La democrazia è la democrazia!

Ebbene, il piccolo borgo s’è risvegliato in un miracolo: ciò che è di norma essere il luogo del nulla, salvo quanto già descritto nel precedente post, ovvero l’accalcarsi di torme di pargoli trangugianti birre al sabato sera, d’improvviso s’illumina d’immenso, ospitando ben due importanti inaugurazioni d’altrettante mostre. Di primo acchito somiglia a qualcosa che ha a che fare con moltiplicazioni di pani e di pesci, passeggiate sulle acque, conversioni dal meretricio. Niente di tutto questo… è la democrazia, semplicemente la democrazia nella sua forma più consueta – e recentemente pressoché unica -, le elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale.La banda Così, mentre il sindaco uscente, con tanto di giunta e candidati al seguito, s’affanna ad organizzare il fantasmagorico evento, un quadro celebre che fa la sua apparizione a ricordare fasti e gloria del paese nei bei tempi andati (ad una settimana dalle elezioni, questo improvviso moto d’ansia culturale sopita per secoli, espone a legittima suspicione), l’opposizione, non di meno, coi suoi adepti più fidi allestisce la controesposizione a venti metri di distanza, stesso orario d’inaugurazione, stessa data, e, sorpresa delle sorprese, stessa gente, giacché, gli uni e gli altri si alternano in piccole staffette per verificare a chi sia andato il primato delle presenze in un estemporaneo e casalingo exit poll. Poco importa che tali presenze siano da audience da cartone animato sperimentale ungherese, in una comunità assai poco fideizzata a simili eventi e per di più in febbrile attesa della festa della birra (anche questa programmata all’uopo) che sortirà i suoi effetti di grande e scontato successo nella frazione vicina. E ciò mi rende felice giacché le esibizioni dei latori di tambureggiabili epe da birra avverrà per una volta lontano dalle mie finestre, cosicché potrò indugiare nell’ascolto serale dell’ultima antologia Blue Note senza rumorose interferenze. Comunque, per ritornare alla disfida espositiva – Don Camillo e Peppone mai si sarebbero spinti così in là -. la liturgia dei devoti al consesso materiale dei propri santi in terra mi fa rinascere memorie letterarie: ” E la folla: ‘Olè…’ Consalvo stava attento al cerimoniale spagnolesco di quelle feste: il Senato della città, nella berlina di gala grande quanto una casa, preceduta da mazzieri e gonfalonieri e catapani che suonavano i tamburi, andava a prendere l’intendente, il quale doveva farsi trovare sul portone: al senatore più giovane toccava mettere il piede sulla predella, in atto di scendere; ma allora il rappresentante del governo doveva avanzarsi con le braccia distese, per impedirgli di toccar terra. Erano le prerogative della città”. (“I Viceré”, Federico De Roberto) Per quanto mi riguarda non sono andato a presenziare né all’una né tanto meno all’altra, anche perché, ne sono certo, m’avrebbe preso quel certo non so che sopraventrale, come se la possessione cui ormai sono rassegnato, si manifestasse ora con esiti inattesi, rigurgiti improvvisi ed incontrollati. Mi sono astenuto, dunque, per una volta felice di non poter esercitare la prossima domenica il mio diritto di voto (non sono residente ed ho optato per non spendere cinquecento Euro d’aereo per apporre la fatidica crocetta alle Europee). Ma, vivendo qui da tre lustri, la mia condizione forestiera non è così universalmente nota, non impedendo che divenissi oggetto delle brame concupiscenti di questo o quel candidato, di norma bravi cittadini impegnati e coerenti che, dopo aver consacrato la sublime condizione dell’umana natura monogastrica, venerando salsicce ed ossobuchi in un incontro coi macellai, poco dopo si affrettano a ribadire l’importanza d’una sana dieta priva di cadaveri animali nella kermesse organizzata coi vegetariani. A questo punto, non vi fosse stata l’impellente necessità che mi fermi in casa per tutta la domenica a concepire elaborati e relazioni per la chiusura dell’anno scolastico, mi toccherà pure rinviare alla prossima domenica la fuga urbana a Firenze per vedere il Giardino degli Iris ed una mostra di Pollock, un ottimo scenario che mi concederò per allontanare la delusione di non votare alle europee, ma anche una buona scusa per starmene al riparo dalle ultime schermaglie della “democrazia” locale. A proposito, sentitevi questa!

