Con sincero distacco!

Giacché se ne fa un gran parlare, voglio anch’io discutere di patri distacchi, di secessioni, di indipendenze, di autonomie, di sovranità nazionali, subnazionali, protoregionali. E si che quando un parlare è grande, vuol dire che forse non vale la pena di proseguire nello spendervi ulteriori parole, si rischia di aggiungere qualche goccia al mare, con l’effetto di rendendola inutile ed invisibile; ma io sono così affezionato all’effimero da non riuscire, talora, a sottrarmene. Certo meglio sarebbe che serbassi queste poche gocce tutt’altro che di saggezza che mi sono rimaste per il deserto, che lì ce ne sarebbe più bisogno; ma ognuno ha le sue fisime, ed io, ancorché non me ne compiaccia, mi serbo le mie. Alberobello 3Il punto è che anche a me piacerebbe di fare una secessione, ma non so da cosa dovrei “secessionare” (scusate l’arbitrio linguistico), né, tanto meno, saprei per quale terra dovrei pretendere una nuova sovranità. E allora, mentre altri s’affaccendano a identificarsi con fazzoletti di suolo calpestabili, e, dunque, mirano a staccarsi da ipotesi di paesi usurpatori, o istituzioni onnicomprensive, la mia preoccupazione è di rimanermene al centro del nulla: se tutti si dichiarano indipendenti devo cercarmi un posto già indipendente dove posso avere qualche possibilità di asilo… E allora, mettiamo che usciamo dall’Euro, dice che ci conviene. Vabbé, forse, non mi metto a sindacare su questo. Il punto è che io già coi soldi ho un rapporto, per così dire, distaccato, nel senso che raramente abbiamo contatti ravvicinati, e, forse proprio per l’esiguità di dette frequentazioni, io ci ho messo dieci anni a cominciare a ragionare in Euro e non è nemmeno detto che ci sia riuscito del tutto. L’altro giorno in qualche negozio m’hanno rifilato venti centesimi giamaicani che sono tali e quali ad un Euro, ed io li ho rigirati senza rendermene conto al bar per pagare un caffè: la proprietaria se ne è accorta subito però, poi il marito ha capito di cosa si trattava così m’hanno chiesto, con sguardo sospettoso: “ma che ambienti frequenti?”. Ipotizzo si riferissero a certe abitudini di quei luoghi esotici, non solo musicali. Ora, se mi rimettete la lira, io ci impiego altri dieci anni per riabituarmi, non mi ricordo come funzionava: abbiate comprensione, il mio elettroencefalogramma è quasi piatto. Ho memoria solo che non è che a quei tempi, quando si ragionava a milionate, intendo, fossi ricco e spietato come il Conte di Montecristo… avevo