Qualche certezza!!!

Alcune certezze sono inconfutabili, sono di un’evidenza lampante, vi sono prove che convincerebbero un cieco. Di recente me ne sono capitate alcune sulle quali non è possibile nemmeno aprire un dibattito tanto sono incontrovertibili. Ad esempio – una cosa per cui a lungo ho espresso dubbi e titubanze – è proprio vero, la carbonara viene meglio se si usa solo il tuorlo dell’uovo (riciclate il bianco per una maionese o qualche meringa, non si butta nulla) e se al posto della pancetta si soffriggono il rigatino o il guanciale. A me piace di più (ma questo è soggettivo) se vi si aggiunge un trito finissimo di cipolla ed infine si ingentilisce l’insieme con qualche foglia spezzettata di menta, che peraltro crea quelle discontinuità cromatiche che assecondano una ricerca del bello: come dire, anche l’occhio vuole la sua parte e non v’è alcuna controindicazione che ci imponga di non accontentarlo. Altra consapevolezza che ho acquisito da tempo è che esistono vini meravigliosi anche tra quelli pugliesi. Proprio di recente ne ho scoperto uno, che profuma di frutta secca e possiede un corpo sorprendentemente robusto (appena tanninico) che depone per l’esistenza di Dio, ancorché (e di questo ho già detto) il creato mi appaia sempre più come un’opera postuma. Ne so più di mille di cose su cui non vi sono dubbi. Qualche altro esempio? morte accidentale di un anarchicoAndrò in pensione quando non avrò la forza di riscuoterla, ed il progetto effimero e velleitario di riciclare la famigerata quota 96 era solo un’operazione volta a rinfoltire le fila degli ottimisti, categoria di cui invito a diffidare giacché la ritengo (con discreta consapevolezza) la claque di Dio. Così leggo nel mio futuro “fine pena mai”, e la mia canna da pesca dividerà tale condanna rimanendo relegata ad una condizione permanente di part time. Per continuare in questo elenco di “fuor di ogni ragionevole dubbio”, voglio comunicarvi che una guerra si farà, e a breve. Se ne sentiva la mancanza… poi se volete ragioniamo pure sul fatto che ci sono un’altra trentina o più di situazioni di crisi sparse per il mondo, tra le quali quelle che fanno arrivare migliaia di disperati sulle nostre coste, ma è roba triste quella, occuparsene non asseconda la ripresa, non necessitano nemmeno d’un misero bombardamento, al massimo prevedono una semplice interposizione di truppe, nulla per cui valga la pena davvero starci troppo a pensare. Per di più alimenta una certa apprensione e senza una buona dose di paura diffusa chi volete che perda il suo tempo a governare, amministrare e altre cose così.
Che fare? Mi sa che ho un altro rigurgito di certezze, prima di salutarvi con quattro versi sconnessi e due note (queste ultime le trovate qui): ho la sensazione che un’idea innaffiata con il sangue dei martiri non sia meno stupida di un’altra.
“Come in un film
c’è una musica
“arrivederci cappello a forma di torta di maiale”,
e poi “la mia cosa preferita”,
scivolata con l’ultima nota
anzi il nota bene
– l’enne punto bi punto
in fondo al foglio –
ogni piccolo dettaglio
del soffitto del teatro – assurdo -,
come in un prodotto finito,
grondante di china scura
sulla volta bianca d’una cattedrale
e le pareti d’ocra.
Nota bene, il bacio
d’uno spartito rubato,
e i ghirigori confusi
nell’incrocio dei pentagrammi dipinti
sulla schiena scorticata del solista.
Nota bene, ciò che resta
d’una mosca e delle viscere,
delle macchie di vino incendiate
per riscaldare il suono gelido
della nota aspra
sulla scena in dissolvenza
del solista
nel suo epilogo in “the end””.

La lentezza, parte seconda!

Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci”, diceva John Ruskin, al tempo in cui per andarsene appena fuori confine non v’era necessità di portarsi dietro i permessi di soggiorno, ma buone gambe o un buon cavallo o una barca che non affonda troppo presto. È che le accelerazioni mi mettono ansia. Credo di essere l’unica persona che conosco – tra quelle automunite, si intende – a non avere mai preso una multa per eccesso di velocità. Quando sono per strada gli autovelox mettono la freccia per superarmi. Ciò mi rende in pratica un soggetto eversivo. Abbasso il PIL, remo contro. Ad inquietarmi della velocità è dunque che fa perdere i dettagli di ciò che incontriamo, rende la visione delle cose sfocata, i contorni indefiniti. E questo è un dato sufficientemente incontrovertibile, almeno dal mio punto di vista. Eppure c’è un mucchio di gente che continua a pensare che ci si debba attrezzare per essere rapidi, la velocità rende competitivi, la prontezza di riflessi determina il successo evolutivo, fa progredire la specie, porta all’acquisto degli F35. Persino i miei alunni mi chiedono “quanto fa la sua macchina?”, ed io rispondo “circa venti al litro” (sono lento anche di comprendonio ed influenzato dalla dialettica serrata e perdente con il bancomat, oltre che dal valore ponderale della mia busta paga). Così ho deciso di spingere i miei convincimenti eversivi ed antimodernisti sino alle estreme conseguenze, al crollo delle borse, già dalle vacanze che tra qualche giorno mi offriranno spunti importanti.

Tempo persoCominciamo dalle letture: non ne farò di nuove, ma mi concentrerò su titoli già letti ma di cui ho deciso di eviscerare i contenuti più profondi e nascosti, non si sa mai qualcosa mi sia sfuggita. Rileggerò, nell’ordine: “Pensieri oziosi di un ozioso” (Jerome K. Jerome), “la Lentezza” (Milan Kundera), “La scoperta della lentezza”(Nadolny Sten),“Elogio della Lentezza” (Lothar Seiwert). Mi dedicherò anche alle attività sportive: la pesca dalla spiaggia con canna telescopica, innanzitutto, ma anche trekking urbano notturno con frequenti pit stop nelle enoteche che forniscono vini invecchiati lentamente. Infine, programmerò cene e pranzi a fuoco lento, tenendo come punto di riferimento imprescindibile le “Ricette immorali” di Manuel Vasquez Montalban. Non disdegnerò le pratiche di conversazione, in particolare quelle che per definizione non portano da nessuna parte, ma che rendono circolare il tempo e la perifrastica (sia attiva che passiva) un gioco di ruolo con le porte spalancate verso impreviste vie di fuga.

Chi vuol seguirmi, è certo, non farà troppa fatica a starmi dietro, ma sappia dei rischi che corre, poiché sarò l’untore il cui scopo primario sarà la diffusione pandemica di questa mia patologia, e, quale eccezione che rende perfetta la regola, pure molto, molto, molto velocemente.