Solo poche parole, e nemmeno mie

M’è arrivata una cosa via mail… la faccio mia, semplicemente perché non a me non vengono parole guardando quel mio mare lontano e disperato.

dettagli e orizzonti52

“magari sotto a quel pezzettino di mare c’è una città sommersa piena di gente spettinata e contenta che s’incontra al mercato del pesce freschissimo; una città senza traffico dove ci si capisce tutti boccheggiando in bollicinese, dove nessuno ha mai bisogno di farsi la doccia né di salare l’acqua per la past’asciutta.

una città dove le sirene cantano, non urlano, e, quando fa buio, si possono guardare le stelle che, riflesse fra le onde, sono come piccole barche che portano lontano senza fare male”

(Lisa, vent’undici anni)

Il teorema della memoria

In fondo ai complessi passaggi che tendono a supportare i Teoremi matematici si legge sempre la scritta C.V.D. – Come Volevasi Dimostrare. La sequela algoritmica può puntare alla dimostrazione per assurdo, cioè tentare di condurre al contrario di quanto contenuto nell’assunto, per completare il suo intricato percorso nel vicolo cieco della contraddizione, oppure semplicemente si dimostra il Teorema e basta. L’approdo finale è il dogma, la legge, da cui non si può derogare. E del resto la matematica non è un’opinione. Ultimamente succedono però cose strane: le opinioni talvolta divengono matematicamente provate, come certe leggi della fisica. Era, ad esempio, mia opinione che sarebbero bastate un paio di settimane per cancellare dalle prime pagine dei giornali e media vari, e con questi dalla memoria collettiva o semplicemente dall’attenzione, l’Olocausto dei migranti nel Mar d’Africa. Mi sbagliavo, c’è voluto molto meno tempo, segno dell’inossidabilità dell’opinione, ovvero della possente esattezza del suo assunto. Oh, volevo tranquillizzare quei tre o quattro che mi leggono, non sono soddisfatto di questo, né intendo vomitare pletore di “l’avevo detto” giacché ho consapevolezza di essere ben poca cosa al cospetto del resto dell’universo. E non sono nemmeno avvezzo a vestire i panni del Don Chichotte per lanciarmi lancia in resta contro i mulini a vento o sfidare a singolar tenzone, previo appuntamento dopo la mezzanotte e dietro il convento dei Frati Minoriti, i “felloni” della destrutturazione della memoria. times2-polaEppure la memoria è il passaggio fondamentale per dimostrare la nostra esistenza, e non solo una componente essenziale della nostra identità che ne è semplicemente una parte. E allora faccio una cosa, non avendo una visione circolare del tempo come gli orientali, mi crogiolerò della memoria, come ho fatto anche in post precedenti, facendo in modo che il futuro si muova con “LENTEZZA” sino a toccarsi col presente, ed insieme aspettino il passato per un tamponamento a catena che li faccia coincidere in un unico punto temporale indefinito ed infinito. Poi, col tempo, esplorerò lo “spazio breve che suggerisce l’infinito” (Jean Grenier), il Mediterraneo, non più tomba per i suoi figli, e sceglierò “Itaca, la terra fedele, il pensiero audace e frugale, l’azione lucida, la generosità dell’uomo che sa” (Albert Camus).

P.S. In attesa di Itaca, visto che mi ci hanno chiamato, domenica sarò qui! Se non avete di meglio da fare…

L’ecumene della bellezza

Il mondo è un ecumene, un unicum in cui donne e uomini si incontrano per millenni, percorrendo le innumerevoli strade evolutive delle culture. Le frontiere sono la follia burocratica di perverse difese ad oltranza di interessi parziali. Sono nella testa prima che nei luoghi e nel DNA. Le grandi civiltà sono nate lungo le grandi vie, la Via della Seta che unisce Oriente ed Occidente, come quella dei giganteschi traffici del Mediterraneo sin dai tempi di Fenici ed Egizi. Ma c’è sempre il ricordo del punto di partenza, il luogo che si è abbandonato per ricercarne di nuovi, per desiderio di scoperta, o perché costretti a fuggire. Ho trovato una poesia di quello che viene considerato il Dante del mondo Arabo, una poesia che è ricordo toccante della propria patria (ve la lascio in fondo). Solo che quella patria non è, come la vulgata potrebbe immaginare, la Libia o l’Arabia o la Siria, bensì la Sicilia. Già, perché Ibn Hamdis nasce a Siracusa (per qualcuno a Noto nel 1056), comunque in terre d’approdo di nuovi migranti, e dopo aver combattuto per la sua patria, minacciata dai cattolicissimi Normanni (altro che liberatori in una terra che già l’Amari nell’800 definiva per metà Araba e per l’altra Greco-ortodossa), fu costretto ad un doloroso esilio nei sultanati di Spagna. Il ricordo va subito ad un altro grande esiliato, Dante Alighieri, che seppe tradurre il proprio amore per la natia terra lontana in indimenticabili componimenti poetici. Ma c’è dell’altro – sono un biologo, non un umanista, vado a tentoni -. Poco distante da dove ebbe i natali Ibn Hamdis, nasce, circa mezzo secolo dopo (un’inezia, in tempi senza internet, stampa o TV), tal Jacopo Notaro da Lentini, considerato tra i primi, se non il primo, scrittore “in lingua italiana”. Se siete curiosi, cercate in rete o – sarebbe preferibile – in libreria, taluni componimenti poetici di questi due “siciliani” e concentratevi su quegli inni alla vita, le elegie dell’amore, preludio all’”amor cortese”, per scoprirvi tali elementi comuni ed inediti (richiami a certe cose di Saffo?) da lasciare più di qualche sospetto in merito a probabili contaminazioni. I due avrebbero potuto respirare la stessa aria, precursori di culture di mondi oggi ritenuti – è ciò che è grottesco – antipodici, e per tal ragione meritevoli di “reciproci respingimenti”, non accoglienza, non riconoscimento dell’altro che in realtà non è tale. Ah… dimenticavo, già che ci siamo vi lascio anche una canzone, una cosa Siculo-Araba che come la poesia che segue mi ricorda quanto si possa costruire bellezza ed armonia se solo ci si guarda negli occhi con la sola pretesa di farlo.dettagli e orizzonti32
LA TERRA DEGLI AVI
Ah, da nuvola folgoreggiante in patria
brillò lieve un lampo, leggero come il saluto
che una mano accenna con la punta delle dita!
(Esso) fece sgorgare | da occhi insonni lacrime nascoste, e li illuminò di luce
benché fosse notte scura
Oh, meravigliosa visita!
Apparve l’immagine a (visitare) palpebre che,
quando mi rinvenni, ritenevano ancora l’illusione…
Soggiorno in Saqi Ahra,
al confine di un deserto arido e brullo
vicino ad un lembo di terra schiaffeggiato dal vento,
quando soffia umido e freddo.
Mi giunge un soffio dell’odore del muschio, dal deserto; a chi volesse avventurarsi
in questi orridi luoghi sono (da superare)
un immenso mare e vaste pianure
Con l’aurora le tenebre si rivestono di luce,
come si riveste di sudore, per la lunga corsa,
il petto di un morello
Sospiro di nostalgia per la mia terra,
nella cui polvere si son consunte le membra
e le ossa dei miei,
come sospira verso casa, avendo smarrito la strada,
un vecchio cammello sfinito,
impacciato dalle tenebre.
Già è svanito dalle mie mani
il fiore dell’amor giovanile,
ma la bocca è piena del suo ricordo.