Ozio, lentezza e nostalgie

“Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci”, diceva John Ruskin, al tempo in cui per andarsene appena fuori confine non v’era necessità di portarsi dietro i permessi di soggiorno, ma buone gambe o un buon cavallo o una barca che non affonda troppo presto. È che le accelerazioni mi mettono ansia. times18-copyCredo di essere l’unica persona che conosco – tra quelle automunite, si intende – a non avere mai preso una multa per eccesso di velocità. Quando sono per strada gli autovelox mettono la freccia per superarmi. Ciò mi rende in pratica un soggetto eversivo. Abbasso il PIL, remo contro. Ad inquietarmi della velocità è dunque che fa perdere i dettagli di ciò che incontriamo, rende la visione delle cose sfocata, i contorni indefiniti. E questo è un dato sufficientemente incontrovertibile, almeno dal mio punto di vista. Eppure c’è un mucchio di gente che continua a pensare che ci si debba attrezzare per essere rapidi, la velocità rende competitivi, la prontezza di riflessi determina il successo evolutivo, fa progredire la specie, porta all’acquisto degli F35. Persino i miei alunni mi chiedono “quanto fa la sua macchina?”, ed io rispondo “circa venti al litro” (sono lento anche di comprendonio ed influenzato dalla dialettica serrata e perdente con il bancomat, oltre che dal valore ponderale della mia busta paga). Scrivevo ciò diverso tempo fa, su questo stesso blog che ultimamente frequento assai poco e non per mancanza di volontà. E come diceva un vecchio amico che non c’è più, quando uno comincia a citare se stesso vuol dire che è alla frutta, io ho piuttosto una grande sensazione di prossimità alla canna del gas. È che mi sembra non si veda luce, va tutto troppo veloce, mi verrebbe da dire “ma dove andate tutti così di fretta, dove andate? Di cosa avete paura, che qualcuno vi rubi l’arrivo, un posto sul podio?”. Persino mi capita di andare ad una conferenza dove presentano un libro su una femminista storica e dal dibattito che emerge sembra che il problema sia di garantire pari opportunità d’arrivare primi alle donne com’è concesso agli uomini. Dunque io non sarei femminista giacché non mi importa nulla se una donna arriva prima, né se a farlo è un uomo, dunque non sono nemmeno maschilista. E pensare che un tempo – ero assai più giovane allora – mi costringevo a probanti sedute di autocritica di genere, un po’ certo per entrare nelle grazie altrui – di elle, si intende – ma anche perché mi piaceva l’idea che era insita in quel femminismo di una sorta di ribaltamento paradigmatico che puntava all’annullamento delle gerarchie, dell’ordine di arrivo, e non si parlava di meritocrazia come strumento per acquisire il comando “ora e subito” – il più bravo/la più brava se lo merita – ma si “blaterava” di libera espressione dei propri talenti da rendere alla collettività come risorsa comune. Così, per me, che non disdegno le pratiche di conversazione, in particolare quelle che per definizione non portano da nessuna parte, ma che rendono circolare il tempo e la perifrastica (sia attiva che passiva) un gioco di ruolo con le porte spalancate verso impreviste vie di fuga, il dibattito è stata un’induzione al silenzio. Certo si può anche essere in totale disaccordo con ciò che dico, ma chi vuol seguirmi, è certo, non farà troppa fatica a starmi dietro, ma sappia dei rischi che corre, poiché sarò l’untore il cui scopo primario sarà la diffusione pandemica di questa mia patologia, e, quale eccezione che rende perfetta la regola, pure molto, molto, molto velocemente. Allora faccio un cauto passo avanti, giacché nel precedente post ho avuto commenti che in tale direzione mi spingono – la dice lunga che sia passato un discreto tempo tra questo post e quello circa i miei più profondi intendimenti -, e propongo un elenco di buone pratiche per la lentezza, non più di tre a cranio, che se la cosa diventa virale ci si fa un libro. Ed ecco le mie: a) Stasera a cena sostituite la preparazione di due uova al tegamino (tempo stimato per la preparazione tre minuti durante i quali non si potrà che stare lì ad attendere che siano pronti, con la caponata (vi do qui la ricetta), che invece si prepara in almeno tre ore che passano meglio con almeno tre bicchieri di vino – quanti ce ne entrano nella preparazione di un uovo al tegamino? -; b) se rinunciate al piano “a” perché non vi va proprio, allora regalatevi almeno tre volte la settimana due ore sul divano o in poltrona con accanto un bicchiere di vino (meglio due, ma facciamo tre) ed un paio di crostini burro e acciughe, senza far niente, con solo musica in sottofondo (jazz è meglio, che l’improvvisazione è nemica della programmazione), cacciando via brutti pensieri, che ne so, metter su una lavatrice, accendere la TV, lavare i piatti che avete lasciato nel lavabo dalla sera prima, o altre necessità che ritenete impellenti e di fatto non lo sono davvero; c) se qualcuno vi invita a fare una passeggiata in centro per negozi ditegli che avete impegni improrogabili e leggetevi o rileggetevi il monologo interiore di Horcynus Orca.
Ma c’è qualcosa che all’orizzonte si muove, a proposito dell’essere lenti – condizione che ritengo nei giorni che viviamo come una necessità di legittima difesa –, e ve la propongo qui non avendo nulla di meglio da offrirvi che non siano i miei spropositi, pregandovi semmai di dargli sia pure una sola fugace occhiata provando magari a condividerla se vi pare, con chi vi pare. Dimenticavo, che la lentezza sia con voi.

