Un tranquillo week end di paura

Il borgo dove vivo è posto tranquillo… pure troppo, quasi una bolla temporale, e non è raro, dunque, che mi ritrovi ad anelare ardentemente caos metropolitani, smog, code ai semafori. Desideri di urbanità repressa, direi. Nel week end però le cose cambiano. Qualcosa di terribile e misterioso pervade la gente del posto. La vedo trasformarsi, gli occhi spiritati, pupille midriatiche, improvvisamente preda di convulsioni che mi inducono ad ipotizzare certi tipi di possessioni collettive di cui si legge nelle cronache di leggende e fatti inspiegabili. Santa maria del SassoBene, le prime avvisaglie si avvertono già nel primo pomeriggio del sabato, allorché percorrere i circa centocinquanta metri che mi separano dalla piazza per raggiungere il bar, diviene pratica che qualche federazione tra gli sport off limits dovrebbe riconoscere come propria. Ci sono torme di automobili dalle dimensioni esuberanti, sorta di Tank full optional, camion per trasporti speciali, che sfidano le leggi della fisica e della dinamica risalendo verso la piazza centrale, uno slargo rinascimentale proiettato con una leggera bombatura verso la quinta dei monti d’intorno ad offrire la vista dell’infinito, ma trasformata in un parcheggio come se ne vedono da qualche parte nei pressi dei centri commerciali. Ora, è ovvio che il progettista della piazza non ne aveva previsto un tale utilizzo, dunque, lo spazio a disposizione, già negletto per tale uso post moderno, diviene un budello ellittico intorno alle poche auto che riescono ad occuparne una parte. Eppure, queste continuano a risalire come in preda ad un delirio circolare, dunque ridiscendono nella speranza che il nuovo giro consenta loro di conquistarsi, proprio lì, al centro della piazza, lo spazio vitale dove smorzare la potente irruenza dei motori. E girano, girano, scendono e ridiscendono, rifiutando ideologicamente i desolati parcheggi fuori le mura, che costringerebbero inavveduti piloti a percorrere a piedi almeno centocinquanta metri, forse duecento, col rischio peraltro di non poter mostrare al mondo intero le mastodontiche cavalcature frutto di lunghe ed estenuanti trattative con finanziarie neglette. E chi non partecipa a questa ridda satanica, tra olezzi di zolfo e piombo di scarichi ineducati, sfida il pericolo: si lancia sui battiscopa dei pochi negozi risparmiati dalla crisi, nel tentativo di fuggire all’inevitabile arrotamento, scansa con gesto felino l’invasività di specchietti retrovisori che sembrano ali di Boeing, trattiene il fiato per non essere soffocato dal napalm delle marmitte. Ho visto donne con passeggini eseguire manovre e rapide sterzate degne di piloti di formula 1, vecchietti che riacquistano d’improvviso antiche e dimenticate agilità, donne e uomini che con un sol balzo passano da un ciglio della strada all’altro, miracolose corse di paraplegici, sordi che si tappano le orecchie, sguardi terrorizzati che scrutano d’intorno alla ricerca disperata di provvidenziali vie di fuga. Tutto ciò si svolge in un crescendo vorticoso, sino all’impennata finale, quando le prime ombre della sera avvolgono il borgo. A quel punto torme di ragazzini invasati vengono scaricati da mezzi più o meno pubblici e genitori alla periferia del borgo perché prendano parte al rito, lanciando la cariche scomposte verso i quattro locali a disposizione. È allora che i decibel raggiungono vette da aeroporto militare in tempo di guerra: non capisco perché i ragazzini di oggi sentano il bisogno di urlarsi addosso concetti regrediti in un linguaggio arcaico e turpiloquiante, per di più con un tono di voce lancinante. Il loro arrivo è comunque il campanello d’allarme che suggerisce di battere in ritirata, chiudere le imposte di casa e trattenere il fiato sino a che non sia passato, cosa che avviene solo ad ore impossibili. La mattina successiva il risveglio è nel silenzio, ed è serenamente che avvio la lavatrice per quel placido roteare che donerà lustro alla mia biancheria. Poi è necessario confrontarsi con il mondo esterno, prendere un po’ d’aria. Il ritardo che si compete alla nettezza urbana domenicale ha, nel frattempo, amplificato l’effetto di devastazione della guerra della notte prima, cosicché tornare in piazza per il caffè diviene ancora una volta una sfida al limite. Il terreno su cui si è consumata l’ultima battaglia ne testimonia tutta la cruenza e l’efferatezza. Cocci di bottiglie rotte, vetri, ogni genere di rifiuto cartaceo ed organico, cercano spazio tra rigurgiti alcolici, incontinenze e, sopratutto, pongono un interrogativo inquietante: quali orrende creature albergano nel cuore del borgo, e quali gladiatori ne consentono, all’alba della domenica, il passeggio alla catena per gli impellenti bisogni fisiologici della mattina? Ho visto monoliti, come se ne vedono solo nei musei d’arte concettuale, mantenere equilibri improbabili. Ho evitato che mi rovinassero addosso deiezioni fecali megalitiche. Ho visto costruzioni organiche fumanti simili a solfatare, sollevare nebbie fittissime. Ho visto strutture biologiche di abili architetti ergersi sino ad oscurare l’orizzonte, sfidando la gravità che muove l’universo. La sosta al bar prelude al rientro, ritardato di qualche minuto ancora per quattro chiacchiere in attesa che la lavatrice compia il suo ultimo giro. Bisogna stendere il bucato mentre c’è un raggio di sole. Poi l’attraversamento a ritroso del campo di battaglia, anelando il ritorno dei cassonetti al loro posto. Infine il rientro nel sicuro rifugio casalingo, isolato dalle intemperie del mondo. Ed invece la lavatrice, cantando la marsigliese, mi ha regalato la trasformazione lacustre di tutta la casa, bianche ed azzurre discontinuità cromatiche sul rosso del cotto, avvertite un attimo prima di soccombere alle pigrizie della gravità, finalmente coccolato per le terre nella realtà ovattata e silente di soffici fiocchi schiumosi, in un tranquillo week end come tanti!

