Cassandra non abita più qui!

Quella pre-estate di un bel po’ di anni fa (per pudore non confesserò mai quanti), insieme ad un gruppo d’altri soggetti che condividevano con me la passione per l’immobilismo assoluto, me ne stavo pressoché incollato ad una panchina sul lungomare di ponente, quello dove si vede tramontare il sole. gita in sicilia2014-07-15_2Su quello di levante si vede sorgere, ma era assai improbabile che me ne stessi lì nel momento in cui la cosa avveniva, e posso testimoniare che anche quegli altri avrebbero optato per un più comodo tramonto. Insomma, ce ne stavamo lì, in attesa che il mare facesse col sole il suo spuntino serale, quando, proprio mentre sembrava di sentirlo deglutire, uno di quegli altri, forse illuminato dalla suggestiva visione su cui anche Goethe ebbe a scrivere qualcosa, disse: “il mio sogno è un Duetto Alfa Romeo, usato e color terra bruciata”. Ora, quella dichiarazione improvvisa, per nulla sollecitata, scosse tutti dal torpore cui ci eravamo dedicati con impegno crescente, ed aprì una discussione feroce, e quasi si veniva alle mani. Sottolineo il quasi giacché il consesso non era particolarmente avvezzo a dedicarsi a certe fatiche fisiche, per di più a quell’ora tarda, proprio prima di cena. Ammetto che a primo acchito non vi fu una uniformità di giudizio su quella improvvida esternazione, poiché ognuno di noi ebbe a che ridire su un suo aspetto particolare. Io, ad esempio, mi indignai perché ritenevo che il possesso di una macchina sportiva celava in realtà una insana passione per la velocità, per l’attivismo, e ritenni la cosa inaccettabile. Un altro degli astanti, che spesso indugiava in quelle serate tranquille nella lettura di brani scelti da un Libretto Rosso che allora aveva ancora una discreta fortuna editoriale, stigmatizzò con fervore autentico quello scivolamento mistico (tale doveva essere giacché le fortune economiche dell’esternatore erano allora piuttosto esigue) e borghese. Ci fu chi sindacò sulla scelta del modello, altri ebbero un travaso di bile per la scelta del colore. Una ragazza di cui non ricordo ormai nemmeno il nome (tanto meno il cognome e la fisionomia) espresse il proprio disagio circa l’idea che l’auto dovesse essere usata: “se proprio te la sogni, perché non te la sogni nuova, tanto, in quanto sogno, non costa mica di più”! Credo che in questo nascondesse una maliziosa critica nei confronti dell’esternatore, noto per indugiare in atteggiamenti di avarizia ai limiti del patologico. Insomma, la discussione si protrasse a lungo, poiché ciascuno di noi voleva dare il massimo risalto alla propria critica rispetto a quella degli altri. Poi, d’improvviso, calò il silenzio. Come se fossimo stati illuminati sulla via di Damasco, ci accorgemmo all’unisono d’una cosa terribile: avevamo smesso di sognare in grande, appena più in là del nostro naso. Comprendemmo che era l’inizio della fine. Il consesso si sciolse mestamente e negli anni successivi e sino ad oggi (non vi dirò nemmeno stavolta quanti anni sono passati), sono convinto che nessuno di noi non abbia pensato almeno una volta a quel giorno come a quello dell’ultimo vaticinio di Cassandra.

Tempo al tempo

Mi sovviene spesso una strana sensazione di straniamento, qualcosa che rassomiglia ad una crisi di identità, ma credo sia semplicemente la consapevolezza di una sorta di decontestualizzazione temporale, come dire, mi sento fuori tempo massimo. Allora me ne vado a cena, e mentre scruto la carta dei vini, mi rendo conto che quella sensazione non soltanto non svanisce, anzi, si acuisce, comincia a diventare sintomo preoccupante. Se passo davanti ad uno specchio mi vedo in Borsalino e, al di là del fatto che è sempre meglio quello della bombetta o del cilindro, anche il resto non va meglio. Ho bisogno di chiedere certezze alla carta d’identità, scrutare la firma del sindaco e cogliere il dettaglio della data di rilascio del documento – nonché di quella di nascita -, per ricevere risposte esaustive. dettagli e orizzonti24Poi mi pizzico con discrezione un braccio per vedere se dormo, se sono sveglio, se partecipo anche materialmente agli incubi di questo tempo che, appunto, non m’appartiene. Beh, queste cose di recente mi succedono spesso: “vedrai se non è una di quelle crisi che nel mezzo del camin di nostra vita tutti ci attanagliano… ma come vengono se ne vanno”, mi dice un’affezionata collega. Apprezzo la buona volontà ma derubrico il gesto alla sua dimensione meramente consolatoria e ritorno a piangere sulla mia triste condizione di figlio dell’Ottocento (forse Settecento, addirittura) catapultato a sua insaputa in altra epoca. Allora, dopo aver divagato, sarà meglio vi dica cosa non va. Ormai è un fatto che per dare spiegazioni a questo stato d’animo avevo serenamente accettato di essere posseduto da una presenza estranea, uno straniero antico che mi avrebbe invaso, per di più con ben altre pulsioni rispetto a quelle della mia – e nostra – epoca; avevo persino ristretto il campo a due sole ipotesi circa la sua identità: si sarebbe potuto trattare d un pescatore di frodo del Mar d’Africa, o di un pirata fenicio. In entrambi i casi gente con un certo talento per le esplorazioni. È evidente che tali identità, non appena avessi abbassato per un solo attimo le mie difese immunitarie, avrebbero preso il sopravvento e allora si spiega come improvvisamente mi ritrovi a fantasticare – ed alla mia età, per giunta – di isole che non ci sono, di galeoni al largo del Madagascar, di complotti rivoluzionari ad Odessa, di tramonti vertiginosi che sputano dal mare creature hemingwayane, sobborghi di città sulla Via della Seta, locande andine, funghi sacri e cose così. Al contrario, riprendendo pieno controllo su di me, aspetto il 9 settembre per vedere se ci sono decadenze post-dannunziane di qualcuno secondo cui il nulla è l’universo senza se stesso, se funzionerà il registro elettronico in classe, quale sarà il mio giorno libero, e tutta questa messe di cose affascinanti che peraltro fanno a cazzotti con i venti di guerra che arrivano con lo Scirocco. Che l’impazzimento non sia solo il mio? Ho letto da qualche parte che Dio è morto creandoci, dunque noi saremmo un’opera postuma. A questo punto non mi resta che tornarmene a scrivere, essenzialmente per curiosità di me, identitaria, voglio proprio vedere dove vado a parare.