Solo poche parole, e nemmeno mie

M’è arrivata una cosa via mail… la faccio mia, semplicemente perché non a me non vengono parole guardando quel mio mare lontano e disperato.

dettagli e orizzonti52

“magari sotto a quel pezzettino di mare c’è una città sommersa piena di gente spettinata e contenta che s’incontra al mercato del pesce freschissimo; una città senza traffico dove ci si capisce tutti boccheggiando in bollicinese, dove nessuno ha mai bisogno di farsi la doccia né di salare l’acqua per la past’asciutta.

una città dove le sirene cantano, non urlano, e, quando fa buio, si possono guardare le stelle che, riflesse fra le onde, sono come piccole barche che portano lontano senza fare male”

(Lisa, vent’undici anni)

Nobiltà deluse

Non so se avete presente quelli che hanno due cognomi, anche tre. Ce ne sono taluni che se li portano con discrezione, non gliene importa più di tanto. Talaltri, invece, ne vanno matti. È cosa che li gratifica, come se essere nati con quella pletora di ridefinizioni anagrafiche sottintendesse condizioni auliche del corpo e dello spirito, superiorità ereditarie (a me vengono in mente cose tipo emofilia e robe che si acuiscono con la scarsa ibridazione per paure patrimoniali, ma io soffro di deformazioni professionali e politiche). Collezione1Ci sono poi quelli che ci stanno proprio male se non si prende atto della loro cognomanza binomiale, e te lo fanno notare, per esempio mostrando sufficienza quando, che ne so, appongono la firma qual sigillo regale su una qualche circolare intrisa di burocratismi elementari, irrispettosi del rango di chi legge e sottoscrive, e accompagnano quel gesto d’umana quotidianità su infarciture di pertanti, con dolenti esclamazioni del tipo: “oh, che fastidioso firmare con due cognomi, beati voi – sottintendendo il ‘comuni mortali’ – che non avete lo stesso atavico problema”… e nel frattempo, sollevano prudenti lo sguardo nella speranza dissimulata di cogliere in quello degli astanti anche una sola espressione che ne disveli stupore frammisto ad invidiosa ammirazione. Ho comunque memoria di certi personaggi che possedevano ormai più titoli e cognomi che averi, e che vivevano nell’angoscioso ricordo di quei tempi in cui un titolo si poteva cedere dietro lauto compenso, a porre pezze precarie a certe propensioni che dilapidavano patrimoni, castelli e latifondi dietro giochi d’azzardi ed altre umane debolezze. Viceversa, ho contezza di moderni ricchivendoli che devono le proprie fortune ad imprese audaci non sempre trasparenti, e che celano le proprie umili e polverose origini dietro ricerche araldiche che ne disseppelliscano nobili discendenze. Manco a dirlo pagano fortune per ciò, essendo il mondo pieno di certi ceffi che, di par loro, venderebbero qualsiasi certezza ereditaria. Fortune se non pari assai simili a quelle che servono per nutrire yacht e ipercar con cui sgommano il sabato sera sulle povere lastre della piccola piazza del centro storico o negli ampi piazzali dei centri commerciali, assai rumorosamente, è ovvio, perché nessuno se ne perda l’evoluzione ed estasiato esclami: “che bella macchina s’è fatta il conte”. Ma quelli più sorprendenti sono certuni che inseguono apparenze aristocratiche con l’uso disinvolto di simboli arcaici. Ho visto certi industrialotti che hanno reso partenoniche le colonne che reggono il cancello d’ingresso al piazzale antistante il capanno prefabbricato e modulare, e su, in vetta ad esse, hanno posto ruggenti sculture leonine, accuratamente invecchiate con processi artificiosi, sicché se ne può dedurre un’origine antica ed il possesso da generazioni. E così il povero operaio ormai dearticolodiciottizzato, non solo mantiene un profilo basso dopo aver seppellito la tessera del sindacato per paura d’essere costretto a non riattraversare più quell’ingresso, ma lo varca adesso pure con lo stesso spirito di novelle Forche Caudine.