Incontri ineluttabili!

Per chi come me è cresciuto nel culto di Darwin e di Huxley, la casualità della comparsa d’una mutazione spontanea, come in una estrazione del lotto, può definire la fortuna d’un individuo, la prosecuzione della specie. Il caso governa l’universo, in società con i rapporti causa-effetto, in una dialettica permanente. L’avrete capito, sono poco avvezzo a certe sublimità metafisiche, mi pascio di materialismi dialettici – ed anche un po’ storici -, di neopositivismi, di biechi scientismi. Eppure, quando incontro un libro, contraddicendo me stesso, ed ancorché la prima sensazione sia d’un fatto casuale, poi finisco davvero per credere che invece tutto sia stato predeterminato, come in un appuntamento già preso per un disegno intelligente. Me ne rendo conto quando poi mi tornano in mente, come in una sorta di fenomeno carsico, stralci di quegli incontri predestinati, e così finisco per credere che quelle pagine sono ormai un pezzo di me, m’appartengono – o me ne illudo -, almeno quanto appartengono a chi le ha scritte. Questa che segue è proprio una di quelle. Minima moralia“Notte insonne: si può definire con una formula: ore tormentose, trascinate senza la prospettiva di una fine o dell’alba, nel vano sforzo di dimenticare la vuota durata. Ma ad incutere spavento sono le notti insonni in cui il tempo si contrae e scorre infruttuosamente fra le dita. Uno spegne la luce nella speranza di lunghe ore di riposo, che gli possano recare qualche conforto. Ma mentre non può calmare i suoi pensieri, va sprecato per lui il tesoro prezioso della notte, e prima di essere in grado di non vedere più nulla sotto le sue palpebre accese, sa che è ormai troppo tardi, e che presto il mattino lo farà destare di soprassalto. Può darsi che, per il condannato a morte, l’ultimo spazio di tempo che gli rimane passi così, inarrestabile ed inutilizzato. Ma ciò che si rivela in questa contrazione delle ore è esattamente l’opposto del tempo realizzato. Mentre in questo la forza dell’esperienza spezza l’incantesimo della durata e concentra nel presente il passato ed il futuro, nella notte insonne e affannosa la durata genera un orrore intollerabile. La vita umana si riduce a un istante non già perché sopprima e conservi in sé la durata, ma perché cade in balia del nulla, e si ridesta alla coscienza della sua vanità di fronte alla cattiva infinità del tempo stesso. Nel ticchettio fragoroso dell’orologio si percepisce, per così dire, lo scherno degli anni luce per la breve durata della nostra esistenza. Le ore che sono svanite come secondi prima ancora che il senso interno le abbia afferrate e fatte sue, e che lo travolgono con sé nella propria caduta precipitosa, gli dicono che anch’esso, come ogni memoria, è votato all’oblio nella notte cosmica…” (Theodor W. Adorno, Minima Moralia)

Crisis, what crisis?