Che ingenuità!

Come capita che si legge un giornale, ci si appiccicano le notizie addosso, e poi ci scappa che ci si indigna, ci si preoccupa per i destini dell’umanità, si auspica un ripensamento. Insomma, finisce che si cade giù dal seggiolone che ti stai facendo un bicchiere di rosso mentre te le vomita addosso una giornalista dalla TV del bar, quella che non hai il coraggio di dire se, mentre fai quella cosa cui attribuisci una certa sacralità, si potesse spegnere, o almeno se fosse possibile aumentate la razione di patatine e noccioline che, seppure fanno discretamente schifo, almeno scrocchiano rumorosamente sotto i denti e ti danno quel tanto di insonorizzazione sufficiente che ti consente di andare oltre un TG per aperitivo. soggetti3Niente da fare, io ho i miei modi, quelli che passano per dabbene, m’accontento – che non è mai vero che chi s’accontenta gode, bisognerebbe essere realisti e chiedere sempre e comunque l’impossibile – e chiedo poco. Mi merito di essere investito da quella pletora di brutture, che ne so, bombardamenti che colpiscono ospedali e ammazzano gente che non c’entra niente, teologi in pieno coming out – chi se ne frega di quello che fa un teologo nel letto di casa sua -, oppure un delicato senatore che in preda a machismi disperati simula eventi da cineteca porno con la grazia del bradipo! Per un attimo ti va giù male tutto, ti va di traverso la nocciolina con quel retrogusto di rancido che hai appena provato a fare scrocchiare… ti sembra di dire “in che mondo viviamo”. Poi ti rendi conto che quelle cose stanno insieme ed è questo che non va, che quelle cose lì stiano insieme, insieme magari ad un accordo su qualche punto di una riforma, ad un rigore che non c’era! Eppure, a eviscerare quei fatti, che c’entra la tragedia di interi popoli con l’eleganza del senatore con quel suo inno prorompente alla fellatio? Quella natura postribolare delle succursali del potere erano già presenti all’epoca in cui De Roberto scriveva i suoi “I Vicerè”, e non v’è dubbio che quel libro bisognerebbe che prima o poi sostituisse i Promessi Sposi sperando di smettere di tediare le giovani coscienze sino a disilluderle circa l’arricchimento possibile che potrebbe scaturire dalla lettura d’un buon libro. Ho la sensazione che il potere sia costretto talvolta a dare in pasto al mondo orripilanti cadute di stile giacché quelle, come il sipario della commedia dell’arte, annichiliscono allo sguardo l’orrore delle proprie deliberazioni, cosicché la gente, anzi, la gggente, quella con tante g, soggetto – quando non oggetto – indefinito e spersonalizzato possa urlare con la bava alla bocca il suo “tutti a casa”, in ciò preludendo esattamente alla volontà stessa del potere di sostituire se medesimo, attraverso il paradosso della democrazia – e per questa intendo il suo surrogato nel voto – proprio con se stesso. Chi se ne importa se v’è nel potere la dignità dell’abito morigerato se poi il bombardamento su di un campo profughi o un ospedale avviene comunque, se tagliatori di teste apparentemente fuorilegge possono commerciare con il mondo che dicono di volere distruggere, se popolazioni intere fuggono atterrite per l’orgia del potere, se chi lavora lo fa senza sapere per quanto ancora ed in condizioni di crescente privazione d’ogni diritto. No, mi dispiace, non ci casco! Fate pure ciò che volete, ho povere, anzi nulle, possibilità di ribaltare lo stato di cose esistente, spero solo che non si diffonda l’idea che ogni cittadino di questa terra abbia ancora la sveglia al collo e l’osso al naso. E poi “chiedere a chi ha il potere di riformare il potere!? Che ingenuità!” (Giordano Bruno). Ho il sospetto che ci vorrà molta legna nuova per nuove pire da qui a poco, quando saranno le moltitudini a vedere il re nudo, ma non basterà tutta la legna del mondo.

