Solo poche parole, e nemmeno mie

M’è arrivata una cosa via mail… la faccio mia, semplicemente perché non a me non vengono parole guardando quel mio mare lontano e disperato.

dettagli e orizzonti52

“magari sotto a quel pezzettino di mare c’è una città sommersa piena di gente spettinata e contenta che s’incontra al mercato del pesce freschissimo; una città senza traffico dove ci si capisce tutti boccheggiando in bollicinese, dove nessuno ha mai bisogno di farsi la doccia né di salare l’acqua per la past’asciutta.

una città dove le sirene cantano, non urlano, e, quando fa buio, si possono guardare le stelle che, riflesse fra le onde, sono come piccole barche che portano lontano senza fare male”

(Lisa, vent’undici anni)

Pratiche di lentezza!

Ecco queste vacanze natalizie. Sono appena venuto fuori dalla prima serie di bagordi. Niente di che, tutto nella norma, con qualche divagazione sui temi classici dell’enogastronomico tradizionale per certe mie propensioni per il pesce. Occorreranno giorni per smaltire tutto, ma è consuetudine che ci si sottoponga a questo nelle occasioni comandate. Devo dire che è una delle poche convenzioni cui mi adeguo senza particolari sofferenze, anzi, con qualche cenno di svago. Ad ogni buon conto mi fa piacere starmene a casa mia, lontano dagli affanni della vita lavorativa che si preannunciano, con il nuovo anno, assai intensi. E allora ricarico le batterie. Ora, dovete sapere, che non appena metto piede nella terra degli avi, come sempre mi concedo qualche rituale antico: che ne so, me ne vado a vedere se c’è ancora il mare – qualche cataclisma o una legge originale avrebbe potuto indurgli di arretrare di qualche chilometro -, verifico che il pescivendolo non abbia mutato le sue consuetudine espositive, che si trovi sempre il vino giusto e cose così. Ma c’è una cosa che praticamente non riesco a trattenere dal fare e che non vedo l’ora di fare, dopo aver smaltito con il sonno dei giusti l’attraversamento dello stivale, l’irrequieto inganno di Scilla e Cariddi ed il mostro senza testa e senza coda della Salerno-Reggio Calabria: Dopo aver fatto quei quindici o venti chilometri di splendida campagna che mi separano da Modica, ne raggiungo il centro, in basso.

La strategia della lumaca

La strategia della lumaca – Tecnica mista su tela 80×80

Devo comprare qualcosa da leggere, e non riesco – qualche pulsione interiore ed invincibile me lo impedisce – a fare acquisti di libri on line, ed una certa agorafobia incipiente mi esclude visite in grandi e fornitissimi book store. Giunto a destinazione mi aspetta prima il solito caffè nel solito bar con i relativi convenevoli del ben tornato; poi mi immergo in un’altra epoca, nella libreria di Francesco, lì d’appresso. Non dovete immaginare che si tratti di una di quelle librerie fornitissime, senza costa, come si dice in gergo, ma con le copertine che illustrano percorsi tematici precisi e inequivocabili, come segnali stradali. Piuttosto i libri sono sistemati in uno spazio piccolo, illuminati solo in parte, e cercarne qualcuno, per chi ama l’ordine categoriale e classificatorio, appare impresa ardua. Un leggero odore di umidità, che diventa intenso se fuori piove, è il contrappunto permanente a quell’immersione in una dimensione diversa, con le foto di vecchi avventori che i cicli biologici hanno depennato dalla lista dei clienti fissi. Alle spalle del locale si apre il dedalo silenzioso ed infinito di scale, vicoli, cortiletti, basole umide, palazzi sorprendenti, chiese immaginifiche, dove dolce sarebbe naufragare, e facile – e desiderato – perdersi. S’avverte fascino vero, sublime atmosfera, popolata di creature d’altri tempi, pervase tutte, senza esclusione, del germe della lentezza, a cominciare dal proprietario. Allora, il rituale, come in una danza antica, prevede che mi aggiri tra gli scaffali subendo le ironie di Lui per la mia condizione di abitante di montagne lontane, cui replico con frammenti nostalgici e desideri di rimpatri definitivi. Divagazioni gastronomiche e manifesti programmatici condivisi del “non far nulla” si susseguono e, come d’incanto, ti conducono dinnanzi al libro giusto. Ma se ciò non accadesse basterebbe chiedere e, dalla testa del Nostro, come dall’Araba Fenice o da una Cornucopia spalancata negli abissi del tempo, si svelerà l’ordine editoriale che i semplici sensi non avrebbero potuto cogliere giacché non adusi ad esperienze simili di viaggio. È il posto più piccolo che conosca che merita una visita così lunga, definitivamente appagante. E quando si è conclusa si torna al solito vecchio bar, dove si può fingere di essere uno dei tanti scrittori, intellettuali, che lì, per decenni vicini al secolo, hanno dissimulato in dotte conversazioni le proprie velleità d’ozio. A questo punto, conquistando un tavolino e dando la prima occhiata oltre la copertina al nostro prossimo compagno di viaggio, ordinando un rosolio e qualche assaggio di rare cioccolate, ci si potrà compiacere per il fatto che l’orologio, finalmente, ha smesso il suo impertinente e pervicace tic tac..

