, la velocità rende competitivi, la prontezza di riflessi determina il successo evolutivo, fa progredire la specie, porta all’acquisto degli F35. Persino i miei alunni mi chiedono “quanto fa la sua macchina?”, ed io rispondo “circa venti al litro” (sono lento anche di comprendonio ed influenzato dalla dialettica serrata e perdente con il bancomat, oltre che dal valore ponderale della mia busta paga). Scrivevo ciò diverso tempo fa, su questo stesso blog che ultimamente frequento assai poco e non per mancanza di volontà. E come diceva un vecchio amico che non c’è più, quando uno comincia a citare se stesso vuol dire che è alla frutta, io ho piuttosto una grande sensazione di prossimità alla canna del gas. È che mi sembra non si veda luce, va tutto troppo veloce, mi verrebbe da dire “ma dove andate tutti così di fretta, dove andate? Di cosa avete paura, che qualcuno vi rubi l’arrivo, un posto sul podio?”. Persino mi capita di andare ad una conferenza dove presentano un libro su una femminista storica e dal dibattito che emerge sembra che il problema sia di garantire pari opportunità d’arrivare primi alle donne com’è concesso agli uomini. Dunque io non sarei femminista giacché non mi importa nulla se una donna arriva prima, né se a farlo è un uomo, dunque non sono nemmeno maschilista. E pensare che un tempo – ero assai più giovane allora – mi costringevo a probanti sedute di autocritica di genere, un po’ certo per entrare nelle grazie altrui – di elle, si intende – ma anche perché mi piaceva l’idea che era insita in quel femminismo di una sorta di ribaltamento paradigmatico che puntava all’annullamento delle gerarchie, dell’ordine di arrivo, e non si parlava di meritocrazia come strumento per acquisire il comando “ora e subito” – il più bravo/la più brava se lo merita – ma si “blaterava” di libera espressione dei propri talenti da rendere alla collettività come risorsa comune. Così, per me, che non disdegno le pratiche di conversazione, in particolare quelle che per definizione non portano da nessuna parte, ma che rendono circolare il tempo e la perifrastica (sia attiva che passiva) un gioco di ruolo con le porte spalancate verso impreviste vie di fuga, il dibattito è stata un’induzione al silenzio. Certo si può anche essere in totale disaccordo con ciò che dico, ma chi vuol seguirmi, è certo, non farà troppa fatica a starmi dietro, ma sappia dei rischi che corre, poiché sarò l’untore il cui scopo primario sarà la diffusione pandemica di questa mia patologia, e, quale eccezione che rende perfetta la regola, pure molto, molto, molto velocemente. Allora faccio un cauto passo avanti, giacché nel precedente post ho avuto commenti che in tale direzione mi spingono – la dice lunga che sia passato un discreto tempo tra questo post e quello circa i miei più profondi intendimenti -, e propongo un elenco di buone pratiche per la lentezza, non più di tre a cranio, che se la cosa diventa virale ci si fa un libro. Ed ecco le mie: a) Stasera a cena sostituite la preparazione di due uova al tegamino (tempo stimato per la preparazione tre minuti durante i quali non si potrà che stare lì ad attendere che siano pronti, con la caponata (vi do qui la ricetta), che invece si prepara in almeno tre ore che passano meglio con almeno tre bicchieri di vino – quanti ce ne entrano nella preparazione di un uovo al tegamino? -; b) se rinunciate al piano “a” perché non vi va proprio, allora regalatevi almeno tre volte la settimana due ore sul divano o in poltrona con accanto un bicchiere di vino (meglio due, ma facciamo tre) ed un paio di crostini burro e acciughe, senza far niente, con solo musica in sottofondo (jazz è meglio, che l’improvvisazione è nemica della programmazione), cacciando via brutti pensieri, che ne so, metter su una lavatrice, accendere la TV, lavare i piatti che avete lasciato nel lavabo dalla sera prima, o altre necessità che ritenete impellenti e di fatto non lo sono davvero; c) se qualcuno vi invita a fare una passeggiata in centro per negozi ditegli che avete impegni improrogabili e leggetevi o rileggetevi il monologo interiore di Horcynus Orca.
Ma c’è qualcosa che all’orizzonte si muove, a proposito dell’essere lenti – condizione che ritengo nei giorni che viviamo come una necessità di legittima difesa –, e ve la propongo qui non avendo nulla di meglio da offrirvi che non siano i miei spropositi, pregandovi semmai di dargli sia pure una sola fugace occhiata provando magari a condividerla se vi pare, con chi vi pare. Dimenticavo, che la lentezza sia con voi.

Lavorare stanca (Parte 2 – la vendetta)

Insomma, le feste finiscono. È cosa consueta che tutto ciò che ha un inizio poi, come tutte le cose umane, deve anche finire. Lo diceva Giovanni Falcone della mafia… eppure. Ad ogni buon conto l’arrivo delle feste per me è sempre fonte d’angoscia giacché conosco da sempre come va a finire: come sono arrivate se ne vanno. Ho meditato a lungo durante questo periodo di riposo su questi ed altri problemi che attanagliano i nostri tempi grami, non ultima la questione che è ormai nota al mondo, e cioè che il lavoro mortifica l’uomo e lo rende simile alla bestia, valutazione suffragata dal vederne gli effetti durante la sua lontananza, con sguardo fermo ma distaccato. Lo so che poi arrivano le bollette, che bisogna far la spesa e tutta roba di questo tipo, e che, dunque, obtorto collo bisogna lavorare. E lavorare stanca. DSC_0011Ora, lo so che c’è un sacco di gente che adora il proprio lavoro (anch’io amo il mio, su questo non ci piove), ma occorrerebbe che ci fosse un limite al lavoro ché il tempo è assai prezioso e non basta il salario a pagarne una frazione minima. Così avrei pensato di mettermi a elaborare un progetto, uno di quelli pensati in modo serio e professionale, da presentare per farmelo finanziare a comuni, regioni, province, ministeri, governi, comunità europee, all’ONU, all’UNESCO, a chi ci pare ed in definitiva a tutti. Un progetto sulla cui realizzazione garantisco col sangue, altro che quelle cose un po’ da italietta che uno fa un progetto poi dilata i tempi, cincischia, scarabattola, ne fa un pezzo, una pinzillacchera, poi dice sono finiti i soldi e ne chiede ancora, dunque rimaneggia, fa un favore ad un cugino, all’amica, ed ancora all’amica dell’amica, distribuisce prebende e paga una cena a questo ed a quello, sfrutta, viaggicchia, espatria, trasferisce, rottama, costruisce, guerreggia e fa morti, lutti, feriti… Io no, prometto che lo realizzo, direi alle alte istituzioni di cui sopra, ve lo metto per iscritto che non dilaziono, che non derogo, che non indugio. Se volete ve lo sottoscrivo come in antico rituale pagano offrendo in sacrificio una goccia del mio sangue, la ceralacco e ve la mando, a mò di timbro, anzi no, di fideiussione. Ma ecco in che cosa consiste questo progetto arguto e geniale, le cui ricadute sociali sono enormi: insomma, se mi danno un compenso adeguato, bastevole sino alla pensione, io giuro che non faccio niente, nulla, nada de nada. Mi sveglio al mattino quando mi pare, mi prendo il caffé e mi ci fumo sopra una sigaretta, poi faccio una passeggiata, mi leggo un libro, che ne so, mi potrei mettere a dipingere, scattare qualche foto, ma solo se ne ho voglia, cucino pregiate caponatine, o frittate di cipolle all’uopo, ma mi asterrò comunque da qualsiasi attività lavorativa che dir si voglia ed a scopo di lucro o che non sia puramente ed unicamente gratificante per il corpo e lo spirito… Che ve ne pare? Dite che non è un gran progetto, che non merita attenzione? E perché? Ma se elargiscono fior di milioni a certi ceffi che stanno nelle consociate, nelle municipalizzate, nei C.d.A. di banche e che poi fanno dei danni incommensurabili, perché non pagare qualcuno che, finalmente, garantisce a costi assai meno onerosi per la colletitvità che non farà alcun disastro giacché si ripropone statutariamente di starsene fermo, immobile, inerte?
Oh, io ci provo, chiedere è lecito, rispondere è cortesia! E nel frattempo vi lascio con questa cosarella, una di quelle che piacciono a me. Buon tutto a tutti e che la lentezza sia con voi!

