Cose dell’altro mondo!

Io e il mio ginocchio sinistro, ormai, abbiamo raggiunto un equilibrio. Cioè, conversiamo amabilmente: io gli comunico cosa mi piacerebbe fare e lui ne prende atto, poi però fa di testa sua. Mi piace questa sua capacità di ragionare con la sua testa, ancorché, talvolta, sembra farlo in modo che a taluni parrebbe animato da volontà sperequative nei miei confronti. Inizialmente gliene facevo una colpa, lo rimproveravo, gli rinfacciavo la ossequiosa obbedienza del suo gemello, quello di destra, intendo. SampieriPoi ho cominciato ad apprezzarne l’autonomia decisionale, l’imperturbabilità rispetto ai diktat definitivi ed assoluti, quella certa insofferenza per le gerarchie. In estate le nostre conversazioni si fanno più serrate, talvolta appaiono come delle vere e proprie disfide. Ora, mi pare evidente che io dipendo da lui almeno quanto lui dipende da me, e il nostro è un rapporto orizzontale, credo ci sia rispetto reciproco. La mattina mi alzo presto, mi piace raggiungere il promontorio di primo mattino, quando le masse ancora smaltiscono le bisbocce della sera prima. Quindi, prima di avviarmi sull’arenile, concordiamo una linea di condotta. Io lo interrogo sulle sue volontà della mattina, in particolare gli chiedo se gli andrebbe il piccolo trotto sulla spiaggia, oppure il passo svelto, quello che fa bene al colesterolo – cerco di blandirlo, dicendogli “siamo parte di un tutto, ne avresti giovamento anche tu” -, oppure la passeggiata meditativa. So che qualunque sarà la scelta lui agirà in modo estemporaneo, deciderà sul momento se cedere di schianto, oppure bloccarsi, gonfiarsi come un prosciutto, o scricchiolare con raccapriccio, nell’atto di volermi comunicare rumorosamente il proprio dissenso. Di recente non obietta, credo abbia gradito certe pasticche comprate in erboristeria che lo rianimano, lo fanno sentire più appagato e considerato, non più una minoranza relegata in un angolo, laggiù in basso. Certo, obietto io, va bene consentire la corsettina, ma anche tu, che vizi borghesi: pasticche, ciascuna delle quali costa quanto un caffè espresso. Ed a proposito di caffè, è di questo che si tratta. Insomma, l’arrivo al promontorio prelude, a prescindere dall’accordo col mio ginocchio, alla sgambata in tenuta da Orzowey sino al borgo. Tre chilometri esatti da percorrere sull’arenile deserto, poi lì caffettino al chioschetto, quindi il ritorno, gli stessi tre a ritroso. Giunti in prossimità del promontorio nuotatina, sigarettina (scusate l’abuso di diminutivi, è frutto di un certo meridionalismo che mi è rimasto appiccicato addosso ed ora non riesco a sbarazzarmene), poi a casa, prima che il sole divenga cattivo e che, soprattutto, le masse rumorose – poche quest’anno, dev’essere la crisi -, con i loro ombrelloni branditi come Durlindane, i tamburelli schioccanti, i palloni sgonfi, solletichino certe mie sopite agorafobie. Negli ultimi giorni, però, durante la sgambata, succede una cosa strana: a guardare la TV quella spiaggia dovrebbe essere invasa da torme di selvaggi inferociti con l’osso al naso e la sveglia al collo e che preparano pentoloni per bollire l’uomo bianco. Ed invece, altro che migranti, l’invasione c’è, ma di extraterrestri. Ve l’ho detto, io sgambetto sull’arenile come Tarzan, in costume da bagno e piedi scalzi, non mi formalizzo, sono un uomo rozzo, la spiaggia dal mio punto di vista limitato serve a questo, tanto più che è libera. Quelli, invece, si capisce che non sono di questo mondo, che sono creature d’altri pianeti, giacché sono abbigliate in modo diverso: si, all’apparenza sembrano come noi, come noi da molto giovani, ma poi indossano tutine attillatissime, traspiranti, aerodinamiche, per fendere l’aria mentre corrono, penso, o per difenderli dai germi aggressivi del nostro pianeta. E poi hanno fili che li avvolgono dappertutto: fili che vengono fuori da fasce ai polpacci, ai polsi, alla cinta, al collo, alle caviglie e poi orecchie tappate con cuffie ed auricolari (credo dipenda dal fatto che nel loro pianeta il rumore della risacca sia considerato un po’ come da noi certa musica delle nuove generazioni e, giustamente, se ne isolano), occhiali iridescenti, forse i resti di uno scafandro da astronauta, scarpe con sospensioni ed ABS. Io mi sento a disagio, e quando leggo nei loro occhi l’espressione di disgusto nel vedermi al trotto conciato in quel modo primitivo, mi inibisco e rallento (pratica in cui sono un esperto). Non vorrei dare dei terrestri un’immagine di generica trascuratezza. Ma che ci sarà collegato a tutti quei fili, gli strumenti con cui comunicano con l’astronave? O forse hanno paura di perdersi in spiaggia e si portano dietro un navigatore satellitare? Il punto è che l’altra mattina, erano tutti così in spiaggia. E allora delle due l’una, o hanno completato l’invasione, e quelli della mia specie, i terrestri, intendo, se li sono portati sul loro pianeta per il ripopolamento di certe foreste spaziali, oppure… oppure, non me ne sono accorto e l‘extraterrestre sono io. E vabbè, come faccio a capire certe cose, sono cose d’altri mondi.