sempre quel certo distacco di cui sopra! Poi, ovvio, dissimulavo, fingevo atteggiamenti snobistici, in realtà mi mangiavo le nocche, il conto in rosso… Se poi, all’improvviso qualcuno fa un referendum ed io mi ritrovo d’improvviso, che ne so, nel Granducato della Cistifellea, nella Repubblica del Sanguinaccio, nel Principato dello Sparviero, e mi ci vuole il permesso di soggiorno per rimanere, e se poi non me lo danno perché non conosco la lingua che magari cambiano in corso d’opera, io che faccio? Mi tocca tornarmene a casa tra frontiere e frontiere, che sembro uno di quegli sciagurati che attraversano il Mar d’Africa, e ad ogni dogana magari ci incontro il tipo che mi dice “quanti siete, dove andate cosa portate… un fiorino”. Io che rispondo, “posso pagare in Euro”? E se mi respingono alla frontiera e mi fanno fare il giro largo, da dove passo, dalla Scandinavia? Lì, poi, secondo me, se ne accorgono che non sono roba loro, mica posso dirgli che dalle mie parti ci sono stati i Normanni, dunque magari ci ho qualche lontano parente vichingo. Non abboccano, credetemi. Insomma, io qualche preoccupazione ce l’ho, saranno fisime ma mi aspetto il peggio. Che poi non so bene, eventualmente, dove potrebbe essere veramente casa mia, cioè, in definitiva chi sono, che ne ho cambiate così tante di case che non sono mai sicuro dove mi sveglio e non mi ricordo neppure dove siano gli interruttori della luce e sbatto dappertutto. A scanso di equivoci, comunque, mi sono costruito una specie di albero genealogico, magari con quello mi faccio ospitare in uno stato nuovo e neoindipendente accampando origini comuni con gli autoctoni. Per farlo me ne sono andato in biblioteca, mi sono documentato, ho qui le fotocopie davanti: allora, c’è scritto che dalle mie parti ci sono stati i Siculi, i Sicani, i Fenici, i Greci, i Romani, i Vandali, gli Arabi, i Normanni, gli Spagnoli, i Francesi, gli Inglesi, i Tedeschi, poi persino gli Italiani e qualcuno, di certo, l’ho pure dimenticato… è lecito presumere, dunque, che un po’ di sangue di tutti questi ce l’abbia anch’io. Temo però che che la regola dell’anche al confine non me la facciano valere. E allora ho pensato, prima che altri pensino di cacciarmi, magari perché gli pare che gli rubo il lavoro (ma vi pare che io sia il tipo che si mette a rubare il lavoro agli altri? Semmai gliene faccio gentile omaggio), di chiedere asilo politico da qualche parte. Mi viene in mente l’Isola Ferdinandea. Speriamo che riemerga in tempo.