Inquietudini!

Dislocato fra quattro mura remote, scorgendo del mio tempo solo ritagli fuggevoli, ignaro di mille usi e contegni odierni, ho la curiosa impressione di vivere in bilico sulla ruota dei secoli, infinitamente più prossimo a San Girolamo che ad uno degli spippolatori che affollano l’I pad del bar pochi passi più su, in piazza. Tuttavia, tale consapevolezza non rende merito alla mia disillusione circa l’efficacia del sacrificio – un’idea che appartiene ad un martire non è detto che sia una buona idea -, dunque, preparo le contromosse, centellinandone l’utilizzo per non disperdere in un solo colpo il mio armamentario d’alternative. ColmarCosì, cercando di non farmi travolgere dalle enormi auto che sfidano le leggi della fisica percorrendo le strette strade del borgo, mi sono prodotto nell’ascesa per il caffè del meriggio verso la piazza centrale, il rinascimentale trampolino proteso verso l’orizzonte circoscritto dall’emiciclo claustrofobico dei monti. Ancora in preda allo sconforto per vedere la creazione di tale antico ingegno urbanistico trasformata in un parcheggio, ho colto la presenza del vecchio Mike spalle al muro, ad esporre minor superficie possibile all’incedere inesorabile d’un gigantesco fuoristrada per l’ennesimo giro di piazza. È probabile che il suo proprietario, impegnato nella giostra, sia stato colto dal dubbio atroce che qualcuno non avesse notato la sua presenza a bordo del potente mezzo e, per generosità, non volesse togliere ai propri concittadini la gioia di esternare con gridolini d’approvazione l’ammirazione per la possenza del suo mezzo. E nel contempo si prodigava nella ricerca d’un comodo asilo che fosse anche bella mostra per il suo destriero metallico – abbandonarlo nell’anonimo parcheggio appena fuori le mura dove scarseggiano sguardi compiaciuti era fuori discussione,– per un altro paio di giri, in attesa che qualcuno dotato di mezzi più prosaici gli cedesse il posto meritato – ubi major minor cessat -. Fallita la ricerca dell’agognato ricovero ha abbandonato il campo, liberando me, l’amico ed un paio di vecchine dalla prigione delle nicchie di negozi disabitati. Abbiamo così potuto avvicinarci non senza aver prima evitato di calpestare un paio di monolitiche ed elevatissime deiezioni canine; così gli ho proposto il concerto jazz del sabato sera. L’inquietudine del passo che consente la fuga dalla bolla temporale, del resto, si è dissolta con le ultime nevi sotto il sole della primavera. Buon concerto, anzi se vi capitano questi tipi qui, non perdeteveli. Ma stranamente poca gente, e giacché si ritardava ad iniziare, abbiamo approfittato per farci un calice di discreto Rosso di Montalcino, anche per buttar giù l’ettaro di lasagne di Marica e Michele consumate in