Il naufragio!

Vabbé… è andata. Credo sia ciò che direi qualora mi ritrovassi nella condizione di naufrago ed approdassi, dopo diverse ore in ammollo, sulla spiaggia di un’isola deserta che non è l’agognata Itaca. Cioè, valuterei il pericolo peggiore come scampato. Mi sollazzerei momentaneamente per non essermi congelato, inumidito sino al midollo, annegato, diventato spuntino per pescecani ed orche, urticato da gigantesche meduse, trascinato dalle piovre nelle profondità abissali, insomma, mi congratulerei con la mia buona sorte per avermi consentito di riconquistare la posizione eretta sul solido bagnasciuga. l'isolaPoi, smaltita l’euforia per la salvezza, comincerei a guardarmi d’intorno, interrogandomi su cose del tipo, ed ora che mangio, ci sarà da bere da queste parti, un bar, una trattoria, una libreria, anche solo un chioschetto dei gelati, un po’ di musica… E no, l’isola è deserta, era questa la premessa. Allora, bene, ma è necessario cominciare ad organizzarsi, un po’ di tempo c’è. Il posto è ameno, non ci sono bertucce satrapiche, ne oranghi urlanti, forse qualche omino verde che marca il territorio con i propri feromoni fumanti; ma basterà qualche bella passeggiata su spiagge incontaminate tra palme di cocco e datteri, mari ricchi e pescosi, per sentirmi serenamente affratellato al resto del mondo? No… mi sa proprio di no! Insomma, fuor di metafora, dopo queste elezioni, non v’è dubbio che qualche soddisfazione me la sia presa – il bello delle elezioni è, in effetti, che c’è sempre qualcuno che perde. Ma andare oltre è cosa assai diversa dall’oltre spesso abusato. Ci vuole una ricostruzione sistematica d’una condizione nuova, un ripensamento complessivo del tutto d’intorno, ci vuole un rifugio, nutrimento per il corpo e l’anima e, mi dispiace, ma la semplice proposizione del demiurgo, non è, da questo punto di vista, la soluzione salvifica definitiva. Si rischia di starsene sulla riva a contare le maree, sperando che qualcuno, da lassù, non la mandi giù in forme di uragani tropicali, rispedendoci in ammollo. E per questo è necessario trovare riparo, la tribù che da qualche parte dev’esserci, ed entrarne a farvi parte, condividere le procedure, le tecniche d’approvvigionamento, le costruzioni materiali, impararne il linguaggio. E qualora fosse solo una tribù in pectore, intrecciarvi comunque rapporti perché divenga identitaria, dialettica, progressiva. Si, è quello che tocca fare, rimettere in piedi una coscienza comune perché non basta un totem da adorare ai margini della jungla, intorno a cui trotterellare danze felici, per sentirsi vivi, differenti ed uguali allo stesso tempo, capaci di ripensarsi in una prospettiva evolutiva. Dunque, proprio ora che il pericolo è scampato, è giusto il momento per rimboccarsi le maniche, il perché l’ho detto, per quanto riguarda il come… per il momento sono ben accetti suggerimenti, teorie ed ipotesi, oltre che pragmatiche operatività.