Ulisse e l’autostrada

Ieri ho intrapreso e terminato il mio lungo e tormentoso viaggio verso il Sud. Giacché la meta finale è un’isola e visto il carattere, appunto, tormentoso del viaggio stesso, il parallelo che mi viene spontaneo – non senza un pizzico di immodestia e mostrando scarso senso delle proporzioni, ma che volete, sono nato nella terra del Dramma Antico – è con Ulisse ed il suo lungo peregrinare verso Itaca. Del resto, al termine del tragitto vi è nelle vicinanze un luogo che gli Arabi ribattezzarono Marsa at Bawalis (letteralmente Porto di Odisseo), interpretandolo come l’approdo nella terra dei Lotofagi. V’era in situ una città, così almeno narrano le cronache, l’ultima vestigia della quale, un castellaccio, venne inghiottita dal mare solo nel ‘600. Poi, lo stesso mare, di tanto in tanto, rende agli uomini, in forma di anforette e monili, la memoria di quella presenza antica.

l'isolaPremetto, comunque, di non avere incontrato nel mio viaggio la Maga Circe, neanche qualcosa che le somigli, di non essermi imbattuto in Polifemi o analoghe creature dal carattere scostante ed irrequieto, ma la natura perigliosa del viaggio permane tutta in quel lungo serpentone che attraversa la penisola e che periodicamente percorro nelle due direzioni di marcia. Ora, dovete sapere che io ho una certa riluttanza per le autostrade, essendo queste spesso popolate da creature misteriose, i cui mezzi bui ed ingombranti – protesi falliche di chi li guida – viaggiano alle sorprendenti velocità delle più precox delle eiaculatio. Cosa abbiano da correre non l’ho mai capito. Pratico altre forme di movimento, assai più lente, e non so bene nemmeno quali siano i potenziali di corsa della mia auto (dubito comunque che siano adeguate a sfide all’ultimo chilometro). L’incontro con queste entità rende l’incedere paragonabile ad una passeggiata su un campo minato. Ma c’è una parte del viaggio che angoscerebbe Zenone, stimolerebbe Giobbe ad atti eretici e di blasfemia, Empedocle a mettere su un casting di Olgettine: la Salerno-Reggio Calabria, la tela di Penelope. Si cuce e si riscuce, s’inerpica e si restringe ad imbuto, poi s’allarga, vira d’improvviso, s’abbandona a precipizi vertiginosi, si scrolla di dosso formicai, si chiude all’istante, s’impenna, s’abbandona, ghiaccia, si scioglie, si srotola, si trasforma, spiazza, t’illude, s’accorcia e poi s’allunga, si scuoce, si espande, si muove, si interrompe a singhiozzo, ti prende prigioniero e ti libera quando avevi abbandonato ogni speranza di fuggirle. Ora, dovete sapere, che io di norma parlo parole dabbene, in un italiano talvolta ricercato e tendo persino a dare ai congiuntivi la loro giusta rilevanza. Ma so anche di essere posseduto ormai da anni da una creatura che m’ha invaso, come ho già confessato in altra sede. Credo si tratti dello spirito d’un pescatore di frodo del Mar d’Africa, i cui modi assai poco urbani conditi dal turpiloquio, riesco a tenere a freno. Ma talvolta la creatura prende il sopravvento, mi prevarica, si approfitta approfitta della mia debolezza. Sulla Salerno-Reggio Calabria l’anima dannata del pescatore ha la meglio sui miei sistemi di difesa immunitaria, e così dalla mia bocca vien fuori, per quattrocento chilometri d’inferno, un linguaggio arcaico, aspro e pregno di volgarità irripetibili. Ma l’apice l’essere lo raggiunge quando tutto sembra finito, alla punta dello stivale (tra Scilla e Cariddi, altra analogia odissea) dove il traghetto dovrebbe portarmi oltre l’inferno (sarà un caso ma la compagnia che gestisce quei traghetti si chiama Caronte). Questi, i traghetti, sono frequenti, ma non so per quale ragione partono sempre un paio di minuti dopo il mio arrivo, lasciandomi, a seconda delle stagioni e della confusione, ad attendere il successivo, ora al freddo, ora sotto un sole sferzante. Per fortuna, dopo la traversata e in meno di tre ore, riabbraccio il mio mare e la creatura svanisce, non amando affatto le situazioni semplici né la serena contemplazione del bello.

Apoteosi

Come sia potuto accadere non ne ho la più pallida idea, anche se mi sono speso abbastanza per cercare di capirlo. Fatto sta che ad un certo punto, forse per quel sacro convincimento che m’appartiene, e che mi spinge a pensare che non occorre vi sia una ragione valida per fuggire, ho fatto le valigie, ho abbandonato le mie cose (tutte, persino i dischi jazz la chitarra e la canna da pesca) in riva al Mar d’Africa, un certo quantitativo di affetti, un lavoro, e me ne sono andato da un’altra parte, senza nemmeno sapere bene dove. Ha prevalso il gusto della scoperta. Attraversando questa esperienza ho potuto constatare abbastanza rapidamente di avere discrete capacità di adattamento.