Ri-scrivere

soggetti1E dopo lunga e perigliosa attesa ecco che il PC è tornato dove doveva, sul tavolino che con cura avevo approntato per lui. L’estate scorsa il vecchio portatile (portatile… ma ci volevano gli Sherpa per spostarlo) del Giurassico e che mi aveva seguito fedelmente per più di un decennio aveva deciso di esibirsi nel volo del Grande Tacchino, ed il suo rutilante e potentissimo sostituto, leggero ed aitante, mi aveva rallegrato con le sue accelerazioni parossistiche, contraddicendo con siffatto modo di agire certe mie propensioni tartarughesche. Ma come Achille piè veloce, non aveva fatto che pochi metri prima d’arenarsi sull’ingolfata strada delle fragilità tecnologiche, lasciandomi solo con la mia Moleskyne ed una biro. Senza rendersi conto delle mie esigenze s’era portato dietro, oltre a pezzi consistenti del mio lavoro, anche password e robe simili che mi consentivano l’accesso al blog. Sinché il tecnico da santificare non l’ha ricondotto a nuova e più dignitosa esistenza restituendomi le pregevolezze della scrittura col mondo e pezzi della mia memoria, ormai virtuale come si confà a questi tempi in cui il mio terziario arretrato appare anacronistico. Dunque, sono stato lontano da chi mi legge, lontano dal mio “lentissimo blog”, travolto da congiunture astrali e lavorative devastanti, condimenti di “buone scuole”, ritorni – non senza qualche ansiosa sorpresa – alla frusciante carta stampante. Devo dire che seppure non sono riuscito (non ho altro strumento d’affaccio alla rete se non il computer, col telefono in genere telefono), ogni tanto ho dato una sbirciatina agli altri blog che ho frequentato e che conto di ritornare a bazzicare perché mi sono mancati (abbiate pazienza!). Nel frattempo in giro ci si concede qualche strage, tanto per non annoiarsi, e mi sarebbe piaciuto scrivere su questo, ma forse non l’avrei fatto anche se ne avessi avuto modo, i silenzi sono spesso assai più esplicativi d’un vociare confuso. Adesso mi sono riconnesso, ma devo scappare a cose di lavoro (quella cosa che mortifica l’uomo e lo rende simile alla bestia) riproponendomi di passare a trovare tutti da qui a breve, vecchi amici che seppure non conosco so essere vecchi amici. Nella mestizia di questi giorni però volevo lasciarvi con una cosarella che ho già pubblicato qualche tempo fa e che mi ispira ripescare! Buon tutto miei cari… e che la lentezza sia con voi, lontano dal fragore delle bombe, delle mitraglie, del puzzo di petrolio! E vi auguro una vita da disertori, felicemente in fuga dalla bruttezza!

Voglio dedicare a tutti quelli che frequentano questa cosa o che passano di qui così, per puro caso, una canzone, o meglio, la traduzione di una canzone (Robert Wyatt – Free will and testament) che mi tiene compagnia da qualche lustro. E scuserete se mi sono concesso qualche licenza nel metterla nero su bianco (o bianco su nero, se vi pare) da una lingua all’altra.

Esiste il libero arbitrio, ma entro certi limiti,
e non sarò un me stesso di infinite metamorfosi,
Io non posso sapere che cosa sarei se non fossi come sono,
Posso solo immaginarmi.

Quindi, quando affermo di saperlo, come faccio ad esserne certo?
Qual’è il ragno che comprende il senso dell’aracnofobia?
Certo ho i miei sensi e la mia percezione di averli.
Sono io a guidarli? O loro a guidare me?

Il peso della polvere supera il peso degli oggetti.
Che senso può avere la gravità senza centro?
Sono libero di non-esistere?
Esiste la libertà dalla volontà-di-essere?

È puro istinto a farci agire in questo o in quel modo.
Penseremo dopo a trovare una giustificazione, o semplicemente la supporremo.
Vorrei disperdermi, scollegarmi. È possibile?
Cosa sono i soldati senza un nemico?

Essere senza peso, ma non essere per aria, esistere in assenza di aria.
Essere libero di muovermi, né frenato né sospeso.
Né nato né lasciato morire.

Sono mai stato libero? avrei potuto scegliere di non essere me?
Forze demenziali mi spingono follemente intorno a una macina da mulino.
Forze demenziali mi spingono follemente intorno a una macina da mulino.
Lasciatemi fuori per favore, io sono così stanco.
Lasciatemi fuori per favore, io sono così stanco.

