Che ingenuità!

Come capita che si legge un giornale, ci si appiccicano le notizie addosso, e poi ci scappa che ci si indigna, ci si preoccupa per i destini dell’umanità, si auspica un ripensamento. Insomma, finisce che si cade giù dal seggiolone che ti stai facendo un bicchiere di rosso mentre te le vomita addosso una giornalista dalla TV del bar, quella che non hai il coraggio di dire se, mentre fai quella cosa cui attribuisci una certa sacralità, si potesse spegnere, o almeno se fosse possibile aumentate la razione di patatine e noccioline che, seppure fanno discretamente schifo, almeno scrocchiano rumorosamente sotto i denti e ti danno quel tanto di insonorizzazione sufficiente che ti consente di andare oltre un TG per aperitivo. soggetti3Niente da fare, io ho i miei modi, quelli che passano per dabbene, m’accontento – che non è mai vero che chi s’accontenta gode, bisognerebbe essere realisti e chiedere sempre e comunque l’impossibile – e chiedo poco. Mi merito di essere investito da quella pletora di brutture, che ne so, bombardamenti che colpiscono ospedali e ammazzano gente che non c’entra niente, teologi in pieno coming out – chi se ne frega di quello che fa un teologo nel letto di casa sua -, oppure un delicato senatore che in preda a machismi disperati simula eventi da cineteca porno con la grazia del bradipo! Per un attimo ti va giù male tutto, ti va di traverso la nocciolina con quel retrogusto di rancido che hai appena provato a fare scrocchiare… ti sembra di dire “in che mondo viviamo”. Poi ti rendi conto che quelle cose stanno insieme ed è questo che non va, che quelle cose lì stiano insieme, insieme magari ad un accordo su qualche punto di una riforma, ad un rigore che non c’era! Eppure, a eviscerare quei fatti, che c’entra la tragedia di interi popoli con l’eleganza del senatore con quel suo inno prorompente alla fellatio? Quella natura postribolare delle succursali del potere erano già presenti all’epoca in cui De Roberto scriveva i suoi “I Vicerè”, e non v’è dubbio che quel libro bisognerebbe che prima o poi sostituisse i Promessi Sposi sperando di smettere di tediare le giovani coscienze sino a disilluderle circa l’arricchimento possibile che potrebbe scaturire dalla lettura d’un buon libro. Ho la sensazione che il potere sia costretto talvolta a dare in pasto al mondo orripilanti cadute di stile giacché quelle, come il sipario della commedia dell’arte, annichiliscono allo sguardo l’orrore delle proprie deliberazioni, cosicché la gente, anzi, la gggente, quella con tante g, soggetto – quando non oggetto – indefinito e spersonalizzato possa urlare con la bava alla bocca il suo “tutti a casa”, in ciò preludendo esattamente alla volontà stessa del potere di sostituire se medesimo, attraverso il paradosso della democrazia – e per questa intendo il suo surrogato nel voto – proprio con se stesso. Chi se ne importa se v’è nel potere la dignità dell’abito morigerato se poi il bombardamento su di un campo profughi o un ospedale avviene comunque, se tagliatori di teste apparentemente fuorilegge possono commerciare con il mondo che dicono di volere distruggere, se popolazioni intere fuggono atterrite per l’orgia del potere, se chi lavora lo fa senza sapere per quanto ancora ed in condizioni di crescente privazione d’ogni diritto. No, mi dispiace, non ci casco! Fate pure ciò che volete, ho povere, anzi nulle, possibilità di ribaltare lo stato di cose esistente, spero solo che non si diffonda l’idea che ogni cittadino di questa terra abbia ancora la sveglia al collo e l’osso al naso. E poi “chiedere a chi ha il potere di riformare il potere!? Che ingenuità!” (Giordano Bruno). Ho il sospetto che ci vorrà molta legna nuova per nuove pire da qui a poco, quando saranno le moltitudini a vedere il re nudo, ma non basterà tutta la legna del mondo.