Orgoglio e pregiudizio!

Dalle mie parti, laggiù sul Mar d’Africa, la chiamiamo spiaggia del Pisciotto, dal nome di un piccolo torrente che in estate non ce la fa a raggiungere il mare, vi si ferma ad una decina di metri. C’è una vecchia fornace di laterizi che agli inizi del secolo breve prese fuoco, consumando la malta che teneva insieme le pietre della sua struttura, e ora quelle la tengono in piedi lo stesso, smantellandosi così lentamente da dimostrare che quegli ingegneri erano stati in grado di metterla su bene se ha retto così a lungo. Sembra una cattedrale gotica o un templio greco, e domina maestosa, dall’alto della scogliera, la spiaggia sottostante, tre chilometri di sabbia e dune che di recente un quotidiano nazionale – Repubblica, mi pare – ha definito la più bella dell’isola. SampieriÈ anche la location ideale per qualche episodio del Commissario Montalbano. In fondo c’è un piccolo borgo, Sampieri, frazione di quella Scicli che Elio Vittorini, nelle sue “Le città del mondo”, paragonava per bellezza a Gerusalemme. Il maestro Guccione, grande pittore che vive da queste parti, e che subentrò a Guttuso nell’insegnamento all’Accademia di Belle Arti di Roma, ha immortalato spiaggia e fornace in dipinti di vertiginosa profondità e suggestione catartica. Le mattine d’estate vado lì a fare il bagno. È posto tranquillo, non ci sono né bar né cose del genere, dunque, la strana propensione dei molti per l’accumulo parossistico intorno al rumore, tiene lontane le masse claudicanti e rende quel tratto di costa magnifico. Quando mi rendo conto che il fisico me lo consente, arrivo in bici sfidando calure africane. Se il Libeccio soffia è luogo meraviglioso, con i cavalloni che simulano l’effetto Oceano Pacifico. Talvolta, la mattina presto – le mie ore preferite – il mare è così calmo da sembrare una lastra di ghiaccio, e non se ne distingue il confine con il cielo. Al tramonto diventa rosso sangue e inghiotte il sole sino a quando non si ha la sensazione di sentirlo deglutire. Conosco tanta gente che frequenta quel posto, e mi fermo a scambiare quattro chiacchiere con quelli che passano. Talvolta mollo la mia roba sulla spiaggia e vado a piedi al vecchio borgo per un caffè, seguendo l’arenile. Non è raro vedere qualche delfino che si “inchina” senza rischiare l’incidente definitivo, e quest’estate un banco di cefali s’è levato in volo, forse per fuggire alla voracità d’una ricciola, travolgendomi. Ne ho visto ripetute volte le immagini in questi giorni in televisione. Un barcone di migranti si è arenato lì, alcuni sono stati gettati in mare e picchiati da assassini senza scrupoli. In tredici non ce l’hanno fatta. La gente del posto s’è precipitata a dargli soccorso: una signora s’è improvvisata medico o paramedico e ha provato un massaggio cardiaco, non so con quale risultato. Un ragazzo che credo di conoscere ha ripreso tutto.