 

Il ribaltamento del viceversa

E no cari miei, così non vale. Bisogna mettersi d’accordo, altrimenti le asimmetrie diventano eccessive, poi qualcuno finisce che si indispettisce e di teste calde in giro se ne trovano sempre, forse non come un tempo, ma qualcuna secondo me ancora c’è. E ci sono certe mie pulsioni in quei giorni no che ne sono la prova provata. E allora si deve trovare una sintesi, bisogna mettersi d’accordo, appunto. Ragioniamo, dunque, come si compete tra persone civili, tra gente di buon senso. DSC_0023È vero che esistono profonde diseguaglianze, di classe intendo, tra le persone. Ma non mi tirate fuori la solita solfa di quel due per cento che detiene il sessanta per cento, eccetera eccetera. A che serve rivangare, è roba da secolo decimonono, mica da gente di questi anni frenetici, gente per bene che pedala, che “fa”, che si impegna. Bene, chiarito questo però alcuni puntini sulle i, con discrezione, si intende, io magari li metterei. Va bene che madama la marchesa alla Zona di Espansione Nord non ci va a stare e preferisce il suo castelletto con vista sul lago; mi sta anche bene che il commendatore Ciccio Bombo non prenda in affitto una soffittella semi arredata con vista sulla discarica appena appena sorta dal nulla della Suburbia a Sud, giacché, giustamente, come dice lui, s’è appena arredata la villa a quattro piani con vista sul golfo, da cui si gode il panorama da sufficiente distanza perché si perda il dettaglio della quinta del promontorio degli abusivi. Mi sta bene che anche il viceversa non sia consentito e non per libera scelta di quelli che stanno a ZEN e Suburbia, ma direi per qualche resistenza altrui. Vi ripeto, mi sta bene, non mi lamento, col mio stipendio mi merito un bilocale né pretendo l’attico, quello con le piante carnivore che si mangiano i giardinieri – che poi di questi tempi è così difficile trovarne di bravi – e la terrazza da cui si domina il mondo e che ci puoi andare in bicicletta e giocare a tennis in bagno! E se la signora contessa non farebbe mai a cambio consentendomi di usare le sue stanze affrescate da antichi schiavi, la capisco, non gliene faccio torto… E per parlare d’altro, è vero che la signora Pinco de Pallis, in virtù dei suoi conti monegaschi e caimaneschi mai e poi mai acconsentirà d’andarsi a scegliere nylon made in Taiwan nel mercoledì del mercato, né – mi pare di poter asserire senza tema di smentita – il buon cavaliere, che è il re delle maniglie delle porte blindate, il suo doppio petto blu con l’aria condizionata incorporata e il certificato sartoriale rilasciato dal notaio se lo comprò al “butto fuori tutto e chiudo”. Io queste cose le capisco e se anche non ho fatto il militare a Cuneo sono uomo di mondo, me ne faccio una ragione. E pure se il viceversa è sostanzialmente non consentito per ragioni che tralascio, queste sono cose che accetto. I miei maglioni con l’etichetta su cui c’è scritto, con ricco ricorso a simbologie assai criptiche, che è meglio che li lavi a mano, anzi è meglio se non li lavi proprio perché non si sa mai, mica pretendo che se il metta il venerato conte, col rischio che la sua epidermide elegantemente colorata da delicate lampade UV se ne potrebbe avere a male, ribellandosi e producendosi in un effluvio di pustole e pustolette, altro che la mia rozza copertura cutanea, che certo non si ribella giacché a certi tormenti è ormai adusa. Mi sta bene, vi dico che mi sta tutto bene, anche il categorico divieto del viceversa… E allora, proprio per pareggiare i conti, la qual cosa, se volete, potrebbe essere anche interpretata come il modesto tentativo di una pacificazione globale, proporrei che si cominci a mettere dei divieti a certi viceversa letti in senso antiorario. Allora, mia cara madama la marchesa, signor comm, egregio presidente, gentile cav., facciamo una cosa, da oggi voi mangiatevi pure le vostre tartine al beluga, con la salsina di Richelieur, bevetevi i vostri Cabernet che tanto a me il mutuo alla posta per pagarmene una bottiglia non me lo concedono. Fatevi fare dallo Chef che vi piace tanto – quello col ristorante che per mettere in vetrina i cappelli beccati dai forchettivendoli di certi almanacchi ci vuole la cappelliera, e per pagare il conto dovete fargli un bonifico “estero-estero” – il cervello di cavalletta in gelatina di alghe del lago della foresta del Cippo Lippo, se vi pare, Ma giù le mani dall’acquacotta, dalla ribollita, dalla panzanella, dalla sarda al beccafico, dal lampredotto; da oggi, e per sempre, ex legis non v’è più consentito. Salvo che tutto il resto dei viceversa proibiti non vi risulti un prezzo eccessivo da pagare, ed allora però si rimette tutto in discussione e vi tocca di socializzare l’ultimo Barolo che avete preso all’asta al prezzo di un bivani in semiperiferia, e quel pezzo di tartufo bianco, prima di grattarvelo sull’ovetto, vedete se in quel bivani c’è qualcuno che lo vuole. Mentre pensate al che fare, e vi fate l’inventario di beni da ridistribuire, in ragione dello sviluppo evolutivo d’un blasonato milionario palato prelogico alla cultura del gusto, io vi do la ricetta dell’acquacotta, come me l’hanno spiegata certe signore anziane d’una Toscana remota ed interna, quelle si avvezze al riuso ed alla condvisione, oltre il ghetto, per il ghetto. Ma perché proprio l’acquacotta? Ma perché è la quintessenza del nulla che si espone, ci mette la faccia e diventa tutto, rivendica già nel nome la sua essenza primordiale di possibilità di andare oltre, a partire dal niente. E allora basta poco per essere partecipi di tale miracoloso rifiuto dell’accumulo già ad una lettura rapida degli ingredienti, ben poca cosa. E allora fatele sfrigolare a striscioline sottili le cipolle, in un tegame bello alto e in olio d’oliva, ma a fuoco lento, giacché chi ha poco non ha fregole di scappar via a fare dell’altro, a preoccuparsi di sostenere il PIL. E così l’ortaggio, appena stimolato da quel calore lieve comincia a rilasciare acqua di vegetazione ma non s’abbrustolisce, non s’indora come certe pillole. Quindi dateci dentro col sedano a dadini senza trascurare di lasciare un po’ del fogliame, non tutto ma quanto basta ad acuire effetti cromatici di essenziale eleganza stilistica. E quando la cottura sarà ultimata aggiungete pomodoro tagliato a pezzettoni ed i peperoncini – se avete tendenza a palati robusti, non lesinatene – e continuate la cottura sempre a fuoco dolce.
Mantenete la cosa sempre brodosa stemperando con brodo vegetale, e magari con mezzo bicchiere di vino bianco, l’altro mezzo ve lo bevete, e se occorre ancora mezzo bicchiere e voi vi finite la bottiglia. Mi raccomando, che il sedano non si spappoli,e mentre verificate con attenzione che il disatro non avvenga sbattete le uova e versatele nel composto molto lentamente e mescolando continuamente. A consistenza desiderata raggiunta, lasciate riposare la minestra per qualche minuto.
e foderate il fondo d’una terrina di terracotta con delle fette di pane abbrustolito, quindi insaporite con una cucchiaiata abbondante di formaggio grattugiato e versateci sopra la zuppa molto calda. Servite immediatamente non prima di esservi accertati della presenza rassicurante d’un fiasco di Chianti in tavola, con quei bicchieri di vetro spessi che si vedevano una volta in certe trattorie e nelle case delle zie, quelli che si riempiono sino all’orlo perché il vino non va degustato, va bevuto, e chi non beve con me “peste lo colga”. Ah, dimenticavo, sotto jazz essenziale, di quello che scorre come un fiume in pianura, mi sento di consigliare Paul Desmond con Dave Brubeck.
E se mi permettete questo piccolo consiglio per i prossimi giorni, se avete tempo e voglia!