E io? Non m’è difficile immaginare che se costruissi il mio albero genealogico, con appena l’intenzione di aggiungere qualche titolo ed almeno un altro cognome a quell’unico piuttosto prosaico che mi porto dietro sin dal mio primo affaccio su questa terra, non avendo a disposizione ricchezze tali da acquistare né illusioni araldiche, né, tanto meno, marmi pregiati in forma di bestie blasonate, sono sicuro che alle mie spalle, e ripercorrendo a ritroso la storia ed il tempo degli avi, mi ritroverei con qualche pirata, un pescatore di ricci di mare, un cammelliere stanco di sabbia forse! coloursAllora non mi resta che consolarmi per questa che sono certo è la verità che unica appartiene alla mia genia, con il narrarvi d’un piatto che mai il signor conte, il duca od il marchese oserebbero assaggiare, giacché il presupposto per gustarne l’essenza sta nell’intingervi le dita ed attingerne in siffatto modo il contenuto in tradizionale condivisione, e giammai essi consentirebbero alle proprie nobili ed ingioiellate falangi di sguazzare nei medesimi intingoli d’altri. Di più, temendo contaminazioni geopolitiche, virali e classiste, mai addiverrebbero alla conclusione di potersi concedere un tuffo nella contaminazione pura. E si, cari miei, sto parlando del cuscus. La sua origine è antica, ma nient’affatto nobile, giacché appartenne a poveri carovanieri subsahariani, e da lì, senza permessi di soggiorno, ha iniziato a varcare frontiere. Anima migrante si integra ed integra poiché si fonda sul desiderio definitivo dei suoi piccoli chicchi d’assorbire le essenze dei luoghi, fossero fatte di piccoli e poveri tocchi di carni capitati lì per caso tra le dune d’un deserto, abbondanti pescati sulle ricche coste di Sicilia e Sardegna, o verdure selvatiche d’ogni fatta ed intingoli. Non disdegna le contaminazioni più profonde, dunque, ed anzi ricerca lle più assolute rifiutando ideologicamente la purezza declamata d’una esclusività regionale. È realmente l’archetipo illustrativo dell’unità, sin dall’attingerne il contenuto dal piatto (che sia di ceramica colorata, magari con cretti e scorticature) che invita a creare un humus assoluto fatto d’ogni contributo. Infine, è piatto che sin dalla sua preparazione invita alla lentezza, alla meditazione, alla conversazione. Non v’azzardate ad iniziare a prepararlo senza prima esservi assicurati d’avere a portata di mano qualcosa da bere. Per gli astemi c’è il tè, eventualmente, come quello nel deserto. Ma io astemi non ne conosco, tendo a verificare con attenzione le credenziali di chi frequento. Insomma, non mi resta che darvene una sintesi, una delle tante (tutte hanno diritto di cittadinanza, perché il cuscus è apolide). Alla base di tutto v’è la semola di grano duro – ve ne consiglio una metà a grana fine e l’altra un po’ più robusta – che va posta su un piatto di ceramica ampio (mezzo chilo per quattro persone) e spruzzata d’acqua salata. Quindi, con sapiente movimento rotatorio delle dita, si consente ai grani di assorbire il liquido sino ad assumere la caratteristica forma a piccole sferette. Si procede dunque alla prima setacciata. Le palline che passano vanno addizionate di semola fresca perché si accrescano sino a raggiungere il diametro desiderato di circa due millimetri. È bene che in questa fase si beva del Frappato fresco, e si conversi del più e del meno. Giacché si presuppone che inizialmente il tasso alcolico non sia ancora accettabile, si può indugiare in conversazioni sull’arte e la bellezza! La cottura avviene nella tipica cuscussiera, a vapore, dopo aver condito la semola con olio d’oliva, chiodi di garofano, aglio, prezzemolo e peperoncino rosso. Sul fondo della cuscussiera consiglio di mettere brodo di pesce misto fatto di specie pregiate ed altre meno, e aromi. Il vapore del brodo cucinerà la semola posta uniformemente al livello superiore. Ci vogliono almeno due ore perché la cottura sia completata, non c’è fretta, è ovvio, soprattutto se la compagnia è buona (ma basta un buon libro e la musica di Manu di Bango) ed il Frappato non è ancora finito. Poi si versa il contenuto ancora sul grande piatto, si rimescola un po’ e si rimette a cuocere per un’altra mezz’ora buona, praticamente un paio di bicchierini, una sigaretta, una decina di pagine ed un paio di lunghi reef. Infine, fatelo riposare sul grande piatto, quindi conditelo con il brodo di cottura filtrato, e servitelo con il pesce più pregiato che avrete avuto cura di tirare fuori del brodo prima che si inizi a disfare, e verdure saltate in padella con del pomodoro fresco (consiglio, oltre a sedano, carote e cipolla, anche melanzane, zucchine e peperoni). Io aggiungo alle verdure anche un cucchiaio di miele di timo! Poi dateci dentro senza ritegno, limitando l’uso delle posate, ma non quelle di un irrispettoso Nero d’Avola, e se qualcuno dei presenti inorridisce per l’abbinamento di un vino così corposo al pesce, ditegli di farsi gli affari suoi e la prossima volta non lo invitate.

Lasciate perdere!