Disobbedienze a basso costo

Nell’era dei boy scout al potere, dar ragione ad un prete, ancorché non proprio archetipico, potrebbe apparire un tantino conformista. Ma, caro Don Milani, ci avevi ragione, l’obbedienza non è una virtù. Quello che non mi è però completamente chiaro è a cosa dovrei disobbedire di questi tempi strani.DSC_0008 Cioè, per intendersi, se disobbedissi a qualche legge, con l’aria che tira, finirei per conquistarmi attestati di merito: mettiamo, ad esempio, che mi faccia corrompere, che ne so, mi vendo un’esame, mi metto a lavorare in nero, insomma, c’è il rischio che qualcuno mi nota e finisco a dirigere una partecipata, una municipale, divento un boiardo di stato. Prima si mettono a parlare bene di me, poi mi fanno i salamelecchi, gli inchini, mi propongono per questa o quella carica, e dopo che accetto, qualcuno tra i più ossequiosi potrebbe persino pagarmi un caffè, una cena, un Rolex e sempre più su una vacanza chissà dove, il viaggio intorno al mondo in yacht da trentadue metri in compagnia di chi mi pare, magari mi comprano un appartamento a mia insaputa. Se poi mi metto a disobbedire anche alle leggi non scritte della solidarietà umana, va a finire che mi fanno come minimo senatore! E no, e quello non è più disobbedire giacché se farlo non corrisponde più ad un atto eversivo (del cambio direzione, intendo) come pensava il prete, e invece diventa esattamente il suo opposto, ossia “obbedire” al senso comune, al diktat del vita mea mors tua, del che m’importa a me!!! E allora ho deciso di disobbedire a modo mio, abbasso il PIL, non vado all’expo, ed anzi ogni giorno che passa mi segno su un taccuino tutti gli atti di disobbedienza che riesco a compiere, poi magari ogni tanto ve ne lascio traccia da queste parti, come queste cose qui: mi compro il vino del contadino – tiè – senza bollicine, di quello che “spunta” ma non diventa aceto perché ci ha tassi alcolici da molotov; non mi faccio wattsup (alla faccia della collega che mi dice, ma come non lo sapevi? Ma io l’ho detto su wattsup – ma perché non me lo dici davanti alla macchinetta del caffè visto che lì ci vediamo tutti i giorni?); e Faccia Libro non mi avrà, ed anzi me ne vado in giro a lasciare i libri che ho già letto sulle panchine, con una dedica “a chi lo sa”, che magari lo trova e se lo legge, sino alla prossima panchina; e mi vado pure a vedere gli spettacoli teatrali delle piccole compagnie di paese, quelle sommerse che strappano tre secondi scarsi di applausi, quelle di attori domenicali che si eccitano se finalmente una pro loco qualsiasi gli offre un gazebo e venti sedie di plastica, uno spazio dove, anche se recitano da cani, per un attimo si dimenticano che il giorno dopo è lunedì e ricomincia l’incubo della cassintegrazione; e me ne vado a comprare i libri nelle librerie che tengono aperte coi denti, quattro metri per quattro che odorano di muffa, e il libraio in pantofole, e compro le patate dal contadino tedesco e fricchettone, e poi, e poi… e voi?
Ah, dimenticavo, se avete voglia e tempo per cose disobbedienti, ve ne lascio qui una piccola traccia!