La bellezza salverà il mondo?

Ho un po’ latitato dalla rete di questi tempi, cause di forza maggiore, difficoltà tecnico-comunicative risolte. Ma non sono stato a mente ferma, mi sono guardato intorno, per scorgere prospettive di seppellimenti democratici (e cristiani), ringhi tricolori e tridentici, sciovinismi regionali, rabbie umorali post globalizzatorie… e, in definitiva, niente di nuovo sotto il sole, gattopardescamente riferendo del cambiamento dissimulato del nulla sotto vuoto spinto che tutti ci attanaglia. Se il principe Miskin affacciasse la testa da queste parti, stenterebbe a ripetere quella sua celebre “idiozia”: la bellezza salverà il mondo.

la mimesi sfalsata

La mimesi sfalsata – tecnica mista su tela 80×80

E già, come si fa a parlare di una cosa così fatua: roba strana, esentasse, non contemplabile per natura soggettiva nel redditometro, non si vende, non si cumula e, res orribilis, non si compra. Peggio mi sento con gli strumenti della sua ricerca. Di questi tempi grami, arte e cultura sono fumo negli occhi, effimere costruzioni fannullonesche, da emuli di Pinocchio, della sua parte Lucignolo-tendente per giunta. Ogni tanto le scrivo queste cose, così me le rileggo, dovessi scordarmene e scordarmi anche in quale dei meandri della mia memoria le ho seppellite avendole dimenticate. Repetita iuvant. Però torniamo all’oggetto del contendere: perché la bellezza è così urticante? Ed ancora di più – essendo la prima una sostanziale utopia nella sua perfezione ch’appartiene alla natura e non a noi miserabili umani traditori della stessa – perché lo sono l’arte e la cultura che si pongono quali mezzi per la sua ricerca? Semplicemente perché l’arte non si compra, la cultura nemmeno. Se ne ha solo la sensazione; ma chi ritiene di possederle, o mente a se stesso sapendo di mentire, o semplicemente è così sciocco da crederci davvero – propendo per questa seconda ipotesi. Ora, se qualcuno di voi immaginasse di poter comprare, che ne so… un Picasso o un Mondrian, certo se ne è assicurato il possesso. E tuttavia ciò che possiede veramente non è l’atto creativo del genio, ma solo la sua prosaica testimonianza. L’atto creativo, sia esso estemporaneo, sia frutto d’un lungo e doloroso travaglio o ancora di una elaborazione felice, svanisce con l’opera, dunque, non si può comprare. Né alcuno potrà venderlo. Ma neanche l’opera stessa, finita, che pure testimonia che quell’atto è stato tale, si potrà mai possedere del tutto giacché, chi se ne ritrova al cospetto introduce il proprio gusto nella sua percezione, ne trae linfa vitale, la fa propria non avendoci messo su un soldo bucato, dunque ne smembra l’esclusiva proprietà, la collettivizza. E allora arte e cultura, e quell’utopico ed effimero loro frutto che è la bellezza, minano le basi della convivenza civile, debilitano il PIL, fanno impennare lo spread come uno scooter smarmittato, diventano vizio, e, si sa, certi vizi poi assumono il carattere del vezzo e ci si diverte ad esporli. Mi ricordano quelle sigarette francesi che fumava la mia nonna materna, sostenendole con lunghi bocchini, da cui aspirava solenni boccate sì da stimolarne le fiammeggianti irrequietezze, incurante se la natura effimera del fuoco mettesse a repentaglio certi ricercati toulle che a mò di veletta scendevano giù da bizzarri cappellini. Senza scomodare Proudon, Spinoza o Adorno, mi sa che se qualcuno oggi se ne rendesse conto e volesse davvero cambiare le cose, si metterebbe a girare per mostre, o si ritirerebbe a leggere libri preziosi e ben scritti, senza saltarne una pagina come nell’anticamera di un dentista, frequenterebbe teatri e concerti, e pretenderebbe che ve ne fossero di qualità crescente, un po’ come facevano sul finire dell’Ottocento le mogli e le figlie dei contadini dei Fasci Siciliani, che, poste le condizioni congiunturali che l’epoca penosa imponeva loro, rischiarono di scardinare privilegi feudali e violenze statuali, semplicemente ritirandosi nelle loro sbilenche bicocche per imparare a leggere e scrivere alla luce approssimativa di mozzichi di candela. Ma basterebbe forse persino un approccio anche solo ad un tramonto ben speso, sulla spiaggia giusta. O in cima ad un monte vedere chi la spunta tra il sole e la luna. Si compierebbe il gesto estremo che se fosse diffuso e condiviso ci farebbe risvegliare con i piedi sulle macerie del nulla, finalmente in una bella spianata dove ricostruire. E io? Io preparo le valigie per tornarmene sulle rive del Mar d’Africa – la festa comandata -. M’aspetta roba interessante laggiù: tasse da pagare, bollette, mi ci porta un viaggio lungo e costoso con la stessa vecchia macchina e sempre la stessa musica nelle orecchie (eccola qui). E non mi rimarrà granché per far regali. Sono rimasto così al verde che proverò a mimetizzarmi nel paesaggio dei sognatori in cerca dell’utopia definitiva – sapessi dov’è mi sarebbe di conforto!!!

