Avrei (non solo vorrei), ma non posso!

Eccomi! Alla fine ce l’ho fatta a tornare da queste parti, troppe cose mi ci hanno tenuto separato. E non è finita. Qualche volta essere parte della cronaca dà una certa apprensione, come nel caso di chi fa l’insegnante in questo scorcio di fine millennio, insegnante e sulle barricate. Avrei-ma-non-possoFinisce che la cronaca si impossessa della tua anima e poi non te la rende indietro. Oh, non è che mi faccia troppe illusioni circa la possibilità di continuare a fare questo mestiere come si competerebbe a chi ha consapevolezza – o almeno suppone di averla – del suo ruolo. C’è della gente che sbatte i pugni sul tavolo, invade la tua mail, per spiegarti che così non puoi continuare, sei amorfo, e non accetta di essere contraddetto. Ti dice che certamente protesti perché non hai capito, che non è così che si fa, che devi essere più bravo e preparato. No, non vi preoccupate, se mi state leggendo. Non ho nessuna voglia di spiegarvi perché ce l’ho col boy scout e la sua riforma. Non è questa la sede, né intendo cadere nell’errore che fa Lui quando “ti spiega”, come certe maestrine dalla matita rossa e blu, strafalcionando con i gessetti colorati, come stanno le cose. Io non mi sono fatto spiegare niente, né da lui né da altri, giacché fa parte della mia vita andarmi a leggere le carte, pertanto lascio che ognuno si faccia la sua idea come io, sul campo e da vent’anni, mi sono fatto la mia. Solo una considerazione di carattere generale: in Italia, allo stesso modo con cui chiunque riesce a fare meglio di qualsiasi allenatore la formazione di una squadra di calcio, v’è una pletora di superintenditori di riforme scolastiche: me ne ricordo taluni che facevano i broker, talaltri gli avvocati, ma non ho memoria di un presunto innovatore riformista che abbia mai messo piede in un’aula scolastica (se se ne esclude qualcuna di prestigiose università per rutilanti lectio magistralis) per più di venti minuti. Ma tant’è. Oggi mi viene soltanto in mente una cosa, anzi due. La prima è questa: “Barbiana, quando arrivai, non mi sembrò una scuola. Nè cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava.
D’ogni copia c’era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica ad accorgersi che uno era un po’ più grande ed insegnava.
Il più vecchio di quei maestri aveva sedici anni. Il più piccolo dodici e mi riempiva di ammirazione. Decisi sin dal primo giorno che avrei insegnato anch’io”. (indovinate chi è ma non ditelo giacché talvolta persino il boy scout lo cita, anche se dubito ne abbia compreso il messaggio, sempre ammesso che ne abbia mai letto un rigo)
La seconda, che credo sia quella di cui si ha davvero terrore, è una frase che a Barbiana lasciò scritta uno giovanissimo studente cubano su di un muro. “Yo escribo porque me gusta estudiar. El ninjo que no estudia no es buen revoluzionario ” Se qualcuno incontra il boy scout, eviti di fargli leggere queste cose, potrebbe aversene a male, fare un video e spiegarvi dove sta l’errore… e potrebbe chiosare con un “ascoltiamo tutti, ma poi decidiamo quello che ci pare”, insomma, un po’ come la casa delle libertà.

Ah, dimenticavo, il solito piccolo suggerimento per un libro.

Tempi moderni

Vabbé, lo so, non sono al di sopra d’ogni sospetto in certe mie valutazioni. Deve trattarsi di invidia. Si, forse è proprio così, invidia, giacché temo il confronto. È bene che me ne faccia una ragione e accetti che certe mie posizioni per così dire, retrò, altro non sono che il frutto di talune propensioni da psicanalisi ancor più che il risultato di serie valutazioni politiche, civili, sociali, culturali… Credo si tratti di quella difficoltà che manifesto in forme crescenti dinnanzi al nuovo che avanza, con le sue accelerazioni parossistiche, cui contrappongo le mie reazioni bradipiche. Insomma, in altre parole, le mie quattro ossa dismesse, le mie discopatie, i quattro capelli che ho in testa ed i menischi in disuso, il mio abbigliamento desueto, non accettano di essere messi all’angolo da fusti ben messi, con curricoli da paura, che hanno fatto i boy scout, che, per il bene del paese, è ovvio, hanno a cura il PIL, che twittano, feisbuccano, mentre io cerco ancora l’ultimo francobollo e la carta da lettera cotonata. Ecco, non avendo argomenti estetici per contrastare la mia incombente dismissione, trovo il pelo nell’uovo, gli faccio l’analisi del sangue a questi tipi qua, DSC_0008-polaper invidia, appunto, solo per invidia. Insomma, in questa rancorosa rincorsa alla critica fine a se stessa, mi sono imbattuto nel programma del governo sulla buona scuola, quello che è andato in rete per la consultazione andata deserta, per intenderci. Del resto è cosa che mi riguarda, faccio il prof, e così comincio a fargli le pulci. Non avendo di meglio da fare noto che termini pleistocenici ed inutili come cultura e pedagogia latitano ed in questo colgo un dato allarmante; ci trovo pure scritto che lo stato non è che potrà sostenere in eterno la scuola pubblica e che perciò questa deve attrezzarsi a cercare i soldi sul mercato; mi pare pure preoccupante (ma ve l’ho detto, sono pretestuoso) che si parli di formazione solo per gli insegnanti e non per gli alunni, ed anzi questi non vengono nominati né come tali, tanto meno come studenti, scolari, allievi, ma come utenti, fruitori del sevizio… insomma, in modo certamente più congeniale al mondo che viviamo. Poi mi accorgo della questione del merito degli insegnanti e nella mia mente perversa penso subito che si tratta di un modo per mascherare una certa idiosincrasia per la costruzione di reti di relazione orizzontali, di cooperazione, intravedendovi invece un’accelerazione verso la competizione all’interno di una categoria che solo certa vulgata sessantottina e pedagogistica poteva ritenere efficace solo se operante in una dinamica collaborativa e di gruppo. Ma sono così poco attuale che mi pare già di vederlo, come in un film dell’orrore, il giorno (lontano, è ovvio) in cui in una silenziosa e dimessa sala docenti, i fortunati vincitori del premio di consolazione, delle agognate sessanta Euro lorde in più al mese, dopo un quindicennio di blocco stipendiale, meritevoli sopra ogni dubbio, se ne andranno in giro a capo chino, pudici per quel giusto riconoscimento che forse non hanno nemmeno chiesto, e gli altri, me compreso, invece chineranno il capo della sconfitta, come attraverso Forche Caudine… un incubo, ma la mia è solo invidia, invidia per aver perso tempo a leggere Rousseau e don Milani, anziché impegnarlo adeguatamente ad aggiornarmi, a formarmi meglio, sulle strategie di marketing.