Avrei (non solo vorrei), ma non posso!

Eccomi! Alla fine ce l’ho fatta a tornare da queste parti, troppe cose mi ci hanno tenuto separato. E non è finita. Qualche volta essere parte della cronaca dà una certa apprensione, come nel caso di chi fa l’insegnante in questo scorcio di fine millennio, insegnante e sulle barricate. Avrei-ma-non-possoFinisce che la cronaca si impossessa della tua anima e poi non te la rende indietro. Oh, non è che mi faccia troppe illusioni circa la possibilità di continuare a fare questo mestiere come si competerebbe a chi ha consapevolezza – o almeno suppone di averla – del suo ruolo. C’è della gente che sbatte i pugni sul tavolo, invade la tua mail, per spiegarti che così non puoi continuare, sei amorfo, e non accetta di essere contraddetto. Ti dice che certamente protesti perché non hai capito, che non è così che si fa, che devi essere più bravo e preparato. No, non vi preoccupate, se mi state leggendo. Non ho nessuna voglia di spiegarvi perché ce l’ho col boy scout e la sua riforma. Non è questa la sede, né intendo cadere nell’errore che fa Lui quando “ti spiega”, come certe maestrine dalla matita rossa e blu, strafalcionando con i gessetti colorati, come stanno le cose. Io non mi sono fatto spiegare niente, né da lui né da altri, giacché fa parte della mia vita andarmi a leggere le carte, pertanto lascio che ognuno si faccia la sua idea come io, sul campo e da vent’anni, mi sono fatto la mia. Solo una considerazione di carattere generale: in Italia, allo stesso modo con cui chiunque riesce a fare meglio di qualsiasi allenatore la formazione di una squadra di calcio, v’è una pletora di superintenditori di riforme scolastiche: me ne ricordo taluni che facevano i broker, talaltri gli avvocati, ma non ho memoria di un presunto innovatore riformista che abbia mai messo piede in un’aula scolastica (se se ne esclude qualcuna di prestigiose università per rutilanti lectio magistralis) per più di venti minuti. Ma tant’è. Oggi mi viene soltanto in mente una cosa, anzi due. La prima è questa: “Barbiana, quando arrivai, non mi sembrò una scuola. Nè cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava.
D’ogni copia c’era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica ad accorgersi che uno era un po’ più grande ed insegnava.
Il più vecchio di quei maestri aveva sedici anni. Il più piccolo dodici e mi riempiva di ammirazione. Decisi sin dal primo giorno che avrei insegnato anch’io”. (indovinate chi è ma non ditelo giacché talvolta persino il boy scout lo cita, anche se dubito ne abbia compreso il messaggio, sempre ammesso che ne abbia mai letto un rigo)
La seconda, che credo sia quella di cui si ha davvero terrore, è una frase che a Barbiana lasciò scritta uno giovanissimo studente cubano su di un muro. “Yo escribo porque me gusta estudiar. El ninjo que no estudia no es buen revoluzionario ” Se qualcuno incontra il boy scout, eviti di fargli leggere queste cose, potrebbe aversene a male, fare un video e spiegarvi dove sta l’errore… e potrebbe chiosare con un “ascoltiamo tutti, ma poi decidiamo quello che ci pare”, insomma, un po’ come la casa delle libertà.