Vite in cambio

Non è per me consueto parlare di un libro in questo spazio. Ma talvolta le storie sono talmente belle e profonde che non ci si può sottrarre. Di più, se ormai da anni ho dismesso di praticare i saggi storici, riscoprirne uno che è capace di suggerire soluzioni narrative proprie di un grande romanzo è assai difficile. Dunque, “Vite in cambio”, di Santino Gallorini, ha queste caratteristiche. E’ un libro scritto bene, che si legge con grande facilità, e veicola ottimamente le vicende legate a Gianni Mineo, partigiano e pugile siciliano, che dalla sua Bagheria si ritrova ad operare come spia dei repubblichini prima, quindi come controspia dei partigiani. Erano anni di barbarie oltre ogni immaginazione, e lo scenario delle vicende narrate da Gallorini è quello delle stragi naziste: Vallucciole, Partina, Civitella… invito libro Gallorini.Centinaia di morti immolati ad un desiderio di sterminio che è parte arcaica e mai sopita di umanità represse. Mineo si muove con i tratti dell’eroe, ma il suo eroismo risponde a desideri di disseppellimento di quell’umanità sepolta dagli orrori di una guerra folle, folle come ogni guerra. Non indugia nella ricerca di allori, medaglie, prestigi personali e politici, riconoscimenti. Egli agisce da uomo, mostrando proprio nella normalità delle sue scelte la cifra più alta del suo eroismo. Opera perché la pulsione più forte che sembra muovere ogni suo gesto è proprio il rifiuto connaturato della violenza. Eppure le sue scelte non sono affatto scontate, giacché gli imprinting che l’immaginario collettivo sembra avergli cucito addosso sono ben altri. Conosce assai presto gli orrori della violenza, allorché il padre sparisce per “lupara bianca” in una Sicilia ancora (o forse già) senza leggi. Quando si arruola come carrista nell’esercito, lo fa quasi volesse esorcizzare l’individualismo del clima culturale e sociale dominante nella sua epoca, e lo fa perché non è disposto a pensare solo ad un “sé” assoluto. Dimostra, dunque, il suo profondo distacco da quel “sé” in ogni istante che seguirà a quella scelta, quando comprenderà che altri necessitano di lui, della sua forza, di quel caparbio attaccamento alla vita sua e degli altri, e di quella sua virtù di persuasione che ce l’ha restituito, dopo oltre settant’anni di inspiegabile oblio, come un punto di riferimento “culturale”. Il suo modus operandi è quello di un continuo rimettere in discussione il paradigma secondo cui l’uomo sia una sorta di monade irredimibile rispetto agli insegnamenti ricevuti, rispetto al sistema di valori cui è stato destinato. Quanto sembra distante quel personaggio che ricerca, come per rispondere ad un istinto primordiale lontano da ogni condizionamento, la vita, che rifiuta la guerra ed ogni beneficio la propria condizione contingente possa offrirgli, da certe devianze opportunistiche di questi nostri tempi. L’atto definitivo che ce lo restituisce “storico” è quel mettere a repentaglio la sua stessa vita per salvare oltre duecento persone rinchiuse in una chiesa dai nazisti, pronte ad essere immolate sull’altare dell’ennesima rappresaglia: duecento persone in cambio di una, quella di un ufficiale tedesco. Il colonnello era stato fatto prigioniero da un gruppo di slavi riusciti a fuggire dagli orrori del non lontano campo di concentramento di Renicci, vergogna questa tutta italiana che ha mietuto 159 vittime. In un rincorrersi di rocamboleschi eventi, Mineo ed il suo compagno d’avventura, il partigiano Rosadi, trattano con gli slavi, liberano l’ufficiale tedesco e consentono il rilascio di quegli innocenti pronti ad essere sacrificati in nome e per conto della superiorità razziale. E poi il gesto più “folle” di tutti: Mineo non sfila quale eroe, non ha scalpi nemici da esporre, non mette in mostra lustrini e tessere, non si fa trovare pronto ad essere portato in meritato trionfo. Mineo letteralmente svanisce, recando gelosamente i suoi diari e la sua storia con sé, spiazzando il sacro convincimento del “nulla per nulla”. Un ringraziamento allora anche a Santino Gallorini, che con impegno pervicace nel ricostruire e raccontare i fatti di “Vite in cambio” è riuscito a darci prove significative circa la possibilità di ribaltare rapporti di forza sproporzionati, paradigmi granitici, che negano la possibilità che si possa riconquistare un’umanità perduta, svenduta al peggiore offerente. Con Gallorini e del suo Vite in cambio si parlerà a Bibbiena, il 13 febbraio (vi allego l’invito nell’immagine a corredo di questo post, per chi si trovasse non troppo lontano ed abbia voglia di ascoltare una storia “bella”).
E per chi volesse saperne di più, eccovi qualche indirizzo. Buon tutto miei cari!
Gianni Mineo e Giuseppe Rosadi – Gli EROI dei “giorni della Chiassa”
La Freccia Verde

Sommelier per caso!