Merito mio!!!

Latito dal blog da un po’. Non è che non avessi voglia di scrivere, è che mi sono trovato affastellato in faccende varie, non ultima la ripresa della scuola, con annessi e connessi, o farei meglio a dire sconnessi. La solita solfa, l’orario da fare, le programmazione, i supplenti che non si sa se arrivano in tempo, e poi anche quelle notizie che in maniche bianche di camicia annunciano al popolo che questa volta si fa sul serio, Lavoroche scordiamoci l’aumento che sembrava dietro l’angolo, perché quello lo beccano solo i prof meritevoli, quelli che hanno capito che lo spirito moderno ed aziendale deve lasciare il posto a certe pleistoceniche pulsioni umaniste. E di lì l’amara constatazione: mai e poi mai sarò meritevole. Oh, intendiamoci, per quanto io non abbia mai avuto velleità iperattivistiche, quando entro in classe do il meglio che posso, sono quindici anni che non mi prendo un giorno di malattia e nello stesso periodo i permessi me li possono contare sulle dita di una mano. Mi sono letto don Milani, ecco cosa mi ha fregato, le cartacce, le schedine, i purgatori non mi interessano. Eppure sono queste cose, l’efficientismo contabilizzabile che determinerà il merito. Sarò meritevole solo ed esclusivamente se sarò migliore degli altri, se porto a casa il risultato, se faccio presto. Ovvio che essendo la coperta troppo corta la speranza di riuscire dipende essenzialmente dal fallimento degli altri. Così, se voglio essere qualificato come efficiente, i miei colleghi devono essere meno bravi di me. Atteggiamento giusto per considerare la collaborazione, il lavoro di concerto, come una follia bolscevica e collettivista. La competizione abbia inizio: io sarò il più bravo, sarò arrivato “uno”, e che gli altri anneghino e mentre lo fanno una bastonatina, così, tanto per non fare prigionieri che quelli costano e pesano sul bilancio dello stato. E becco il premio, ventisette Euro di aumento. Me li sparo tutti in un giorno comprando finalmente quella bottiglia di Barolo (ogni due mesi, che uno non basta) che mi farà dimenticare di essere stato bastardo dentro, di non aver passato la copia, di essermi tenuto per me il segreto definitivo della strategia pedagogica: addestrare ai quiz, stile patente, ragazzi cui invece dovremmo insegnare a sviluppare senso critico e non a mettere crocette. Ma la valutazione deve essere oggettiva, quando mai il meritevole è capace di definizioni oblique e divergenti, s’abbassa il PIL e l’OCSE ci richiama all’ordine, la camicia bianca arrossisce, gli viene la bile e ci mette alla porta, ci svecchia. Dice, probabilmente, che portiamo sfiga, che non ci apriamo al mondo! Vabbè, sapete che vi dico, ai miei alunni voglio insegnare a porre le domande giuste, non a rispondere a quelle degli altri, al questionario cash & carry. E pazienza se il Barolo lo scambio con il Nero d’Avola, ne conosco un paio con ottimi rapporti qualità prezzo. Delle camicie bianche farò a meno, tanto più che ho lasciato una bella macchia di ferro da stiro sull’ultima che avevo. E voi beccatevi questa cosa qui.