La Sicilia è terra di contraddizioni, di mafia, di sovranità limitate, sforna ceti politici discutibili, per usare un eufemismo, cose che alimentano pregiudizi antichi. Ma quella manifestazione di solidarietà corale e gratuita, mentre chi potrebbe evitare questo massacro permanente gira la testa da un’altra parte (mi viene in mente una vecchia canzone, in tal senso), quanto m’ha fatto sentire orgoglioso di esserci nato.

Cantieri (troppo) aperti

Allora sta proprio per finire, l’estate intendo, con corollario di vacanze. Ed io ho assunto colorazioni d’ebano che, quando tra qualche giorno tornerò tra i boschi, inviteranno a sussurrarmi “sembri un africano”. Ma io sono un africano, cari miei, e se certe volte scolorisco lontano dai miei lidi, ciò non toglie nulla alla mia essenza più profonda ancorché dati anagrafici tentino inutilmente di smentire tale verità inconfutabile. SpiaggiaÈ vero che pregnanti convenzioni amministrative mi rendono comunitario come un norvegese, ma sfido chiunque a confondermi con Olaf il vichingo anziché con Faisal o Yussef. Ad ogni buon conto devo preparare le valigie ed impiegherò questi ultimi giorni anche per perfezionare abbronzature da richiesta di permesso di soggiorno, gozzovigliare, e fare scorte di beni di prima necessità, tipo conserve assolate, vini, cioccolata e cose così, antidepressivi, insomma. Val la pena comunque di fare anche qualche bilancio: mi preoccupa innanzitutto un certo attivismo che quest’estate ha contraddetto certe mie propensioni caratteriali. Mi sono rimesso a scrivere il mio libro, ma non l’ho concluso, e tuttavia ne ho elevato l’impalcatura a tale altezza da consentire alla mia asfittica creatività boschiva di continuare a lavorarci senza troppa angoscia anche nel bel mezzo d’un gelido inverno (scusate la citazione). Il recital coi miei testi è andato bene (successo di critica e di pubblico, si dice), ed io mi sono divertito, non solo, ho dovuto rilasciare promesse che avrei continuato a scrivere per il teatro ed anzi ho già in mente due o tre cose. Infine mi sono concesso una collettiva cui partecipo in questi giorni con delle foto. Troppa roba, mi pare. Devo stare attento, non vorrei farmi prendere la mano. Si comincia così, piano piano, poi subentra l’entusiasmo ed entri in un tunnel senza che se ne veda la via di fuga. Finisce che si rimane affezionati all’idea di starsene sempre in movimento perpetuo… giammai. Adesso mi pento e me ne sto bello fermo: “Non fare oggi quello che puoi continuare a non fare anche domani”. Vi lascio con una cosa di Cesare Pavese.

Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa

lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira

tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo

e non scappa di casa.

 

Ci sono d’estate

pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese

sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge

per un viale d’inutili piante, si ferma.

Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?

Solamente girarle, le piazze e le strade

sono vuote. Bisogna fermare una donna

e parlarle e deciderla a vivere insieme.

Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte

c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi

e racconta i progetti di tutta la vita.

 

Non è certo attendendo nella piazza deserta

che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade

si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,

anche andando per strada, la casa sarebbe

dove c’è quella donna e varrebbe la pena.

Nella notte la piazza ritorna deserta

e quest’uomo, che passa, non vede le case

tra le inutili luci, non leva più gli occhi:

sente solo il selciato, che han fatto altri uomini

dalle mani indurite, come sono le sue.

Non è giusto restare sulla piazza deserta.