Il teorema della memoria

In fondo ai complessi passaggi che tendono a supportare i Teoremi matematici si legge sempre la scritta C.V.D. – Come Volevasi Dimostrare. La sequela algoritmica può puntare alla dimostrazione per assurdo, cioè tentare di condurre al contrario di quanto contenuto nell’assunto, per completare il suo intricato percorso nel vicolo cieco della contraddizione, oppure semplicemente si dimostra il Teorema e basta. L’approdo finale è il dogma, la legge, da cui non si può derogare. E del resto la matematica non è un’opinione. Ultimamente succedono però cose strane: le opinioni talvolta divengono matematicamente provate, come certe leggi della fisica. Era, ad esempio, mia opinione che sarebbero bastate un paio di settimane per cancellare dalle prime pagine dei giornali e media vari, e con questi dalla memoria collettiva o semplicemente dall’attenzione, l’Olocausto dei migranti nel Mar d’Africa. Mi sbagliavo, c’è voluto molto meno tempo, segno dell’inossidabilità dell’opinione, ovvero della possente esattezza del suo assunto. Oh, volevo tranquillizzare quei tre o quattro che mi leggono, non sono soddisfatto di questo, né intendo vomitare pletore di “l’avevo detto” giacché ho consapevolezza di essere ben poca cosa al cospetto del resto dell’universo. E non sono nemmeno avvezzo a vestire i panni del Don Chichotte per lanciarmi lancia in resta contro i mulini a vento o sfidare a singolar tenzone, previo appuntamento dopo la mezzanotte e dietro il convento dei Frati Minoriti, i “felloni” della destrutturazione della memoria. times2-polaEppure la memoria è il passaggio fondamentale per dimostrare la nostra esistenza, e non solo una componente essenziale della nostra identità che ne è semplicemente una parte. E allora faccio una cosa, non avendo una visione circolare del tempo come gli orientali, mi crogiolerò della memoria, come ho fatto anche in post precedenti, facendo in modo che il futuro si muova con “LENTEZZA” sino a toccarsi col presente, ed insieme aspettino il passato per un tamponamento a catena che li faccia coincidere in un unico punto temporale indefinito ed infinito. Poi, col tempo, esplorerò lo “spazio breve che suggerisce l’infinito” (Jean Grenier), il Mediterraneo, non più tomba per i suoi figli, e sceglierò “Itaca, la terra fedele, il pensiero audace e frugale, l’azione lucida, la generosità dell’uomo che sa” (Albert Camus).

