Senza fretta

È un bel po’ che latito dalla rete. Ho trascurato il mio ed altri blog che seguo (non me ne vogliate). Sono momenti così: cose che non funzionano, il lavoro che diventa sempre più gravoso, il tutto d’intorno che si cristallizza in un nulla rumoroso e confuso; sopraggiunge la stanchezza, ma non d’improvviso, sembra sia essere stata sempre lì, come un male oscuro ed antico, un morbo che cresce dentro e di cui d’un tratto se ne avverte l’opprimente portata..È la condizione umana, dico, con tutte le sue steppe di gialla noia, le sue spine.. Allora mi sforzo a scrivere qualche rigo dopo diverso tempo, a scopo terapeutico, e per un attimo mi sorprendo alla deriva in un mare di parole, e “m’è dolce naufragare in questo mar”. Quali assonanze tra mar e bar, non solo fonetiche, pure fisiche, di soluzioni liquide. Della seconda opzione per ora faccio a meno, godo di discrete scorte casalinghe di rosso, di tanto in tanto indugio su di esse, ma senza esagerare… Ad ogni buon conto ho deciso di fare un uso strumentale della scrittura, utilizzarla come rifugio dalle spine, appunto. Non è una novità, si potrà dire. Lo è per me. Cioè, io ho scritto per lungo tempo per mestiere, sono stato senza ritegno e con pochi pentimenti uno squallido pennivendolo. Poi, affrancatomi da quello stato, mi sono messo a scrivere per diletto, per trasmettere cose, ma è stata sempre una pratica che mi sono concesso per dare un nome e cognome a pensieri, ancorché sofferti, maturati in condizione di serenità. Se non stavo bene non mi veniva di scrivere, mi limitavo a leccarmi le ferite, senza trovare scorciatoie rielaborative. Tattiche… Adesso invece desidero solo scrivermi qualcosa, al mio indirizzo. Più o meno qualcosa così:

Volo, ma non troppo

Volo, ma non troppo in alto – tecnica mista su tela 80×80

“Caro io – e non me ne avrò a male se il ‘caro’ è di pura circostanza -; quanto tempo è passato da quando mi conosco? Per taluni, ottusamente legati a banali statistiche anagrafiche, sembrerebbe un bel po’, potrebbero dire che la mia frequentazione con me stesso dura da sempre. Per me e me, invece, è stato una sorta di tempo intermedio, una permanente transizione atemporale, scivolata lentamente, ed ancora lì da venire in una sua completa e definitiva individuazione. Non vorrei che mi trasformassi questa cosa cui affido talvolta le mie riflessioni in un rifugium peccatorum o in una ipotesi di post moderna camera caritatis, ma soltanto che io accettassi da me stesso il dono di qualche verso, senza storcere il naso per il semplice fatto di non ricordare quando e perché l’ho scritto, ma solo sapendo che c’è stato un momento in cui ne ho avuto voglia…

Il punto di vista è irrilevante.
Ciò che è oggettivo non è opinabile
è soltanto tale e quale a se stesso.
Il progetto circolare non ha solo
una tangente, e certo non solo in
quel punto dov’è la prospettiva obliqua,
angolare, distorta, accantonata.


È lì il quid, il verso non so bene cosa,
non so ancora dove, l’ultima traccia
della falsa fuga, l’orbita scontata.

Questa è semmai l’opinione diffusa
del mi lascio tutto dietro, anche il punto
d’accumulo orribilmente affollato.

Cosa volete che sia un po’ di coda
al casello? Andate pure, continuo
a girare solo intorno al centro vuoto.
Lo riempirò di tutti i miei anni sinché
non esploderà, lasciandomi libero,
senza cerchio, e senza le ingolfate
tangenti, per la mia fuga solitaria.