Ci sarà certamente quella donna per strada

che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

Scampoli

Ho ancora uno scampolo di vacanze prima di ricaricare in auto le valigie e fare ritorno ai miei monti adottivi. Mi dispiace, com’è ovvio. E tuttavia quest’anno mostro una certa insofferenza nei confronti delle folle agostane, con annessi e connessi, in particolare in quanto ad aumento dei decibel in circolazione. Non so se attribuire la cosa ad un bilancio anagrafico ogni anno più deficitario o ad un udito sensibilizzato, ma la confusione mi soffoca, sono costretto a cercarmi rifugi di silenzioso romitaggio e agosto non ne offre molti. Mi capita talvolta di finire tra la folla e provare un senso di pauroso smarrimento, ho le vertigini, divento asociale. Non ho mai capito perché gli uomini rifiutino così proditoriamente di ricercare uno spazio vitale adeguato e tentino invece operazioni di accumulo di massa. In un certo senso la cosa favorisce la mia ricerca di serena contemplazione del nulla poiché, ad esempio in spiaggia, tutti si assembrano in un metro quadrato dove rischi di essere infilzato dagli aombreloni, mentre lunghe porzioni di litorale si aprono in ariose distese di deserto; ed io a quelle mi rivolgo. Solo che ad agosto anche i rimasugli di quiete si riducono. Bisognerebbe che mi decidessi a ribaltare il mio calendario: l’estate sui monti, il resto dell’anno al mare, a razzolare conchiglie sulla spiaggia ed a lanciare lenze al largo, speranzoso del passaggio della ricciola distratta che non riconosce il boccone armato. Se ci penso bene, in fin dei conti, mi sembrerebbe così naturale starmene al fresco quando fa caldo ed al caldo quando fa fresco. Il sogno realizzato, praticamente, l’immaginazione al potere, l’utopia concreta. La società, nel suo complesso, non è ancora pronta a questi nomadismi stagionali, li ritiene anacronistici, si sente primitiva. Deve essere un retaggio di certe concezioni mistico-religiose secondo le quali se non patisci abbastanza non puoi aspirare al premio finale, quello definitivo intendo, la salvezza eterna. A me basterebbe il premio d consolazione su questa terra. Vabbé..! Comunque, lo spettacolo teatrale coi miei testi è alle porte (ve ne do notizia qui, per chi magari si trovasse a passare da queste parti, e sotto vi posto la locandina). Quaggiù qualcuno è impazzitoMi sono divertito a prepararlo, e questo mi basta… per il resto, ai posteri l’ardua sentenza. Semper Voster…

Crisis, what crisis?

Crisi, quale crisi? È la traduzione del titolo d’un vecchio album degli anni ’70, roba del secolo scorso che ascoltavo da ragazzino prima di essere investito e travolto dalle improvvisazioni pure del jazz. Sulla copertina c’era un uomo che prendeva il sole su una sdraio in mezzo ad un cumulo di rifiuti. Una cosa cassandrica. Mi veniva in mente questa immagine mentre chiacchieravo con un vecchio amico che gestisce un’enoteca da queste mie parti sulla crisi del turismo, sull’economia che ne risente, ecc. ecc.. Avrei ben donde di lamentarmi anch’io, stipendio bloccato praticamente da un paio di lustri, perdita del potere d’acquisto e tutte queste cose che, ahimè, sono piuttosto condivise, ma credo che non mi piangerò addosso, e non soltanto nell’evidenza che c’è certamente un mucchio di gente che sta peggio di me, ma anche perché forse questa condizione ci offre una incredibile opportunità. Pensavo che l’ideogramma cinese che indica “crisi” corrisponde a quello di “opportunità”. Ma continuano ad esserci le spiagge deserte, e questo è un male, certo (sono cinico e spietato, al mio confronto il Conte di Montecristo è un dilettante ecumenico, ma a me piacciono le spiagge deserte, anche se mi rammarico del perché lo sono), e la cosa sorprendente è che non le frequentano più nemmeno quelli che ci stanno a due passi. deserto d'aqua

