Naufragi fuori dai paraggi

La settimana passata è stata settimana di passione autentica. Si è chiusa – lavorativamente, intendo – con una collega che, dopo una questione sindacale su cui mi ero impegnato senza risparmiarmi (cosa a cui non sono avvezzo), mi ha chiesto come faccio a stare ancora dentro quell’organizzazione, giacché non vengo pagato per farlo, non ho distacchi, agevolazioni, privilegi, ed in cambio ricevo pure un certo quantitativo di rogne. Me lo chiedo anch’io, avrei risposto d’istinto. Ma la verità è un’altra: se il giullare odia i sindacati, il satrapo li detesta, e Wonder Boy, quando va bene, li ignora, io, sia pure obtorto collo ed in posizione ricercatamente defilata, ci sto dentro, almeno rimarco distanze e dormo tranquillo. Però sono accadute anche un sacco di altre cose. modicaLo so che è difficile crederci, ma mi sono accorto che le conferenze stampa di Wonder Boy non sono l’unico accadimento dei giorni nostri, sia pure riconoscendone la loro essenza di eventi miracolistici in cui il ragazzo, che giustamente si rivolge a se stesso con il pluralia majestatis, capita usi anche l’Io, deponendo, all’uopo, per modestia pura ed adamantina umiltà, la D maiuscola che precede la prima persona del suo pronome. Eppure, dal basso della mia condizione umana, mi sono accorto di altre cose. Tralasciamo che c’è il rischio scoppi una guerra, ma c’è stata anche la giornata dedicata alle vittime della mafia. Di questo, ad essere sinceri, si è parlato. Ovvio che le presenze Papali hanno avuto un certo ruolo nel garantirne visibilità. Moralis de fabula, se non c’è un pulpito illustre, non c’è notizia. E così delle migliaia di disperati che sbarcano in questi giorni sulle coste siciliane non si fa più nemmeno menzione, ma è colpa loro; intanto arrivano, e già questo… per di più lo fanno senza nemmeno annegare in almeno qualche centinaio: come si permettono, cos’è questa confidenza, non vedete che siamo impegnati a cambiare i destini del paese e forse del mondo? Per fortuna arrivano sulle coste del Mar d’Africa, mica sbarcano a Ponte Vecchio. Ah, a proposito di cose vecchie e sospese, le giornate del FAI che esaltano la “grande bellezza” dimenticata, sono state relegate in soffitta. Vabbé, non era poi così importante… basta con tutta ‘sta roba vecchia. Vecchia come i vent’anni che sono passati dalla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Pare si intendano desecretare i documenti che attengono a questa vicenda torbida; è un annuncio ufficiale. Bene, direte, ma ci sono anche tanti altri segreti su cui occorrerebbe far chiarezza, Bologna, l’Italicus, Ustica, Piazza Fontana le stragi di mafia. E basta con questa dietrologia, questo affannoso attaccamento al passato, alle cose vecchie e decrepite. Bisogna guardare avanti, rottamiamo la memoria, dritti al centro senza oscillazioni contro gli opposti estremismi. Ma c’è una cosa tra tutte che mi ha colpito in modo particolare tra le notizie della settimana trascorsa: i supermanager rischiano di vedersi ridurre lo stipendio. La solita retorica demolitrice. Ma che sarà mai questo stipendio? Del resto, persino a me riuscirebbe di guadagnare quanto tirano su loro in un anno. Ci metterò una vita? Pazienza… basta però con queste ansie temporali!!! Piuttosto mi chiedo perché non c’è stata una levata di scudi collettiva a difesa del lavoro di questi umili ed indefessi servitori dello stato. Invece, tutti a dargli addosso. Ma come si fa a rischiare di perderli, così, senza batter ciglio. Se proprio devono andarsene, che almeno qualcuno li accompagni; io, che ho il senso dello stato e sono riconoscente per il lavoro svolto con sì grandi sacrifici, mi offro volontario. Magari recuperiamo un barcone abbandonato dai migranti ancora in grado di galleggiare, così gli facciamo fare anche il viaggio di ritorno a pieno carico. Economy class. Mi viene in mente anche un giochino che potremmo fare insieme: Immaginiamo di essere dei supermanager in disgrazia costretti a migrare con mezzi di fortuna, ma facciamo naufragio su un’isola deserta. Siamo stati preveggenti e, oltre ad un bagaglio leggero, abbiamo portato con noi cinque libri che riteniamo determinanti per la sopravvivenza dei nostri neuroni. Intanto vi eviscero la mia cinquina: “Todo Modo”, di Leonardo Sciascia, “Horcinus orca”, di Stefano D’Arrigo, “L’uomo senza qualità”, di Musil, “Pensieri oziosi di un ozioso”, di Jerome K. Jerome, e “Dialettica della natura”, di F. Engels. Dite che non è roba da supermanager? Beh… io li metto via lo stesso e corro a preparare il resto dei bagagli. Chissà perché ho la strana sensazione che gli stipendi ed i posti di lavoro che qualcuno ha intenzione di “attenzionare” non sono esattamente quelli lì. E voi… voi cosa avete messo nello zainetto?

