Nobiltà deluse

Non so se avete presente quelli che hanno due cognomi, anche tre. Ce ne sono taluni che se li portano con discrezione, non gliene importa più di tanto. Talaltri, invece, ne vanno matti. È cosa che li gratifica, come se essere nati con quella pletora di ridefinizioni anagrafiche sottintendesse condizioni auliche del corpo e dello spirito, superiorità ereditarie (a me vengono in mente cose tipo emofilia e robe che si acuiscono con la scarsa ibridazione per paure patrimoniali, ma io soffro di deformazioni professionali e politiche). Collezione1Ci sono poi quelli che ci stanno proprio male se non si prende atto della loro cognomanza binomiale, e te lo fanno notare, per esempio mostrando sufficienza quando, che ne so, appongono la firma qual sigillo regale su una qualche circolare intrisa di burocratismi elementari, irrispettosi del rango di chi legge e sottoscrive, e accompagnano quel gesto d’umana quotidianità su infarciture di pertanti, con dolenti esclamazioni del tipo: “oh, che fastidioso firmare con due cognomi, beati voi – sottintendendo il ‘comuni mortali’ – che non avete lo stesso atavico problema”… e nel frattempo, sollevano prudenti lo sguardo nella speranza dissimulata di cogliere in quello degli astanti anche una sola espressione che ne disveli stupore frammisto ad invidiosa ammirazione. Ho comunque memoria di certi personaggi che possedevano ormai più titoli e cognomi che averi, e che vivevano nell’angoscioso ricordo di quei tempi in cui un titolo si poteva cedere dietro lauto compenso, a porre pezze precarie a certe propensioni che dilapidavano patrimoni, castelli e latifondi dietro giochi d’azzardi ed altre umane debolezze. Viceversa, ho contezza di moderni ricchivendoli che devono le proprie fortune ad imprese audaci non sempre trasparenti, e che celano le proprie umili e polverose origini dietro ricerche araldiche che ne disseppelliscano nobili discendenze. Manco a dirlo pagano fortune per ciò, essendo il mondo pieno di certi ceffi che, di par loro, venderebbero qualsiasi certezza ereditaria. Fortune se non pari assai simili a quelle che servono per nutrire yacht e ipercar con cui sgommano il sabato sera sulle povere lastre della piccola piazza del centro storico o negli ampi piazzali dei centri commerciali, assai rumorosamente, è ovvio, perché nessuno se ne perda l’evoluzione ed estasiato esclami: “che bella macchina s’è fatta il conte”. Ma quelli più sorprendenti sono certuni che inseguono apparenze aristocratiche con l’uso disinvolto di simboli arcaici. Ho visto certi industrialotti che hanno reso partenoniche le colonne che reggono il cancello d’ingresso al piazzale antistante il capanno prefabbricato e modulare, e su, in vetta ad esse, hanno posto ruggenti sculture leonine, accuratamente invecchiate con processi artificiosi, sicché se ne può dedurre un’origine antica ed il possesso da generazioni. E così il povero operaio ormai dearticolodiciottizzato, non solo mantiene un profilo basso dopo aver seppellito la tessera del sindacato per paura d’essere costretto a non riattraversare più quell’ingresso, ma lo varca adesso pure con lo stesso spirito di novelle Forche Caudine.