tutta fretta prima della partenza. Al bancone del bar, però, un’angoscia che non vi dico, una cosa sotto pelle annichilente, ha pervaso ogni parte del mio corpo: tutti i presenti, ancorché non molti, avevano un aspetto familiare, abiti riconoscibili, espressioni note. Eppure non ne conoscevo nessuno. Ma quella strana sensazione di deja vu mi ha spinto a raccattare frammenti di conversazione sino a svelare il mistero di quella inquietudine: tutti insegnanti, avvolti dalla nuvola della rassegnazione, consacrati all’altare dell’inutilità del proprio ruolo. La conclusione è ovvia: anch’io, nel tempo, devo aver assunto quella facies. Attendendo che i musicanti si esprimessero ho vuotato il calice affinché con il suo contenuto scivolasse via anche il sapore crudele della scoperta che ha poi continuato a flagellare la notte abbreviata dalle riarticolazioni orarie. Memore di quanto osservato la sera prima, la mattina ho provato a ridefinire con quanto contenuto nel mio scarno guardaroba qualcosa che somigliasse ad una nota distintiva rispetto alla “norma”. Niente, il vuoto, il deserto della Namibia, quello dei Tartari, nulla sotto vuoto spinto. Negli anni, l’esile insieme dei miei strumenti di vestizione mostra tutto il suo sincretismo, la sovrapposizione indistinta di stili desueti con cose fuori tempo massimo. Nulla che abbia a che vedere con scarpette colorate, giubbottini variopinti, vite basse. Rassegnato ad essere come sono ricompongo il quadro desolante di ciò che indosserò e con quella mimetica me ne vado a vedere la mostra di foto qui accanto, inaugurata appena il giorno prima e che, come sempre accade, riceve visitatori praticamente solo per i primi due giorni. Non faccio in tempo ad entrare nella prima sala che vengo respinto da un’evidenza scioccante: la folla numerosa di tutti con la macchina fotografica a tracollo, modelli sofisticatissimi che denunciano la strabordanza di certe adipi impennandosi sulle pance con i loro zoom imponenti (che siano compensativi?!?) protesi a scrutare volte o cieli inesplorati. Come se un pittore andasse a vedere i quadri di Pollock con pennelli e tavolozza, o uno scultore che ci tenesse a mostrare martello e scalpello davanti al David, un melomane che dal loggione fa penzolare un flauto traverso ascoltando Il Rigoletto! Beh… vabbè, ho capito, ci tornerò un’altra volta, quando è passata la buriana, mentre posso ancora entrare senza essere scambiato per un inesperto ed incauto visitatore… che ne so, un insegnante. Comunque, se ci sono cose decenti in giro, fatemelo sapere. Adesso me ne torno a casa, è meglio, ho una bottiglia di Cabernet decente e mi faccio due spaghetti, che ho pure trovato i pomodori Marinda al supermercato, in confezione regalo, a sei Euro al chilo.