Crisi, quale crisi? È la traduzione del titolo d’un vecchio album degli anni ’70, roba del secolo scorso che ascoltavo da ragazzino prima di essere investito e travolto dalle improvvisazioni pure del jazz. Sulla copertina c’era un uomo che prendeva il sole su una sdraio in mezzo ad un cumulo di rifiuti. Una cosa cassandrica. Mi veniva in mente questa immagine mentre chiacchieravo con un vecchio amico che gestisce un’enoteca da queste mie parti sulla crisi del turismo, sull’economia che ne risente, ecc. ecc.. Avrei ben donde di lamentarmi anch’io, stipendio bloccato praticamente da un paio di lustri, perdita del potere d’acquisto e tutte queste cose che, ahimè, sono piuttosto condivise, ma credo che non mi piangerò addosso, e non soltanto nell’evidenza che c’è certamente un mucchio di gente che sta peggio di me, ma anche perché forse questa condizione ci offre una incredibile opportunità. Pensavo che l’ideogramma cinese che indica “crisi” corrisponde a quello di “opportunità”. Ma continuano ad esserci le spiagge deserte, e questo è un male, certo (sono cinico e spietato, al mio confronto il Conte di Montecristo è un dilettante ecumenico, ma a me piacciono le spiagge deserte, anche se mi rammarico del perché lo sono), e la cosa sorprendente è che non le frequentano più nemmeno quelli che ci stanno a due passi. deserto d'aqua

Gli stessi che non escono più la sera ad affollare ristoranti e locali notturni. Ne comprendo le ragioni, è chiaro, non c’è una lira (leggi Euro) e molti (non tutti) sono avvolti in uno stato di prostrazione profonda. Ma farsi una passeggiata in spiaggia e una nuotata non costa nulla, stesso prezzo per la convivialità di una chiacchierata sugli scogli, bersi un fiasco di vino con gli amici avendo cura che uno di quelli sappia suonare la chitarra ed aspettare che quelle note solletichino l’alba, è pratica a buon mercato (il vino lo porto io, ancora me lo posso permettere), la luna e il mare (almeno per ora) sono gratis. Eppure nada de nada, nisba, il nulla sotto vuoto spinto, poco e niente di tutto ciò. La notte è notte ed è rimasta deserta, come il giorno. Da ragazzo non avevo un soldo (leggi lira, e non che oggi…) eppure non c’era sera d’estate che insieme a bande di tasche vuote non aspettassimo, nell’ordine, il mare che deglutiva il sole, Il conquistare il cielo da parte d’una fetta almeno di luna (e lucean le stelle), il momento propizio per blaterare di proletariato e cose così, per poi cantare Contessa, e quando il mare risputava il sole, finalmente consapevoli dell’ora, potevamo ritornarcene a rifugi di fortuna tra le dune a consumare il sonno dei giusti. Oh, intendiamoci, non è nostalgia per il passato, è che non capisco perché quella roba lì non sia presente e futuro. Anzi, forse lo capisco: sono cose da fricchettoni fuori tempo massimo (figuriamoci), da sfigati. La cosa terribile è che la pensa così anche un pezzo consistente della mia generazione, che se non può farsi vacanze dorate a Sharm el Sheik per poi mettere le foto su Facebook, tanto vale che se ne stia a casa a piangersi addosso per l’inutilità della propria miserabile esistenza. I giovani (perdonatemi se uso categorie e generalizzazioni da talk shaw, è solo per necessità di sintesi) non lo sanno che esiste altro, del resto, come fanno a saperlo se quelli che li hanno preceduti ne negano l’esistenza oltre ogni ragionevole dubbio ed hanno consentito il bombardamento al napalm dei loro cervelli (se se ne accorgono però ci danno fuoco)? Più di quarant’anni fa Guy Debord diceva: “Il governo dello spettacolo, che oggi detiene tutti i mezzi per falsificare l’insieme della produzione oltre che della percezione, è padrone assoluto dei ricordi come è padrone incontrollato dei progetti che forgiano il più lontano avvenire. Regna da solo ovunque, esegue le sue condanne sommarie”. Beh, sapete che vi dico, voglio guardare al futuro: una chitarra ancora ce l’ho ed un paio di cose di Brassens me le ricordo, qualche scema/o come me a cui va di nuovo di far l’alba lo conosco (il vino lo porto io, ancora me lo posso permettere), i sogni non si pagano (almeno per ora) e non risentono della crisi nemmeno con l’inizio dei saldi di fine stagione. Al resto ci penseremo domani. Voi che fate?