L’ecumene della bellezza

Il mondo è un ecumene, un unicum in cui donne e uomini si incontrano per millenni, percorrendo le innumerevoli strade evolutive delle culture. Le frontiere sono la follia burocratica di perverse difese ad oltranza di interessi parziali. Sono nella testa prima che nei luoghi e nel DNA. Le grandi civiltà sono nate lungo le grandi vie, la Via della Seta che unisce Oriente ed Occidente, come quella dei giganteschi traffici del Mediterraneo sin dai tempi di Fenici ed Egizi. Ma c’è sempre il ricordo del punto di partenza, il luogo che si è abbandonato per ricercarne di nuovi, per desiderio di scoperta, o perché costretti a fuggire. Ho trovato una poesia di quello che viene considerato il Dante del mondo Arabo, una poesia che è ricordo toccante della propria patria (ve la lascio in fondo). Solo che quella patria non è, come la vulgata potrebbe immaginare, la Libia o l’Arabia o la Siria, bensì la Sicilia. Già, perché Ibn Hamdis nasce a Siracusa (per qualcuno a Noto nel 1056), comunque in terre d’approdo di nuovi migranti, e dopo aver combattuto per la sua patria, minacciata dai cattolicissimi Normanni (altro che liberatori in una terra che già l’Amari nell’800 definiva per metà Araba e per l’altra Greco-ortodossa), fu costretto ad un doloroso esilio nei sultanati di Spagna. Il ricordo va subito ad un altro grande esiliato, Dante Alighieri, che seppe tradurre il proprio amore per la natia terra lontana in indimenticabili componimenti poetici. Ma c’è dell’altro – sono un biologo, non un umanista, vado a tentoni -. Poco distante da dove ebbe i natali Ibn Hamdis, nasce, circa mezzo secolo dopo (un’inezia, in tempi senza internet, stampa o TV), tal Jacopo Notaro da Lentini, considerato tra i primi, se non il primo, scrittore “in lingua italiana”. Se siete curiosi, cercate in rete o – sarebbe preferibile – in libreria, taluni componimenti poetici di questi due “siciliani” e concentratevi su quegli inni alla vita, le elegie dell’amore, preludio all’”amor cortese”, per scoprirvi tali elementi comuni ed inediti (richiami a certe cose di Saffo?) da lasciare più di qualche sospetto in merito a probabili contaminazioni. I due avrebbero potuto respirare la stessa aria, precursori di culture di mondi oggi ritenuti – è ciò che è grottesco – antipodici, e per tal ragione meritevoli di “reciproci respingimenti”, non accoglienza, non riconoscimento dell’altro che in realtà non è tale. Ah… dimenticavo, già che ci siamo vi lascio anche una canzone, una cosa Siculo-Araba che come la poesia che segue mi ricorda quanto si possa costruire bellezza ed armonia se solo ci si guarda negli occhi con la sola pretesa di farlo.dettagli e orizzonti32
LA TERRA DEGLI AVI
Ah, da nuvola folgoreggiante in patria
brillò lieve un lampo, leggero come il saluto
che una mano accenna con la punta delle dita!
(Esso) fece sgorgare | da occhi insonni lacrime nascoste, e li illuminò di luce
benché fosse notte scura
Oh, meravigliosa visita!
Apparve l’immagine a (visitare) palpebre che,
quando mi rinvenni, ritenevano ancora l’illusione…
Soggiorno in Saqi Ahra,
al confine di un deserto arido e brullo
vicino ad un lembo di terra schiaffeggiato dal vento,
quando soffia umido e freddo.
Mi giunge un soffio dell’odore del muschio, dal deserto; a chi volesse avventurarsi
in questi orridi luoghi sono (da superare)
un immenso mare e vaste pianure
Con l’aurora le tenebre si rivestono di luce,
come si riveste di sudore, per la lunga corsa,
il petto di un morello
Sospiro di nostalgia per la mia terra,
nella cui polvere si son consunte le membra
e le ossa dei miei,
come sospira verso casa, avendo smarrito la strada,
un vecchio cammello sfinito,
impacciato dalle tenebre.
Già è svanito dalle mie mani
il fiore dell’amor giovanile,
ma la bocca è piena del suo ricordo.

