Ozio, lentezza e nostalgie

“Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci”, diceva John Ruskin, al tempo in cui per andarsene appena fuori confine non v’era necessità di portarsi dietro i permessi di soggiorno, ma buone gambe o un buon cavallo o una barca che non affonda troppo presto. È che le accelerazioni mi mettono ansia. times18-copyCredo di essere l’unica persona che conosco – tra quelle automunite, si intende – a non avere mai preso una multa per eccesso di velocità. Quando sono per strada gli autovelox mettono la freccia per superarmi. Ciò mi rende in pratica un soggetto eversivo. Abbasso il PIL, remo contro. Ad inquietarmi della velocità è dunque che fa perdere i dettagli di ciò che incontriamo, rende la visione delle cose sfocata, i contorni indefiniti. E questo è un dato sufficientemente incontrovertibile, almeno dal mio punto di vista. Eppure c’è un mucchio di gente che continua a pensare che ci si debba attrezzare per essere rapidi, la velocità rende competitivi, la prontezza di riflessi determina il successo evolutivo, fa progredire la specie, porta all’acquisto degli F35. Persino i miei alunni mi chiedono “quanto fa la sua macchina?”, ed io rispondo “circa venti al litro” (sono lento anche di comprendonio ed influenzato dalla dialettica serrata e perdente con il bancomat, oltre che dal valore ponderale della mia busta paga). Scrivevo ciò diverso tempo fa, su questo stesso blog che ultimamente frequento assai poco e non per mancanza di volontà. E come diceva un vecchio amico che non c’è più, quando uno comincia a citare se stesso vuol dire che è alla frutta, io ho piuttosto una grande sensazione di prossimità alla canna del gas. È che mi sembra non si veda luce, va tutto troppo veloce, mi verrebbe da dire “ma dove andate tutti così di fretta, dove andate? Di cosa avete paura, che qualcuno vi rubi l’arrivo, un posto sul podio?”. Persino mi capita di andare ad una conferenza dove presentano un libro su una femminista storica e dal dibattito che emerge sembra che il problema sia di garantire pari opportunità d’arrivare primi alle donne com’è concesso agli uomini. Dunque io non sarei femminista giacché non mi importa nulla se una donna arriva prima, né se a farlo è un uomo, dunque non sono nemmeno maschilista. E pensare che un tempo – ero assai più giovane allora – mi costringevo a probanti sedute di autocritica di genere, un po’ certo per entrare nelle grazie altrui – di elle, si intende – ma anche perché mi piaceva l’idea che era insita in quel femminismo di una sorta di ribaltamento paradigmatico che puntava all’annullamento delle gerarchie, dell’ordine di arrivo, e non si parlava di meritocrazia come strumento per acquisire il comando “ora e subito” – il più bravo/la più brava se lo merita – ma si “blaterava” di libera espressione dei propri talenti da rendere alla collettività come risorsa comune. Così, per me, che non disdegno le pratiche di conversazione, in particolare quelle che per definizione non portano da nessuna parte, ma che rendono circolare il tempo e la perifrastica (sia attiva che passiva) un gioco di ruolo con le porte spalancate verso impreviste vie di fuga, il dibattito è stata un’induzione al silenzio. Certo si può anche essere in totale disaccordo con ciò che dico, ma chi vuol seguirmi, è certo, non farà troppa fatica a starmi dietro, ma sappia dei rischi che corre, poiché sarò l’untore il cui scopo primario sarà la diffusione pandemica di questa mia patologia, e, quale eccezione che rende perfetta la regola, pure molto, molto, molto velocemente. Allora faccio un cauto passo avanti, giacché nel precedente post ho avuto commenti che in tale direzione mi spingono – la dice lunga che sia passato un discreto tempo tra questo post e quello circa i miei più profondi intendimenti -, e propongo un elenco di buone pratiche per la lentezza, non più di tre a cranio, che se la cosa diventa virale ci si fa un libro. Ed ecco le mie: a) Stasera a cena sostituite la preparazione di due uova al tegamino (tempo stimato per la preparazione tre minuti durante i quali non si potrà che stare lì ad attendere che siano pronti, con la caponata (vi do qui la ricetta), che invece si prepara in almeno tre ore che passano meglio con almeno tre bicchieri di vino – quanti ce ne entrano nella preparazione di un uovo al tegamino? -; b) se rinunciate al piano “a” perché non vi va proprio, allora regalatevi almeno tre volte la settimana due ore sul divano o in poltrona con accanto un bicchiere di vino (meglio due, ma facciamo tre) ed un paio di crostini burro e acciughe, senza far niente, con solo musica in sottofondo (jazz è meglio, che l’improvvisazione è nemica della programmazione), cacciando via brutti pensieri, che ne so, metter su una lavatrice, accendere la TV, lavare i piatti che avete lasciato nel lavabo dalla sera prima, o altre necessità che ritenete impellenti e di fatto non lo sono davvero; c) se qualcuno vi invita a fare una passeggiata in centro per negozi ditegli che avete impegni improrogabili e leggetevi o rileggetevi il monologo interiore di Horcynus Orca.
Ma c’è qualcosa che all’orizzonte si muove, a proposito dell’essere lenti – condizione che ritengo nei giorni che viviamo come una necessità di legittima difesa –, e ve la propongo qui non avendo nulla di meglio da offrirvi che non siano i miei spropositi, pregandovi semmai di dargli sia pure una sola fugace occhiata provando magari a condividerla se vi pare, con chi vi pare. Dimenticavo, che la lentezza sia con voi.