Memorie e riletture

Vivo in modo molto idiosincratico le cose che scrivo. Una volta una signora distinta, in una libreria dove stavo presentando un mio vecchio libro, mi chiese quanto tempo avessi impiegato per scrivere quella cosa. Una domanda banale, se volete. Mentii per delicatezza. La verità è che non lo sapevo. Non sapevo quando avevo cominciato a scriverlo e quando avevo deciso di averlo finito. Una cosa sola mi pareva avesse una risposta: non dovevo aggiungere alla scrittura il tempo della rilettura, non per il vezzo di propormi infallibile, ma solo perché non lo faccio e basta. Non so se per pigrizia (cosa assai probabile) o per il pudore (paura?) di rivedermi nella mia scrittura come ad uno specchio. Forse semplicemente preferisco leggere quello che scrivono gli altri giacché quello che ho scritto io so già come va a finire… forse. Forse, appunto. E non so nemmeno perché la notte scorsa, confortato da una tirata imperiosa di Coltrane, meccanicamente , senza sapere perché, ho aperto un mio vecchio libro in una pagina qualunque, non proprio centrale ma in posizione appena periferica, ed ho cominciato a leggere. “Si incamminò lungo la notte, questa volta in direzione opposta al centro, verso un’altra periferia, irresistibilmente attratto da qualcosa. Proseguì per diverse decine di minuti, senza una meta precisa, vedendo crescere esponenzialmente ai bordi delle strade gli ammassi informi di rifiuti. Si sorprese nello scoprire che si era praticamente assuefatto a quel puzzo che l’aveva cacciato di casa, e iniziò ad analizzare il dettaglio di quella montagna di scarti d’occidente. Un cumulo di quelli aveva ormai perso la natura globulo-modulare conferita dall’accumularsi dei sacchetti di plastica bianchi, neri e blu, lasciando che il loro contenuto svelasse tutta la complessità sociale ed economica delle civiltà più avanzate: materie che altrove avrebbero fatto la felicità di intere etnie, lì divenivano scarti definitivi. La periferia, in quel punto dove si fermò, era margine estremo, confine. Qualsiasi cosa ci fosse stata oltre non poteva che essere davvero altro. E quei cumuli di immondizia erano la metafora delle Colonne d’Ercole. Aveva dunque completato quel viaggio verso l’ignoto, e adesso era quell’ignoto in un’ora tarda che voleva immortalare bianco e nero, quell’ignoto fatto di cassonetti incendiati da anonime rabbie periferiche, da lampioni e falò improvvisati per attrarre clienti, di ululati lontani, di miagolii ripetuti in eterno, di oscena determinazione riproduttiva, di cani incastrati in un coito estremo, delle remote sirene urlanti, delle porte sbarrate ermeticamente, delle panchine deserte e dei rumorosi silenzi di Suburbia, dello squittire feroce di ratti giurassici sopravvissuti a meteoriti di sterminio, e del sobbollire della mota che trabocca dalle grate che sull’asfalto viscido separano il mondo di sopra dall’inferno, con scarso successo ed evidenti crisi d’identità.

Comunicazioni

Posizionò meccanicamente il minuscolo treppiedi su un muro divelto, ai bordi di uno slargo, e vi avvitò in cima la Leica, programmandola per uno scatto fisso su una montagna dei rigurgiti delle case-alveare d’intorno. Attese il clic e si allontanò di pochi decimetri. Aveva avuto dinnanzi le aperture d’orizzonte del tetto del mondo, la visione degli oceani da posizioni così elevate che la curvatura del pianeta gli aveva provocato vertigini infinite, aveva guardato da sofisticati zoom milizie affrontarsi sui campi di battaglia e scontri all’arma bianca di moderni reziari nella savana, ripreso palmo a palmo le giungle più fitte ed attraversato deserti, costruito capanni di fortuna per ripararsi dalle tempeste di neve, ma aveva la sensazione precisa di non avere mai atteso un clic con tale ansia”. Chissà perché, ho pensato. Quindi ho chiuso il libro, spento sigaretta e lettore CD su un reef di Elvin Jones, vuotato il bicchiere di Scotch e sono andato a dormire.