Nobiltà deluse

Non so se avete presente quelli che hanno due cognomi, anche tre. Ce ne sono taluni che se li portano con discrezione, non gliene importa più di tanto. Talaltri, invece, ne vanno matti. È cosa che li gratifica, come se essere nati con quella pletora di ridefinizioni anagrafiche sottintendesse condizioni auliche del corpo e dello spirito, superiorità ereditarie (a me vengono in mente cose tipo emofilia e robe che si acuiscono con la scarsa ibridazione per paure patrimoniali, ma io soffro di deformazioni professionali e politiche). Collezione1Ci sono poi quelli che ci stanno proprio male se non si prende atto della loro cognomanza binomiale, e te lo fanno notare, per esempio mostrando sufficienza quando, che ne so, appongono la firma qual sigillo regale su una qualche circolare intrisa di burocratismi elementari, irrispettosi del rango di chi legge e sottoscrive, e accompagnano quel gesto d’umana quotidianità su infarciture di pertanti, con dolenti esclamazioni del tipo: “oh, che fastidioso firmare con due cognomi, beati voi – sottintendendo il ‘comuni mortali’ – che non avete lo stesso atavico problema”… e nel frattempo, sollevano prudenti lo sguardo nella speranza dissimulata di cogliere in quello degli astanti anche una sola espressione che ne disveli stupore frammisto ad invidiosa ammirazione. Ho comunque memoria di certi personaggi che possedevano ormai più titoli e cognomi che averi, e che vivevano nell’angoscioso ricordo di quei tempi in cui un titolo si poteva cedere dietro lauto compenso, a porre pezze precarie a certe propensioni che dilapidavano patrimoni, castelli e latifondi dietro giochi d’azzardi ed altre umane debolezze. Viceversa, ho contezza di moderni ricchivendoli che devono le proprie fortune ad imprese audaci non sempre trasparenti, e che celano le proprie umili e polverose origini dietro ricerche araldiche che ne disseppelliscano nobili discendenze. Manco a dirlo pagano fortune per ciò, essendo il mondo pieno di certi ceffi che, di par loro, venderebbero qualsiasi certezza ereditaria. Fortune se non pari assai simili a quelle che servono per nutrire yacht e ipercar con cui sgommano il sabato sera sulle povere lastre della piccola piazza del centro storico o negli ampi piazzali dei centri commerciali, assai rumorosamente, è ovvio, perché nessuno se ne perda l’evoluzione ed estasiato esclami: “che bella macchina s’è fatta il conte”. Ma quelli più sorprendenti sono certuni che inseguono apparenze aristocratiche con l’uso disinvolto di simboli arcaici. Ho visto certi industrialotti che hanno reso partenoniche le colonne che reggono il cancello d’ingresso al piazzale antistante il capanno prefabbricato e modulare, e su, in vetta ad esse, hanno posto ruggenti sculture leonine, accuratamente invecchiate con processi artificiosi, sicché se ne può dedurre un’origine antica ed il possesso da generazioni. E così il povero operaio ormai dearticolodiciottizzato, non solo mantiene un profilo basso dopo aver seppellito la tessera del sindacato per paura d’essere costretto a non riattraversare più quell’ingresso, ma lo varca adesso pure con lo stesso spirito di novelle Forche Caudine.
E io? Non m’è difficile immaginare che se costruissi il mio albero genealogico, con appena l’intenzione di aggiungere qualche titolo ed almeno un altro cognome a quell’unico piuttosto prosaico che mi porto dietro sin dal mio primo affaccio su questa terra, non avendo a disposizione ricchezze tali da acquistare né illusioni araldiche, né, tanto meno, marmi pregiati in forma di bestie blasonate, sono sicuro che alle mie spalle, e ripercorrendo a ritroso la storia ed il tempo degli avi, mi ritroverei con qualche pirata, un pescatore di ricci di mare, un cammelliere stanco di sabbia forse! coloursAllora non mi resta che consolarmi per questa che sono certo è la verità che unica appartiene alla mia genia, con il narrarvi d’un piatto che mai il signor conte, il duca od il marchese oserebbero assaggiare, giacché il presupposto per gustarne l’essenza sta nell’intingervi le dita ed attingerne in siffatto modo il contenuto in tradizionale condivisione, e giammai essi consentirebbero alle proprie nobili ed ingioiellate falangi di sguazzare nei medesimi intingoli d’altri. Di più, temendo contaminazioni geopolitiche, virali e classiste, mai addiverrebbero alla conclusione di potersi concedere un tuffo nella contaminazione pura. E si, cari miei, sto parlando del cuscus. La sua origine è antica, ma nient’affatto nobile, giacché appartenne a poveri carovanieri subsahariani, e da lì, senza permessi di soggiorno, ha iniziato a varcare frontiere. Anima migrante si integra ed integra poiché si fonda sul desiderio definitivo dei suoi piccoli chicchi d’assorbire le essenze dei luoghi, fossero fatte di piccoli e poveri tocchi di carni capitati lì per caso tra le dune d’un deserto, abbondanti pescati sulle ricche coste di Sicilia e Sardegna, o verdure selvatiche d’ogni fatta ed intingoli. Non disdegna le contaminazioni più profonde, dunque, ed anzi ricerca lle più assolute rifiutando ideologicamente la purezza declamata d’una esclusività regionale. È realmente l’archetipo illustrativo dell’unità, sin dall’attingerne il contenuto dal piatto (che sia di ceramica colorata, magari con cretti e scorticature) che invita a creare un humus assoluto fatto d’ogni contributo. Infine, è piatto che sin dalla sua preparazione invita alla lentezza, alla meditazione, alla conversazione. Non v’azzardate ad iniziare a prepararlo senza prima esservi assicurati d’avere a portata di mano qualcosa da bere. Per gli astemi c’è il tè, eventualmente, come quello nel deserto. Ma io astemi non ne conosco, tendo a verificare con attenzione le credenziali di chi frequento. Insomma, non mi resta che darvene una sintesi, una delle tante (tutte hanno diritto di cittadinanza, perché il cuscus è apolide). Alla base di tutto v’è la semola di grano duro – ve ne consiglio una metà a grana fine e l’altra un po’ più robusta – che va posta su un piatto di ceramica ampio (mezzo chilo per quattro persone) e spruzzata d’acqua salata. Quindi, con sapiente movimento rotatorio delle dita, si consente ai grani di assorbire il liquido sino ad assumere la caratteristica forma a piccole sferette. Si procede dunque alla prima setacciata. Le palline che passano vanno addizionate di semola fresca perché si accrescano sino a raggiungere il diametro desiderato di circa due millimetri. È bene che in questa fase si beva del Frappato fresco, e si conversi del più e del meno. Giacché si presuppone che inizialmente il tasso alcolico non sia ancora accettabile, si può indugiare in conversazioni sull’arte e la bellezza! La cottura avviene nella tipica cuscussiera, a vapore, dopo aver condito la semola con olio d’oliva, chiodi di garofano, aglio, prezzemolo e peperoncino rosso. Sul fondo della cuscussiera consiglio di mettere brodo di pesce misto fatto di specie pregiate ed altre meno, e aromi. Il vapore del brodo cucinerà la semola posta uniformemente al livello superiore. Ci vogliono almeno due ore perché la cottura sia completata, non c’è fretta, è ovvio, soprattutto se la compagnia è buona (ma basta un buon libro e la musica di Manu di Bango) ed il Frappato non è ancora finito. Poi si versa il contenuto ancora sul grande piatto, si rimescola un po’ e si rimette a cuocere per un’altra mezz’ora buona, praticamente un paio di bicchierini, una sigaretta, una decina di pagine ed un paio di lunghi reef. Infine, fatelo riposare sul grande piatto, quindi conditelo con il brodo di cottura filtrato, e servitelo con il pesce più pregiato che avrete avuto cura di tirare fuori del brodo prima che si inizi a disfare, e verdure saltate in padella con del pomodoro fresco (consiglio, oltre a sedano, carote e cipolla, anche melanzane, zucchine e peperoni). Io aggiungo alle verdure anche un cucchiaio di miele di timo! Poi dateci dentro senza ritegno, limitando l’uso delle posate, ma non quelle di un irrispettoso Nero d’Avola, e se qualcuno dei presenti inorridisce per l’abbinamento di un vino così corposo al pesce, ditegli di farsi gli affari suoi e la prossima volta non lo invitate.