La determinazione di Ulisse

Allora, ormai è definitivo, non avrò l’aumento a maggio. Le ottanta Euro a me non le danno, pare sia troppo ricco. E del resto, che mi lamento a fare, ne ho avuto uno di recente, di aumento intendo, nel 2007. Diciamo che riflettevo con attenzione su questa ed altre cose giusto un paio di giorni fa, mentre, in classe, vigilavo su studenti silenziosi ed impegnati a svolgere il compito in classe. Il movimento sospetto, lì in fondo, era inequivocabile, l’aggiramento delle regole era ormai lampante, me ne sarei accorto anche avessi dato le spalle ai fatti. A quel punto mi sarei dovuto alzare, interpretare il ruolo statutario ed istituzionale dell’insegnante adirato per quella insopportabile violazione del patto di fiducia non scritto tra docente e discente, ritirare il compito, prendere provvedimenti. Ed invece non l’ho fato. Oh, non vi preoccupate, sono ancora in tempo, mi basterà, tra qualche giorno, chiedere agli interessati di ripetere la prova alla lavagna, e coglierli nella loro impreparazione, cosa di cui sono abbondantemente a conoscenza. Lo farò? Perché non l’ho fatto subito? Dettagli ed orizzonti sul Mar d'Africa2013-06-29Lasciate che vi spieghi. Questa cosa ha inizio quando, appena adolescente, finii in un liceo. La questione è che, per censo, io al massimo avrei potuto aspirare ad un istituto nautico. Lì, tra quella gente bene, ero inappropriato, fuori luogo. Mi capitò, dunque, il posto al primo banco, quello che si riserva ai reietti, con accanto il più antipatico della classe, che, con spirito ecumenico, mi ritrovai a sopportare per i cinque anni successivi. Ora, dovete sapere che il tale, le cui qualità intellettive non s’erano mai viste, era tuttavia di una scaltrezza da narrazione omerica, incarnava in sé la natura più profonda dello spirito italico. Appoggiandosi a dette qualità, dotato di perizie elevatissime, egli riuscì a conseguire la maturità con buon profitto. Non so come facesse (qualche sospetto ce l’ho, ma non ne ho le prove), ma anticipava le interrogazioni buttando giù a memoria risposte a domande che sembrava già conoscere; riusciva a copiare ogni prova scritta con sorprendente abilità. Praticamente era in grado di tirar fuori, da consumato prestigiatore e dai luoghi più improbabili, temi svolti, espressioni latine e formulari di geometria analitica, lasciando di stucco chiunque. Aveva anche scoperto, forse imbeccato, che la nostra insegnante di italiano, una donna corpulenta e dai capelli crespi, che vestiva desueti abiti lanuginosi dai colori pastello, spiegava, ripetendolo pedissequamente, il racconto critico di un’antologia non in adozione. Avendo individuato il testo ed essendoselo procurato, quando bisognava svolgere il tema di letteratura, il vecchio compagno di banco, compattava il testo in pizzini microscopici, che poi ricopiava sul foglio da consegnare per il risultato finale che mai scendeva sotto il massimo dei voti. Oh… intendiamoci, io non è che avessi voti bassi, tuttavia faticavo a guadagnarmeli e al più, la vecchia prof. per diligente adesione a crepuscoli gentiliani, sottolineava la non adeguatezza dei contenuti delle mie produzioni, che non potevo permettermi di sostenere certe cose, che non eravamo né al bar, né in piazza, tanto meno nelle sezioni di certi partiti cui non faceva esplicito riferimento, pur tuttavia ne apprezzava la forma, la costruzione della frase ecc. ecc. Comunque, stanco di ciò, ed avendo appreso le sacre tecniche della riduzione a dimensioni infinitesimali di pagine intere di critica letteraria, trascorsi il pomeriggio prima della prevista verifica a ricopiare, da un’illustre critica letteraria, una sintesi della poetica leopardiana. Dopo la verifica, tornai a casa come se avessi rubato la morfina ad un malato terminale. Quando mi fu reso il lavoro, sul foglio era stampigliato un 2 con note a margine, in cui si evidenziava l’assoluta incoerenza dei contenuti, e per il resto trama e ordito della narrazione erano stati demoliti senza appello. Lui, invece, fianco a me, si rigirava tra le dita il suo 9 da incorniciare. Non sto qui a ricordare come sostenne scritti brillanti alla maturità, ci arrivate da soli, sappiate solo che riuscì ad occultare in ogni anfratto d’un ricercato abbigliamento chili e chili di carta, Di tanto in tanto lo incontravo in quell’altra città dove studiavamo per la laurea, intento a frequentare ambienti assai dissimili dai miei sacchi a pelo di facoltà occupate e che credo ebbero un ruolo nell’assicurargli l’ambito titolo. Poi, per anni, non ci siamo più visti. Poco tempo fa, lo rividi in una di quelle cose tristi che si organizzano tra vecchi compagni di scuola per ricordare bei tempi andati, ed a cui partecipai quell’estate solo per non vanificare lo sforzo perpetrato dall’organizzatore nel rintracciarmi. Qualcosa di lui sapevo, pur se non vivevo più da quelle parti e da diversi anni; che era un affermato professionista, politicamente impegnato, che aveva ricoperto importanti incarichi… Beh, dopo l’amena giornata trascorsa tutti insieme (c’è da dire che, forse in virtù della sua posizione, aveva riguadagnato parecchio credito tra i vecchi compagni di scuola), volle invitarmi a bere qualcosa nella sua villa al mare. Così mi fece conoscere la bella moglie, cercando di farmi ricordare chi fosse (io annuivo come ci fosse riuscito, ma non avevo la più pallida idea di cosa stesse dicendo) rivendicandone le parentele con questo o quello, mentre lei annuiva sorridendo con soddisfazione alle parole del marito, mostrando carattere ed autonomia di pensiero. Parlò a lei di me, esaltando il nostro antco rapporto di amicizia e sussurrando infine, con sorriso di affettuoso rammarico, che purtroppo avevo anche fatto delle scelte sbagliate nella vita. Quindi ci salutammo con la promessa – che non manterrò – di incontrarci ancora. Ora, fra un paio di giorni dovrò dire a questi ragazzi, dimostrando di essermene accorto, che hanno copiato il compito di matematica. E così facendo li inibirò dall’affinare scaltre attitudini; parlerò loro del valore dell’onestà e, in definitiva li inviterò a riflettere sul significato più profondo del rispetto delle regole come fondamento della convivenza civile. Nel frattempo lo ricorderò a me stesso, tanto, passassero altri sette anni, l’aumento me lo danno.

 

Inquietudini!