Ah, dimenticavo, il solito piccolo suggerimento per un libro.

Solo poche parole, e nemmeno mie

M’è arrivata una cosa via mail… la faccio mia, semplicemente perché non a me non vengono parole guardando quel mio mare lontano e disperato.

dettagli e orizzonti52

“magari sotto a quel pezzettino di mare c’è una città sommersa piena di gente spettinata e contenta che s’incontra al mercato del pesce freschissimo; una città senza traffico dove ci si capisce tutti boccheggiando in bollicinese, dove nessuno ha mai bisogno di farsi la doccia né di salare l’acqua per la past’asciutta.

una città dove le sirene cantano, non urlano, e, quando fa buio, si possono guardare le stelle che, riflesse fra le onde, sono come piccole barche che portano lontano senza fare male”

(Lisa, vent’undici anni)

E adesso la pubblicità!

Tra partenze e ripartenze, le espressioni più soffocanti del lavoro nelle sue forme brutalmente tempicide, mi trovo spesso lontano da qui… Allora rientro, per un attimo, e vi lascio due cose: un piccolo suggerimento e poi, a seguire, un racconto, cose senza pretese… Buon tutto a tutti!E-adesso-la-ubblicità
“Chissà quanti anni aveva passato tra la sua piccola casa con giardino prospiciente, ed il parco, di cui era autorevole custode igienico, se se ne esclude la porzione antistante il laghetto, giacché ad avvicinarsi lì lui aveva una gran paura non avendo mai imparato a nuotare. Ai più pareva che quell’omino fosse parte integrante del paesaggio urbano, e se lo ricordavano da sempre, anche se poi quelli che potevano raccontare di aver scambiato qualche parola con lui potevano contarsi sulla punta delle dita d’una mano. Per il resto ogni cicca, ogni cartaccia, ogni lattina, ogni scheggia di vetro, persino ogni bisogno canino ed ogni altra schifezza di origine organica ed inorganica, erano le sue prede quotidiane. Fare il netturbino non l’aveva mai messo in soggezione, neanche fare lo spazzino, ma quando gli diedero il nuovo tesserino di riconoscimento, con tanto di fototessera a colori con su scritto “Mario Costarelli, operatore ecologico”, a questo si aggiunse l’orgoglio smisurato di essere possessore di sì tanta roboante qualifica professionale.
Insomma, anno dopo anno, il parco splendeva di luce propria per il lavoro di incessante nettenza svolto dal nostro, il quale, però, maturava sempre più forte il convincimento interiore che il moltiplicarsi esponenziale di tutta quella immondizia – agli inizi della sua brillante carriera ne raccoglieva al massimo due sacchi al giorno per volta, e adesso arrivava pure a cinque – doveva essere l’avvisaglia di una decadenza dei costumi che Lassù qualcuno avrebbe notato, preparando senz’altro le contromosse del caso, come già aveva fatto in passato per Sodoma e Gomorra. Questo pensiero cominciava ad assillarlo giacché, meditava, lui era consapevole dei cambiamenti epocali cui l’umanità intera andava incontro, mentre il resto del mondo intero se ne mostrava completamente indifferente. Ma come reagire a quella assoluta evidenza? Era arrovellandosi su tale tema dai risvolti epocali che osservava la TV – altra testimone dei tempi grami che viveva -, praticamente con lo stesso entusiasmo con cui si guarda una lavatrice roteare il suo carico di bucato, sinché, però, la sua attenzione, insieme a quella di tutto il suo sistema nervoso, furono riattivati nella concentrazione da suoni ed immagini in PAL color. Qualcosa forse di subliminale lo colpì in pieno ingorgo neuronale, facendolo letteralmente sobbalzare sulla vecchia poltrona, che cigolò pure d’antiche molle con evidente involontaria partecipazione per ciò che stava accadendo. Lo spot recitava grosso modo così: “Cambiamenti climatici, buco nell’ozono, entropia del pianeta in vertiginoso aumento. L’umanità attraversa una delle fasi più oscure della sua storia. Preparati al peggio, costruisci anche tu la tua Arca di Noè. Già da oggi è in edicola il primo fascicolo con la storia della mitica imbarcazione, insieme al primo pezzo della collezione, il trespolo per il piccione che porta il ramoscello d’ulivo, il tutto al prezzo speciale di nove euro e novantanove”.