E io? Non m’è difficile immaginare che se costruissi il mio albero genealogico, con appena l’intenzione di aggiungere qualche titolo ed almeno un altro cognome a quell’unico piuttosto prosaico che mi porto dietro sin dal mio primo affaccio su questa terra, non avendo a disposizione ricchezze tali da acquistare né illusioni araldiche, né, tanto meno, marmi pregiati in forma di bestie blasonate, sono sicuro che alle mie spalle, e ripercorrendo a ritroso la storia ed il tempo degli avi, mi ritroverei con qualche pirata, un pescatore di ricci di mare, un cammelliere stanco di sabbia forse! coloursAllora non mi resta che consolarmi per questa che sono certo è la verità che unica appartiene alla mia genia, con il narrarvi d’un piatto che mai il signor conte, il duca od il marchese oserebbero assaggiare, giacché il presupposto per gustarne l’essenza sta nell’intingervi le dita ed attingerne in siffatto modo il contenuto in tradizionale condivisione, e giammai essi consentirebbero alle proprie nobili ed ingioiellate falangi di sguazzare nei medesimi intingoli d’altri. Di più, temendo contaminazioni geopolitiche, virali e classiste, mai addiverrebbero alla conclusione di potersi concedere un tuffo nella contaminazione pura. E si, cari miei, sto parlando del cuscus. La sua origine è antica, ma nient’affatto nobile, giacché appartenne a poveri carovanieri subsahariani, e da lì, senza permessi di soggiorno, ha iniziato a varcare frontiere. Anima migrante si integra ed integra poiché si fonda sul desiderio definitivo dei suoi piccoli chicchi d’assorbire le essenze dei luoghi, fossero fatte di piccoli e poveri tocchi di carni capitati lì per caso tra le dune d’un deserto, abbondanti pescati sulle ricche coste di Sicilia e Sardegna, o verdure selvatiche d’ogni fatta ed intingoli. Non disdegna le contaminazioni più profonde, dunque, ed anzi ricerca lle più assolute rifiutando ideologicamente la purezza declamata d’una esclusività regionale. È realmente l’archetipo illustrativo dell’unità, sin dall’attingerne il contenuto dal piatto (che sia di ceramica colorata, magari con cretti e scorticature) che invita a creare un humus assoluto fatto d’ogni contributo. Infine, è piatto che sin dalla sua preparazione invita alla lentezza, alla meditazione, alla conversazione. Non v’azzardate ad iniziare a prepararlo senza prima esservi assicurati d’avere a portata di mano qualcosa da bere. Per gli astemi c’è il tè, eventualmente, come quello nel deserto. Ma io astemi non ne conosco, tendo a verificare con attenzione le credenziali di chi frequento. Insomma, non mi resta che darvene una sintesi, una delle tante (tutte hanno diritto di cittadinanza, perché il cuscus è apolide). Alla base di tutto v’è la semola di grano duro – ve ne consiglio una metà a grana fine e l’altra un po’ più robusta – che va posta su un piatto di ceramica ampio (mezzo chilo per quattro persone) e spruzzata d’acqua salata. Quindi, con sapiente movimento rotatorio delle dita, si consente ai grani di assorbire il liquido sino ad assumere la caratteristica forma a piccole sferette. Si procede dunque alla prima setacciata. Le palline che passano vanno addizionate di semola fresca perché si accrescano sino a raggiungere il diametro desiderato di circa due millimetri. È bene che in questa fase si beva del Frappato fresco, e si conversi del più e del meno. Giacché si presuppone che inizialmente il tasso alcolico non sia ancora accettabile, si può indugiare in conversazioni sull’arte e la bellezza! La cottura avviene nella tipica cuscussiera, a vapore, dopo aver condito la semola con olio d’oliva, chiodi di garofano, aglio, prezzemolo e peperoncino rosso. Sul fondo della cuscussiera consiglio di mettere brodo di pesce misto fatto di specie pregiate ed altre meno, e aromi. Il vapore del brodo cucinerà la semola posta uniformemente al livello superiore. Ci vogliono almeno due ore perché la cottura sia completata, non c’è fretta, è ovvio, soprattutto se la compagnia è buona (ma basta un buon libro e la musica di Manu di Bango) ed il Frappato non è ancora finito. Poi si versa il contenuto ancora sul grande piatto, si rimescola un po’ e si rimette a cuocere per un’altra mezz’ora buona, praticamente un paio di bicchierini, una sigaretta, una decina di pagine ed un paio di lunghi reef. Infine, fatelo riposare sul grande piatto, quindi conditelo con il brodo di cottura filtrato, e servitelo con il pesce più pregiato che avrete avuto cura di tirare fuori del brodo prima che si inizi a disfare, e verdure saltate in padella con del pomodoro fresco (consiglio, oltre a sedano, carote e cipolla, anche melanzane, zucchine e peperoni). Io aggiungo alle verdure anche un cucchiaio di miele di timo! Poi dateci dentro senza ritegno, limitando l’uso delle posate, ma non quelle di un irrispettoso Nero d’Avola, e se qualcuno dei presenti inorridisce per l’abbinamento di un vino così corposo al pesce, ditegli di farsi gli affari suoi e la prossima volta non lo invitate.