Dislocato fra quattro mura remote, scorgendo del mio tempo solo ritagli fuggevoli, ignaro di mille usi e contegni odierni, ho la curiosa impressione di vivere in bilico sulla ruota dei secoli, infinitamente più prossimo a San Girolamo che ad uno degli spippolatori che affollano l’I pad del bar pochi passi più su, in piazza. Tuttavia, tale consapevolezza non rende merito alla mia disillusione circa l’efficacia del sacrificio – un’idea che appartiene ad un martire non è detto che sia una buona idea -, dunque, preparo le contromosse, centellinandone l’utilizzo per non disperdere in un solo colpo il mio armamentario d’alternative. ColmarCosì, cercando di non farmi travolgere dalle enormi auto che sfidano le leggi della fisica percorrendo le strette strade del borgo, mi sono prodotto nell’ascesa per il caffè del meriggio verso la piazza centrale, il rinascimentale trampolino proteso verso l’orizzonte circoscritto dall’emiciclo claustrofobico dei monti. Ancora in preda allo sconforto per vedere la creazione di tale antico ingegno urbanistico trasformata in un parcheggio, ho colto la presenza del vecchio Mike spalle al muro, ad esporre minor superficie possibile all’incedere inesorabile d’un gigantesco fuoristrada per l’ennesimo giro di piazza. È probabile che il suo proprietario, impegnato nella giostra, sia stato colto dal dubbio atroce che qualcuno non avesse notato la sua presenza a bordo del potente mezzo e, per generosità, non volesse togliere ai propri concittadini la gioia di esternare con gridolini d’approvazione l’ammirazione per la possenza del suo mezzo. E nel contempo si prodigava nella ricerca d’un comodo asilo che fosse anche bella mostra per il suo destriero metallico – abbandonarlo nell’anonimo parcheggio appena fuori le mura dove scarseggiano sguardi compiaciuti era fuori discussione,– per un altro paio di giri, in attesa che qualcuno dotato di mezzi più prosaici gli cedesse il posto meritato – ubi major minor cessat -. Fallita la ricerca dell’agognato ricovero ha abbandonato il campo, liberando me, l’amico ed un paio di vecchine dalla prigione delle nicchie di negozi disabitati. Abbiamo così potuto avvicinarci non senza aver prima evitato di calpestare un paio di monolitiche ed elevatissime deiezioni canine; così gli ho proposto il concerto jazz del sabato sera. L’inquietudine del passo che consente la fuga dalla bolla temporale, del resto, si è dissolta con le ultime nevi sotto il sole della primavera. Buon concerto, anzi se vi capitano questi tipi qui, non perdeteveli. Ma stranamente poca gente, e giacché si ritardava ad iniziare, abbiamo approfittato per farci un calice di discreto Rosso di Montalcino, anche per buttar giù l’ettaro di lasagne di Marica e Michele consumate in tutta fretta prima della partenza. Al bancone del bar, però, un’angoscia che non vi dico, una cosa sotto pelle annichilente, ha pervaso ogni parte del mio corpo: tutti i presenti, ancorché non molti, avevano un aspetto familiare, abiti riconoscibili, espressioni note. Eppure non ne conoscevo nessuno. Ma quella strana sensazione di deja vu mi ha spinto a raccattare frammenti di conversazione sino a svelare il mistero di quella inquietudine: tutti insegnanti, avvolti dalla nuvola della rassegnazione, consacrati all’altare dell’inutilità del proprio ruolo. La conclusione è ovvia: anch’io, nel tempo, devo aver assunto quella facies. Attendendo che i musicanti si esprimessero ho vuotato il calice affinché con il suo contenuto scivolasse via anche il sapore crudele della scoperta che ha poi continuato a flagellare la notte abbreviata dalle riarticolazioni orarie. Memore di quanto osservato la sera prima, la mattina ho provato a ridefinire con quanto contenuto nel mio scarno guardaroba qualcosa che somigliasse ad una nota distintiva rispetto alla “norma”. Niente, il vuoto, il deserto della Namibia, quello dei Tartari, nulla sotto vuoto spinto. Negli anni, l’esile insieme dei miei strumenti di vestizione mostra tutto il suo sincretismo, la sovrapposizione indistinta di stili desueti con cose fuori tempo massimo. Nulla che abbia a che vedere con scarpette colorate, giubbottini variopinti, vite basse. Rassegnato ad essere come sono ricompongo il quadro desolante di ciò che indosserò e con quella mimetica me ne vado a vedere la mostra di foto qui accanto, inaugurata appena il giorno prima e che, come sempre accade, riceve visitatori praticamente solo per i primi due giorni. Non faccio in tempo ad entrare nella prima sala che vengo respinto da un’evidenza scioccante: la folla numerosa di tutti con la macchina fotografica a tracollo, modelli sofisticatissimi che denunciano la strabordanza di certe adipi impennandosi sulle pance con i loro zoom imponenti (che siano compensativi?!?) protesi a scrutare volte o cieli inesplorati. Come se un pittore andasse a vedere i quadri di Pollock con pennelli e tavolozza, o uno scultore che ci tenesse a mostrare martello e scalpello davanti al David, un melomane che dal loggione fa penzolare un flauto traverso ascoltando Il Rigoletto! Beh… vabbè, ho capito, ci tornerò un’altra volta, quando è passata la buriana, mentre posso ancora entrare senza essere scambiato per un inesperto ed incauto visitatore… che ne so, un insegnante. Comunque, se ci sono cose decenti in giro, fatemelo sapere. Adesso me ne torno a casa, è meglio, ho una bottiglia di Cabernet decente e mi faccio due spaghetti, che ho pure trovato i pomodori Marinda al supermercato, in confezione regalo, a sei Euro al chilo.