La folgorante notizia che qualcuno aveva dato risposta alle sue preoccupazioni non l’aveva colto impreparato, e così balzò in piedi, ed indossato il primo capo d’abbigliamento che trovò, corse in pigiama, pantofole e paltò all’edicola più vicina, dove si impadronì avidamente dell’oggetto unico dei suoi desideri. Tornato in casa, estrasse il contenuto d’un cellophane doppio, riponendo il primo pezzo dell’arca da una parte e rileggendo avidamente quanto riportato in un opuscoletto allegato su cui, con dovizia di particolari, era trascritto il piano dell’opera. Quattrocentonovantadue uscite settimanali, al prezzo modico di quindici euro e novantanove: “Chiedi al tuo edicolante di fiducia di metterti da parte i fascicoli così da non perdere pezzi importanti della tua collezione, e corri a far spazio in giardino”. Obbedì senza porre tempo in mezzo, abbattendo un albero di fichi ed un paio di cespugli d’oleandro, una bouganville e qualche pianta di gerani, tre o quattro file di pomodori e basilico, ed un arbusto di ficus. Dopodicchè rimase in attesa, quasi in sospensione vitale, della settimana successiva.
Di sette giorni in sette giorni, la sua arca di salvataggio del mondo cresceva e cresceva, ed ora pareva occupare ogni centimetro quadrato del suo giardino. Nel frattempo, era giunta anche la pensione, cosicché poté occuparsi in via esclusiva di quello che era divenuto l’unico scopo della sua vita. Sentiva che il compito che gli era capitato di dover svolgere era di quelli eccezionalmente gravosi e ne avvertiva tutta la responsabilità: gli era stato donato di garantire la sopravvivenza del genere umano e forse persino dell’intero creato. Ed avendo molto più tempo a disposizione si preoccupò di stipare nella stiva ogni genere di conforto che gli consentisse di sopravvivere per i quaranta giorni almeno d’inondazione previsti dal diluvio prossimo venturo. Gallette, conserve di tonno e fagioli, scatole di sardine, carne secca, buste di zuppa liofilizzata, cotechini a lunga conservazione, pacchi di legumi e frutta secca, non facevano in tempo ad apparire sugli scaffali del market dietro casa sua, che quello se ne assicurava il possesso investendo pezzi consistenti della sua liquidazione in quell’assicurazione alimentare sulla vita.
La gente del vicinato, certo, non è che guardasse di buon occhio quel vecchio spazzino che armeggiava con una specie di pilotina nel suo giardino a centoquarantatre chilometri dal mare, ed a quattrocentoventidue metri d’altezza, ma lui non pareva troppo interessato del giudizio altrui, giacché non è che avesse mai avuto rapporti troppo intensi con il circondario. E poi, si sa, la comprensione di cose troppo elevate non appartiene ad altri che a quei pochi eletti di cui lui era consapevole di far parte.
Man mano che quella specie di gigantesco guscio prendeva forma, Mario diventava sempre più euforico e scrutava il cielo con apprensione, non si sa mai qualcuno dall’alto avesse preso l’insana decisione di farlo venire giù prima che tutto fosse pronto. Ad ogni settimana ritirava la nuova dispensa in edicola, l’aggiungeva serialmente all’ultimo degli eleganti raccoglitori in cedro del Libano con copertina acquerellata a mano, acquistato a centoquattordici euro e novantanove, riponeva il tutto nella pregiata libreria in ebano intarsiata a mano che aveva posto nella cabina di comando dell’arca e che aveva acquistato a milletrecentoquattordici euro e novantanove, in offerta speciale per i lettori di “costruisci anche tu la tua arca di Noè in giardino”. Quindi correva a montare con cura il nuovo pezzo, mirandone e rimirandone il sofisticato valore naval-ingegneristico. Infine, si portava in coperta e, col capo in su, supplicava: “Mi raccomando, ancora qualche settimana di pazienza”. Ovviamente nascondeva al suo celeste interlocutore quanto ancora ci fosse da attendere, allo scopo di evitarne eccessi d’impazienza che avrebbero avuto l’effetto devastante di far cadere sulle umane teste la punizione meritata prima che tutto fosse stato approntato per l’estrema traversata.