Bibbiena

Tuttavia, se c’era una cosa che ad un certo punto mi ha fatto temere di non reggere al cambiamento epocale – al di là dell’ovvia lontananza del mare – è stata la tremenda constatazione di non poter disporre più a mio piacimento di quel vino aspro che sa di frutta secca, del pesce appena pescato, di certe verdure, certi profumi… L’assenza di determinate cose pesa, ti condiziona la vita, spesso induce stati di prostrazione profonda, rischia, in definitiva, di non farti scorgere che un’altra possibilità c’è sempre, se non totalmente compensativa (come si fa a pensare di poter sostituire un dentice o un ombrina con del cinghiale in umido, ancorché meravigliosamente agghindato?), almeno capace di rasserenanti conforti. Poi, per fortuna, ho conosciuto Michele e Marica, creature meravigliose che per quelle congiunture astrali che si determinano solo nelle rare fasi in cui Saturno appare distratto, avevano il loro ristorante proprio a venti metri dall’allora mia nuova casa. Il primo approccio fu cauto, quasi sospettoso. Mica si può cambiare sic et simpliciter certe predisposizioni senza colpo ferire, senza crisi di coscienza, senza attribuirsi le colpe del tradimento definitivo, dello snaturarsi di un’identità faticosamente costruita con il superamento della condizione prelogica del palato. Ma come si fa a resistere al fascino delle mutazioni antropologiche? E poi se entri in un posto dove ti fanno ascoltare Charlie Parker o Tom Waits o Frank Zappa prima di servirti delle bruschette di fegatelli e pecorini e prosciutti che riconcilierebbero con la vita un bonzo, senti che non puoi sottrartene. Non hai argomentazioni valide per farlo. Quante volte da quella prima volta sono stato cavia di ripieni per ravioli, di umidi e brasati, di ardite sperimentazioni in olio bollente … quante volte? Quasi a chieder venia per quell’intrusione in identità antiche, quasi a voler mitigare il fuoco ardente della svolta, della serenità ritrovata, infine, oltre il dulcis in fundo v’erano certi whisky le cui torbature rinnovavano contatti perduti con la madre terra. L’apoteosi fu quel giorno in cui…. Beh, cominciamo dal principio. Dovete sapere che dedico qualche sprazzo della mia vita all’attività sindacale, quasi il tentativo disperato di rimanere collegato a passati vertenziali e di lotta. C’erano state le elezioni per le rappresentanze sindacali e la mia sigla aveva avuto risultati bulgari, che comprendevano persino la mia elezione. Festeggiamenti obbligatori da Marica e Michele, si intende. Piatto nuovo, sperimentale ed innovativo: ravioli ah!… non avevano nome. Ma la sorpresa espressa da me e dagli altri astanti fu tale che i due non frapposero tempo in mezzo nel ribattezzare quella sorprendente intuizione gastronomica con il nome roboante di “Ravioli del professore”, in onore di chi li aveva prescelti per completare il successo sindacale. A parte il sentirsi lusingato (prima d’allora avevo sentito parlare di piatti nominativi solo nel caso di bistecche alla Bismarck e spaghetti alla Norma), decisi, con il rispetto che si deve a chi detiene la conoscenza, di chiedere la ricetta di quella meraviglia, pur sapendo che mai mi sarei cimentato nella sua realizzazione, giacché non ve n’era motivo, potendo trovarli pronti e scodellati a venti meri da casa. Però, non tutti – ahiloro – godono dello steso vantaggio; così, per vezzo e sentimento di condivisione, ve ne renderò il dettaglio.

Allora, tralascio la tecnica per ricavare e stendere la pasta, giacché spesso soggettiva e regionale, ma questa andrà riempita con una farcia così composta (con q.b.): trito di zucchine bianche saltate precedentemente con draconcello, prezzemolo ed aglio, e pancetta soffritta nel porro. Perché il composto acquisica amalgama e consistenza degna, si consiglia l’aggiunta di un’ipotesi di uovo. Il condimento che conferma al mondo intero, e al di là d’ogni ragionevole dubbio, che Dio esiste (e lotta insieme a noi), non potrà che essere di funghi porcini (freschi sarebbe preferibile, ma anche secchi, all’uopo e fuori stagione, vanno bene) trifolati con abbondante prezzemolo e un’idea, un concetto appena, direi, di pomodorini di Pachino, per non lasciare che la loro fine ustionante sia preda di asfittici monocromatismi. Non credo sia opportuno aggiungere del formaggio, finirebbe col mortificare il resto. Se proprio volete sapere con cosa accompagnerei tutto ciò, senza ombra di dubbio mi orienterei su un Morellino di Scansano, su un Sagrantino di Montefalco o un Rosso di Montalcino, ma non demeriterebbero talunii Sirah che certi piccoli produttori ricavano dalle colline dolci della Val di Chiana e che sanno di erba di bosco. Non provate nemmeno per idea a prepararli solo per voi. Queste sono cose che vanno condivise con le persone che amate. Poi, personalmente, finisco col commuovermi. Ma che volete, sono un sentimentale.