Ritorni!

Arieccomi qua. Mancavo da un bel po’ ed avevo nostalgia del blog. Mi sono assentato per giusta causa, una specie di articolo 18 della rete. Il punto è che c’è qualcosa di spietato in giro per il mondo, altro che spettri che s’aggirano per l’Europa. Qualcosa di spietato cinico e baro, come un destino ineluttabile, che s’accanisce senza ritegno contro il legittimo desiderio di ottemperare ai sacri comandamenti della pigrizia. Insomma, uno come me anela soltanto di starsene tranquillo. Non far nulla è un preciso impegno che ciascun essere umano dovrebbe prendersi per periodi più o meno lunghi. Ed invece quando si decide di fare in modo serio dell’ozio un orizzonte cui tendere con ogni muscolo del corpo, ecco che si schianta su di te una mole improvvisa di lavoro senza precedenti. Ma siccome ogni buon pigro reca in sé anche una buona dose di masochismo, e non facendo io eccezione, ecco che un bel po’ di impegni me li procuro da solo (magari ve ne parlo più in là). Così non mi rimane tempo… ed il tempo è bello quando t’avanza… Comunque, giacché mi sono allontanato per così tanto tempo, ed avendo ritagliato un pezzettino di tempo quer questa cosa, voglio rendere omaggio a tutti quelli che sono transitati da qui in queste settimane di mia latitanza con un paio di cose: una piccola raccolta di foto che si chiana “Artists only” e poi una rivisitazione di un mio vecchio pensiero che ho già pubblicato da queste parti. Buon tutto a tutti, ma soprattutto scusate se mi sono assentato dai vostri blog, cercherò di rimediare, promesso!