Mio caro io, spero mi sia piaciuta… valuterò, senza troppa fretta, col tempo”

L’ecumene della bellezza

Il mondo è un ecumene, un unicum in cui donne e uomini si incontrano per millenni, percorrendo le innumerevoli strade evolutive delle culture. Le frontiere sono la follia burocratica di perverse difese ad oltranza di interessi parziali. Sono nella testa prima che nei luoghi e nel DNA. Le grandi civiltà sono nate lungo le grandi vie, la Via della Seta che unisce Oriente ed Occidente, come quella dei giganteschi traffici del Mediterraneo sin dai tempi di Fenici ed Egizi. Ma c’è sempre il ricordo del punto di partenza, il luogo che si è abbandonato per ricercarne di nuovi, per desiderio di scoperta, o perché costretti a fuggire. Ho trovato una poesia di quello che viene considerato il Dante del mondo Arabo, una poesia che è ricordo toccante della propria patria (ve la lascio in fondo). Solo che quella patria non è, come la vulgata potrebbe immaginare, la Libia o l’Arabia o la Siria, bensì la Sicilia. Già, perché Ibn Hamdis nasce a Siracusa (per qualcuno a Noto nel 1056), comunque in terre d’approdo di nuovi migranti, e dopo aver combattuto per la sua patria, minacciata dai cattolicissimi Normanni (altro che liberatori in una terra che già l’Amari nell’800 definiva per metà Araba e per l’altra Greco-ortodossa), fu costretto ad un doloroso esilio nei sultanati di Spagna. Il ricordo va subito ad un altro grande esiliato, Dante Alighieri, che seppe tradurre il proprio amore per la natia terra lontana in indimenticabili componimenti poetici. Ma c’è dell’altro – sono un biologo, non un umanista, vado a tentoni -. Poco distante da dove ebbe i natali Ibn Hamdis, nasce, circa mezzo secolo dopo (un’inezia, in tempi senza internet, stampa o TV), tal Jacopo Notaro da Lentini, considerato tra i primi, se non il primo, scrittore “in lingua italiana”. Se siete curiosi, cercate in rete o – sarebbe preferibile – in libreria, taluni componimenti poetici di questi due “siciliani” e concentratevi su quegli inni alla vita, le elegie dell’amore, preludio all’”amor cortese”, per scoprirvi tali elementi comuni ed inediti (richiami a certe cose di Saffo?) da lasciare più di qualche sospetto in merito a probabili contaminazioni. I due avrebbero potuto respirare la stessa aria, precursori di culture di mondi oggi ritenuti – è ciò che è grottesco – antipodici, e per tal ragione meritevoli di “reciproci respingimenti”, non accoglienza, non riconoscimento dell’altro che in realtà non è tale. Ah… dimenticavo, già che ci siamo vi lascio anche una canzone, una cosa Siculo-Araba che come la poesia che segue mi ricorda quanto si possa costruire bellezza ed armonia se solo ci si guarda negli occhi con la sola pretesa di farlo.dettagli e orizzonti32
LA TERRA DEGLI AVI
Ah, da nuvola folgoreggiante in patria
brillò lieve un lampo, leggero come il saluto
che una mano accenna con la punta delle dita!
(Esso) fece sgorgare | da occhi insonni lacrime nascoste, e li illuminò di luce
benché fosse notte scura
Oh, meravigliosa visita!
Apparve l’immagine a (visitare) palpebre che,
quando mi rinvenni, ritenevano ancora l’illusione…
Soggiorno in Saqi Ahra,
al confine di un deserto arido e brullo
vicino ad un lembo di terra schiaffeggiato dal vento,
quando soffia umido e freddo.
Mi giunge un soffio dell’odore del muschio, dal deserto; a chi volesse avventurarsi
in questi orridi luoghi sono (da superare)
un immenso mare e vaste pianure
Con l’aurora le tenebre si rivestono di luce,
come si riveste di sudore, per la lunga corsa,
il petto di un morello
Sospiro di nostalgia per la mia terra,
nella cui polvere si son consunte le membra
e le ossa dei miei,
come sospira verso casa, avendo smarrito la strada,
un vecchio cammello sfinito,
impacciato dalle tenebre.
Già è svanito dalle mie mani
il fiore dell’amor giovanile,
ma la bocca è piena del suo ricordo.

Qualche certezza!!!