Trent’anni fa Enrico Berlinguer rassegnava dimissioni definitive. Non ero iscritto al suo partito, neanche lo votavo, non riuscivo a farmelo piacere: agorafobico come sono sempre stato, mi rendevo inconsciamente avverso alle pratiche di massa, preferivo gruppuscoli minoritari ed involuti, ad un passo permanente dall’estinzione (che è poi, come codificato nelle teorie darwiniane, avvenuta). DSC_0021Tuttavia, mentre da una parte i suoi compagni di viaggio (non tutti, ma quasi) mi provocavano eruzioni cutanee, di Berlinguer ho sempre ammirato il coraggio di aver posto la questione morale in un momento in cui non se ne percepiva la gigantesca necessità. Allo stesso tempo però non ho mai pensato, come semplicisticamente – ed ipocritamente – si fa oggi, che quello fosse un appello generico a “non rubare”. Ho trovato straordinariamente morali le sue lotte ai cancelli della FIAT e troverei di formidabile valore morale se quest’intero ceto politico la facesse finita di citarne lo spessore e di cianciare, allo stesso tempo, in termini di puro delirio burocraticistico, della questione dei migliaia di migranti che stanno collassando un pezzo di questo paese già abbastanza occupato a travolgersi da solo. Che vadano a vedere, che si facciano una traversata del deserto per un annetto e poi si imbarchino su un canotto col fiato sul collo dei loro carnefici. La facciano finita di proporre cure miracolistiche con la bava alla bocca da residenze lussuose e da seggiolini pregiati, La facciano finita di sbraitare sulle diseguaglianze immorali di questi nostri tempi grami mentre traccheggiano utilitaristici accordi con finanzieri e banchieri. La facciano finita di urlare improperi involuti dietro i quali si nasconde il vuoto siderale. La facciano finita di tirare per il collo memorie di uomini che non ci sono più per meri calcoli propagandistici. Ci provino ad agire “moralmente”, e si facciano carico davvero di intervenire a soccorrere donne, bambini, uomini che hanno semplicemente chiesto di poter rimanere in vita e la smettano di cianciare di respingimenti che sono condanne a morte, di controllo dei flussi che somiglia a svuotare il mare con un ditale, di mancanza di fondi giacché i soldi si sa bene che ci sono e dove sono. E se poi non è troppo gravoso, che provino pure loro ad essere donne e uomini, carne e sangue, sudore e lacrime. E se non ce la fanno, che agiscano moralmente: spariscano! E noi, “noi” che come “me” sputiamo sentenze? Da domani, per ribaltare i rapporti di forza in direzione di un nuovo umanesimo, niente più centri commerciali?

Fenomenologia del fungo porcino

Ho ritrovato l’archetipo illustrativo del nostro carattere italico nell’essenza del fungo porcino, o meglio nella sua non-natura di creatura trifolata, più che nella sua essenza saprofita e rimineralizzatrice. Ora, detta così questa cosa, lascerebbe intendere un certo mio indugiare nel consumo di sostanze assai poco lecite; dunque, per ricondurre me stesso ad una dimensione appena al di sopra d’ogni sospetto, cercherò di spiegare meglio ciò che intendo. Allora, dovete sapere che qui, nei pressi del borgo antico, v’è la consuetudine di ricorrere alla sagra come strumento di gratificazione ed esaltazione della nobiltà di frammenti urbani aggrottati tra i boschi. funghiLa sagra diviene lo strumento principe attraverso cui rivendicare una propria superiorità morale, civica, sociale e financo economica e culturale. Così fioriscono sagre fotocopia a distanza d’una settimana o poco meno l’una dall’altra, ed in luoghi distanti un paio di chilometri o poco più: Ci sono bizzeffe di sagre della birra, del prosciutto, del tortello, della cotica, della cozza, una sagra delle sagre ed una persino del cinema (?!?), ma, soprattutto, del fungo porcino. L’obiettivo mai confessato dei prolocatori dei singoli eventi, è quello di superare l’incasso e le presenze della manifestazione che si è svolta un paio di giorni prima, laggiù ad un tiro di schioppo, nell’infame borgo concorrente. Il popolo locale partecipa con una avvincente competizione nella competizione, a sancire il vincitore della disfida, sgomitando, calpestando, inveendo, sudando, per assicurarsi il prezioso bottino di qualunque cosa sia – sulla cui qualità tralascio di soffermarmi – esibendo, infine, quale trofeo il pregiato piatto di plastica sul cui fondo sono adagiate ipotesi dei protagonisti prescelti a nominare la sagra. Le competizioni sono aspre, ai limiti della regolarità, si sprecano i colpi bassi. Se qualcuno s’inventa una sagra nuova, non va posto tempo in mezzo per rispondere all’infida provocazione rilanciando la sfida. Guai a tirarsi indietro… s’ode a destra uno squillo di tromba… da sinistra risponde lo sfrigolio d’una grigliata! È il paese dei campanili, del tifo, dell’orticello curato. Della superiorità della razza paesana! Abbiamo questo di buono, che sappiamo difendere la superiorità del nostro fungo porcino, la sua purezza estetica, contro l’ignobile dirimpettaio. Figuratevi se possiamo accettare che torme di barbari vengano ad importunare le nostre sane campane, come si permettono, cosa vogliono. Che la smettano di sbarcare a migliaia sulle nostre coste… nostre, nostre poi è parola grossa, lì al sud, non proprio in Italia, non basta certo una convenzione amministrativa per definire quel senso d’appartenenza che tutti ci attanaglia, e che ci rende fieri ed orgogliosi d’appartenere alla sagra più bella e grande, alla festa più affollata, persino alla più untuosa.