Diamo per scontata la natura meticcia dell’uomo (in quanto specie e non genere), figlio di quell’abnorme ed innaturale incrocio tra le oche di Lorentz e il cane di Pavlov. Siamo il frutto bastardo dei condizionamenti ambientali, dunque, nel recuperare il senso etimologicamente più puro della parola politica, siamo parte tutti, chi più chi meno, di un complexus cui contribuiamo dialetticamente. L’artista non fa eccezione, anzi, egli può considerarsi come una sorta di soggetto eversivo (nel senso latino dell’e-vertere, cambiare direzione) giacché, come un’antenna, capta più o meno consapevolmente i segnali del proprio ambiente sociale e culturale (quindi politico) e, filtrandoli col proprio vissuto, li trasforma in determinazione creativa. Questa è talora in grado di anticipare ogni processo di trasformazione anche quando sensibilità non avvezze all’immaginazione – quindi ad andare oltre -, non sono capaci di coglierne nemmeno i vagiti più rumorosi. Nel pensiero unico politico-economico, che declina ogni scelta alla sua compatibilità monetaristica e mercantile, ancora l’artista può creare discontinuità sistemiche. Cioè, non si sostiene che non possa vivere, guadagnandoci, con la propria arte, solo che non è questa la sua ragion d’essere. In realtà, la creazione artistica appartiene, per la parte che riguarda il suo percorso, all’immaginazione che l’ha prodotta, non può essere alienata (venduta) giacché quel percorso è già stato compiuto: almeno quella, quindi, non è una merce poiché svanisce col prodotto finito. Questo, poi, appartiene invece a chiunque possa goderne perché egli vi vedrà ciò che il proprio vissuto gli suggerisce, in un rapporto dialettico con l’opera che quindi non è più esclusiva proprietà del suo autore o di chi l’ha acquistata, ma diviene bene condiviso, cioè di tutti, dunque di nessuno. Di più, il vissuto che impone una lettura differente e soggettiva dell’opera d’arte, ne rende l’essenza di antimerce, giacché la merce è tale solo se ne è garantita la riproducibilità seriale. Una famosa catena di ristorazione, molto gradita a palati prelogici, fonda il proprio successo planetario sulla omogeneità del gusto dei propri prodotti nei cinque continenti. Viceversa, si deve pagare un biglietto per vedere la Gioconda che non ci appartiene materialmente, ma la sua essenza è un pezzo della nostra storia culturale, dunque è di ciascuno in modo differente giacché interagisce dialetticamente con i diversi. Chi possiede materialmente l’opera si illude soltanto di detenerne il controllo. È altresì evidente che vi sono artisti (sic!) che spacciano le proprie opere per arte, ed invece utilizzano escamotagé tecnici per creare nuove merci. Sono più attenti a che il prodotto finito sia monetizzabile che non ad esprimere la propria creatività; dunque, la loro creazione nasce alienata da un proprio stesso “Io” non liberato. La vera arte, cioè quella che non si accontenta di variazioni su modelli prestabiliti, ma si sforza di esprimere i bisogni interiori dell’uomo e dell’umanità, non può non essere rivoluzionaria, cioè non aspirare a una ricostruzione completa e radicale della società, non fosse che per affrancare la creazione intellettuale dalle catene che la ostacolano e per permettere a tutta l’umanità di elevarsi ad altezze che solo geni isolati hanno raggiunto nel passato. (…) Lo scrittore – egli dice – deve naturalmente guadagnare dei soldi per potere vivere e per poter scrivere, ma non deve in nessun caso vivere e scrivere per guadagnare dei soldi. Lo scrittore non considera affatto i suoi lavori come un mezzo. Essi sono dei fini per sé, sono così un poco un mezzo per lui e per gli altri che, al caso, egli sacrifica alla loro esistenza la sua esistenza. (…) In materia di creazione artistica, importa essenzialmente che l’immaginazione sfugga a qualsiasi costrizione, non si lasci imporre una falsariga sotto alcun pretesto. A coloro che ci spingessero, oggi o domani, ad acconsentire che l’arte fosse sottoposta a una disciplina che consideriamo radicalmente incompatibile con i suoi mezzi, opponiamo un rifiuto senza appello e la nostra volontà deliberata di far valere la formula: ogni licenza in arte. La condizione della cultura e della produzione artistica, in definitiva, è quella di rimettere in discussione gli assiomi del pensiero unico, introducendo il concetto di condivisione contro la barbarie del controllo assoluto. Chi è capace di immaginazione, quindi di creazione, si sottrae a questo controllo, lo supera e va oltre il senso comune, esprime la forma più alta di partecipazione politica. “La bellezza salverà il mondo”, afferma il principe Miškin, nell’Idiota di Dostoevskij. Al contrario “I vandali, valendosi dei loro mezzi barbari, cioè estremamente precari, distrussero la civiltà antica in un angolo limitato dell’Europa. Attualmente è tutta la civiltà mondiale, nell’unità del suo destino storico, che vacilla sotto la minaccia di forze reazionarie armate di tutta la tecnica moderna. (…) la situazione della scienza e dell’arte è divenuta intollerabile. In ciò che di individuale conserva nella sua genesi, nelle qualità soggettive che mette in opera per dedurre un certo fatto che implica un arricchimento oggettivo, una scoperta filosofica, sociologica, e scientifica o artistica, appare come il frutto di un caso prezioso, cioè come una manifestazione più o meno spontanea della necessità. Non è possibile trascurare un simile apporto sia dal punto di vista della conoscenza in generale (che tende a far sì che si sviluppi l’interpretazione del mondo) sia dal punto di vista rivoluzionario (che, per arrivare alla trasformazione del mondo, esige che ci si faccia un’idea esatta delle leggi che ne governano il movimento). Più particolarmente, non è possibile disinteressarsi delle condizioni mentali in cui quest’apporto continua a prodursi e, allo scopo, non vigilare affinché sia garantito il rispetto delle leggi specifiche cui è legata la creazione intellettuale. Ora il mondo attuale ci obbliga a constatare la violazione sempre più generale di queste leggi, violazione cui corrisponde necessariamente un avvilimento sempre più manifesto non solo dell’opera d’arte, ma anche della personalità ‘artistica. Si può non condividere tutto ciò, ma non v’è dubbio che pezzi consistenti di chi detiene il potere, ed altrettanti di coloro che vi aspirano, si fanno venire l’orticaria quando sentono parlare di arte e cultura, tranne che non abbiano l’intenzione di ingabbiarle in nuove ed annichilenti strutture prima che possano cominciare ad esprimere il proprio dirompente potenziale, finalmente civile e liberatorio.

Tempi moderni

Vabbé, lo so, non sono al di sopra d’ogni sospetto in certe mie valutazioni. Deve trattarsi di invidia. Si, forse è proprio così, invidia, giacché temo il confronto. È bene che me ne faccia una ragione e accetti che certe mie posizioni per così dire, retrò, altro non sono che il frutto di talune propensioni da psicanalisi ancor più che il risultato di serie valutazioni politiche, civili, sociali, culturali… Credo si tratti di quella difficoltà che manifesto in forme crescenti dinnanzi al nuovo che avanza, con le sue accelerazioni parossistiche, cui contrappongo le mie reazioni bradipiche. Insomma, in altre parole, le mie quattro ossa dismesse, le mie discopatie, i quattro capelli che ho in testa ed i menischi in disuso, il mio abbigliamento desueto, non accettano di essere messi all’angolo da fusti ben messi, con curricoli da paura, che hanno fatto i boy scout, che, per il bene del paese, è ovvio, hanno a cura il PIL, che twittano, feisbuccano, mentre io cerco ancora l’ultimo francobollo e la carta da lettera cotonata. Ecco, non avendo argomenti estetici per contrastare la mia incombente dismissione, trovo il pelo nell’uovo, gli faccio l’analisi del sangue a questi tipi qua, DSC_0008-polaper invidia, appunto, solo per invidia. Insomma, in questa rancorosa rincorsa alla critica fine a se stessa, mi sono imbattuto nel programma del governo sulla buona scuola, quello che è andato in rete per la consultazione andata deserta, per intenderci. Del resto è cosa che mi riguarda, faccio il prof, e così comincio a fargli le pulci. Non avendo di meglio da fare noto che termini pleistocenici ed inutili come cultura e pedagogia latitano ed in questo colgo un dato allarmante; ci trovo pure scritto che lo stato non è che potrà sostenere in eterno la scuola pubblica e che perciò questa deve attrezzarsi a cercare i soldi sul mercato; mi pare pure preoccupante (ma ve l’ho detto, sono pretestuoso) che si parli di formazione solo per gli insegnanti e non per gli alunni, ed anzi questi non vengono nominati né come tali, tanto meno come studenti, scolari, allievi, ma come utenti, fruitori del sevizio… insomma, in modo certamente più congeniale al mondo che viviamo. Poi mi accorgo della questione del merito degli insegnanti e nella mia mente perversa penso subito che si tratta di un modo per mascherare una certa idiosincrasia per la costruzione di reti di relazione orizzontali, di cooperazione, intravedendovi invece un’accelerazione verso la competizione all’interno di una categoria che solo certa vulgata sessantottina e pedagogistica poteva ritenere efficace solo se operante in una dinamica collaborativa e di gruppo. Ma sono così poco attuale che mi pare già di vederlo, come in un film dell’orrore, il giorno (lontano, è ovvio) in cui in una silenziosa e dimessa sala docenti, i fortunati vincitori del premio di consolazione, delle agognate sessanta Euro lorde in più al mese, dopo un quindicennio di blocco stipendiale, meritevoli sopra ogni dubbio, se ne andranno in giro a capo chino, pudici per quel giusto riconoscimento che forse non hanno nemmeno chiesto, e gli altri, me compreso, invece chineranno il capo della sconfitta, come attraverso Forche Caudine… un incubo, ma la mia è solo invidia, invidia per aver perso tempo a leggere Rousseau e don Milani, anziché impegnarlo adeguatamente ad aggiornarmi, a formarmi meglio, sulle strategie di marketing.