Quando ritirò in edicola la dispensa quattrocentonovantadue, rifece pari pari tutte quelle cose, ma siccome in coperta valutò che continuava a piovere proprio come faceva già da tre giorni, si apprestò, prima che fosse troppo tardi, al varo del mezzo, dimenticando, euforico com’era, di rileggere attentamente quanto riportato nell’opuscolo. Era evidente che lassù la sua richiesta di portar pazienza era stata accolta. E da lì a qualche giorno continuò a piovere che pareva che Dio la mandasse, cosa che in effetti doveva essere proprio così. Dalla piccola radio a transistor che s’era portata dietro ascoltava soddisfatto i comunicati della protezione civile: “Non abbandonate se non per giustificati ed urgenti motivi le vostre abitazioni, e portatevi ai piani alti delle case in caso di straripamento di fiumi, canali, laghi e torrenti”. Logico che questi inondassero le loro adiacenze compreso il giardino di Mario, e fu con grande soddisfazione che avvertì lo scricchiolio con cui la barca, anzi l’arca, si sollevava delicatamente dal suolo per dare inizio alla sua epica navigazione verso un luogo imprecisato, un novello Monte Ararat che nella sua competenza dei luoghi individuò con buona precisione nella collinetta che sovrastava il parco. E d’altro canto, il suo viaggio, pensava, non poteva che concludersi lì dove aveva trascorso il pezzo più consistente della sua vita, con un ritorno negli stessi luoghi che aveva nettato per decenni e che da lì a quaranta giorni – così aveva stimato – avrebbe ritrovato purificati d’ogni umana schifezza. Finalmente, sereno per il buon esito dei suoi propositi, si posizionò sotto coperta sull’amaca in dotazione, e si mise a sfogliare l’ultima uscita di “costruisci anche tu la tua arca di Noè in giardino”, lasciandosi cullare beato dal rollio dell’imbarcazione. Fu allora che s’avvide della lettera che l’editore aveva inviato ai suoi clienti. “Caro amico, volevo segnalarti che, a causa d’un errore tipografico, il numero dei fascicoli riportati nel piano dell’opera risulta essere di quattrocentonovantadue anziché quattrocentonovantaquattro come effettivamente previsto, per cui, essendo gli ultimi due pezzi fondamentali per la tenuta ed il galleggiamento dell’imbarcazione, volevamo suggerirti dal desistere dal procedere al suo varo prima di essertene assicurato il possesso. In fondo si tratta di altre due settimane ancora. Tuttavia, qualora questa segnalazione non fosse stata sottoposta alla giusta attenzione da parte tua, e confidando nelle abilità natatorie di tutta la nostra selezionata clientela, la nostra casa editrice ha preparato una proposta per tutti i lettori più affezionati, niente poco di meno che l’invio dell’intera raccolta di ‘costruisci anche tu la tua arca di Noè in giardino’ ad un costo speciale, con lo sconto del 2% sul prezzo di copertina. L’importo totale potrà essere versato in un’unica soluzione, oppure in comode rate, previa approvazione della finanziaria. Cordiali saluti. L’editore”. Ebbe appena il tempo di finire di leggere quelle poche righe e di impallidire. Poi un pauroso scricchiolio si avvertì provenire dalla chiglia dell’arca.
L’indomani era smesso di piovere e l’arca, o meglio, ciò che ne rimaneva, venne ritrovata infilzata nella torre campanaria, cosicché la gente non poté udire il rintocco delle campane a festa per la fine dell’alluvione, mandandogliene a Mario di cotte e di crude.
Di Mario non se ne seppe più nulla, anche se qualcuno giura di averlo visto nel bosco mentre cercava di convincere una coppia di cinghiali ed un paio di lucertole a seguirlo sulla sua nuova barca, garantendone l’inaffondabilità.”