Qualche certezza!!!

Alcune certezze sono inconfutabili, sono di un’evidenza lampante, vi sono prove che convincerebbero un cieco. Di recente me ne sono capitate alcune sulle quali non è possibile nemmeno aprire un dibattito tanto sono incontrovertibili. Ad esempio – una cosa per cui a lungo ho espresso dubbi e titubanze – è proprio vero, la carbonara viene meglio se si usa solo il tuorlo dell’uovo (riciclate il bianco per una maionese o qualche meringa, non si butta nulla) e se al posto della pancetta si soffriggono il rigatino o il guanciale. A me piace di più (ma questo è soggettivo) se vi si aggiunge un trito finissimo di cipolla ed infine si ingentilisce l’insieme con qualche foglia spezzettata di menta, che peraltro crea quelle discontinuità cromatiche che assecondano una ricerca del bello: come dire, anche l’occhio vuole la sua parte e non v’è alcuna controindicazione che ci imponga di non accontentarlo. Altra consapevolezza che ho acquisito da tempo è che esistono vini meravigliosi anche tra quelli pugliesi. Proprio di recente ne ho scoperto uno, che profuma di frutta secca e possiede un corpo sorprendentemente robusto (appena tanninico) che depone per l’esistenza di Dio, ancorché (e di questo ho già detto) il creato mi appaia sempre più come un’opera postuma. Ne so più di mille di cose su cui non vi sono dubbi. Qualche altro esempio? morte accidentale di un anarchicoAndrò in pensione quando non avrò la forza di riscuoterla, ed il progetto effimero e velleitario di riciclare la famigerata quota 96 era solo un’operazione volta a rinfoltire le fila degli ottimisti, categoria di cui invito a diffidare giacché la ritengo (con discreta consapevolezza) la claque di Dio. Così leggo nel mio futuro “fine pena mai”, e la mia canna da pesca dividerà tale condanna rimanendo relegata ad una condizione permanente di part time. Per continuare in questo elenco di “fuor di ogni ragionevole dubbio”, voglio comunicarvi che una guerra si farà, e a breve. Se ne sentiva la mancanza… poi se volete ragioniamo pure sul fatto che ci sono un’altra trentina o più di situazioni di crisi sparse per il mondo, tra le quali quelle che fanno arrivare migliaia di disperati sulle nostre coste, ma è roba triste quella, occuparsene non asseconda la ripresa, non necessitano nemmeno d’un misero bombardamento, al massimo prevedono una semplice interposizione di truppe, nulla per cui valga la pena davvero starci troppo a pensare. Per di più alimenta una certa apprensione e senza una buona dose di paura diffusa chi volete che perda il suo tempo a governare, amministrare e altre cose così.
Che fare? Mi sa che ho un altro rigurgito di certezze, prima di salutarvi con quattro versi sconnessi e due note (queste ultime le trovate qui): ho la sensazione che un’idea innaffiata con il sangue dei martiri non sia meno stupida di un’altra.
“Come in un film
c’è una musica
“arrivederci cappello a forma di torta di maiale”,
e poi “la mia cosa preferita”,
scivolata con l’ultima nota
anzi il nota bene
– l’enne punto bi punto
in fondo al foglio –
ogni piccolo dettaglio
del soffitto del teatro – assurdo -,
come in un prodotto finito,
grondante di china scura
sulla volta bianca d’una cattedrale
e le pareti d’ocra.