Ci sono, delle volte…

E si, mi sono fatto un lungo periodo di latitanza, con sporadiche riapparizioni qui e là sul web. Non è che non avessi nulla di cui scrivere, anzi. Il punto è che che quando le vicende si affastellano poi per me diventa complicato gestirne più di un paio per volta. Sono cose che prevedono un certo temperamento, il fisico giusto, e io non ce l’ho mai avuto. Eppure, stavolta m’è toccato di far fronte a più di qualche cosa insieme, roba che se me l’avessero prospettata come possibile sino a poco tempo fa, avrei attribuito al mio supponente interlocutore un certo indugiare nell’uso di sostanze proibite, o al più di eccessive dosi d’altre più lecite. Beh, per intanto mi scuso con i tanti che non sono passato a trovare di recente e poi vi racconto.
Beamani copyInsomma, succede che devo cambiare casa, e questa cosa mi costringe ad un trasloco rapido che per di più devo farmi tutto da solo. Giacché, ammetto, sono abbastanza restio alle fatiche fisiche (quelle mentali le reggo appena), rimango piuttosto spiazzato e mi becco pure una bella influenza che mi dura da dieci giorni almeno. Poi c’è da sistemare l’orario scolastico che già di suo sembra sempre essere la tela di Penelope, le riunioni che crescono esponenzialmente. E siccome io non sono mai stato lungimirante, e non riesco a programmarmi le cose per tempo, né a prevedere il futuro nemmeno quando sono in possesso di dati certi, non mi viene lo sghiribizzo, così per celia, di mettermi ad organizzare, in mezzo a sagre del porcello in porchetta, del fungo infungato, del prosciutto cinto in lardo, della salsiccia al maraschino, del pollo ruspantiforme… una cosa culturale? O almeno con quella prospettiva lì. Eh, penserete voi, e che ci vuole? Infatti l’ho pensato anch’io: ne parlo con un paio di amici al bar (proprio chiacchiere da bar), quelli dicono perché no, poi si pensa che si potrebbe fare un week end con libri, mostre, concerti… roba seria. Quindi la conversazione prende un’altra piega e si pensa chi invitare. Si tirano fuori le vecchie agende e si comincia a fare qualche numero. L’idea è quella di mettere insieme un po’ di gente con l’obiettivo di creare un confronto e di rivitalizzare il vecchio e morente centro storico. Fai venti telefonate, sapendo bene che se contatti venti persone poi a dirti si sono in cinque, per affetto ed antica amicizia. Ed invece di venti che ne chiami sono tutti felici di venire, ed anzi ti propongono questo e quello ed alla fine il week end non c’è più. Nasce questa cosa qui. Ne uscirò vivo? Mah, per quanto mi riguarda non ne ho certezza, ma per voi potrebbe essere divertente! Ben ritrovati!

Merito mio!!!

Latito dal blog da un po’. Non è che non avessi voglia di scrivere, è che mi sono trovato affastellato in faccende varie, non ultima la ripresa della scuola, con annessi e connessi, o farei meglio a dire sconnessi. La solita solfa, l’orario da fare, le programmazione, i supplenti che non si sa se arrivano in tempo, e poi anche quelle notizie che in maniche bianche di camicia annunciano al popolo che questa volta si fa sul serio, Lavoroche scordiamoci l’aumento che sembrava dietro l’angolo, perché quello lo beccano solo i prof meritevoli, quelli che hanno capito che lo spirito moderno ed aziendale deve lasciare il posto a certe pleistoceniche pulsioni umaniste. E di lì l’amara constatazione: mai e poi mai sarò meritevole. Oh, intendiamoci, per quanto io non abbia mai avuto velleità iperattivistiche, quando entro in classe do il meglio che posso, sono quindici anni che non mi prendo un giorno di malattia e nello stesso periodo i permessi me li possono contare sulle dita di una mano. Mi sono letto don Milani, ecco cosa mi ha fregato, le cartacce, le schedine, i purgatori non mi interessano. Eppure sono queste cose, l’efficientismo contabilizzabile che determinerà il merito. Sarò meritevole solo ed esclusivamente se sarò migliore degli altri, se porto a casa il risultato, se faccio presto. Ovvio che essendo la coperta troppo corta la speranza di riuscire dipende essenzialmente dal fallimento degli altri. Così, se voglio essere qualificato come efficiente, i miei colleghi devono essere meno bravi di me. Atteggiamento giusto per considerare la collaborazione, il lavoro di concerto, come una follia bolscevica e collettivista. La competizione abbia inizio: io sarò il più bravo, sarò arrivato “uno”, e che gli altri anneghino e mentre lo fanno una bastonatina, così, tanto per non fare prigionieri che quelli costano e pesano sul bilancio dello stato. E becco il premio, ventisette Euro di aumento. Me li sparo tutti in un giorno comprando finalmente quella bottiglia di Barolo (ogni due mesi, che uno non basta) che mi farà dimenticare di essere stato bastardo dentro, di non aver passato la copia, di essermi tenuto per me il segreto definitivo della strategia pedagogica: addestrare ai quiz, stile patente, ragazzi cui invece dovremmo insegnare a sviluppare senso critico e non a mettere crocette. Ma la valutazione deve essere oggettiva, quando mai il meritevole è capace di definizioni oblique e divergenti, s’abbassa il PIL e l’OCSE ci richiama all’ordine, la camicia bianca arrossisce, gli viene la bile e ci mette alla porta, ci svecchia. Dice, probabilmente, che portiamo sfiga, che non ci apriamo al mondo! Vabbè, sapete che vi dico, ai miei alunni voglio insegnare a porre le domande giuste, non a rispondere a quelle degli altri, al questionario cash & carry. E pazienza se il Barolo lo scambio con il Nero d’Avola, ne conosco un paio con ottimi rapporti qualità prezzo. Delle camicie bianche farò a meno, tanto più che ho lasciato una bella macchia di ferro da stiro sull’ultima che avevo. E voi beccatevi questa cosa qui.