Una storia qualunque

Abbiamo tutti una storia da raccontare, spesso più di una. La bellezza di queste storie è che qualcuno può ascoltarle, leggerle e farle sue, se crede. Ce ne sono alcune tristi, bislacche, altre intricate, a fondo cieco, che non portano da nessuna parte, altre ancora non hanno un inizio né tanto meno una fine, talune hanno una morale ma non se ne vede il senso; ne conosco altre che non hanno una morale, ma si capiscono meglio. Ci sono storie che entusiasmano, storie che fanno ridere, piangere, storie che annoiano. In questi giorni ne ho sentite alcune, fate voi a che categoria appartengono, io non ho troppa voglia di metterle in uno scaffale o in un archivio con l’etichetta “storia seria” o “fatto di cronaca” o quant’altro. La prima non ve la racconterò, semmai vi dirò dove l’ho ascoltata. Dalle mie parti ci sono, lungo le spiagge e in alcuni punti strategici, delle docce pubbliche (fortuna che qui non è tutto recintato di lidi e le spiagge sono pubbliche, pensate, ci può entrare chi vuole). Nel mio tratto di mare elettivo non ci sono, ma io preferisco andare lì perché ritrovo i vecchi amici e perché è una spiaggia quasi deserta, dove non si corre il rischio di essere trafitti da un ombrellone, e poi non ci sono i bum bum di bar o lidi o cose del genere. La mia (scusate il possessivo) spiaggia è lenta, fuori moda.

La Lentezza

Senza troppa fretta – tempera su tela, vinilica

Ci vado in auto o in bicicletta (quest’ultima opzione è legata a quanto ho mangiato e bevuto la sera prima ed anche a che ora ho recuperato il letto). Al mio rientro mi fermo però dov’è una di queste docce pubbliche ed elimino la metà della sabbia che mi è rimasta attaccata addosso per evitare di ricostruire il litorale in casa – l’altra metà giace desolata e senza conchiglie sul tappetino della mia macchina -. Ora, proprio un paio di giorni fa attendeva di usare la doccia per togliersi di dosso due o tre di quei gradi di troppo che c’erano una coppia di ragazzi che venivano da lontano. Abbiamo preso insieme un caffè e cercato di capire quale lingua potesse andare meglio per comunicare, accordandoci poi su spezzoni di idiomi per creare un mosaico di tessere il cui disegno complessivo era una narrazione al contempo affascinante e terribile. Mi hanno raccontato la loro storia, di come erano arrivati sin lì su un barcone stracarico, dalla costa davanti alla mia, decine di ore di sofferenza pura per scappare via da cose indicibili. Ci siamo salutati con una stretta di mano, forse ci rivedremo, probabilmente no. Ma la loro è una storia che valeva la pena che fosse ascoltata, perché è una storia che condividono con tanti, e molti di questi non ce la faranno mai a raccontarla a nessuno.

Ma non vi racconterò nemmeno la seconda storia che mi viene in mente, perché credo che la conosciate di già. È comunque la storia di un tale che dà pubblicamente dello scimmione (o orango) a chi non ha fatto la tintarella di luna, ed è una storia che ha strascichi tragicomici su cui davvero, avendo sentito la prima delle storie di cui vi ho parlato, non ho nessuna intenzione di soffermarmi. Indovinate quale delle due storie mi è piaciuta di più. E poi, sapevate che abbiamo tutti un blues da piangere (ascoltate questo, se ne avete tempo e voglia)?