Per chi tira la carretta

In questi giorni c’è un appello del mio sindacato a difesa della scuola, una scuola dissanguata, dilavata, dimessa, disgraziata, dilapidata, tutto in D, come la serie in cui è retrocessa quella che secondo la Costituzione italiana doveva essere una fondamentale istituzione di formazione sociale. Talvolta mi trovo in dissenso col mio sindacato, navigo volentieri – non so se per vezzo o masochismo, o semplicemente perché, nonostante tutto, sono rimasto un vecchio pescatore del Mar d’Africa – nei mari poco frequentati delle minoranze; questa volta però ne condivido la sostanza, ancorché mantenga riserve in merito al “che fare”; dunque, mi associo all’appello ma… mi va di fare qualche riflessione in più, aggiungendo cosei che non sono contenute in quell’appello. La scuola è diventata un salvadanaio da cui attingere risorse? È un dato oggettivo, sono stati persi nella scuola italiana diverse decine di migliaia di posti di lavoro in pochissimi anni, risorse umane preziose, che servivano e che non potevano essere semplicemente ascritte a bruta contabilità monetaria. Erano persone con una faccia, un nome, un’esperienza su cui contare, una preparazione, un afflato, quelli che sono rimasti a casa o che vi rimarranno, giacché l’emorragia non sembra aver termine. Ma non c’è stata un vera resistenza, non ho visto barricate, indignazioni collettive, salvo qualche sporadica presa di distanza, qualche scioperino – pochi, per non disturbare -. carretto sicilianoPosso parlare con franchezza? Noi insegnanti non siamo capaci di protestare, e se lo facciamo lo facciamo in sordina, senza un seguito importante (giuro, non sono un’eccezione, ho il carisma della lumaca che rappresenta questo blog) persino tra i nostri stessi colleghi. Perché non abbiamo spirito di corpo forse, perché spesso viviamo (non io, ma succede) in nuclei familiari in cui il nostro non è l’unico stipendio, perché siamo stanchi e demotivati, perché – taluni, sotto sotto – sono seriamente convinti che quella specie di miseria che ci danno, conviene tenersela stretta, e se siamo in pochi è operazione che riesce meglio… Ma la cosa più sorprendente è che non c’è forza politica, non c’è stato governo, che non abbia lavorato sulla scuola con la scure – negli ultimi venticinque anni, al di là dei proclami e delle dichiarazioni di intenti – e questo è assai più semplice da spiegare: la scuola fa schifo a chi governa, a chi detiene il potere, perché tra i banchi non v’è differenza di classe – non dovrebbe essercene, almeno -, perché forma, prepara; rischia, persino, di creare giovani con senso critico, capaci di costruire autonomamente le proprie scelte, pure di creare potenziali nuovi gruppi dirigenti, antagonismi concreti, di ribaltare i rapporti di forza sociali, di abiurare al turpiloquio come unica modalità espressiva, cancellare visioni totemiche e creare voglia di condiVisioni, di rendere la cultura trasversale, disponibile, raggiungibile e democratica, e se la cultura è democratica è democratica la società in ogni suo anfratto… Fa rabbia la scuola, perché per quanto si possano pagare una miseria quelli che ci lavorano, per quanto gli si sottraggono risorse, se ne infami la pervicace natura “parassitaria” di dipendenti pubblici, quella apre lo stesso, senza ritardi, all’ora prestabilita, in quel giorno esatto, si permette di resistere. Insopportabile, bisogna limitarne la portata, ridurne il potenziale, disinnescarla. Un ministro moderato come la Falcucci – cui da giovane studente universitario credo di aver regalato le frasi più oscene che abbia mai concepito– oggi sarebbe considerata pericolosamente eversiva giacché, pure criticata per alcune sue scelte verticistiche da un movimento allora molto forte, aveva voluto una riforma della scuola che partisse da una discussione aperta, cui tutti avevano titolo a partecipare. Ma chi le fa oggi queste riforme? Ministri dell’istruzione commissariati dall’economia, dalle spending review, ceti politici allergici alla cultura? No, mi dispiace, è una visione semplicistica, non ci casco, il risparmio è solo un vantaggio collaterale. Le riforme della scuola hanno invece qualcosa di sorprendentemente razionale, condiviso trasversalmente da “tutto” l’estabilishment politico che siede, o meglio sarebbe dire, che gestisce chi siede in parlamento, sono formulate secondo un pensiero unico, sono ideologiche, sono l’anteprima di un disegno assai più articolato, anzi, ne sono la premessa, la condizione necessaria perché si realizzi, perché nessuno si avveda della sua barbarie, magari opponendosi ad essa con quello sguardo collettivo di milioni di ragazzi rivolto alla bellezza.