Esiste un sottile ma robusto legame tra gusti letterari e gastronomici, ancorché non abbia riflessi rapidissimi, me ne sono accorto anche io. Ci sono hamburger, hot dog, con quel retrogusto vago di rancido, e salse e bibite per mandarli giù che sanno di melassa, sapori che i palati prelogici non solo gradiscono, finiscono persino per apprezzare, accompagnandoli a certe letture che, appunto, sanno di rancido, di melassa, stuccano. A me le cose che hanno queste caratteristiche – nessun pregiudizio nei confronti di chi ne fa uso massiccio, pervaso dal germe della velocità -, e che spesso si accompagnano mirabilmente a talune canzoni sui cui testi mi limito a glissare, mi fanno aumentare, ora la glicemia, ora il colesterolo, sia solo che le legga, sia anchespaventapasseri che le mangi. Dunque, evitandole con cura, soprassiedo nel darvene giudizi, pur ammettendo che potrei non esserne all’altezza, giacché della loro esplorazione mi sono privato a lungo, né ritengo di sottopormi a radicali ripensamenti. Vi sono invece certe cene che non si dimenticano, quel dentice, quasi nature, innaffiato con un bianco che fluisce pacato e non interferisce col gusto, lo esalta piuttosto, come una lente d’ingrandimento ne illustra i dettagli e ne evita l’affastellarsi in una moltitudine confusa di sensazioni indistinte. Rimane nella memoria, non accenna ad abbandonare la sua essenza di ricordo felice, semmai si dispone con sapiente lentezza, senza sgomitare, diacronicamente accanto ad altre esperienze pur mantenendo posizioni privilegiate. E ivi echeggia certe arie mozartiane, un Ravel da orchestre dirette dagli dei della musica. Vi sono, lì nei pressi, certi saraghi del Mar d’Africa, attesi senza fatica all’amo per ore, e che abboccano mentre l’alba si esercita in cromatismi spiazzanti; oppure pomodori colti negli orti degli dei, con lo sfondo lontano della fiammeggiante irrequietezza della tomba di Empedocle, o ancora chicchi di melograno giunti direttamente dalla terra dei Lotofagi. Dimensioni perfette del gusto che invogliano le palpebre al sonno, ed alla veglia spingono senza indugi verso libri sublimi, letture lente e complesse, articolate, sofferte, che però finiscono per scivolarci per sempre dentro, in forma di una ruga in più, un guizzo comportamentale, un’attitudine… Distinguo su ripiani facili da raggiungere le coste importanti di certe cose di Musil, Sciascia, Vittorini, Sartre, D’Arrigo, Virginia Wolf… Tutta roba che, quando se ne parla, riecheggia come tappa fondamentale della nostra esperienza formativa, ed un piatto assume consistenza letteraria, almeno quanto un libro fondamentale lascia al palato quel gusto permanente che deriva da ingredienti esiziali per cuochi abilissimi nell’amalgamare le parole. Eppure, accanto a ciò, c’è anche dell’altro… E se “L’uomo senza qualità” invoglia alla liturgia d’una Sacher, almeno quanto “Il garofano rosso” spinge verso il rito di un budino di mandorle, così certi banchi di frutti di mare, pomodori secchi, olive farcite e peperoncini diabolici, immersi in un Suk di colori e profumi, offrendoci l’opportunità di consumi rapidi ed estemporanei, accelerano il desiderio di tornare a sfogliare libercoli leggeri, poche pagine che sembrano scivolare via come va giù un mitilo al limone, o un tocco di pepato fresco. Certo, v’è forse un po’ di pudore nell’ammettere che quelle letture d’un paio d’ore, street reading consumato sulla panchina d’un parco, a sedere su un muraglione dirimpetto al mare, o sotto un albero di ulivo saraceno, pure distratti dalla risacca o dagli uccelli (e non solo dal loro canto), possano averci formato gusto e memoria; ma che bellezza “Tre uomini in barca (per non parlare del cane)”, “l’uomo invaso”, “Ricette immorali”. Che meraviglia – di tanto in tanto, e senza esagerare – far finta di essere sani! 