P.S. In attesa di Itaca, visto che mi ci hanno chiamato, domenica sarò qui! Se non avete di meglio da fare…

Le convergenze involutive!

In questi giorni mi sono chiesto se vi sia una relazione tra la notizia – che non mi ha colto impreparato – che gli italiani siano tra gli ultimi nella loro capacità di far di conto e nella lettura e comprensione dei testi, e se esiste un limite all’orrore per ciò che avviene nel Mar d’Africa. Credo siano questioni più complesse della semplice convergenza – che pure esiste – tra ignoranza ed indifferenza, dunque non ho trovato risposte esaustive. Di norma faccio pensieri semplici, dunque tendo a farmi una ragione della mia incapacità nel non trovare soluzioni ai problemi, ancorché, essendo insegnante d matematica, ciò dovrebbe gettarmi in uno stato di prostrazione profonda. Ma ammetto di essere anche stato prestato – non so bene quanto pro tempore – all’insegnamento, ed il mio obiettivo professionale non è certo solo quello di sentirmi ripetere il Teorema di Pitagora a menadito, di vederlo applicato correttamente e secondo impeccabili algoritmi risolutivi. Per fortuna non sono la professoressa cui scriveva Don Milani, non ancora, spero. Ci sono cose più importanti da fare per chi fa il mio mestiere, come far presente ai miei giovani alunni che vi sono strade altre, non certo per indicargliene una giusta sulla base dei miei convincimenti, semplicemente avvertirli che esistono, affinché possano percorrerle ed incontrarvi nuove umanità ed i propri talenti, fossero anche solo quelli di mantenere alto il tasso di indignazione nei confronti dell’orrore. Noi adulti non ne siamo più capaci per più del tempo concesso da una notizia giornalistica. Però siamo capaci di dire cose come “I ragazzi non hanno più valori, non credono più in niente” e amenità del genere. Forse è persino vero, abbiamo ragione. Ma le nuove generazioni non sono nate geneticamente modificate, non siamo dinnanzi ad una immane deriva genetica. dettagli e orizzonti07 In un post non troppo recente avevo scritto che siamo chimere – sono tali anche le nuove generazioni -, l’orrendo incrocio tra il cane di Pavlov (riflessi condizionati) e le oche di Lorentz (imprinting). Noi siamo Lorentz o Pavlov (con tutto il rispetto per queste due figure immortali) a seconda dei casi, che dinnanzi all’olocausto dei migranti proferiamo verità immortali come “che tragedia, ma se la sono cercata, non possiamo mica pensare di accoglierli tutti”; spingendoci talvolta sino a: “se gli accogliamo perdiamo voti”. Abbiamo potenti amplificatori per i gorgoglii delle nostre viscere più profonde e recinti altissimi per i nostri orti asfittici. E, come il dottor Stranamore, abbiamo creato le condizioni, l’humus ideale perché chi verrà dopo di noi, non vedrà altra soluzione praticabile che staccare la spina al pianeta.

Orgoglio e pregiudizio!