Mala tempora…

Quella che è trascorsa è stata una settimana intensa, infuocata direi. Per quanto mi riguarda è stata quella in cui andavano collocati i numerini giusti nelle caselle giuste, in modo da rendere edotte famiglie ansiose circa reali competenze e capacità dei propri adorati pargoli. È pratica cui ancora sono poco avvezzo, nonostante i lustri che me ne hanno imposto la pratica. Mi chiedo come faccia un sette o un otto condiviso tra qualche decina di migliaia di preadolescenti o adolescenti, a rappresentarne seriamente la complessità delle singole storie, di vissuti quotidiani così lontani e diversi. Strane forme di egualitarismo che sottintendono all’omologazione. In altri ambiti non si indugia nel siamo così uguali. Dettagli ed orizzonti sul Mar d'Africa2013-12-26_1Sono domande che sarebbe meglio cominciassi a derubricare a pura fisima, giacché rischiano di sottintendere quell’altra più penosa e priva di risposte: e io che ci faccio qui? Ad ogni buon conto, Don Milani è morto, non esiste più il portico di Zenone, Aristotele, o chi per lui, havinto la guerra dei duemila anni, ha fatto postumi i suoi prigionieri, dunque siamo avviluppati nel conforto del flogisto, vagando su una terra piatta al centro dell’universo. Comunque, è stata una settimana densa anche d’altro, roghi di libri, assalti all’arma bianca, esondazioni ed alluvioni, istituti di propaganda che prevedono contratti multipli per mantenere la bava alla bocca, turpiloqui sessisti, linguaggi regrediti e subalterni, ed infine la scoperta – proprio una nota al margine – che il Bel Paese avrebbe perso qualche centinaio di miliardi perché da qualche parte lontana, in un ufficietto d’un grattacielo, qualcuno ne trascurava la “grande bellezza”; sarebbe come dare una valutazione del Kuwait non considerando il petrolio. Moralis de fabula servono quei soldi, dunque andremo in pensione quando per riscuoterla – sempre che ci si arrivi – serviranno sedia a rotelle e cateteri. Però ho trovato una piccola cronaca di questi tempi grami in una cosarella di quelle che piacciono a me. Provate a indovinare chi la scritta e se ci riuscite vincerete la mia stima incondizinata: “L’apparato centralizzato dello stato che, con le sue strutture militari, burocratiche, ecclesiastiche e giudiziarie onnipresenti e complicate, rinchiude il corpo vivente della società civile come un boa constrictor, fu forgiato per la prima volta nell’epoca della monarchia assoluta come arma della moderna società borghese in sviluppo nella sua lotta di emancipazione dal feudalesimo. I privilegi feudali dei signori, della città e del clero del medioevo vennero trasformati in attributi di un singolo potere statale, che sostituì i dignitari feudali con funzionari statali stipendiati e tolse le armi ai servitori medioevali dei signori feudali e delle corporazioni urbane per darle ad un esercito permanente; l’anarchia variamente colorata dei poteri medioevali in conflitto tra loro venne sostituita dall’ordinato programma di una autorità statale, con una sistematica e gerarchica divisione del lavoro. (…) Ogni minore interesse particolare prodotto dalla interrelazioni fra gruppi sociali, è stato separato dalla società stessa, fissato, reso indipendente da essa e ad essa posto in contrapposizione, in nome dell’interesse dello stato, amministrato dai sacerdoti dello stato con funzioni gerarchiche precisamente determinate. (…) Le fazioni e i partiti delle classi dominanti che alternativamente hanno lottato per la supremazia, hanno considerato il possesso e la direzione di questo immenso apparato di governo come il bottino principale della vittoria. La loro attività era rivoltà fondamentalmente alla creazione di immensi eserciti permanenti, di una schiera di parassiti di stato e di un’enorme debito pubblico. (…) Il potere del governo, con il suo esercito permanente, la sua burocrazia onnipotente, il suo clero abbrutente e il potere giudiziario ad esso asservito, era divenuto così indipendente dalla società stessa che (…) non appariva più come uno strumento della dominazione di classe, sottoposto ad un ministero parlamentare o ad una assemblea legislativa. Umiliava sotto il suo dominio perfino gli interessi delle classi dominanti, di cui sostituiva la parodia parlamentare con dei corpi legislativi che eleggeva direttamente e con senatori che esso stesso pagava; sanciva la sua assoluta autorità con suffragio universale e con la necessità riconosciuta di mantenere l’”ordine”, e cioé il dominio del proprietario fondiario e del capitalista sul produttore; nascondeva, sotto i randelli di una mascherata del passato, le orge di corruzione del presente e la vittoria della parte parassitaria degli strozzini finanziari. (…) A prima vista sembrava che fosse la vittoria finale del potere del governo sulla società, mentre era in realtà l’orgia di tutti gli elementi corrotti di questa società”.

Effetto domino!

Non ho ben capito se il manifestarsi contemporaneo di sensazioni spiacevoli sia conseguenza di un grande ed unico disegno preordinato che noi uomini semplici non abbiamo strumenti adeguati e sufficientemente analitici per intelligere e contrastare, o questo dipenda dal convergere di semplici concomitanze che il destino cinico e baro costringe in un imbuto sempre più stretto sino a sbattercele addosso tutte in una volta ed a pressione inaudita; oppure, ancora, se si determina quell’effetto domino per cui, se la prima contrarietà va a segno, poi tutte le altre infieriscono. Mah! Sono impreparato, come direbbe qualcuno dei miei alunni che ha fatto della sincerità il suo vezzo permanente. Fatto sta che le prove del mio malessere – e dando occhiate rapide in giro, non soltanto il mio – sono inconfutabili, convincerebbero un cieco.