Gli stessi che non escono più la sera ad affollare ristoranti e locali notturni. Ne comprendo le ragioni, è chiaro, non c’è una lira (leggi Euro) e molti (non tutti) sono avvolti in uno stato di prostrazione profonda. Ma farsi una passeggiata in spiaggia e una nuotata non costa nulla, stesso prezzo per la convivialità di una chiacchierata sugli scogli, bersi un fiasco di vino con gli amici avendo cura che uno di quelli sappia suonare la chitarra ed aspettare che quelle note solletichino l’alba, è pratica a buon mercato (il vino lo porto io, ancora me lo posso permettere), la luna e il mare (almeno per ora) sono gratis. Eppure nada de nada, nisba, il nulla sotto vuoto spinto, poco e niente di tutto ciò. La notte è notte ed è rimasta deserta, come il giorno. Da ragazzo non avevo un soldo (leggi lira, e non che oggi…) eppure non c’era sera d’estate che insieme a bande di tasche vuote non aspettassimo, nell’ordine, il mare che deglutiva il sole, Il conquistare il cielo da parte d’una fetta almeno di luna (e lucean le stelle), il momento propizio per blaterare di proletariato e cose così, per poi cantare Contessa, e quando il mare risputava il sole, finalmente consapevoli dell’ora, potevamo ritornarcene a rifugi di fortuna tra le dune a consumare il sonno dei giusti. Oh, intendiamoci, non è nostalgia per il passato, è che non capisco perché quella roba lì non sia presente e futuro. Anzi, forse lo capisco: sono cose da fricchettoni fuori tempo massimo (figuriamoci), da sfigati. La cosa terribile è che la pensa così anche un pezzo consistente della mia generazione, che se non può farsi vacanze dorate a Sharm el Sheik per poi mettere le foto su Facebook, tanto vale che se ne stia a casa a piangersi addosso per l’inutilità della propria miserabile esistenza. I giovani (perdonatemi se uso categorie e generalizzazioni da talk shaw, è solo per necessità di sintesi) non lo sanno che esiste altro, del resto, come fanno a saperlo se quelli che li hanno preceduti ne negano l’esistenza oltre ogni ragionevole dubbio ed hanno consentito il bombardamento al napalm dei loro cervelli (se se ne accorgono però ci danno fuoco)? Più di quarant’anni fa Guy Debord diceva: “Il governo dello spettacolo, che oggi detiene tutti i mezzi per falsificare l’insieme della produzione oltre che della percezione, è padrone assoluto dei ricordi come è padrone incontrollato dei progetti che forgiano il più lontano avvenire. Regna da solo ovunque, esegue le sue condanne sommarie”. Beh, sapete che vi dico, voglio guardare al futuro: una chitarra ancora ce l’ho ed un paio di cose di Brassens me le ricordo, qualche scema/o come me a cui va di nuovo di far l’alba lo conosco (il vino lo porto io, ancora me lo posso permettere), i sogni non si pagano (almeno per ora) e non risentono della crisi nemmeno con l’inizio dei saldi di fine stagione. Al resto ci penseremo domani. Voi che fate?

L’ultimo dei Mohicani?

C’è un momento in cui, vacanzando sublimamente, mi faccio prendere dai sensi di colpa. Retaggi della cultura dell’iperattivismo. Roba di qualche secondo, comunque, poi mi passa. Tuttavia, per evitare di ripiombare nella stessa condizione di bieche autocritiche per ozio perdurante, mi porto in spiaggia certe letture espiative, anziché i soliti noir anni ’50/60. Certo, poi, sfogliando un libro sepolto da vent’anni di Etienne Balibar non mi posso stupire se ho la sensazione che una ipotetica lacrimuccia solchi memorie antiche. Così torno a casa in preda a convulsioni nostalgiche e, furibondo, metto a soqquadro un cassetto per tirarvi fuori una vecchia agenda. Ne ripercorro i nomi con indice malfermo e riordino circostanze e percorsi di vita. Taluni sono ancora lì, discretamente a mia portata, ma altri, che fine hanno fatto quegli altri? Dove saranno quei vecchi compagni? Quella che per prima mi amò, che credo fosse la libertà, o così mi parve essere? La prima tentazione è quella di cominciare spasmodiche ricerche, per ricomporre il quadro della storia, ma qualcosa mi frena: la consapevolezza ch’io stesso sono appartenuto, pochi, pochissimi anni fa ad un’agenda simile, in altre parti dello stivale. Mi ricordo quella telefonata accolta con l’entusiasmo di un “si, vediamoci”, e l’appuntamento per un sorprendente e collettivo rendez vous. Crollo sulla sedia e ripenso a quel momento. Ora, tralascio la constatazione che l’incedere inesorabile del tempo può provocare straripamenti adiposi, calvizie incipienti, canuzie consolidate, rugosità irriverenti, non è la vista di queste cose che mi angoscia, non sono mai stato troppo attento alle apparenze, ma il resto è storia recente e dolorosa. manifesti2