Tempo al tempo

Mi sovviene spesso una strana sensazione di straniamento, qualcosa che rassomiglia ad una crisi di identità, ma credo sia semplicemente la consapevolezza di una sorta di decontestualizzazione temporale, come dire, mi sento fuori tempo massimo. Allora me ne vado a cena, e mentre scruto la carta dei vini, mi rendo conto che quella sensazione non soltanto non svanisce, anzi, si acuisce, comincia a diventare sintomo preoccupante. Se passo davanti ad uno specchio mi vedo in Borsalino e, al di là del fatto che è sempre meglio quello della bombetta o del cilindro, anche il resto non va meglio. Ho bisogno di chiedere certezze alla carta d’identità, scrutare la firma del sindaco e cogliere il dettaglio della data di rilascio del documento – nonché di quella di nascita -, per ricevere risposte esaustive. dettagli e orizzonti24Poi mi pizzico con discrezione un braccio per vedere se dormo, se sono sveglio, se partecipo anche materialmente agli incubi di questo tempo che, appunto, non m’appartiene. Beh, queste cose di recente mi succedono spesso: “vedrai se non è una di quelle crisi che nel mezzo del camin di nostra vita tutti ci attanagliano… ma come vengono se ne vanno”, mi dice un’affezionata collega. Apprezzo la buona volontà ma derubrico il gesto alla sua dimensione meramente consolatoria e ritorno a piangere sulla mia triste condizione di figlio dell’Ottocento (forse Settecento, addirittura) catapultato a sua insaputa in altra epoca. Allora, dopo aver divagato, sarà meglio vi dica cosa non va. Ormai è un fatto che per dare spiegazioni a questo stato d’animo avevo serenamente accettato di essere posseduto da una presenza estranea, uno straniero antico che mi avrebbe invaso, per di più con ben altre pulsioni rispetto a quelle della mia – e nostra – epoca; avevo persino ristretto il campo a due sole ipotesi circa la sua identità: si sarebbe potuto trattare d un pescatore di frodo del Mar d’Africa, o di un pirata fenicio. In entrambi i casi gente con un certo talento per le esplorazioni. È evidente che tali identità, non appena avessi abbassato per un solo attimo le mie difese immunitarie, avrebbero preso il sopravvento e allora si spiega come improvvisamente mi ritrovi a fantasticare – ed alla mia età, per giunta – di isole che non ci sono, di galeoni al largo del Madagascar, di complotti rivoluzionari ad Odessa, di tramonti vertiginosi che sputano dal mare creature hemingwayane, sobborghi di città sulla Via della Seta, locande andine, funghi sacri e cose così. Al contrario, riprendendo pieno controllo su di me, aspetto il 9 settembre per vedere se ci sono decadenze post-dannunziane di qualcuno secondo cui il nulla è l’universo senza se stesso, se funzionerà il registro elettronico in classe, quale sarà il mio giorno libero, e tutta questa messe di cose affascinanti che peraltro fanno a cazzotti con i venti di guerra che arrivano con lo Scirocco. Che l’impazzimento non sia solo il mio? Ho letto da qualche parte che Dio è morto creandoci, dunque noi saremmo un’opera postuma. A questo punto non mi resta che tornarmene a scrivere, essenzialmente per curiosità di me, identitaria, voglio proprio vedere dove vado a parare.