Mi illumino di lento

Mi pareva troppo bello. Da una decina di giorni i ritmi di lavoro s’erano stabilizzati. Troppo facile, si direbbe. Il rischio di abituarsi e ritrovarsi a poltrire quel tanto che basta (a dire il vero, ritengo, non sia mai abbastanza) era dietro l’angolo. Così si riprende: calendario fitto, sic! Come se non bastasse, a rendere tutto più complicato, la primavera fa capolini roboanti per dimostrare che i cambiamenti climatici le hanno intimato di presentarsi anzitempo e mi prospetta soluzioni alternative che le incombenze quotidiane mi impediscono di percorrere. times18-polaApprendo, pure, dopo non troppa attenta analisi, che, nel giochino tra lordi e netti, il ragazzo delle Idi di Febbraio, il nuovo re (o giullare?) del “faccio tutto io ed anche subito”, non mi farà avere l’agognato calo delle tasse: da quelle parti si sostiene che io sia troppo ricco. Ri-sic! Me ne cruccio? Ebbene si, lo ammetto, il mio materialismo si è arricchito di altre componenti oltre a quella storica e dialettica. Brutta avvisaglia di età che avanza. A questo aggiungiamo che non riesco a starmene quieto a pensare ai fatti miei, ma mi lascio prendere dall’ansia per i venti di guerra che vengono da Oriente, per i migranti, per queste ed altre cose! Mi vengono certi desideri di fuga. Per dove, però? Mi pare che non ci siano grandi opzioni. Allora, in attesa di mirabolanti ispirazioni, me ne sto fermo e più lento che mai tutte le volte che posso. Si tratta di una scelta di legittima difesa, quasi di disobbedienza civile. Mentre tutto d’intorno accelera, sgomita, guerreggia, sconfina, spara, sbraita, avvelena, sfregia, urla, starnazza, accumula, io mi pianto in terra, m’accendo una sigaretta, mi verso da bere e lascio che l’unica cosa che si muova sia un disco. Poi, d’un tratto mi accorgo d’una evidenza talmente manifesta che il bagliore che emanava, sino ad un momento prima, mi impediva di svelarne il dettaglio dirompente: sono già in fuga, nei pressi di derive ed approdi; è una parte di me che pratica la fuga passiva. È il busillis, la scoperta definitiva: l’unico modo per fuggire è starsene fermo, immoto nei secoli dei secoli, avvolto in un comodo manto di pigrizia oziosa. Tanto sono gli altri che, accelerando, tolgono il loro rumoroso disturbo. Così, d’improvviso mi cambia la prospettiva: vedo i miei colleghi agitarsi nelle oscure stanze della formazione, come attori consumati, colgo a distanze siderali l’agitazione di piccole particelle che cercano disperate candidature per il futuro sindaco del borgo, senza sapere che “il che fare del che fare” è così lontano; persino i miei alunni mi dicono “prof, resti con noi – ma come? vogliono fare matematica? “Non prendete il vizio, vi prego”, mi verrebbe da dirgli, mentre faccio ruotare un poligono, aiutatemi piuttosto, a mostravi la bellezza, a rifiutare le orribili congruenze del tutto con il tutto, a cogliere l’attimo -, e i documenti politici diventano origami, finalmente hanno qualcosa da dire, l’affitto da pagare, invece, sembra ormai l’affitto di un altro, come le bollette del gas, della luce e del resto. Ma non è tutto, ora vedo qualcosa di travolgente che sta per abbattersi sul mondo intero, sulle sue accelerazioni parossistiche. Mi fermo appena un attimo, per abortire quel residuale istinto al mutuo soccorso che mi spinge a segnalare il pericolo incombente; “che le cose vadano come devono andare”, elaboro in una frazione infinitesimale: una risata lo seppellirà. Così ben disposto, mi sa che telefono al vecchio Mike ed impiegherò una ventina di minuti – ma non ho fretta – prima che il mio inesistente inglese comunichi al suo italiano imperfetto che domenica potremmo andare a vedere una bella mostra. Sono pensieri oziosi di un ozioso e sono sazio di lentezza, illuminato d’immenso.

 

Ozio e lentezza.

Allora, a proposito di Lentezza, sono qui, approfittando di questo lungo ponte, che provo ad organizzare il materiale per un paio di libri, uno praticamente già concluso, l’altro che ha superato da un pezzo il giro di boa ma che se ne sta quietamente in attesa ch’io mi decida a dargli quel senso compiuto che – presumo, ma soltanto presumo – meriterebbe. Le cose, dicevo, vanno a rilento, com’è d’uopo. Sono anche alle prese con il tentativo di metter su un paio di mostre per il periodo delle feste di fine anno. Insomma, troppa carne sul fuoco, direi. Talmente tanta da farmi venire le vertigini. Non ci sono abituato. Così riciclo un vecchio post, una cosa non mia ma che depone in favore di scelte oziose (anche il riciclaggio, del resto testimonia d’una condizione dell’anima), nel tentativo di dare una giustificazione a certe mie spigolature caratteriali poco avvezze al superattivismo. Buona lettura!Multilentezze