If

– “IF” – Tecnica mista su tela 80×80

Allora, non avendo voglia di enunciare tutti i sintomi del mio spaesamento, proverei a citarne qualcuno, così, nell’ordine che mi viene meglio. È morto Mandela. Non starò qui a fare il panegirico del personaggio, non ne ho i titoli. Pochi giorni fa, poi, decorrevano i vent’anni dalla morte prematura di Frank Zappa, idolo della mia adolescenza e non solo (ne conservo gelosamente e non senza un qualche immodesto vanto, un pezzo consistente della sconfinata discografia, parte della quale incisa su preziosissimi vinili che mostro a pochi eletti quasi fossero il parto del mio di genio, anziché del baffuto iconoclasta di Baltimora). Beh, sono cose che lasciano un grande vuoto, abbiamo la sensazione che pezzi della storia comune che condividiamo con milioni d’altre creature, vicine e lontane, si sia dileguata in un attimo, e con essa un pezzo della nostra stessa storia personale. Ma non è questo che mi avvilisce: gli uomini, ancorché immensa sia stata la loro storia, completano prima o poi il loro ciclo vitale, e ciò li rende ancora più grandi, come il mio materialismo storico (e un po’ anche dialettico) mi suggerisce a garanzia di conforti adeguati. Piuttosto mi preoccupa il deserto che vi è intorno. Quale sarà il prossimo grande uomo che potremo ricordare con la stessa intensità di Madiba? E quale l’artista così eclettico e dissacrante cui potremo dare l’appellativo di “genio” tra quelli conosciuti e viventi al pari di Zappa? Non mi vengono. Non sono solo impreparato, credo proprio di non aver seguito nemmeno la lezione. E, a questo punto del ragionamento, mi sa che la tesi dell’effetto domino sia la più coerente ed efficace, giacché, nel deserto, mi travolge la mia crescente idiosincrasia per il lavoro, non in senso assoluto, piuttosto in quello preordinato, eterodiretto, non libero e autoriproducentesi. Eppure, fino a poco tempo fa il mio mi pareva il mestiere più bello del mondo, igienico, eccitante, uno svago per l’intelligenza, un toccasana per la salute. Una cosa senza paturnie e acidi urici, piuttosto un’esperienza come un’allegrezza sotto la pelle, o come dopo l’espletamento felice d’un bisogno primario. Potevo dedicarmici da mane a sera e ve ne ricavavo il tempo e l’ispirazione per le altre sacre incombenze cui mi dedicavo, giungendo al termine della giornata con quella fiducia fanciullesca che m’induceva ad intombarmi nel sonno per otto ore di fila e senza soluzione di continuità, per poi restituirmi negli occhi uno sguardo fiducioso rivolto alla nuova giornata. E ora? Vabbè, così, tanto per gradire, vi lascio con le note di Frank che ho inopinatamente usato per illustrare cose mie.

Tempismi imperfetti!

Mi sa che perderò del tempo oggi. È una volontà che nasce dal rivedere le cime di fronte a me innevate. Sono le stesse di quando è nato questo blog: val la pena, credo, di riflettere sula cosa, tralasciando ovviamente il dato meteorologico che, ad onor del vero, mi angoscia. Sono pressocché africano e quando la temperatura si abbassa troppo mi vengono le angosce. Ad ogni buon conto, devo ammettere che quando ho iniziato a scrivere qui non pensavo nemmeno che ciò superasse di molto il tempo di uno sbadiglio.

Il deserto che s'apre ad ogni veglia

Il deserto che s’apre ad ogni veglia – tecnica mista su tela 80 x 80

Più di qualcuno che commentava la cosa quando tutto ebbe inizio, in fede di vecchie amicizie che comportano conoscenze puntuali, aveva manifestato perplessità sul buon esito dell’esperienza. Ed invece eccomi ancora qui, ma perdonate se da questo momento in poi potrò sembrare contraddittorio, sono fatto così, le imperfezioni sono vezzi cui mi affeziono facilmente. Comunque, dicevo (o meglio, scrivevo) non avevo idea di quanta vita avrebbe avuto questo blog (la cosa la ignoro tutt’ora), sono avvezzo ad altre cose che con reti – se si escludono quelle da pesca – e tecnologie avanzate non sempre si sposano, piuttosto ne rivendicano il divorzio preventivo. E allora provo ad enunciare i pro di questa esperienza: ho conosciuto della “bella gente”, ed è come se taluni che mi fanno visita ed a cui ricambio molto volentieri la gradita attenzione, li avessi incontrati al bar; mi sembra di conoscerli, e pur se la mia memoria sa di “tappo”, come certi vini messi male, me ne ricordo i nomi, le consuetudini, gli stili. Poi, intendiamoci, il blog consente di far circolare le idee (quanto circolino le mie non lo so, ma non è roba da togliermi il sonno), confrontarsi con persone lontane e diverse, ritrovarsi a condividere pulsioni, attitudini. Ti impone pure di startene lì a scrivere i tuoi post, partecipare alle discussioni su altri blog, questo appassiona, dunque aiuta a vincere pigrizie ataviche. In altre parole, non è male. Ma c’è qualcosa che mi spaventa, anche se non è certo colpa del blog: la rapidità con cui tutto ciò, ancorché davvero gradito, avviene. Viene meno il tempo dell’attesa, quella possibilità che abbiamo noi umani di vivere ciclicamente il nostro tempo, rispettandone i tempi biologici, come facevano i contadini di una volta accettando l’idea del maggese, la rotazione delle colture perché il terreno rimanesse fertile, rinunciando così a capitalizzare tutta e subito la semina sull’intero possedimento pur di non rovinare gli equilibri del suolo. Come facevamo da bambini, attendendo pazienti una festa comandata per ricevere quel dato giocattolo, e, nel tempo dell’attesa, riempivano il vuoto immaginando di giocarvi, cosicché il possederlo materialmente era soltanto un passaggio trascurabile rispetto al lungo desiderio. Il vuoto dell’attesa non era tale giacché era anche l’occasione per raccontare agli altri che quel regalo sarebbe arrivato. Viene meno il tempo dell’attesa, quello trascorso a non far nulla, ciondolando per vicoli stretti o su certi scorci di mare, provando ad immaginare cosa fare, parlarsi ed ascoltarsi in questo, pronti a cogliere il suggerimento opportuno.
Tra poco riceverò auguri natalizi via mail: il mio nome è in alcune mailing list, per cui sarò uno dei centocinquanta e più per ciascuna che vi sono inclusi. Quanto ha a che vedere una prassi così spersonalizzante con lo scrivere lettere con la “penna nera buona” o col pennino, o scegliere il tipo di carta o le cartoline da spedire con cura, dunque scendere per strada per comprare busta e francobollo, raggiungere la buca delle lettere ed attendere impazienti risposte che, tre volte su quattro, cominciano sempre con la stessa frase?: “Come sempre è difficile leggerti, la tua calligrafia è orribile”. Anche a scuola le cose non sono diverse, eppure nella accezione del Timeo di Platone, scholé è il tempo che trascorre senza assillo, reca in sé tutti i contenuti propri dell’ozio e della lentezza; scholasticos aveva per i Greci antichi il significato proprio di chi perde tempo, e non voglio approfittare della vostra pazienza per ricordare la Stoà di Zenone. Ora c’è il registro elettronico, occorre dare, si dice, ai genitori la possibilità di conoscere in tempo reale l’andamento scolastico dei propri figli. L’alternativa è farselo dire a pranzo, guardandosi negli occhi, il che presupporrebbe però un dialogo vero tra generazioni, o prendersi un po’ di tempo per parlare con gli stessi insegnanti, cose che, senza voler generalizzare, sembrano essersi perse per strada. E poi parlarsi è considerata un’inutile perdita di tempo. Ma anche noi insegnanti siamo assillati dal tempo, è una cosa che non ci lascia dormire la notte: bisogna preparare i compiti, correggerli a pacchi, finire il programma, riunirsi per discutere di valutazioni, voti, procedure, numeri. Quando ho cominciato ad insegnare (mamma mia quanto tempo è passato), oltre alle mie ore disciplinari facevo in un paio di pomeriggi la settimana teatro con i ragazzi, allora le risorse per la scuola c’erano, le istituzioni scolastiche non erano un salvadanaio da cui attingere per risanare i danni della corruzione diffusa. Si coglievano i benefici di quelle attività laboratoriali su tutte le discipline. Ora a stento c’è il tempo per l’ordinaria amministrazione, meno ore e classi sovraffollate, altro che teatro tutto l’anno (da qualche parte per fortuna si fa ancora, sempre meno ahimé), ora i progetti sono mordi & fuggi. Poi c’è la cultura che muore, occorre troppo tempo per coltivarla, non si può dar via dall’oggi al domani, talvolta non è nemmeno mercificabile. Non c’è più tempo per leggere un libro, ancor meno ne rimane per provare a scriverlo, anche se l’Italia è uno strano paese, ci sono più poeti che lettori di poesie. Chi se la sente di starsene in casa ad impiastricciarsi le dita su una tela o andare in giro con la macchina fotografica ed attendere in camera oscura il lento sviluppo della propria inquadratura? Meglio una digitale che le linee taglienti di Scianna o le intuizioni fantastiche di Erwitt o la creatività immediata ed estemporanea di Capa e Cartier Besson. Eppure, se fossi Faust, mi piacerebbe chiedere una Kodak per bloccare un istante nell’infinito temporale. La musica poi, non può essere improvvisazione, colpo di genio: Coltrane e Mingus farebbero impazzire le loro note per pochi intimi, altro che bum bum dalle frequenze di centocinquanta battiti al minuto.
Beh, scusate lo sproloquio, ma quando ci vuole…