Alcune certezze sono inconfutabili, sono di un’evidenza lampante, vi sono prove che convincerebbero un cieco. Di recente me ne sono capitate alcune sulle quali non è possibile nemmeno aprire un dibattito tanto sono incontrovertibili. Ad esempio – una cosa per cui a lungo ho espresso dubbi e titubanze – è proprio vero, la carbonara viene meglio se si usa solo il tuorlo dell’uovo (riciclate il bianco per una maionese o qualche meringa, non si butta nulla) e se al posto della pancetta si soffriggono il rigatino o il guanciale. A me piace di più (ma questo è soggettivo) se vi si aggiunge un trito finissimo di cipolla ed infine si ingentilisce l’insieme con qualche foglia spezzettata di menta, che peraltro crea quelle discontinuità cromatiche che assecondano una ricerca del bello: come dire, anche l’occhio vuole la sua parte e non v’è alcuna controindicazione che ci imponga di non accontentarlo. Altra consapevolezza che ho acquisito da tempo è che esistono vini meravigliosi anche tra quelli pugliesi. Proprio di recente ne ho scoperto uno, che profuma di frutta secca e possiede un corpo sorprendentemente robusto (appena tanninico) che depone per l’esistenza di Dio, ancorché (e di questo ho già detto) il creato mi appaia sempre più come un’opera postuma. Ne so più di mille di cose su cui non vi sono dubbi. Qualche altro esempio? morte accidentale di un anarchicoAndrò in pensione quando non avrò la forza di riscuoterla, ed il progetto effimero e velleitario di riciclare la famigerata quota 96 era solo un’operazione volta a rinfoltire le fila degli ottimisti, categoria di cui invito a diffidare giacché la ritengo (con discreta consapevolezza) la claque di Dio. Così leggo nel mio futuro “fine pena mai”, e la mia canna da pesca dividerà tale condanna rimanendo relegata ad una condizione permanente di part time. Per continuare in questo elenco di “fuor di ogni ragionevole dubbio”, voglio comunicarvi che una guerra si farà, e a breve. Se ne sentiva la mancanza… poi se volete ragioniamo pure sul fatto che ci sono un’altra trentina o più di situazioni di crisi sparse per il mondo, tra le quali quelle che fanno arrivare migliaia di disperati sulle nostre coste, ma è roba triste quella, occuparsene non asseconda la ripresa, non necessitano nemmeno d’un misero bombardamento, al massimo prevedono una semplice interposizione di truppe, nulla per cui valga la pena davvero starci troppo a pensare. Per di più alimenta una certa apprensione e senza una buona dose di paura diffusa chi volete che perda il suo tempo a governare, amministrare e altre cose così.
Che fare? Mi sa che ho un altro rigurgito di certezze, prima di salutarvi con quattro versi sconnessi e due note (queste ultime le trovate qui): ho la sensazione che un’idea innaffiata con il sangue dei martiri non sia meno stupida di un’altra.
“Come in un film
c’è una musica
“arrivederci cappello a forma di torta di maiale”,
e poi “la mia cosa preferita”,
scivolata con l’ultima nota
anzi il nota bene
– l’enne punto bi punto
in fondo al foglio –
ogni piccolo dettaglio
del soffitto del teatro – assurdo -,
come in un prodotto finito,
grondante di china scura
sulla volta bianca d’una cattedrale
e le pareti d’ocra.
Nota bene, il bacio
d’uno spartito rubato,
e i ghirigori confusi
nell’incrocio dei pentagrammi dipinti
sulla schiena scorticata del solista.
Nota bene, ciò che resta
d’una mosca e delle viscere,
delle macchie di vino incendiate
per riscaldare il suono gelido
della nota aspra
sulla scena in dissolvenza
del solista
nel suo epilogo in “the end””.