Dalle mie parti, laggiù sul Mar d’Africa, la chiamiamo spiaggia del Pisciotto, dal nome di un piccolo torrente che in estate non ce la fa a raggiungere il mare, vi si ferma ad una decina di metri. C’è una vecchia fornace di laterizi che agli inizi del secolo breve prese fuoco, consumando la malta che teneva insieme le pietre della sua struttura, e ora quelle la tengono in piedi lo stesso, smantellandosi così lentamente da dimostrare che quegli ingegneri erano stati in grado di metterla su bene se ha retto così a lungo. Sembra una cattedrale gotica o un templio greco, e domina maestosa, dall’alto della scogliera, la spiaggia sottostante, tre chilometri di sabbia e dune che di recente un quotidiano nazionale – Repubblica, mi pare – ha definito la più bella dell’isola. SampieriÈ anche la location ideale per qualche episodio del Commissario Montalbano. In fondo c’è un piccolo borgo, Sampieri, frazione di quella Scicli che Elio Vittorini, nelle sue “Le città del mondo”, paragonava per bellezza a Gerusalemme. Il maestro Guccione, grande pittore che vive da queste parti, e che subentrò a Guttuso nell’insegnamento all’Accademia di Belle Arti di Roma, ha immortalato spiaggia e fornace in dipinti di vertiginosa profondità e suggestione catartica. Le mattine d’estate vado lì a fare il bagno. È posto tranquillo, non ci sono né bar né cose del genere, dunque, la strana propensione dei molti per l’accumulo parossistico intorno al rumore, tiene lontane le masse claudicanti e rende quel tratto di costa magnifico. Quando mi rendo conto che il fisico me lo consente, arrivo in bici sfidando calure africane. Se il Libeccio soffia è luogo meraviglioso, con i cavalloni che simulano l’effetto Oceano Pacifico. Talvolta, la mattina presto – le mie ore preferite – il mare è così calmo da sembrare una lastra di ghiaccio, e non se ne distingue il confine con il cielo. Al tramonto diventa rosso sangue e inghiotte il sole sino a quando non si ha la sensazione di sentirlo deglutire. Conosco tanta gente che frequenta quel posto, e mi fermo a scambiare quattro chiacchiere con quelli che passano. Talvolta mollo la mia roba sulla spiaggia e vado a piedi al vecchio borgo per un caffè, seguendo l’arenile. Non è raro vedere qualche delfino che si “inchina” senza rischiare l’incidente definitivo, e quest’estate un banco di cefali s’è levato in volo, forse per fuggire alla voracità d’una ricciola, travolgendomi. Ne ho visto ripetute volte le immagini in questi giorni in televisione. Un barcone di migranti si è arenato lì, alcuni sono stati gettati in mare e picchiati da assassini senza scrupoli. In tredici non ce l’hanno fatta. La gente del posto s’è precipitata a dargli soccorso: una signora s’è improvvisata medico o paramedico e ha provato un massaggio cardiaco, non so con quale risultato. Un ragazzo che credo di conoscere ha ripreso tutto.

La Sicilia è terra di contraddizioni, di mafia, di sovranità limitate, sforna ceti politici discutibili, per usare un eufemismo, cose che alimentano pregiudizi antichi. Ma quella manifestazione di solidarietà corale e gratuita, mentre chi potrebbe evitare questo massacro permanente gira la testa da un’altra parte (mi viene in mente una vecchia canzone, in tal senso), quanto m’ha fatto sentire orgoglioso di esserci nato.