Naufragi fuori dai paraggi

La settimana passata è stata settimana di passione autentica. Si è chiusa – lavorativamente, intendo – con una collega che, dopo una questione sindacale su cui mi ero impegnato senza risparmiarmi (cosa a cui non sono avvezzo), mi ha chiesto come faccio a stare ancora dentro quell’organizzazione, giacché non vengo pagato per farlo, non ho distacchi, agevolazioni, privilegi, ed in cambio ricevo pure un certo quantitativo di rogne. Me lo chiedo anch’io, avrei risposto d’istinto. Ma la verità è un’altra: se il giullare odia i sindacati, il satrapo li detesta, e Wonder Boy, quando va bene, li ignora, io, sia pure obtorto collo ed in posizione ricercatamente defilata, ci sto dentro, almeno rimarco distanze e dormo tranquillo. Però sono accadute anche un sacco di altre cose. modicaLo so che è difficile crederci, ma mi sono accorto che le conferenze stampa di Wonder Boy non sono l’unico accadimento dei giorni nostri, sia pure riconoscendone la loro essenza di eventi miracolistici in cui il ragazzo, che giustamente si rivolge a se stesso con il pluralia majestatis, capita usi anche l’Io, deponendo, all’uopo, per modestia pura ed adamantina umiltà, la D maiuscola che precede la prima persona del suo pronome. Eppure, dal basso della mia condizione umana, mi sono accorto di altre cose. Tralasciamo che c’è il rischio scoppi una guerra, ma c’è stata anche la giornata dedicata alle vittime della mafia. Di questo, ad essere sinceri, si è parlato. Ovvio che le presenze Papali hanno avuto un certo ruolo nel garantirne visibilità. Moralis de fabula, se non c’è un pulpito illustre, non c’è notizia. E così delle migliaia di disperati che sbarcano in questi giorni sulle coste siciliane non si fa più nemmeno menzione, ma è colpa loro; intanto arrivano, e già questo… per di più lo fanno senza nemmeno annegare in almeno qualche centinaio: come si permettono, cos’è questa confidenza, non vedete che siamo impegnati a cambiare i destini del paese e forse del mondo? Per fortuna arrivano sulle coste del Mar d’Africa, mica sbarcano a Ponte Vecchio. Ah, a proposito di cose vecchie e sospese, le giornate del FAI che esaltano la “grande bellezza” dimenticata, sono state relegate in soffitta. Vabbé, non era poi così importante… basta con tutta ‘sta roba vecchia. Vecchia come i vent’anni che sono passati dalla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Pare si intendano desecretare i documenti che attengono a questa vicenda torbida; è un annuncio ufficiale. Bene, direte, ma ci sono anche tanti altri segreti su cui occorrerebbe far chiarezza, Bologna, l’Italicus, Ustica, Piazza Fontana le stragi di mafia. E basta con questa dietrologia, questo affannoso attaccamento al passato, alle cose vecchie e decrepite. Bisogna guardare avanti, rottamiamo la memoria, dritti al centro senza oscillazioni contro gli opposti estremismi. Ma c’è una cosa tra tutte che mi ha colpito in modo particolare tra le notizie della settimana trascorsa: i supermanager rischiano di vedersi ridurre lo stipendio. La solita retorica demolitrice. Ma che sarà mai questo stipendio? Del resto, persino a me riuscirebbe di guadagnare quanto tirano su loro in un anno. Ci metterò una vita? Pazienza… basta però con queste ansie temporali!!! Piuttosto mi chiedo perché non c’è stata una levata di scudi collettiva a difesa del lavoro di questi umili ed indefessi servitori dello stato. Invece, tutti a dargli addosso. Ma come si fa a rischiare di perderli, così, senza batter ciglio. Se proprio devono andarsene, che almeno qualcuno li accompagni; io, che ho il senso dello stato e sono riconoscente per il lavoro svolto con sì grandi sacrifici, mi offro volontario. Magari recuperiamo un barcone abbandonato dai migranti ancora in grado di galleggiare, così gli facciamo fare anche il viaggio di ritorno a pieno carico. Economy class. Mi viene in mente anche un giochino che potremmo fare insieme: Immaginiamo di essere dei supermanager in disgrazia costretti a migrare con mezzi di fortuna, ma facciamo naufragio su un’isola deserta. Siamo stati preveggenti e, oltre ad un bagaglio leggero, abbiamo portato con noi cinque libri che riteniamo determinanti per la sopravvivenza dei nostri neuroni. Intanto vi eviscero la mia cinquina: “Todo Modo”, di Leonardo Sciascia, “Horcinus orca”, di Stefano D’Arrigo, “L’uomo senza qualità”, di Musil, “Pensieri oziosi di un ozioso”, di Jerome K. Jerome, e “Dialettica della natura”, di F. Engels. Dite che non è roba da supermanager? Beh… io li metto via lo stesso e corro a preparare il resto dei bagagli. Chissà perché ho la strana sensazione che gli stipendi ed i posti di lavoro che qualcuno ha intenzione di “attenzionare” non sono esattamente quelli lì. E voi… voi cosa avete messo nello zainetto?

Pigrizie iperattive!

Allora questo è il nuovo anno! 2014, trentennale del 1984, data di fatidiche premonizioni orwelliane. Non ricordo cosa facessi in quell’anno, probabilmente passavo pezzi consistenti della mia giornata dentro un sacco a pelo in un’aula universitaria occupata, a leggere i fumetti di Andrea Pazienza. Nel frattempo, il “Grande Fardello” dell’accelerazione parossistica continua a vegliare su di noi, iperscruta i nostri movimenti, di certo anche il mio battere i tasti su una tastiera ed il caricare questo post. Ce ne faremo una ragione, ma almeno farò le cose lentamente, così perderà più tempo del dovuto contraddicendo se stesso (piccole soddisfazioni).