Con sincero distacco!

Giacché se ne fa un gran parlare, voglio anch’io discutere di patri distacchi, di secessioni, di indipendenze, di autonomie, di sovranità nazionali, subnazionali, protoregionali. E si che quando un parlare è grande, vuol dire che forse non vale la pena di proseguire nello spendervi ulteriori parole, si rischia di aggiungere qualche goccia al mare, con l’effetto di rendendola inutile ed invisibile; ma io sono così affezionato all’effimero da non riuscire, talora, a sottrarmene. Certo meglio sarebbe che serbassi queste poche gocce tutt’altro che di saggezza che mi sono rimaste per il deserto, che lì ce ne sarebbe più bisogno; ma ognuno ha le sue fisime, ed io, ancorché non me ne compiaccia, mi serbo le mie. Alberobello 3Il punto è che anche a me piacerebbe di fare una secessione, ma non so da cosa dovrei “secessionare” (scusate l’arbitrio linguistico), né, tanto meno, saprei per quale terra dovrei pretendere una nuova sovranità. E allora, mentre altri s’affaccendano a identificarsi con fazzoletti di suolo calpestabili, e, dunque, mirano a staccarsi da ipotesi di paesi usurpatori, o istituzioni onnicomprensive, la mia preoccupazione è di rimanermene al centro del nulla: se tutti si dichiarano indipendenti devo cercarmi un posto già indipendente dove posso avere qualche possibilità di asilo… E allora, mettiamo che usciamo dall’Euro, dice che ci conviene. Vabbé, forse, non mi metto a sindacare su questo. Il punto è che io già coi soldi ho un rapporto, per così dire, distaccato, nel senso che raramente abbiamo contatti ravvicinati, e, forse proprio per l’esiguità di dette frequentazioni, io ci ho messo dieci anni a cominciare a ragionare in Euro e non è nemmeno detto che ci sia riuscito del tutto. L’altro giorno in qualche negozio m’hanno rifilato venti centesimi giamaicani che sono tali e quali ad un Euro, ed io li ho rigirati senza rendermene conto al bar per pagare un caffè: la proprietaria se ne è accorta subito però, poi il marito ha capito di cosa si trattava così m’hanno chiesto, con sguardo sospettoso: “ma che ambienti frequenti?”. Ipotizzo si riferissero a certe abitudini di quei luoghi esotici, non solo musicali. Ora, se mi rimettete la lira, io ci impiego altri dieci anni per riabituarmi, non mi ricordo come funzionava: abbiate comprensione, il mio elettroencefalogramma è quasi piatto. Ho memoria solo che non è che a quei tempi, quando si ragionava a milionate, intendo, fossi ricco e spietato come il Conte di Montecristo… avevo sempre quel certo distacco di cui sopra! Poi, ovvio, dissimulavo, fingevo atteggiamenti snobistici, in realtà mi mangiavo le nocche, il conto in rosso… Se poi, all’improvviso qualcuno fa un referendum ed io mi ritrovo d’improvviso, che ne so, nel Granducato della Cistifellea, nella Repubblica del Sanguinaccio, nel Principato dello Sparviero, e mi ci vuole il permesso di soggiorno per rimanere, e se poi non me lo danno perché non conosco la lingua che magari cambiano in corso d’opera, io che faccio? Mi tocca tornarmene a casa tra frontiere e frontiere, che sembro uno di quegli sciagurati che attraversano il Mar d’Africa, e ad ogni dogana magari ci incontro il tipo che mi dice “quanti siete, dove andate cosa portate… un fiorino”. Io che rispondo, “posso pagare in Euro”? E se mi respingono alla frontiera e mi fanno fare il giro largo, da dove passo, dalla Scandinavia? Lì, poi, secondo me, se ne accorgono che non sono roba loro, mica posso dirgli che dalle mie parti ci sono stati i Normanni, dunque magari ci ho qualche lontano parente vichingo. Non abboccano, credetemi. Insomma, io qualche preoccupazione ce l’ho, saranno fisime ma mi aspetto il peggio. Che poi non so bene, eventualmente, dove potrebbe essere veramente casa mia, cioè, in definitiva chi sono, che ne ho cambiate così tante di case che non sono mai sicuro dove mi sveglio e non mi ricordo neppure dove siano gli interruttori della luce e sbatto dappertutto. A scanso di equivoci, comunque, mi sono costruito una specie di albero genealogico, magari con quello mi faccio ospitare in uno stato nuovo e neoindipendente accampando origini comuni con gli autoctoni. Per farlo me ne sono andato in biblioteca, mi sono documentato, ho qui le fotocopie davanti: allora, c’è scritto che dalle mie parti ci sono stati i Siculi, i Sicani, i Fenici, i Greci, i Romani, i Vandali, gli Arabi, i Normanni, gli Spagnoli, i Francesi, gli Inglesi, i Tedeschi, poi persino gli Italiani e qualcuno, di certo, l’ho pure dimenticato… è lecito presumere, dunque, che un po’ di sangue di tutti questi ce l’abbia anch’io. Temo però che che la regola dell’anche al confine non me la facciano valere. E allora ho pensato, prima che altri pensino di cacciarmi, magari perché gli pare che gli rubo il lavoro (ma vi pare che io sia il tipo che si mette a rubare il lavoro agli altri? Semmai gliene faccio gentile omaggio), di chiedere asilo politico da qualche parte. Mi viene in mente l’Isola Ferdinandea. Speriamo che riemerga in tempo.