Le convergenze involutive!

In questi giorni mi sono chiesto se vi sia una relazione tra la notizia – che non mi ha colto impreparato – che gli italiani siano tra gli ultimi nella loro capacità di far di conto e nella lettura e comprensione dei testi, e se esiste un limite all’orrore per ciò che avviene nel Mar d’Africa. Credo siano questioni più complesse della semplice convergenza – che pure esiste – tra ignoranza ed indifferenza, dunque non ho trovato risposte esaustive. Di norma faccio pensieri semplici, dunque tendo a farmi una ragione della mia incapacità nel non trovare soluzioni ai problemi, ancorché, essendo insegnante d matematica, ciò dovrebbe gettarmi in uno stato di prostrazione profonda. Ma ammetto di essere anche stato prestato – non so bene quanto pro tempore – all’insegnamento, ed il mio obiettivo professionale non è certo solo quello di sentirmi ripetere il Teorema di Pitagora a menadito, di vederlo applicato correttamente e secondo impeccabili algoritmi risolutivi. Per fortuna non sono la professoressa cui scriveva Don Milani, non ancora, spero. Ci sono cose più importanti da fare per chi fa il mio mestiere, come far presente ai miei giovani alunni che vi sono strade altre, non certo per indicargliene una giusta sulla base dei miei convincimenti, semplicemente avvertirli che esistono, affinché possano percorrerle ed incontrarvi nuove umanità ed i propri talenti, fossero anche solo quelli di mantenere alto il tasso di indignazione nei confronti dell’orrore. Noi adulti non ne siamo più capaci per più del tempo concesso da una notizia giornalistica. Però siamo capaci di dire cose come “I ragazzi non hanno più valori, non credono più in niente” e amenità del genere. Forse è persino vero, abbiamo ragione. Ma le nuove generazioni non sono nate geneticamente modificate, non siamo dinnanzi ad una immane deriva genetica. dettagli e orizzonti07 In un post non troppo recente avevo scritto che siamo chimere – sono tali anche le nuove generazioni -, l’orrendo incrocio tra il cane di Pavlov (riflessi condizionati) e le oche di Lorentz (imprinting). Noi siamo Lorentz o Pavlov (con tutto il rispetto per queste due figure immortali) a seconda dei casi, che dinnanzi all’olocausto dei migranti proferiamo verità immortali come “che tragedia, ma se la sono cercata, non possiamo mica pensare di accoglierli tutti”; spingendoci talvolta sino a: “se gli accogliamo perdiamo voti”. Abbiamo potenti amplificatori per i gorgoglii delle nostre viscere più profonde e recinti altissimi per i nostri orti asfittici. E, come il dottor Stranamore, abbiamo creato le condizioni, l’humus ideale perché chi verrà dopo di noi, non vedrà altra soluzione praticabile che staccare la spina al pianeta.