The end

Allora è davvero finita. Il lungo ed angoscioso serpentone d’asfalto che attraversa lo stivale mi ha riportato tra i boschi e me ne ha dato la certezza irrefutabile. Allora, da oggi niente più Mar d’Africa (“quei posti stupidi, dove non piove mai”, George Brassens), dove la mia anima alla mattina prende al guinzaglio il mio corpo e se lo porta in giro per i suoi bisogni; ma non posso confidare nemmeno in suppletive e corroboranti passeggiate nei boschi: piove (governo ladro?). Queste vacanze sono andate via rapidamente, veloci almeno quanto lentamente sono giunte. Chissà perché tutto ciò che induce ad essere rapidi, operativi, frenetici, professionali, scattanti, non sembra aver mai fine, devo anche aver letto da qualche parte che “il lavoro rende liberi”. E chissà per quale accidenti di ragione invece quello che viviamo con lentezza, che teniamo frenato, tratteniamo per le briglie, ci scivola via tra le dita. Non ho risposte nuove ed originali, né mi proverò a darne, non sono all’altezza e rischio di abbassare il PIL e che si impenni lo spread. Però provo a farne dare una credibile a qualcuno al di sopra d’ogni sospetto “Quanta fretta! E che smania, ogni giorno, di ingurgitare e vomitar una moda, un autore, un’idea! Mentre non abbiamo ancora finito, temo, di capire i presocratici…” (Gesualdo Bufalino). Oppure potrei autocitarmi vezzosamente così: “Perché cercare di capire adesso? Saranno le mie dita sottili o il profumo d’acqua e limone o gli occhi di una gatta che ha molte vite e poche spiegazioni da dare a stimolare curiosità ottuse? Pensa ciò che vuoi e dibattiti finché ti pare, agitati nella rete immaginando di essere l’ultimo o forse il primo e l’ultimo o solo uno dei tanti che riceve il trattamento speciale riservato a chi mi pare. Condurrò le danze e continua pure ad ascoltare ogni mio movimento, se ti riesce di cogliere qualcosa che possa darti risposte a domande che, come è chiaro, non sai porre. Perché non ne riconosci la troppa obliquità, la loro essenza di linee sghembe rispetto ad ogni risposta. Seguimi, adesso, approfittando della mia voglia di farti da guida prima che abbia un ripensamento, e ti abbandoni sulla riva di un acquario da dove potrai immaginare di cogliere ogni piccolo dettaglio dei tuoi naufragi. Dimentica la città-zoo. Non cercare vie di fuga diverse proprio ora che ne hai una vera. La tua ricerca rischia di essere vuota come le tue non-domande. Non ha conclusioni assolute ed interpretazioni oggettive, anche se ciò che è oggettivo è solo tale e quale a se stesso, quindi ancora insufficiente a garantire risposte. E smettila di girare intorno al problema, avvitandoti penosamente in un auto-assedio circolare. Il progetto circolare ha una sola tangente, e certo in quel punto dove s’afferma la prospettiva obliqua e angolare. È lì il quid del verso non sai cosa, verso non sai dove, la traccia della fuga dall’orbita scontata. Il cerchio è solo la banalità dell’opinione diffusa, del mi lascio tutto dietro, il punto d’accumulo orribilmente affollato. Vuoi forse un po’ di coda al casello? Vai pure, se è così, continua a girare solo intorno al centro svuotato. Ma se mi segui io lo riempirò di me sinché non esploderà lasciandoti senza cerchio e senza ingolfate prospettive, finalmente in fuga tangente e solitaria”.

A valigie disfatte, comunque, almeno ho la soddisfazione di essere stato seguito da un paio di bottiglie di ottimo Cerasuolo: una, credo, la farò fuori stasera stessa, per accompagnare quel colpo di genio assoluto d’antica saggezza popolare che è il “sugo finto”, condimento per spaghetti di comprovata azione antidepressiva, in cui la carne viene surrogata da semi di finocchietto che per memoria esperienziale riportano al gusto suggestivo di certe salsicce. Nella valigia ho altre cose, certo, cose che non occupano spazio, ricordi, riflessioni, note a margine, in ordine sparso. Bella estate, piena di incontri vecchi e nuovi e di piacevolezze varie. Poi so anche che il MUOS lo faranno lo stesso anche se non lo vuole nessuno, d’una sughereta che è lì da qualche secolo del resto si può fare a meno per lasciare un po’ di spazio a certe cose di tale elevata saggezza, che sarà mai; forse fa male, forse no, ma se non si fa va pagata la penale, quindi, essendo che c’è la crisi, anche facesse male… Continuano gli sbarchi, e le esili figure di quei ragazzi che costruiscono piramidi di sabbia sul bagnasciuga (“una piramide che si regge sulla punta”, Musil) piramide di sabbiadiventano problema di ordine pubblico, anzi no, economico, e si sa, c’è la crisi, mica ci si può occupare anche di chi è così ostinatamente sciocco da pretendere di fuggire da guerra, fame, sete, e qualche volta così stupido da non riuscirci nemmeno, per farsi spiaggiare magari come il messaggio in una bottiglia per inorridire poveri bagnanti in costumini colorati… se ne facciano una ragione e smettano anche loro di remare contro. Ma il rientro dalle vacanze è pieno d’altre gradevoli sorprese: un paio di bollette, qualche tassa in più… Ma se decidessi di chiedere il divorzio dal cervello, quante possibilità avrei di vedermelo concesso?