Talvolta si pensa che le cose non debbano cambiare, o per lo meno possano mutare, ma non troppo, al limite solo sul piano estetico, preservando la sostanza. Invece non è così. Lo sai, ne sei consapevole, l’hai verificato su te stesso, ma stenti a crederci, ed alla fine finisci col sentirti l’ultimo dei Mohicani, per certi aspetti millantando credito anche con te stesso. E quelle/i che, giovanissimi come te, hanno condiviso sacchi a pelo, autostop e barricate ora sono davanti ai tuoi occhi come il frutto d’una mutazione antropologica: taluni financo astemi, dimentichi di aver bevuto di tutto, forse persino gasoli scadenti – io mantengo un regime alcolico piuttosto regolare, non disdegno -; e poi quelle/i che ce l’hanno fatta e che telefonano al loro agente ogni quarto d’ora; quello che ha la compagna di vent’anni più giovane che con occhi smarriti si guarda intorno con misto di perplessità e disgusto pensando “ma dove sono capitata”; quelle/i con la maglietta di Mao (ma nella versione più radical e meno compromettente di Warhol), quelle/i liberi e professionisti, ricchi e spietati come il conte di Montecristo, che dicono “bei tempi, però…”; quelle/i che “ho comprato una casetta in Sardegna, ci vado appena torno da Cuba”; quelle/i che hanno fatto il salto del fosso e fanno gli assessori – alla cultura, si intende -; quello (singolare maschile) che il salto l’ha fatto della quaglia e che quindi non c’è ma fa il convitato di pietra, almeno c’è qualcuno di cui parlar male (e a ragione); quelle/i che questo è yin e quest’altro è yang rinnegando passato e memorie monogastriche; quelle/i con figli tardivi cresciuti secondo principi libertari perché hanno superato la coercitività dell’educazione borghese e che in sintesi vuol dire che hanno facoltà di smoccolarti nel piatto da cui mangi senza nemmeno un “non si fa” di circostanza altrimenti crescono con le turbe; quelle/i che ho scritto un libro, un capolavoro, “ma tu hai ancora contatti con quella tua amica della casa editrice? Perché mi piacerebbe che…”; quelle/i che “alla mia ultima mostra c’era Lui” (niente turpiloqui sul mio blog); quelle/i che… ahimé! Mi sorprendo ad un bivio e non so quale strada imboccare, se quella di Guy Debord – “questa gente è in grado di sopportare qualsiasi cosa perché sopporta se stessa” – o quella (come racconta Bufalino) di quel prete che “pensieri angosciosi mi assalgono: potrei perdonare qualsiasi peccato. Che sia più buono di Lui?”. Ma io… io, invece, cosa sono ora, giacché è chiaro ormai che non sono più nemmeno l’ultimo dei Mohicani, accidenti a me. Boh! Chiudo rapidamente la vecchia agenda e la riseppellisco dove l’ho trovata, come un’ascia di guerra e mi accendo il Calumeth della pace. Domani, in spiaggia, Sudoku.