L’infinito e i neuroni

Non sono sicuro di aver trovato le cause di uno strano fenomeno che mi riguarda. Ora, quando sono sulle rive del Mar d’Africa mi rendo conto che mi si affastellano le idee in testa, divento creativo, mi si rigenerano dei particolari neuroni che per il resto dell’anno tacciono, non si esprimono. Chissà quante sono le cause di questa cosa, forse ne coesistono diverse. Me ne ne viene in mente qualcuna, che ne so, il fatto di essere in vacanza non può non avere un peso su questo fenomeno misterioso. Non sono affranto dalle incombenze. Ed anche lo iodio forse contribuisce. Il punto è che poi la cosa si risolve in modo praticamente repentino: me ne sto per mesi a rimuginare su questa o quell’altra idea, e appena arrivo a destinazione, paf, il gioco è fatto, tutto si mette in ordine e riparto, trovo soluzioni, il tempo esatto di disfare le valigie. Vi faccio un esempio, io che ho il vezzo della scrittura, quando arrivo da queste parti concepisco, butto giù, praticamente di getto, il materiale per un libro. Appena riparto, se non l’ho finito, mi si rabbuia tutto, non so come andare avanti. Non è che me ne stia con le mani in mano e neuroni in naftalina, solo che mi spuntano altre qualità, sono più efficiente, medito meglio sul congiuntivo, la virgola e il punto. Ho un altro tipo di intelligenza. Fossi lesto a sfruttare queste due diverse propensioni che condividono la mia scatola cranica, sfornerei un libro l’anno: me ne verrei in vacanza a scrivere libri, poi il lavoro di rielaborazione stilistica e ortografico-grammaticale lo farei dall’altra parte. È che sono pigro e talvolta indugio in cose diverse, come andare a procurarmi pesce fresco, prendere il sole, vedere concerti, mostre, leggere libri di altri, girare per osterie. Tutte cose faticose, insomma, che tolgono tempo alla creatività. Ma non voglio divagare. Insomma, lo scorso anno mi viene in mente un’idea per un libro e cominciò a buttarla giù. Tra un impegno e l’altro arrabbatto trenta pagine circa, poi scade il tempo e me ne devo tornare tra i boschi. A quel punto il buio, il deserto, il nulla sotto vuoto spinto. Ogni idea s’è eclissata. Leggo e rileggo per mesi quello che ho scritto, sistemo la punteggiatura, la consecutio tempore (ce n’era bisogno), tutte pratiche che mi affaticano, mi annoiano, ma spero di trovare spunti per andare avanti: nada de nada, non ho un’idea che sia un’idea. Poi arrivo qui, non passa mezz’ora che tutto mi si schiarisce, così riparto. Ho questa cosa tra le mani e spero davvero di finirla. Ma quest’anno ho una consapevolezza in più: a determinare queste ripartenze è l’orizzonte libero del mare, libera lo sguardo e fa ripartire il cervello in certe sue parti atrofiche. L'orizzonte

Si, credo sia proprio l’orizzonte a stimolare talune attitudini del pensare (altre, devo dire, se ne stanno sotto chiave, qui non collaborano). Così penso: che mondo è quello in cui un orizzonte – anche solo metaforico, se vi pare, così nessuno si scoraggia – non ci si apre davanti? Questa cosa la sapevano bene i greci quando praticavano la Democrazia, costruendo i loro teatri perché avessero quinte scenografiche aperte sull’infinito. E la sapevano bene anche durante il ventennio fascista quando chiudevano quelle spettacolari aperture con filari di pioppi, o talaltre terrazze rinascimentali con statue e mausolei di cemento. Poi uno non ragiona bene se non vede che la bidimensionalità d’una scena costruita ad arte a coprire l’infinito (ah! Leopardi). Ed oggi, oggi è la stessa cosa, TV e monitor invece di pioppi (le colate di cemento sono un evergreen) al posto di tramonti ed infiniti. Può sembrare una contraddizione che dica queste cose attraverso la rete, ma prendetelo come il messaggio in una bottiglia alla deriva, un biglietto legato alla zampa d’un piccione (come del resto vi prego di interpretare tutto quello che leggete su questo blog); ad ogni buon conto vi prometto che finisco di scrivere (sto anche ascoltando questa cosa mentre digito) e me ne vado a mare. Insomma, l’immaginazione senza orizzonte, non lavora bene, non carbura, si trasforma in bieca razionalità senza guizzi, quando non in cieca obbedienza. E chi comanda, se vuole farsi rispettare, qualche muro per non farci scorgere l’infinito lo deve costruire, altrimenti si sa come va a finire, poi l’immaginazione va al potere.