Cantieri (troppo) aperti

Allora sta proprio per finire, l’estate intendo, con corollario di vacanze. Ed io ho assunto colorazioni d’ebano che, quando tra qualche giorno tornerò tra i boschi, inviteranno a sussurrarmi “sembri un africano”. Ma io sono un africano, cari miei, e se certe volte scolorisco lontano dai miei lidi, ciò non toglie nulla alla mia essenza più profonda ancorché dati anagrafici tentino inutilmente di smentire tale verità inconfutabile. SpiaggiaÈ vero che pregnanti convenzioni amministrative mi rendono comunitario come un norvegese, ma sfido chiunque a confondermi con Olaf il vichingo anziché con Faisal o Yussef. Ad ogni buon conto devo preparare le valigie ed impiegherò questi ultimi giorni anche per perfezionare abbronzature da richiesta di permesso di soggiorno, gozzovigliare, e fare scorte di beni di prima necessità, tipo conserve assolate, vini, cioccolata e cose così, antidepressivi, insomma. Val la pena comunque di fare anche qualche bilancio: mi preoccupa innanzitutto un certo attivismo che quest’estate ha contraddetto certe mie propensioni caratteriali. Mi sono rimesso a scrivere il mio libro, ma non l’ho concluso, e tuttavia ne ho elevato l’impalcatura a tale altezza da consentire alla mia asfittica creatività boschiva di continuare a lavorarci senza troppa angoscia anche nel bel mezzo d’un gelido inverno (scusate la citazione). Il recital coi miei testi è andato bene (successo di critica e di pubblico, si dice), ed io mi sono divertito, non solo, ho dovuto rilasciare promesse che avrei continuato a scrivere per il teatro ed anzi ho già in mente due o tre cose. Infine mi sono concesso una collettiva cui partecipo in questi giorni con delle foto. Troppa roba, mi pare. Devo stare attento, non vorrei farmi prendere la mano. Si comincia così, piano piano, poi subentra l’entusiasmo ed entri in un tunnel senza che se ne veda la via di fuga. Finisce che si rimane affezionati all’idea di starsene sempre in movimento perpetuo… giammai. Adesso mi pento e me ne sto bello fermo: “Non fare oggi quello che puoi continuare a non fare anche domani”. Vi lascio con una cosa di Cesare Pavese.

Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa

lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira

tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo

e non scappa di casa.

 

Ci sono d’estate

pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese

sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge

per un viale d’inutili piante, si ferma.

Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?

Solamente girarle, le piazze e le strade

sono vuote. Bisogna fermare una donna

e parlarle e deciderla a vivere insieme.

Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte

c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi

e racconta i progetti di tutta la vita.

 

Non è certo attendendo nella piazza deserta

che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade

si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,

anche andando per strada, la casa sarebbe

dove c’è quella donna e varrebbe la pena.

Nella notte la piazza ritorna deserta

e quest’uomo, che passa, non vede le case

tra le inutili luci, non leva più gli occhi:

sente solo il selciato, che han fatto altri uomini

dalle mani indurite, come sono le sue.

Non è giusto restare sulla piazza deserta.