Ozio e lentezza.

Allora, a proposito di Lentezza, sono qui, approfittando di questo lungo ponte, che provo ad organizzare il materiale per un paio di libri, uno praticamente già concluso, l’altro che ha superato da un pezzo il giro di boa ma che se ne sta quietamente in attesa ch’io mi decida a dargli quel senso compiuto che – presumo, ma soltanto presumo – meriterebbe. Le cose, dicevo, vanno a rilento, com’è d’uopo. Sono anche alle prese con il tentativo di metter su un paio di mostre per il periodo delle feste di fine anno. Insomma, troppa carne sul fuoco, direi. Talmente tanta da farmi venire le vertigini. Non ci sono abituato. Così riciclo un vecchio post, una cosa non mia ma che depone in favore di scelte oziose (anche il riciclaggio, del resto testimonia d’una condizione dell’anima), nel tentativo di dare una giustificazione a certe mie spigolature caratteriali poco avvezze al superattivismo. Buona lettura!Multilentezze

Nonostante la mia pigrizia, ho fatto un mucchio di cose che non avrei dovuto fare. Però ho confermato l’esattezza del suo giudizio per quanto riguardava il tralasciare di fare molte cose che non avrei dovuto assolutamente tralasciare. La mia pigrizia è sempre stato il mio cavallo di battaglia. Ma non mi vanto di ciò, è un dono di natura. Sono in pochi a possederlo. C’è una gran quantità di pigri, ci sono mascalzoni a bizzeffe, ma un ozioso genuino è una rarità. Non è il tipo che se ne va in giro con le mani in tasca. Al contrario, la sua più sorprendente caratteristica sta nel fatto che è sempre vorticosamente indaffarato. Infatti è impossibile godere della pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere. Non è affatto divertente non far nulla quando non si ha nulla da fare. Perdere tempo diventa allora una mera occupazione, e un’occupazione tra le più affaticanti. L’ozio è come i baci, per essere dolce deve essere rubato. Molti anni fa, quand’ero un ragazzo, mi ammalai gravemente: non sono mai riuscito a capire che cosa avessi di tanto grave, a parte un bestiale raffreddore. Immagino però che si trattasse di un malanno molto serio perché il dottore mi spiegò che sarei dovuto andare da lui un mese prima, e se la mia malattia (fosse quel che fosse) fosse durata per un’altra settimana, lui non avrebbe risposto delle conseguenze. Pare impossibile, ma non ho mai saputo di un medico chiamato a curare un qualsiasi ammalato, senza che si scoprisse che un altro giorno di indugio avrebbe reso impossibile la guarigione. La nostra guida sanitaria, filosofo e amico, è come l’eroe di un melodramma: compare sulla scena solo ed esclusivamete all’ultimo minuto utile”. (“Pensieri oziosi di un ozioso” – Jerome K. Jerome)