Estreme inconsapevolezze

Che posto meraviglioso l’Italia. Quello che non ho mai capito – che volete, ho sempre dei pensieri semplici – è perché non abbia mai il coraggio di guardarsi allo specchio e, finalmente, accettare tale evidenza al cospetto del mondo. Quello di cui non mi capacito è per quale ragione questa cosa ci dia così immenso fastidio da procurarci l’orticaria. Quello che mi sfugge è perché non riusciamo ad ammetterlo, innanzitutto a noi stessi. Quello che non comprendo è per quale ragione oscura esprimiamo di noi solo il lato oscuro, quello che, in definitiva, finisce per dipingerci (e non senza una qualche ragione) come gangster, corrotti e corruttori. Quando qualche anno fa, in visita ufficiale, un presidente algerino (non me ne ricordo il nome) si presentò qui da noi portandoci i saluti della terra di Agostino d’Ippona, in pochi hanno rimarcato quel gesto di straordinaria lucidità che avrebbe al contrario dovuto riempirci d’orgoglio, giacché, indirettamente, rendeva omaggio alla nostra storia, alla nostra cultura, cui il mondo intero ha contribuito. Mi viene in mente che l’esatto contraltare di quel magnifico gesto di fratellanza si ritrovi in certe baracconate con cui abbiamo accolto dittatori della peggior risma e nelle esternazioni assai poco edificanti circa le inappropriate proporzioni dei deretani di colleghe straniere cui si sono lasciati andare taluni nostri vertici istituzionali. Certo, accettare l’idea che uno dei padri della Chiesa abbia trasmesso messaggi epocali (lo dico ponendomi al di sopra d’ogni sospetto non essendo io stesso credente) da quella costa da cui partono migliaia di disperati alla ricerca di miglior vita (e che respingiamo senza troppi complimenti), è assai meno tranquillizzante dell’ammettere che la cristianità che difendiamo ha tra le sue icone l’immagine d’un Cristo che non rassomiglia certo ad un giovane Arafat (cosa invece assai probabile, se non altro per provenienza geografica), ma piuttosto possiede i lineamenti gentili e rasserenanti d’un vichingo. Del resto, basta sfogliare le nostre antologie scolastiche per trovare, tra indubbi capolavori, poesiole untuose, anzicché la ricchezza di quella meravigliosa e dimenticata produzione letteraria ed artistica di cui siamo stati capaci per millenni, ancorché sotto mentite spoglie. Mi viene in mente, per esempio, la potenza lirica di un poeta siracusano, Ibn Hamdis, tra i più grandi di sempre in lingua araba, che ha lasciato opere di tale intensità da non poter essere ignorate dai posteri. Poi, a poca distanza temporale e geografica, un tale di nome Giacomo da Lentini, riprendeva quei temi poetici e struggenti, per riproporli, praticamente per primo, in una strana lingua, un idioma sin lì sconosciuto alla letteratura e che sarebbe divenuta a stretto giro di posta la lingua di Dante. Chissà se un certo “ex” europarlamentare – che non cito perché sono persona assai poco avvezza a dare troppo risalto a taluni personaggi -, strenue difensore della identità nazionale, della lingua e della cristianità è stato informato di dette circostanze e d’altre ancora che costituirebbero formidabile elenco a testimonianza di ciò che siamo: un paese meraviglioso, perché organicamete, culturalmente, geneticamente “bastardo dentro”.

Una faccia

L’insostenibile insipienza dell’essere

Tempi topici questi, storicamente cruciali, di derive e approdi. Infiniti orizzonti dorotei e fitti cromatismi mercantili che si stingono nei chiaroscuri di pessimismi cosmici. Chissà perché non mi viene molto di più da dire. Eppure c’è stato un tempo in cui… che sia quell’insostenibile insipienza dell’essere che almeno una volta nella vita tutti ci attanaglia, oppure è solo l’accettazione stoica e serena,dell’incedere inesorabile del tempo, la via di fuga autarchica, seppur blanda e virtuale, a certi aristotelismi millenari? Boh! So solo che mi tornano in mente – per ragioni oscure ed imperscrutabili – certe parole d’una mia vecchia poesia, qualcosa che ho scritto talmente tanto tempo fa che non mi ricordo più nemmeno quando. E sono le uniche che mi vengono. Mi sa che almeno queste le socializzo, prima che sia troppo tardi e le dimentichi anch’io.
Ho sentito i cori dei corvi
e l’arcangelo vestito di nerofumo
recitare litanie
in fondo alla ciminiera
dei campi di cotone.
Era il canto della strada buia,
in riva alla città zoo,
la sirena che pregava
di catturare gli scarafaggi d’ogni tribù,
nascosti alla luce esausta del neon
dallo scricchiolio della pattumiera
gonfia d’orgoglio
e di cose mai dette e mai scritte.
E non si sa mai fossero saggi e definitivi
quei rumori della notte
il mattino si diverte a disaggregarli
per l’innata sua passione per lo smog,
o per lo smoking
– color cimitero –
da abbinare alla cravatta
con il nodo scorsoio
da ritirare il ventisette
di un mese qualsiasi
presso i vestiboli della civiltà dorata.

times18-pola