Tempi stretti e reminiscenze

Le vacanze hanno questo di orrendo, tendono a finire, anzi, finiscono proprio, lasciandoti con un palmo di naso giacché pare ieri che sono cominciate. Per quanto mi riguarda invertirei i tempi, cioè cambierei quelli delle ferie con quelli lavorativi. Credo risolveremmo parecchi problemi, senz’altro quelli relativi alla disoccupazione. Comunque, visto che ancora ce n’è uno scorcio, vi do un piccolo suggerimento (diamo una mano agli amici), per chi non avesse di meglio da fare: eccolo qui.
Per il resto mi devo attrezzare, so già che l’inverno sarà lungo e tedioso… così riciclo una cosa vecchia, se vi va di leggerla.
Nel frattempo buon tutto miei cari, e che la Lentezza vi accompagni, o devo andare a preparare le valigie.Giochi d'acqua2014-07-15

IL FOGLIO
Quanto è lunga questa stanza? In passi, intendo. Quattro o cinque? Quante volte ho provato a misurarla nelle ultime due ore, quante volte? Cosa mi rimane perché questa nebbia che mi è entrata dentro si diradi? Perché possa di nuovo rimettermi a sedere a quella sedia, rigirarmi appena un attimo e poi mettermi a scrivere, lasciando che le dita scorrano finalmente sicure ed agili sulla tastiera? Cosa c’è che non va in me stasera? Cosa? Cerco, adesso, un dettaglio, un piccolo dettaglio che mi riporti a quel punto, neanche così lontano nel tempo, della mia memoria remota. Ed i quattro metri per quattro di questa stanza, in un loro anfratto buio, svelano qualcosa che potrebbe ricostruire quel ricordo andato: vinili, centinaia di vinili accatastati, accanto al vecchio giradischi. Un vinile, perché no, col suo fruscio ri-evocativo potrebbe essere lo strumento d’un indagine profonda nel passato. Un vinile, più che un cd col suo suono limpido, senza asperità e sobbalzi. Un vinile, una sonda temporale che rivive nelle memorie sommerse dell’è stato ed allora c’era. Indugio poco nella scelta, sino ad optare per un Tom Waits d’annata, facciata B, torbido ed oscuro, ed un blues struggente, impastato del fiato di Sonny Rollins, e poi un “ascensore per il patibolo”, “arrivederci cappello a forma di torta di maiale”, per concludere con “la mia cosa preferita”. Ma non basta, tutto questo non basta a catapultarmi altrove nel tempo, per riprendermi ciò che è fuggito.
Ed allora è ancora angoscia, angoscia allo stato puro, quella che dovrò sopportare senza remissione di peccati? Quella che vien fuori della consapevolezza inaccettabile d’un pensiero che non riesce, o forse semplicemente non vuole, trasformare il suo caotico sobbollire in parole rimosse di senso compiuto? Quella che si nasconde nelle forme insidiose d’un computer, delle sue periferiche e d’un foglio che col suo bianco candore infierisce orribilmente sulla mia disperata impotenza?
Il mistero della tastiera mi irretisce, con quelle lettere sparse, incapaci d’organizzarsi nelle forme razionali delle parole, e gettate lì, nel mutismo permanente d’un ordine incomprensibile. Ne guardo il dettaglio dei singoli componenti, come se da questi potesse scaturire la risposta che attendo. Ma nulla sembra muoversi per guidare le mie dita velocemente sui suoi tasti, nell’unica sequenza possibile, quella che io non riconosco più.
Il foglio bianco che fa capolino dalla stampante m’inquieta, ed il suo insistere nel privarsi delle discontinuità cromatiche della parola scritta, m’induce smarrimento e frustrazione. Lo guardo, il foglio, ne apprezzo i margini regolari che in certe occasioni sono state le briglie di contenimento per l’affollarsi discreto delle parole che scorrevano in leggero flusso, come chiare fresche e dolci acque; tal’altre, invece, le dighe per trattenere l’impeto irruento di cataratte equatoriali alimentate da calici di rosso rubino.
Il foglio è ora in forma di ghiacciaio, ritto e perenne con le sue inviolabili altezze, in posizione dominante, ad urlarmi in faccia la mia incapacità di profanarne la vetta, o anche semplicemente di avvicinarmi ad essa, comunicando al mondo la mia esecrabile inadeguatezza. E a nulla vale il girarvi intorno, il coglierne lo spigolo in una prospettiva diversa e laterale, per svelarne la natura di segmento, l’ente geometrico fondamentale che nel suo ripetersi infinito tratteggia le dimensioni del piano, l’abisso profondo dell’irrimediabilmente vuoto. Nemmeno il suo lato nascosto, come la faccia oscura della luna, riesce a darmi coordinate diverse dal niente che già posseggo, ma si limita a mostrarmi soltanto un altro versante di forme insormontabili, l’altra realtà invalicabile d’una lastra di ghiaccio, viscida ed insidiosa. Vago così inutilmente ancora a lungo, cercando di cogliere il punto debole su cui concentrare l’attacco finale.
A quella muta ed ottusa resistenza bianca che s’oppone al divenire contenitore dei miei desideri, non posso che contrapporre l’altrettanto ottuso convincimento della sconfitta, la mia resa incondizionata dinanzi a quello che immaginavo fosse soltanto la cosa morta d’un pezzo di carta, e che invece, adesso, pare animarsi di quell’istinto di sopravvivenza ancestrale che solo i viventi posseggono.
È bianco e vuoto il foglio, e rimarrà tale questa volta, a rappresentare l’archetipo illustrativo della natura effimera della memoria, la metafora irriverente dell’incedere inesorabile del tempo. Farsene una ragione è l’unica scelta saggia. Non mi rimane che pianificare le contromosse per limitare i danni aggirando gli ostacoli. Dunque… qui cosa c’è scritto? “ordinare per fax o telefono”. E scartata la prima opzione, telefonerò, giacché è ormai scontato che non ricorderò più come si scrivono sciardonè e carbernè sovignon.
Ma basteranno diciotto bottiglie? Sarà questo pensiero che occuperà il mio tempo, da qui in avanti.