Nonostante la mia pigrizia, ho fatto un mucchio di cose che non avrei dovuto fare. Però ho confermato l’esattezza del suo giudizio per quanto riguardava il tralasciare di fare molte cose che non avrei dovuto assolutamente tralasciare. La mia pigrizia è sempre stato il mio cavallo di battaglia. Ma non mi vanto di ciò, è un dono di natura. Sono in pochi a possederlo. C’è una gran quantità di pigri, ci sono mascalzoni a bizzeffe, ma un ozioso genuino è una rarità. Non è il tipo che se ne va in giro con le mani in tasca. Al contrario, la sua più sorprendente caratteristica sta nel fatto che è sempre vorticosamente indaffarato. Infatti è impossibile godere della pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere. Non è affatto divertente non far nulla quando non si ha nulla da fare. Perdere tempo diventa allora una mera occupazione, e un’occupazione tra le più affaticanti. L’ozio è come i baci, per essere dolce deve essere rubato. Molti anni fa, quand’ero un ragazzo, mi ammalai gravemente: non sono mai riuscito a capire che cosa avessi di tanto grave, a parte un bestiale raffreddore. Immagino però che si trattasse di un malanno molto serio perché il dottore mi spiegò che sarei dovuto andare da lui un mese prima, e se la mia malattia (fosse quel che fosse) fosse durata per un’altra settimana, lui non avrebbe risposto delle conseguenze. Pare impossibile, ma non ho mai saputo di un medico chiamato a curare un qualsiasi ammalato, senza che si scoprisse che un altro giorno di indugio avrebbe reso impossibile la guarigione. La nostra guida sanitaria, filosofo e amico, è come l’eroe di un melodramma: compare sulla scena solo ed esclusivamete all’ultimo minuto utile”. (“Pensieri oziosi di un ozioso” – Jerome K. Jerome)

Dettagli (di viaggio) ed orizzonti (omerici)

Mi ritrovo sul Mar d’Africa, dopo un lungo e periglioso viaggio. Non so perché questo pezzo d’Italia (ancorché talvolta prenda atto che è tale solo per una convenzione amministrativa) è sempre più difficile da raggiungere, e non solo per i costi esorbitanti. Farei meno fatica ad andare… che ne so… a Londra, Parigi, Toronto! In qualche occasione pubblica che mi è concessa dico sempre che il Bel Paese deve riscoprire la propria identità culturale per uscire dalle secche dell’imbarbarimento in cui è arenato. Banalità, cose scontate, direte, parole vacue e retoriche. Ma non vorrei che qualcuno mi abbia preso troppo sul serio, cominciando a recuperare certe suggestioni omeriche ed elleniche cui la nostra cultura affonda parte delle proprie radici. E già, perché in tanti anni che percorro lo stivale mi rendo conto che questi miei viaggi, ripetitivi e scontati, rassomigliano sempre più al peregrinare tortuoso di Ulisse verso l’Isola di Itaca. Ho provato e continuo a provare di tutto: l’auto che mi si incastra in quel budello simil-autostradale che somiglia alla tela di Penelope, che qualcuno di giorno tesse per restituirle dignità e la notte talaltro scuce trasformandolo in una trappola senza tempo. E poi in fondo l’attesa dell’incontro-scontro con Scilla e Cariddi; l’aereo, certo comodo e rapido, ma con orari che non si incastrano mai coi miei e che poi termina il suo volo, non come Icaro, nell’accogliente regno di Kokalos, piuttosto in un “deserto che s’apre ad ogni veglia” da cui posso essere sottratto soltanto da anime pie che dai miei lidi ancora lontani trascinano le proprie auto per centocinquanta chilometri (solo andata), per evitarmi isolamenti notturni in affollate sale d’attesa; e poi la nave, il treno (che disastro), il bus (quanta sofferenza in tre lettere). Per fortuna alla fine il Mar d’Africa ed il rifugio tra le dune non si scostano da lì ad alleviare le mie sofferenze di viandante. A proposito di Mar d’Africa, l’ho trovato piuttosto nervoso al mio arrivo, persino in quel suo pezzo che è chiuso da contenimenti portuali che ne dovrebbero smorzare certe intemperanze. Ma tant’è… risentirà del clima complessivo. A chi si trova da queste parti vorrei invece segnalare (avevo deciso di non utilizzare il blog per queste cose troppo mie, ma alla fine non ho resistito alla tentazione) la mia mostra (altri dettagli ve li linko qui). L’inaugurazione sarà sabato 27: letture di certe cose mie da parte dell’attrice Teresa Savasta, accompagnata dai mille virtuosismi percussivi di Nuccio Pisana (mago di tamburi). E poi la presentazione di Gianluca Blandino. Per il resto non ho concordato niente. Mi voglio godere la sorpresa. Per chi non riuscisse ad esserci fisicamente vi faccio qui sotto almeno un sunto delle immagini eposte. Buona visione miei cari.