Cantieri (troppo) aperti

Allora sta proprio per finire, l’estate intendo, con corollario di vacanze. Ed io ho assunto colorazioni d’ebano che, quando tra qualche giorno tornerò tra i boschi, inviteranno a sussurrarmi “sembri un africano”. Ma io sono un africano, cari miei, e se certe volte scolorisco lontano dai miei lidi, ciò non toglie nulla alla mia essenza più profonda ancorché dati anagrafici tentino inutilmente di smentire tale verità inconfutabile. SpiaggiaÈ vero che pregnanti convenzioni amministrative mi rendono comunitario come un norvegese, ma sfido chiunque a confondermi con Olaf il vichingo anziché con Faisal o Yussef. Ad ogni buon conto devo preparare le valigie ed impiegherò questi ultimi giorni anche per perfezionare abbronzature da richiesta di permesso di soggiorno, gozzovigliare, e fare scorte di beni di prima necessità, tipo conserve assolate, vini, cioccolata e cose così, antidepressivi, insomma. Val la pena comunque di fare anche qualche bilancio: mi preoccupa innanzitutto un certo attivismo che quest’estate ha contraddetto certe mie propensioni caratteriali. Mi sono rimesso a scrivere il mio libro, ma non l’ho concluso, e tuttavia ne ho elevato l’impalcatura a tale altezza da consentire alla mia asfittica creatività boschiva di continuare a lavorarci senza troppa angoscia anche nel bel mezzo d’un gelido inverno (scusate la citazione). Il recital coi miei testi è andato bene (successo di critica e di pubblico, si dice), ed io mi sono divertito, non solo, ho dovuto rilasciare promesse che avrei continuato a scrivere per il teatro ed anzi ho già in mente due o tre cose. Infine mi sono concesso una collettiva cui partecipo in questi giorni con delle foto. Troppa roba, mi pare. Devo stare attento, non vorrei farmi prendere la mano. Si comincia così, piano piano, poi subentra l’entusiasmo ed entri in un tunnel senza che se ne veda la via di fuga. Finisce che si rimane affezionati all’idea di starsene sempre in movimento perpetuo… giammai. Adesso mi pento e me ne sto bello fermo: “Non fare oggi quello che puoi continuare a non fare anche domani”. Vi lascio con una cosa di Cesare Pavese.

Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa

lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira

tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo

e non scappa di casa.

 

Ci sono d’estate

pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese

sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge

per un viale d’inutili piante, si ferma.

Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?

Solamente girarle, le piazze e le strade

sono vuote. Bisogna fermare una donna

e parlarle e deciderla a vivere insieme.

Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte

c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi

e racconta i progetti di tutta la vita.

 

Non è certo attendendo nella piazza deserta

che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade

si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,

anche andando per strada, la casa sarebbe

dove c’è quella donna e varrebbe la pena.

Nella notte la piazza ritorna deserta

e quest’uomo, che passa, non vede le case

tra le inutili luci, non leva più gli occhi:

sente solo il selciato, che han fatto altri uomini

dalle mani indurite, come sono le sue.

Non è giusto restare sulla piazza deserta.