La bellezza salverà il mondo

La bellezza salverà il mondo – tecnica mista su tela 80×80

Comunque, vacanze finite. Prima di andar via ho salutato anche il vecchio pittore i cui quadri, stretti in cornici scure, odorano di salsedine e carrube, e mi sono preso una bella ramanzina per la mia dichiarata pigrizia. Forse ha ragione, la pigrizia sa di presunzione. Eppure, lungo la strada del ritorno, lunga e tempestata da Giove Pluvio in persona, ho incontrato un sacco di gente che aveva voglia di arrivare in fretta (io, più che di arrivare, ho sempre voglia di togliermi rapidamente da lì per non fare i conti con la fretta altrui), e così si schianta, si intraversa, scivola via, si capovolge – questa volta ne ho viste delle belle – e più accelerano più riducono la possibilità di arrivare prima, anzi, proprio di arrivare, regalando – e non credo per amorevole e fraterno desiderio di condivisione di ritmi più lenti – le estenuanze della coda autostradale alle meste masse in movimento. Allora, durante una di queste code, ascoltando la canzone adatta alla mia condizione migrante e non senza un velo di commozione per l’ennesimo abbandono della mia terra natia, pure ripensando agli strali del vecchio pittore contro la pigrizia, mi torna in mente Pinocchio, libro che adoro almeno quanto le storie di Giufà. Anzi, più che il libro mi torna in mente il suo autore, Carlo Collodi, gigantesco protagonista della nostra storia letteraria la cui biografia è spesso pregna della grande accusa che si contrapponeva all’ammissione del suo genio imperituro. Collodi era un pigro. Così, fatto rientro nella mia residenza claustrofobico-montana, mi sono ricordato di una cosa letta qualche tempo fa su una rivista cui sono abbonato: che riprendeva quanto scritto da Eugenio Checchi per spiegare l’abbandono del lavoro da parte dell’amico Carlo Collodi: “Non fu, come pareva agli amici ingannati dall’amabile scetticismo di Carlo, effetto di gradita pigrizia, nella quale egli diceva di sdraiarsi tanto volentieri dopo un trentennio di lavoro fecondo. Fu invece un più serio concetto dell’arte, che negli anni della tranquilla meditazione gli s’era venuto svolgendo nella mente, fissando visi come meta luminosa che egli sentiva di non poter raggiungere. Tutte le nuove scuole letterarie – scuole per modo di dire – rampollate dal settanta in poi, e battezzate da se stesse rinnovatrici del gusto, e ricreatrici d’una prosa dei nostri vecchi come il cavolo a merenda, indussero Carlo in errore; dovere egli e gli scrittori del tempo suo cedere il posto ai più giovani, ai più baldanzosi (…) Onde perplesso dapprima, sfiduciato poi, nella certezza che la torbida generazione affaccendata non si curasse più di ridere. (…) Felice errore…”. Cosa posso aggiungere, a parte che certe cose sembrano scritte oggi e non nella seconda metà dell’Ottocento, se non un consiglio: “diffidate dei pigri, potrebbero non essere tali”. Che la lentezza sia con voi.

 

Pratiche di lentezza!

Ecco queste vacanze natalizie. Sono appena venuto fuori dalla prima serie di bagordi. Niente di che, tutto nella norma, con qualche divagazione sui temi classici dell’enogastronomico tradizionale per certe mie propensioni per il pesce. Occorreranno giorni per smaltire tutto, ma è consuetudine che ci si sottoponga a questo nelle occasioni comandate. Devo dire che è una delle poche convenzioni cui mi adeguo senza particolari sofferenze, anzi, con qualche cenno di svago. Ad ogni buon conto mi fa piacere starmene a casa mia, lontano dagli affanni della vita lavorativa che si preannunciano, con il nuovo anno, assai intensi. E allora ricarico le batterie. Ora, dovete sapere, che non appena metto piede nella terra degli avi, come sempre mi concedo qualche rituale antico: che ne so, me ne vado a vedere se c’è ancora il mare – qualche cataclisma o una legge originale avrebbe potuto indurgli di arretrare di qualche chilometro -, verifico che il pescivendolo non abbia mutato le sue consuetudine espositive, che si trovi sempre il vino giusto e cose così. Ma c’è una cosa che praticamente non riesco a trattenere dal fare e che non vedo l’ora di fare, dopo aver smaltito con il sonno dei giusti l’attraversamento dello stivale, l’irrequieto inganno di Scilla e Cariddi ed il mostro senza testa e senza coda della Salerno-Reggio Calabria: Dopo aver fatto quei quindici o venti chilometri di splendida campagna che mi separano da Modica, ne raggiungo il centro, in basso.