Naufragi fuori dai paraggi

La settimana passata è stata settimana di passione autentica. Si è chiusa – lavorativamente, intendo – con una collega che, dopo una questione sindacale su cui mi ero impegnato senza risparmiarmi (cosa a cui non sono avvezzo), mi ha chiesto come faccio a stare ancora dentro quell’organizzazione, giacché non vengo pagato per farlo, non ho distacchi, agevolazioni, privilegi, ed in cambio ricevo pure un certo quantitativo di rogne. Me lo chiedo anch’io, avrei risposto d’istinto. Ma la verità è un’altra: se il giullare odia i sindacati, il satrapo li detesta, e Wonder Boy, quando va bene, li ignora, io, sia pure obtorto collo ed in posizione ricercatamente defilata, ci sto dentro, almeno rimarco distanze e dormo tranquillo. Però sono accadute anche un sacco di altre cose. modicaLo so che è difficile crederci, ma mi sono accorto che le conferenze stampa di Wonder Boy non sono l’unico accadimento dei giorni nostri, sia pure riconoscendone la loro essenza di eventi miracolistici in cui il ragazzo, che giustamente si rivolge a se stesso con il pluralia majestatis, capita usi anche l’Io, deponendo, all’uopo, per modestia pura ed adamantina umiltà, la D maiuscola che precede la prima persona del suo pronome. Eppure, dal basso della mia condizione umana, mi sono accorto di altre cose. Tralasciamo che c’è il rischio scoppi una guerra, ma c’è stata anche la giornata dedicata alle vittime della mafia. Di questo, ad essere sinceri, si è parlato. Ovvio che le presenze Papali hanno avuto un certo ruolo nel garantirne visibilità. Moralis de fabula, se non c’è un pulpito illustre, non c’è notizia. E così delle migliaia di disperati che sbarcano in questi giorni sulle coste siciliane non si fa più nemmeno menzione, ma è colpa loro; intanto arrivano, e già questo… per di più lo fanno senza nemmeno annegare in almeno qualche centinaio: come si permettono, cos’è questa confidenza, non vedete che siamo impegnati a cambiare i destini del paese e forse del mondo? Per fortuna arrivano sulle coste del Mar d’Africa, mica sbarcano a Ponte Vecchio. Ah, a proposito di cose vecchie e sospese, le giornate del FAI che esaltano la “grande bellezza” dimenticata, sono state relegate in soffitta. Vabbé, non era poi così importante… basta con tutta ‘sta roba vecchia. Vecchia come i vent’anni che sono passati dalla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Pare si intendano desecretare i documenti che attengono a questa vicenda torbida; è un annuncio ufficiale. Bene, direte, ma ci sono anche tanti altri segreti su cui occorrerebbe far chiarezza, Bologna, l’Italicus, Ustica, Piazza Fontana le stragi di mafia. E basta con questa dietrologia, questo affannoso attaccamento al passato, alle cose vecchie e decrepite. Bisogna guardare avanti, rottamiamo la memoria, dritti al centro senza oscillazioni contro gli opposti estremismi. Ma c’è una cosa tra tutte che mi ha colpito in modo particolare tra le notizie della settimana trascorsa: i supermanager rischiano di vedersi ridurre lo stipendio. La solita retorica demolitrice. Ma che sarà mai questo stipendio? Del resto, persino a me riuscirebbe di guadagnare quanto tirano su loro in un anno. Ci metterò una vita? Pazienza… basta però con queste ansie temporali!!! Piuttosto mi chiedo perché non c’è stata una levata di scudi collettiva a difesa del lavoro di questi umili ed indefessi servitori dello stato. Invece, tutti a dargli addosso. Ma come si fa a rischiare di perderli, così, senza batter ciglio. Se proprio devono andarsene, che almeno qualcuno li accompagni; io, che ho il senso dello stato e sono riconoscente per il lavoro svolto con sì grandi sacrifici, mi offro volontario. Magari recuperiamo un barcone abbandonato dai migranti ancora in grado di galleggiare, così gli facciamo fare anche il viaggio di ritorno a pieno carico. Economy class. Mi viene in mente anche un giochino che potremmo fare insieme: Immaginiamo di essere dei supermanager in disgrazia costretti a migrare con mezzi di fortuna, ma facciamo naufragio su un’isola deserta. Siamo stati preveggenti e, oltre ad un bagaglio leggero, abbiamo portato con noi cinque libri che riteniamo determinanti per la sopravvivenza dei nostri neuroni. Intanto vi eviscero la mia cinquina: “Todo Modo”, di Leonardo Sciascia, “Horcinus orca”, di Stefano D’Arrigo, “L’uomo senza qualità”, di Musil, “Pensieri oziosi di un ozioso”, di Jerome K. Jerome, e “Dialettica della natura”, di F. Engels. Dite che non è roba da supermanager? Beh… io li metto via lo stesso e corro a preparare il resto dei bagagli. Chissà perché ho la strana sensazione che gli stipendi ed i posti di lavoro che qualcuno ha intenzione di “attenzionare” non sono esattamente quelli lì. E voi… voi cosa avete messo nello zainetto?