Ci sarà certamente quella donna per strada

che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

Scampoli

Ho ancora uno scampolo di vacanze prima di ricaricare in auto le valigie e fare ritorno ai miei monti adottivi. Mi dispiace, com’è ovvio. E tuttavia quest’anno mostro una certa insofferenza nei confronti delle folle agostane, con annessi e connessi, in particolare in quanto ad aumento dei decibel in circolazione. Non so se attribuire la cosa ad un bilancio anagrafico ogni anno più deficitario o ad un udito sensibilizzato, ma la confusione mi soffoca, sono costretto a cercarmi rifugi di silenzioso romitaggio e agosto non ne offre molti. Mi capita talvolta di finire tra la folla e provare un senso di pauroso smarrimento, ho le vertigini, divento asociale. Non ho mai capito perché gli uomini rifiutino così proditoriamente di ricercare uno spazio vitale adeguato e tentino invece operazioni di accumulo di massa. In un certo senso la cosa favorisce la mia ricerca di serena contemplazione del nulla poiché, ad esempio in spiaggia, tutti si assembrano in un metro quadrato dove rischi di essere infilzato dagli aombreloni, mentre lunghe porzioni di litorale si aprono in ariose distese di deserto; ed io a quelle mi rivolgo. Solo che ad agosto anche i rimasugli di quiete si riducono. Bisognerebbe che mi decidessi a ribaltare il mio calendario: l’estate sui monti, il resto dell’anno al mare, a razzolare conchiglie sulla spiaggia ed a lanciare lenze al largo, speranzoso del passaggio della ricciola distratta che non riconosce il boccone armato. Se ci penso bene, in fin dei conti, mi sembrerebbe così naturale starmene al fresco quando fa caldo ed al caldo quando fa fresco. Il sogno realizzato, praticamente, l’immaginazione al potere, l’utopia concreta. La società, nel suo complesso, non è ancora pronta a questi nomadismi stagionali, li ritiene anacronistici, si sente primitiva. Deve essere un retaggio di certe concezioni mistico-religiose secondo le quali se non patisci abbastanza non puoi aspirare al premio finale, quello definitivo intendo, la salvezza eterna. A me basterebbe il premio d consolazione su questa terra. Vabbé..! Comunque, lo spettacolo teatrale coi miei testi è alle porte (ve ne do notizia qui, per chi magari si trovasse a passare da queste parti, e sotto vi posto la locandina). Quaggiù qualcuno è impazzitoMi sono divertito a prepararlo, e questo mi basta… per il resto, ai posteri l’ardua sentenza. Semper Voster…

Giro di boa

Vi ho già detto che ho iniziato un altro libro? e quando ciò accade, talvolta mi succede di tornare con la memoria a quello precedente, nella fattispecie l’ultimo che ho pubblicato (eccolo). Anzi, per desiderio di condivisione, ve ne posto qui l’incipit, per chi avesse voglia e tempo di leggerselo (scusate, non sono sicuro sia la versione definitiva, faccio confusione coi file, ma credo di si, in caso contrario perdonate i refusi e qualche frase sconnessa). Comunque, per quanto riguarda quello che sto scrivendo, credo di essere al giro di boa… credo, giacché non è facile capire quando questo traguardo sia stato veramente raggiunto. Pensieri angosciosi mi assalgono: riuscirò a completarne la prima stesura per quest’estate? Ahimè, temo di no. Per fortuna ho preso appunti, e, come ho già scritto in altro post, la cosa più importante, in questo momento, è proprio che riesca a fare tesoro di creatività rinate poiché presto le mie capacità astrattive saranno sostituite, e senza remissione di peccati, da rigorosi razionalismi. E che ho troppe cose da fare. C’è questo recital coi miei testi da mettere in scena (vi renderò edotti anche su questo, e a breve), forse anche un’altra cosa (non è certa, dunque mi astengo dal parlarvene) e poi sono impegnatissimo nell’attività che più mi aggrada: non far nulla, lasciarmi cullare dalla noia, farmi seppellire dall’ozio, con annessi e connessi. Come si fa a pensare di poter articolare pensieri di senso compiuto quando possiamo starcene a fumarci una sigarettina davanti ad un vertiginoso tramonto sul Mar d’Africa? dettagli e orizzonti56A proposito, ieri c’erano onde alte un paio di metri e sono stati avvistati proprio sotto costa tre squali. Roba da Oceano Pacifico; credetemi, una meraviglia che mi dispiace di non poter condividere con voi. Ma non voglio divagare e ritornando al nocciolo della questione, Sartre diceva che l’infelicità degli uomini sta tutta nel non sapersene stare dentro una stanza da soli senza far niente. Sottoscrivo. Comunque non pretendo che questa sia una condizione esistenziale assoluta, talvolta qualcosa si deve produrre, se non per i posteri, almeno per evitare precoci derive verso l’inebetimento. Occorre starsene col cervello all’erta, ma proprio per questo qualche volta bisogna lasciarlo in pace, non tormentarlo con necessità che tali non sono. Calma, bisogna stare calmi. “Dove s’arriva si mette punto”, recita un detto delle mie parti, non aulico ma efficace nella sua mostruosa sintetica semplicità. Ed io, almeno per il momento, ho proprio deciso di prendermela comoda: “Take it easy” a tutti, allora.