La strategia della lumaca

La strategia della lumaca – Tecnica mista su tela 80×80

Devo comprare qualcosa da leggere, e non riesco – qualche pulsione interiore ed invincibile me lo impedisce – a fare acquisti di libri on line, ed una certa agorafobia incipiente mi esclude visite in grandi e fornitissimi book store. Giunto a destinazione mi aspetta prima il solito caffè nel solito bar con i relativi convenevoli del ben tornato; poi mi immergo in un’altra epoca, nella libreria di Francesco, lì d’appresso. Non dovete immaginare che si tratti di una di quelle librerie fornitissime, senza costa, come si dice in gergo, ma con le copertine che illustrano percorsi tematici precisi e inequivocabili, come segnali stradali. Piuttosto i libri sono sistemati in uno spazio piccolo, illuminati solo in parte, e cercarne qualcuno, per chi ama l’ordine categoriale e classificatorio, appare impresa ardua. Un leggero odore di umidità, che diventa intenso se fuori piove, è il contrappunto permanente a quell’immersione in una dimensione diversa, con le foto di vecchi avventori che i cicli biologici hanno depennato dalla lista dei clienti fissi. Alle spalle del locale si apre il dedalo silenzioso ed infinito di scale, vicoli, cortiletti, basole umide, palazzi sorprendenti, chiese immaginifiche, dove dolce sarebbe naufragare, e facile – e desiderato – perdersi. S’avverte fascino vero, sublime atmosfera, popolata di creature d’altri tempi, pervase tutte, senza esclusione, del germe della lentezza, a cominciare dal proprietario. Allora, il rituale, come in una danza antica, prevede che mi aggiri tra gli scaffali subendo le ironie di Lui per la mia condizione di abitante di montagne lontane, cui replico con frammenti nostalgici e desideri di rimpatri definitivi. Divagazioni gastronomiche e manifesti programmatici condivisi del “non far nulla” si susseguono e, come d’incanto, ti conducono dinnanzi al libro giusto. Ma se ciò non accadesse basterebbe chiedere e, dalla testa del Nostro, come dall’Araba Fenice o da una Cornucopia spalancata negli abissi del tempo, si svelerà l’ordine editoriale che i semplici sensi non avrebbero potuto cogliere giacché non adusi ad esperienze simili di viaggio. È il posto più piccolo che conosca che merita una visita così lunga, definitivamente appagante. E quando si è conclusa si torna al solito vecchio bar, dove si può fingere di essere uno dei tanti scrittori, intellettuali, che lì, per decenni vicini al secolo, hanno dissimulato in dotte conversazioni le proprie velleità d’ozio. A questo punto, conquistando un tavolino e dando la prima occhiata oltre la copertina al nostro prossimo compagno di viaggio, ordinando un rosolio e qualche assaggio di rare cioccolate, ci si potrà compiacere per il fatto che l’orologio, finalmente, ha smesso il suo impertinente e pervicace tic tac..

Ozio e lentezza.

Allora, a proposito di Lentezza, sono qui, approfittando di questo lungo ponte, che provo ad organizzare il materiale per un paio di libri, uno praticamente già concluso, l’altro che ha superato da un pezzo il giro di boa ma che se ne sta quietamente in attesa ch’io mi decida a dargli quel senso compiuto che – presumo, ma soltanto presumo – meriterebbe. Le cose, dicevo, vanno a rilento, com’è d’uopo. Sono anche alle prese con il tentativo di metter su un paio di mostre per il periodo delle feste di fine anno. Insomma, troppa carne sul fuoco, direi. Talmente tanta da farmi venire le vertigini. Non ci sono abituato. Così riciclo un vecchio post, una cosa non mia ma che depone in favore di scelte oziose (anche il riciclaggio, del resto testimonia d’una condizione dell’anima), nel tentativo di dare una giustificazione a certe mie spigolature caratteriali poco avvezze al superattivismo. Buona lettura!Multilentezze

Nonostante la mia pigrizia, ho fatto un mucchio di cose che non avrei dovuto fare. Però ho confermato l’esattezza del suo giudizio per quanto riguardava il tralasciare di fare molte cose che non avrei dovuto assolutamente tralasciare. La mia pigrizia è sempre stato il mio cavallo di battaglia. Ma non mi vanto di ciò, è un dono di natura. Sono in pochi a possederlo. C’è una gran quantità di pigri, ci sono mascalzoni a bizzeffe, ma un ozioso genuino è una rarità. Non è il tipo che se ne va in giro con le mani in tasca. Al contrario, la sua più sorprendente caratteristica sta nel fatto che è sempre vorticosamente indaffarato. Infatti è impossibile godere della pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere. Non è affatto divertente non far nulla quando non si ha nulla da fare. Perdere tempo diventa allora una mera occupazione, e un’occupazione tra le più affaticanti. L’ozio è come i baci, per essere dolce deve essere rubato. Molti anni fa, quand’ero un ragazzo, mi ammalai gravemente: non sono mai riuscito a capire che cosa avessi di tanto grave, a parte un bestiale raffreddore. Immagino però che si trattasse di un malanno molto serio perché il dottore mi spiegò che sarei dovuto andare da lui un mese prima, e se la mia malattia (fosse quel che fosse) fosse durata per un’altra settimana, lui non avrebbe risposto delle conseguenze. Pare impossibile, ma non ho mai saputo di un medico chiamato a curare un qualsiasi ammalato, senza che si scoprisse che un altro giorno di indugio avrebbe reso impossibile la guarigione. La nostra guida sanitaria, filosofo e amico, è come l’eroe di un melodramma: compare sulla scena solo ed esclusivamete all’ultimo minuto utile”. (“Pensieri oziosi di un ozioso” – Jerome K. Jerome)