Lavorare stanca (allonsanfan, parte seconda)

Io consumo poco, sono un diesel. Così quando sento cose del tipo “bisogna rilanciare i consumi” per combattere la disoccupazione, sono molto perplesso, e non soltanto perché col mio stipendio è una fortuna che sia un diesel e non un turbo-benzina da trecento cavalli, ma anche perché, francamente, non saprei cosa consumare d’altro. Oh, intendiamoci, mi rinnovassero il contratto di categoria, mi concedessero gli scatti d’anzianità che mi sono dovuti, non me ne farei certo un cruccio, non m’offendo. Ma non riuscirei a consumare molto di più, rimarrei al palo. Se dovessi definirmi al cospetto del mondo, direi così che sono desueto. Pensate che sono anche seriamente convinto – e non me ne vogliate, devo essere il frutto di una malvagia deriva genetica – che per combattere la disoccupazione (e volendo, con ciò, rilanciare i consumi), bisognerebbe lavorare meno, così c’è un po’ di spazio in più per chi non lavora, perché – ed anche in questo devo essere stato programmato male – sono persino certo che ciò che è indispensabile è la qualità della vita, dunque del lavoro, e non la quantità di ciò che si può consumare. Ma io sono fatto male, “a prescindere”, come direbbe Totò, dunque non bisogna prendermi troppo sul serio.

Memorie da un sottobosco qualsiasi

Memorie da un sottobosco qualsiasi – tecnica mista su tela 80×80

Eppure, in quanto a consumi, mi pare che siamo già abbastanza rapidi. Le notizie da prima pagina, per esempio. C’è un boss della camorra che dice che rifiuti tossici dal Centro e dal Nord Italia faranno si che in vent’anni in un pezzo del Bel Paese tutti moriranno di cancro: un paio di giorni e poi alla cosa non si è più fatto cenno; e non sono passate che poche settimane dagli orrori dei migranti annegati nel Canale di Sicilia, ma non ve ne è più traccia nei resoconti giornalistici. Sono cose che si consumano presto queste, com’è giusto che sia, poco importanti. Solo un deviato come me può pensare che dovrebbero essere al centro della geografia politica sinché non se ne trovi definitiva soluzione. Più logico parlare di impeachment, congressi di partito, riforme istituzionali, tasse che si abbassano e invece no, che cambiano nome… E com’è giusto che sia non si parla nemmeno di arte, di cultura. Queste sono cose che non si consumano, rischiano di non passare di moda se sono ben fatte, dunque, inutili; in altre parole non danno da mangiare, come ebbe a dire un raffinatissimo economista non troppo tempo fa. E io, invece, che faccio? Anziché andarmene in un bel centro commerciale a fare man bassa d’ogni cosa sia oggettivamente inutile, come cambiare un cellulare al mese, aiutando il PIL e l’economia, magari mi faccio un bell’attivo sindacale fiume (gratis et amore Dei) o mi programmo per il prossimo week end una visita al Pisa Book Festival, così magari compro qualche libro (quale germe dell’arretratezza alberga nel mio corpo? Quale creatura oscena mi possiede?) e con pochi euro mi costringo, immerso in inutili quanto fuorvianti letture, a starmene lontano dalle giuste pratiche del “consumo”. Sono uno sciagurato, lo so. Non ho a cuore i destini del paese. Mica sono come la parte sana della società che, come il capitano Achab nel Moby Dick di Melville, dice: “I miei scopi sono assolutamente insani, ma i miei metodi per raggiungerli sono razionali”.