Ulisse e l’autostrada

Ieri ho intrapreso e terminato il mio lungo e tormentoso viaggio verso il Sud. Giacché la meta finale è un’isola e visto il carattere, appunto, tormentoso del viaggio stesso, il parallelo che mi viene spontaneo – non senza un pizzico di immodestia e mostrando scarso senso delle proporzioni, ma che volete, sono nato nella terra del Dramma Antico – è con Ulisse ed il suo lungo peregrinare verso Itaca. Del resto, al termine del tragitto vi è nelle vicinanze un luogo che gli Arabi ribattezzarono Marsa at Bawalis (letteralmente Porto di Odisseo), interpretandolo come l’approdo nella terra dei Lotofagi. V’era in situ una città, così almeno narrano le cronache, l’ultima vestigia della quale, un castellaccio, venne inghiottita dal mare solo nel ‘600. Poi, lo stesso mare, di tanto in tanto, rende agli uomini, in forma di anforette e monili, la memoria di quella presenza antica.

l'isolaPremetto, comunque, di non avere incontrato nel mio viaggio la Maga Circe, neanche qualcosa che le somigli, di non essermi imbattuto in Polifemi o analoghe creature dal carattere scostante ed irrequieto, ma la natura perigliosa del viaggio permane tutta in quel lungo serpentone che attraversa la penisola e che periodicamente percorro nelle due direzioni di marcia. Ora, dovete sapere che io ho una certa riluttanza per le autostrade, essendo queste spesso popolate da creature misteriose, i cui mezzi bui ed ingombranti – protesi falliche di chi li guida – viaggiano alle sorprendenti velocità delle più precox delle eiaculatio. Cosa abbiano da correre non l’ho mai capito. Pratico altre forme di movimento, assai più lente, e non so bene nemmeno quali siano i potenziali di corsa della mia auto (dubito comunque che siano adeguate a sfide all’ultimo chilometro). L’incontro con queste entità rende l’incedere paragonabile ad una passeggiata su un campo minato. Ma c’è una parte del viaggio che angoscerebbe Zenone, stimolerebbe Giobbe ad atti eretici e di blasfemia, Empedocle a mettere su un casting di Olgettine: la Salerno-Reggio Calabria, la tela di Penelope. Si cuce e si riscuce, s’inerpica e si restringe ad imbuto, poi s’allarga, vira d’improvviso, s’abbandona a precipizi vertiginosi, si scrolla di dosso formicai, si chiude all’istante, s’impenna, s’abbandona, ghiaccia, si scioglie, si srotola, si trasforma, spiazza, t’illude, s’accorcia e poi s’allunga, si scuoce, si espande, si muove, si interrompe a singhiozzo, ti prende prigioniero e ti libera quando avevi abbandonato ogni speranza di fuggirle. Ora, dovete sapere, che io di norma parlo parole dabbene, in un italiano talvolta ricercato e tendo persino a dare ai congiuntivi la loro giusta rilevanza. Ma so anche di essere posseduto ormai da anni da una creatura che m’ha invaso, come ho già confessato in altra sede. Credo si tratti dello spirito d’un pescatore di frodo del Mar d’Africa, i cui modi assai poco urbani conditi dal turpiloquio, riesco a tenere a freno. Ma talvolta la creatura prende il sopravvento, mi prevarica, si approfitta approfitta della mia debolezza. Sulla Salerno-Reggio Calabria l’anima dannata del pescatore ha la meglio sui miei sistemi di difesa immunitaria, e così dalla mia bocca vien fuori, per quattrocento chilometri d’inferno, un linguaggio arcaico, aspro e pregno di volgarità irripetibili. Ma l’apice l’essere lo raggiunge quando tutto sembra finito, alla punta dello stivale (tra Scilla e Cariddi, altra analogia odissea) dove il traghetto dovrebbe portarmi oltre l’inferno (sarà un caso ma la compagnia che gestisce quei traghetti si chiama Caronte). Questi, i traghetti, sono frequenti, ma non so per quale ragione partono sempre un paio di minuti dopo il mio arrivo, lasciandomi, a seconda delle stagioni e della confusione, ad attendere il successivo, ora al freddo, ora sotto un sole sferzante. Per fortuna, dopo la traversata e in meno di tre ore, riabbraccio il mio mare e la creatura svanisce, non amando affatto le situazioni semplici né la serena contemplazione del bello.

Profuno d’estate… dove?

C’è profumo d’estate, anche se qui oggi il cielo è grigio, prelude a qualche scroscio d’acqua. Non mi dispiace. Non oggi. Ho un bel po’ di cose da fare prima di tornarmene a casa (curioso che dopo quindici anni pensi ancora al Mar d’Africa delle mie vacanze come “casa”, o forse è solo suggestione), e che non ci sia troppo caldo aiuta.