Incontri ineluttabili!

Per chi come me è cresciuto nel culto di Darwin e di Huxley, la casualità della comparsa d’una mutazione spontanea, come in una estrazione del lotto, può definire la fortuna d’un individuo, la prosecuzione della specie. Il caso governa l’universo, in società con i rapporti causa-effetto, in una dialettica permanente. L’avrete capito, sono poco avvezzo a certe sublimità metafisiche, mi pascio di materialismi dialettici – ed anche un po’ storici -, di neopositivismi, di biechi scientismi. Eppure, quando incontro un libro, contraddicendo me stesso, ed ancorché la prima sensazione sia d’un fatto casuale, poi finisco davvero per credere che invece tutto sia stato predeterminato, come in un appuntamento già preso per un disegno intelligente. Me ne rendo conto quando poi mi tornano in mente, come in una sorta di fenomeno carsico, stralci di quegli incontri predestinati, e così finisco per credere che quelle pagine sono ormai un pezzo di me, m’appartengono – o me ne illudo -, almeno quanto appartengono a chi le ha scritte. Questa che segue è proprio una di quelle. Minima moralia“Notte insonne: si può definire con una formula: ore tormentose, trascinate senza la prospettiva di una fine o dell’alba, nel vano sforzo di dimenticare la vuota durata. Ma ad incutere spavento sono le notti insonni in cui il tempo si contrae e scorre infruttuosamente fra le dita. Uno spegne la luce nella speranza di lunghe ore di riposo, che gli possano recare qualche conforto. Ma mentre non può calmare i suoi pensieri, va sprecato per lui il tesoro prezioso della notte, e prima di essere in grado di non vedere più nulla sotto le sue palpebre accese, sa che è ormai troppo tardi, e che presto il mattino lo farà destare di soprassalto. Può darsi che, per il condannato a morte, l’ultimo spazio di tempo che gli rimane passi così, inarrestabile ed inutilizzato. Ma ciò che si rivela in questa contrazione delle ore è esattamente l’opposto del tempo realizzato. Mentre in questo la forza dell’esperienza spezza l’incantesimo della durata e concentra nel presente il passato ed il futuro, nella notte insonne e affannosa la durata genera un orrore intollerabile. La vita umana si riduce a un istante non già perché sopprima e conservi in sé la durata, ma perché cade in balia del nulla, e si ridesta alla coscienza della sua vanità di fronte alla cattiva infinità del tempo stesso. Nel ticchettio fragoroso dell’orologio si percepisce, per così dire, lo scherno degli anni luce per la breve durata della nostra esistenza. Le ore che sono svanite come secondi prima ancora che il senso interno le abbia afferrate e fatte sue, e che lo travolgono con sé nella propria caduta precipitosa, gli dicono che anch’esso, come ogni memoria, è votato all’oblio nella notte cosmica…” (Theodor W. Adorno, Minima Moralia)