Il teorema della memoria

In fondo ai complessi passaggi che tendono a supportare i Teoremi matematici si legge sempre la scritta C.V.D. – Come Volevasi Dimostrare. La sequela algoritmica può puntare alla dimostrazione per assurdo, cioè tentare di condurre al contrario di quanto contenuto nell’assunto, per completare il suo intricato percorso nel vicolo cieco della contraddizione, oppure semplicemente si dimostra il Teorema e basta. L’approdo finale è il dogma, la legge, da cui non si può derogare. E del resto la matematica non è un’opinione. Ultimamente succedono però cose strane: le opinioni talvolta divengono matematicamente provate, come certe leggi della fisica. Era, ad esempio, mia opinione che sarebbero bastate un paio di settimane per cancellare dalle prime pagine dei giornali e media vari, e con questi dalla memoria collettiva o semplicemente dall’attenzione, l’Olocausto dei migranti nel Mar d’Africa. Mi sbagliavo, c’è voluto molto meno tempo, segno dell’inossidabilità dell’opinione, ovvero della possente esattezza del suo assunto. Oh, volevo tranquillizzare quei tre o quattro che mi leggono, non sono soddisfatto di questo, né intendo vomitare pletore di “l’avevo detto” giacché ho consapevolezza di essere ben poca cosa al cospetto del resto dell’universo. E non sono nemmeno avvezzo a vestire i panni del Don Chichotte per lanciarmi lancia in resta contro i mulini a vento o sfidare a singolar tenzone, previo appuntamento dopo la mezzanotte e dietro il convento dei Frati Minoriti, i “felloni” della destrutturazione della memoria. times2-polaEppure la memoria è il passaggio fondamentale per dimostrare la nostra esistenza, e non solo una componente essenziale della nostra identità che ne è semplicemente una parte. E allora faccio una cosa, non avendo una visione circolare del tempo come gli orientali, mi crogiolerò della memoria, come ho fatto anche in post precedenti, facendo in modo che il futuro si muova con “LENTEZZA” sino a toccarsi col presente, ed insieme aspettino il passato per un tamponamento a catena che li faccia coincidere in un unico punto temporale indefinito ed infinito. Poi, col tempo, esplorerò lo “spazio breve che suggerisce l’infinito” (Jean Grenier), il Mediterraneo, non più tomba per i suoi figli, e sceglierò “Itaca, la terra fedele, il pensiero audace e frugale, l’azione lucida, la generosità dell’uomo che sa” (Albert Camus).

P.S. In attesa di Itaca, visto che mi ci hanno chiamato, domenica sarò qui! Se non avete di meglio da fare…

Le convergenze involutive!

In questi giorni mi sono chiesto se vi sia una relazione tra la notizia – che non mi ha colto impreparato – che gli italiani siano tra gli ultimi nella loro capacità di far di conto e nella lettura e comprensione dei testi, e se esiste un limite all’orrore per ciò che avviene nel Mar d’Africa. Credo siano questioni più complesse della semplice convergenza – che pure esiste – tra ignoranza ed indifferenza, dunque non ho trovato risposte esaustive. Di norma faccio pensieri semplici, dunque tendo a farmi una ragione della mia incapacità nel non trovare soluzioni ai problemi, ancorché, essendo insegnante d matematica, ciò dovrebbe gettarmi in uno stato di prostrazione profonda. Ma ammetto di essere anche stato prestato – non so bene quanto pro tempore – all’insegnamento, ed il mio obiettivo professionale non è certo solo quello di sentirmi ripetere il Teorema di Pitagora a menadito, di vederlo applicato correttamente e secondo impeccabili algoritmi risolutivi. Per fortuna non sono la professoressa cui scriveva Don Milani, non ancora, spero. Ci sono cose più importanti da fare per chi fa il mio mestiere, come far presente ai miei giovani alunni che vi sono strade altre, non certo per indicargliene una giusta sulla base dei miei convincimenti, semplicemente avvertirli che esistono, affinché possano percorrerle ed incontrarvi nuove umanità ed i propri talenti, fossero anche solo quelli di mantenere alto il tasso di indignazione nei confronti dell’orrore. Noi adulti non ne siamo più capaci per più del tempo concesso da una notizia giornalistica. Però siamo capaci di dire cose come “I ragazzi non hanno più valori, non credono più in niente” e amenità del genere. Forse è persino vero, abbiamo ragione. Ma le nuove generazioni non sono nate geneticamente modificate, non siamo dinnanzi ad una immane deriva genetica. dettagli e orizzonti07 In un post non troppo recente avevo scritto che siamo chimere – sono tali anche le nuove generazioni -, l’orrendo incrocio tra il cane di Pavlov (riflessi condizionati) e le oche di Lorentz (imprinting). Noi siamo Lorentz o Pavlov (con tutto il rispetto per queste due figure immortali) a seconda dei casi, che dinnanzi all’olocausto dei migranti proferiamo verità immortali come “che tragedia, ma se la sono cercata, non possiamo mica pensare di accoglierli tutti”; spingendoci talvolta sino a: “se gli accogliamo perdiamo voti”. Abbiamo potenti amplificatori per i gorgoglii delle nostre viscere più profonde e recinti altissimi per i nostri orti asfittici. E, come il dottor Stranamore, abbiamo creato le condizioni, l’humus ideale perché chi verrà dopo di noi, non vedrà altra soluzione praticabile che staccare la spina al pianeta.