Devo anche buttar giù qualche appunto per la regia di uno spettacolo teatrale (ve ne fornisco qui il soggetto, così, se a qualcuno va di leggerlo, può sempre dirmi che ne pensa) che dovrebbe andare in scena ad agosto. Comunque laggiù troverò quello che c’è sempre stato, qualche sbarco in più, la solita disperazione, le solite strane risate, come se nulla fosse.

colours

La mia gente è fatta così, c’è abituata alla crisi, è assuefatta alla tragedia, da almeno tremila anni. Poi ogni tanto fa i Vespri, i Fasci, dice NO a Sigonella, Comiso al MUOS, si fa ammazzare dalla mafia. Credo sia per il fatto che la Sicilia abbia forma di triangolo, è tri-partita, Tri-nacria, Tri-ste: Val di Noto, Val Demone, Val di Mazara. Tri, tri, tri… Tre, la somma del primo pari e del primo dispari, dunque, la somma di tutto e del contrario di tutto. Il posto dove non c’è bandito o colonizzatore più o meno imperiale, o invasore, mercenario, affarista che non abbia deciso d’andare a vedere se c’era spazio per pisciare; dove Riina e Provenzano, ma anche Scelba e Crispi, hanno mangiato lo stesso pesce e bevuto lo stesso vino di Sciascia e Pirandello, da dove Vittorini partì per andarsene a respingere “Il Gattopardo” ritenendolo (non senza un qualche fondamento) non degno di pubblicazione, per poi dare una seconda chance a D’Arrigo perché facesse del suo Horcinus Orca un libro che per leggerlo devi ogni tanto riposarti riguardandoti Guerra e Pace; dove Peppino Impastato era un terrorista, Pippo Fava un “fimminaru” e Sindona un grande finanziere; dove Casse del Mezzogiorno e Casse da morto hanno lo stesso volume e lo stesso perimetro; dove “si, però Fiorello è troppo bravo”, dove “ma chi cazzo sono sti Ciprì e Maresco”; dove ZEN non è una filosofia orientale che riconcilia con la vita ma Zona d’Espansione Nord; dove qualche volta essere siciliani tutto insieme è un lusso, un vezzo e un prezzo da pagare, dove qualche volta c’è uno strano, delizioso profumo nell’aria, e non è più solo quello del pomodoro fresco e del basilico.

Allonsanfan

L’ultimo mio viaggio in Francia, cui ho già accennato in un post abbastanza recente, mi ha condotto ad Avignone in una serata primaverile umida di caldo, nulla a che vedere col freddo di questi giorni di impazzimenti climatici. Non vi tormenterò tuttavia con ragionamenti metereopatici, piuttosto volevo raccontarvi come mi sono trovato, nel centro storico dell’ex sede papalina, chiuso tra le suggestioni di un bel ristorante che avrei volentieri sperimentato, se non fosse stato per la scarsa autonomia concessami dalla mia missione oltr’alpe, un elegante circolo di letture poetiche, e l’ingresso d’un cinema d’essais. Proprio accanto,a quest’ultimo, campeggiava un gran manifesto di sola scrittura, una cosa di André Malraux, intellettuale francese di cui non sono né grande estimatore né profondo conoscitore. Tuttavia, la mia amica Elena, con rara perizia linguistica – mentre io del francese a malapena conosco il ritornello di Lady Marmalade – me ne ha proposto un’elegante traduzione che mi ha davvero colpito. Tanto condividevo quello che mi veniva raccontato che la stessa Elena mi ha poi promesso che me ne avrebbe fornito una traduzione anche per iscritto al mio ritorno. Ed allora, ringraziandola ancora per la sua stupenda cortesia, eccovi la lettura di quella sera.

“Non posso infliggere la gioia di amare l’arte a tutti. Posso solamente tentare di offrirla, metterla a disposizione, affinché sia donata a coloro i quali ne faranno richiesta. Se potessi dire a me stesso, in punto di morte, che ci sono cinquecentomila giovani in più che hanno visto aprirsi, grazie alla mia opera, una finestra attraverso la quale sfuggire all’aggressività della pubblicità, al bisogno di ‘fare’ sempre più soldi per i propri divertimenti, la maggior parte dei quali volgari o violenti, e sfuggire alla ‘durezza’ della tecnica, se potessi dire a me stesso tutto ciò, ebbene morirei felice, vi assicuro”.

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