Cantieri (troppo) aperti

Allora sta proprio per finire, l’estate intendo, con corollario di vacanze. Ed io ho assunto colorazioni d’ebano che, quando tra qualche giorno tornerò tra i boschi, inviteranno a sussurrarmi “sembri un africano”. Ma io sono un africano, cari miei, e se certe volte scolorisco lontano dai miei lidi, ciò non toglie nulla alla mia essenza più profonda ancorché dati anagrafici tentino inutilmente di smentire tale verità inconfutabile. SpiaggiaÈ vero che pregnanti convenzioni amministrative mi rendono comunitario come un norvegese, ma sfido chiunque a confondermi con Olaf il vichingo anziché con Faisal o Yussef. Ad ogni buon conto devo preparare le valigie ed impiegherò questi ultimi giorni anche per perfezionare abbronzature da richiesta di permesso di soggiorno, gozzovigliare, e fare scorte di beni di prima necessità, tipo conserve assolate, vini, cioccolata e cose così, antidepressivi, insomma. Val la pena comunque di fare anche qualche bilancio: mi preoccupa innanzitutto un certo attivismo che quest’estate ha contraddetto certe mie propensioni caratteriali. Mi sono rimesso a scrivere il mio libro, ma non l’ho concluso, e tuttavia ne ho elevato l’impalcatura a tale altezza da consentire alla mia asfittica creatività boschiva di continuare a lavorarci senza troppa angoscia anche nel bel mezzo d’un gelido inverno (scusate la citazione). Il recital coi miei testi è andato bene (successo di critica e di pubblico, si dice), ed io mi sono divertito, non solo, ho dovuto rilasciare promesse che avrei continuato a scrivere per il teatro ed anzi ho già in mente due o tre cose. Infine mi sono concesso una collettiva cui partecipo in questi giorni con delle foto. Troppa roba, mi pare. Devo stare attento, non vorrei farmi prendere la mano. Si comincia così, piano piano, poi subentra l’entusiasmo ed entri in un tunnel senza che se ne veda la via di fuga. Finisce che si rimane affezionati all’idea di starsene sempre in movimento perpetuo… giammai. Adesso mi pento e me ne sto bello fermo: “Non fare oggi quello che puoi continuare a non fare anche domani”. Vi lascio con una cosa di Cesare Pavese.

Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa

lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira

tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo

e non scappa di casa.

 

Ci sono d’estate

pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese

sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge

per un viale d’inutili piante, si ferma.

Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?

Solamente girarle, le piazze e le strade

sono vuote. Bisogna fermare una donna

e parlarle e deciderla a vivere insieme.

Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte

c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi

e racconta i progetti di tutta la vita.

 

Non è certo attendendo nella piazza deserta

che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade

si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,

anche andando per strada, la casa sarebbe

dove c’è quella donna e varrebbe la pena.

Nella notte la piazza ritorna deserta

e quest’uomo, che passa, non vede le case

tra le inutili luci, non leva più gli occhi:

sente solo il selciato, che han fatto altri uomini

dalle mani indurite, come sono le sue.

Non è giusto restare sulla piazza deserta.

Ci sarà certamente quella donna per strada

che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

Giro di boa

Vi ho già detto che ho iniziato un altro libro? e quando ciò accade, talvolta mi succede di tornare con la memoria a quello precedente, nella fattispecie l’ultimo che ho pubblicato (eccolo). Anzi, per desiderio di condivisione, ve ne posto qui l’incipit, per chi avesse voglia e tempo di leggerselo (scusate, non sono sicuro sia la versione definitiva, faccio confusione coi file, ma credo di si, in caso contrario perdonate i refusi e qualche frase sconnessa). Comunque, per quanto riguarda quello che sto scrivendo, credo di essere al giro di boa… credo, giacché non è facile capire quando questo traguardo sia stato veramente raggiunto. Pensieri angosciosi mi assalgono: riuscirò a completarne la prima stesura per quest’estate? Ahimè, temo di no. Per fortuna ho preso appunti, e, come ho già scritto in altro post, la cosa più importante, in questo momento, è proprio che riesca a fare tesoro di creatività rinate poiché presto le mie capacità astrattive saranno sostituite, e senza remissione di peccati, da rigorosi razionalismi. E che ho troppe cose da fare. C’è questo recital coi miei testi da mettere in scena (vi renderò edotti anche su questo, e a breve), forse anche un’altra cosa (non è certa, dunque mi astengo dal parlarvene) e poi sono impegnatissimo nell’attività che più mi aggrada: non far nulla, lasciarmi cullare dalla noia, farmi seppellire dall’ozio, con annessi e connessi. Come si fa a pensare di poter articolare pensieri di senso compiuto quando possiamo starcene a fumarci una sigarettina davanti ad un vertiginoso tramonto sul Mar d’Africa? dettagli e orizzonti56A proposito, ieri c’erano onde alte un paio di metri e sono stati avvistati proprio sotto costa tre squali. Roba da Oceano Pacifico; credetemi, una meraviglia che mi dispiace di non poter condividere con voi. Ma non voglio divagare e ritornando al nocciolo della questione, Sartre diceva che l’infelicità degli uomini sta tutta nel non sapersene stare dentro una stanza da soli senza far niente. Sottoscrivo. Comunque non pretendo che questa sia una condizione esistenziale assoluta, talvolta qualcosa si deve produrre, se non per i posteri, almeno per evitare precoci derive verso l’inebetimento. Occorre starsene col cervello all’erta, ma proprio per questo qualche volta bisogna lasciarlo in pace, non tormentarlo con necessità che tali non sono. Calma, bisogna stare calmi. “Dove s’arriva si mette punto”, recita un detto delle mie parti, non aulico ma efficace nella sua mostruosa sintetica semplicità. Ed io, almeno per il momento, ho proprio deciso di prendermela comoda: “Take it easy” a tutti, allora.