L’ecumene della bellezza

Il mondo è un ecumene, un unicum in cui donne e uomini si incontrano per millenni, percorrendo le innumerevoli strade evolutive delle culture. Le frontiere sono la follia burocratica di perverse difese ad oltranza di interessi parziali. Sono nella testa prima che nei luoghi e nel DNA. Le grandi civiltà sono nate lungo le grandi vie, la Via della Seta che unisce Oriente ed Occidente, come quella dei giganteschi traffici del Mediterraneo sin dai tempi di Fenici ed Egizi. Ma c’è sempre il ricordo del punto di partenza, il luogo che si è abbandonato per ricercarne di nuovi, per desiderio di scoperta, o perché costretti a fuggire. Ho trovato una poesia di quello che viene considerato il Dante del mondo Arabo, una poesia che è ricordo toccante della propria patria (ve la lascio in fondo). Solo che quella patria non è, come la vulgata potrebbe immaginare, la Libia o l’Arabia o la Siria, bensì la Sicilia. Già, perché Ibn Hamdis nasce a Siracusa (per qualcuno a Noto nel 1056), comunque in terre d’approdo di nuovi migranti, e dopo aver combattuto per la sua patria, minacciata dai cattolicissimi Normanni (altro che liberatori in una terra che già l’Amari nell’800 definiva per metà Araba e per l’altra Greco-ortodossa), fu costretto ad un doloroso esilio nei sultanati di Spagna. Il ricordo va subito ad un altro grande esiliato, Dante Alighieri, che seppe tradurre il proprio amore per la natia terra lontana in indimenticabili componimenti poetici. Ma c’è dell’altro – sono un biologo, non un umanista, vado a tentoni -. Poco distante da dove ebbe i natali Ibn Hamdis, nasce, circa mezzo secolo dopo (un’inezia, in tempi senza internet, stampa o TV), tal Jacopo Notaro da Lentini, considerato tra i primi, se non il primo, scrittore “in lingua italiana”. Se siete curiosi, cercate in rete o – sarebbe preferibile – in libreria, taluni componimenti poetici di questi due “siciliani” e concentratevi su quegli inni alla vita, le elegie dell’amore, preludio all’”amor cortese”, per scoprirvi tali elementi comuni ed inediti (richiami a certe cose di Saffo?) da lasciare più di qualche sospetto in merito a probabili contaminazioni. I due avrebbero potuto respirare la stessa aria, precursori di culture di mondi oggi ritenuti – è ciò che è grottesco – antipodici, e per tal ragione meritevoli di “reciproci respingimenti”, non accoglienza, non riconoscimento dell’altro che in realtà non è tale. Ah… dimenticavo, già che ci siamo vi lascio anche una canzone, una cosa Siculo-Araba che come la poesia che segue mi ricorda quanto si possa costruire bellezza ed armonia se solo ci si guarda negli occhi con la sola pretesa di farlo.dettagli e orizzonti32
LA TERRA DEGLI AVI
Ah, da nuvola folgoreggiante in patria
brillò lieve un lampo, leggero come il saluto
che una mano accenna con la punta delle dita!
(Esso) fece sgorgare | da occhi insonni lacrime nascoste, e li illuminò di luce
benché fosse notte scura
Oh, meravigliosa visita!
Apparve l’immagine a (visitare) palpebre che,
quando mi rinvenni, ritenevano ancora l’illusione…
Soggiorno in Saqi Ahra,
al confine di un deserto arido e brullo
vicino ad un lembo di terra schiaffeggiato dal vento,
quando soffia umido e freddo.
Mi giunge un soffio dell’odore del muschio, dal deserto; a chi volesse avventurarsi
in questi orridi luoghi sono (da superare)
un immenso mare e vaste pianure
Con l’aurora le tenebre si rivestono di luce,
come si riveste di sudore, per la lunga corsa,
il petto di un morello
Sospiro di nostalgia per la mia terra,
nella cui polvere si son consunte le membra
e le ossa dei miei,
come sospira verso casa, avendo smarrito la strada,
un vecchio cammello sfinito,
impacciato dalle tenebre.
Già è svanito dalle mie mani
il fiore dell’amor giovanile,
ma la bocca è piena del suo ricordo.