Ci sarà certamente quella donna per strada

che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

Scampoli

Ho ancora uno scampolo di vacanze prima di ricaricare in auto le valigie e fare ritorno ai miei monti adottivi. Mi dispiace, com’è ovvio. E tuttavia quest’anno mostro una certa insofferenza nei confronti delle folle agostane, con annessi e connessi, in particolare in quanto ad aumento dei decibel in circolazione. Non so se attribuire la cosa ad un bilancio anagrafico ogni anno più deficitario o ad un udito sensibilizzato, ma la confusione mi soffoca, sono costretto a cercarmi rifugi di silenzioso romitaggio e agosto non ne offre molti. Mi capita talvolta di finire tra la folla e provare un senso di pauroso smarrimento, ho le vertigini, divento asociale. Non ho mai capito perché gli uomini rifiutino così proditoriamente di ricercare uno spazio vitale adeguato e tentino invece operazioni di accumulo di massa. In un certo senso la cosa favorisce la mia ricerca di serena contemplazione del nulla poiché, ad esempio in spiaggia, tutti si assembrano in un metro quadrato dove rischi di essere infilzato dagli aombreloni, mentre lunghe porzioni di litorale si aprono in ariose distese di deserto; ed io a quelle mi rivolgo. Solo che ad agosto anche i rimasugli di quiete si riducono. Bisognerebbe che mi decidessi a ribaltare il mio calendario: l’estate sui monti, il resto dell’anno al mare, a razzolare conchiglie sulla spiaggia ed a lanciare lenze al largo, speranzoso del passaggio della ricciola distratta che non riconosce il boccone armato. Se ci penso bene, in fin dei conti, mi sembrerebbe così naturale starmene al fresco quando fa caldo ed al caldo quando fa fresco. Il sogno realizzato, praticamente, l’immaginazione al potere, l’utopia concreta. La società, nel suo complesso, non è ancora pronta a questi nomadismi stagionali, li ritiene anacronistici, si sente primitiva. Deve essere un retaggio di certe concezioni mistico-religiose secondo le quali se non patisci abbastanza non puoi aspirare al premio finale, quello definitivo intendo, la salvezza eterna. A me basterebbe il premio d consolazione su questa terra. Vabbé..! Comunque, lo spettacolo teatrale coi miei testi è alle porte (ve ne do notizia qui, per chi magari si trovasse a passare da queste parti, e sotto vi posto la locandina). Quaggiù qualcuno è impazzitoMi sono divertito a prepararlo, e questo mi basta… per il resto, ai posteri l’ardua sentenza. Semper Voster…

Profuno d’estate… dove?

C’è profumo d’estate, anche se qui oggi il cielo è grigio, prelude a qualche scroscio d’acqua. Non mi dispiace. Non oggi. Ho un bel po’ di cose da fare prima di tornarmene a casa (curioso che dopo quindici anni pensi ancora al Mar d’Africa delle mie vacanze come “casa”, o forse è solo suggestione), e che non ci sia troppo caldo aiuta.

Devo anche buttar giù qualche appunto per la regia di uno spettacolo teatrale (ve ne fornisco qui il soggetto, così, se a qualcuno va di leggerlo, può sempre dirmi che ne pensa) che dovrebbe andare in scena ad agosto. Comunque laggiù troverò quello che c’è sempre stato, qualche sbarco in più, la solita disperazione, le solite strane risate, come se nulla fosse.

colours

La mia gente è fatta così, c’è abituata alla crisi, è assuefatta alla tragedia, da almeno tremila anni. Poi ogni tanto fa i Vespri, i Fasci, dice NO a Sigonella, Comiso al MUOS, si fa ammazzare dalla mafia. Credo sia per il fatto che la Sicilia abbia forma di triangolo, è tri-partita, Tri-nacria, Tri-ste: Val di Noto, Val Demone, Val di Mazara. Tri, tri, tri… Tre, la somma del primo pari e del primo dispari, dunque, la somma di tutto e del contrario di tutto. Il posto dove non c’è bandito o colonizzatore più o meno imperiale, o invasore, mercenario, affarista che non abbia deciso d’andare a vedere se c’era spazio per pisciare; dove Riina e Provenzano, ma anche Scelba e Crispi, hanno mangiato lo stesso pesce e bevuto lo stesso vino di Sciascia e Pirandello, da dove Vittorini partì per andarsene a respingere “Il Gattopardo” ritenendolo (non senza un qualche fondamento) non degno di pubblicazione, per poi dare una seconda chance a D’Arrigo perché facesse del suo Horcinus Orca un libro che per leggerlo devi ogni tanto riposarti riguardandoti Guerra e Pace; dove Peppino Impastato era un terrorista, Pippo Fava un “fimminaru” e Sindona un grande finanziere; dove Casse del Mezzogiorno e Casse da morto hanno lo stesso volume e lo stesso perimetro; dove “si, però Fiorello è troppo bravo”, dove “ma chi cazzo sono sti Ciprì e Maresco”; dove ZEN non è una filosofia orientale che riconcilia con la vita ma Zona d’Espansione Nord; dove qualche volta essere siciliani tutto insieme è un lusso, un vezzo e un prezzo da pagare, dove qualche volta c’è uno strano, delizioso profumo nell’aria, e non è più solo quello del pomodoro fresco e del basilico.