Nota bene, il bacio
d’uno spartito rubato,
e i ghirigori confusi
nell’incrocio dei pentagrammi dipinti
sulla schiena scorticata del solista.
Nota bene, ciò che resta
d’una mosca e delle viscere,
delle macchie di vino incendiate
per riscaldare il suono gelido
della nota aspra
sulla scena in dissolvenza
del solista
nel suo epilogo in “the end””.

Al di là del bene e del male

Ho avuto modo di frequentare diversi anni or sono un ristoratore, tra quelli il cui locale fa incetta di cappelli, stelline, forchette in guide blasonate. Bene, da quella frequentazione era nata una amicizia che poi, le circostanze della vita, non sono riuscite a mantenere. Si sa com’è, uno va via, poi è difficile continuare ad avere contatti, questi si diradano, il massimo che si ottiene è qualche telefonata di circostanza, di tanto in tanto. Nulla però che possa affievolire il ricordo di certe sere in quel posto e della bella compagnia. Insomma, per farvela breve, il tale mi invitava di tanto in tanto a passare dal suo ristorante con la raccomandazione di farlo però a sera tarda, in prossimità dell’ora di chiusura. Rispettando la volontà del mio ospite, ad una certa ora io mi andavo a sedere al tavolino che mi era stato riservato e attendevo l’ora fatidica con pazienza sorseggiando bollicine di certi Chardonnay che ancora ricordo con commozione. Ai tavoli superstiti, vista l’ora, vedevo affluire piatti dalle geometrie variabili, in cui ipotesi di cibi si confondevano ad intingoli e salse dagli improbabili cromatismi e dai sofisticatissimi disegni, per un pubblico di palati prelogici che ricambiavano con abbondante ricorso a carte di credito tutt’altro che esauste. Quando anche l’ultimo degli astanti s’era allontanato e l’ultima barchetta che aveva riconquistato la riva aveva condotto in cucina preziosi rifornimenti, veniva il nostro turno: padellate infinite di sarde bollenti e sgombri grigliati appena pescati e conditi con null’altro che se stessi (appena un pizzico di sale, per non turbare il sapore vero del mare), irrorati abbondantemente con vini di velluto bianco e consistenza contadinesca, nulla che avesse la benché minima attinenza con ciò che sino ad allora aveva attraversato quegli stessi tavoli a prezzi da richiesta di un mutuo. pescaDa quell’esperienza ho portato con me certe cose, che ho poi filtrato con taluni miei convincimenti, e di una ve ne volevo volentieri fare omaggio oggi. Allora, una mattina in cui riuscite ad allontanare ogni altra incombenza, dovete raggiungere la vostra pescheria di fiducia, a cui richiederete due grossi sugarelli (dalle mie parti li chiamano sauri, ma se siete liguri li riconoscete anche come soelli, o veneti come sarou, in certe parti del Lazio è il pesce cavallo, e in Campania taluni lo chiamano sulo o sauriello) di almeno 400 gr. e tre più piccoli, fateli pulire e prestate attenzione a che siano freschissimi. Non fatevi ingannare da cose tipo “senta che odore, profuma di mare”, il pesce fresco non puzza, non odora di niente, quando comincia a farlo è perché ha abbandonato già da troppo tempo il suo ambiente naturale. Il sugarello è pesce proletario per eccellenza, non solo per il prezzo bassissimo, ma anche perché la borghesia ha deciso di monetizzare il tempo, non è ha dunque da perdere tra le molte spine di questo pesce che detesta, ignorandone (ahilei) la delicatezza delle carni. Quindi contattate il vostro/la partner e comunicate che per quella sera non dovrà prendere impegni. Qualora ne foste sprovvisti rivolgetevi con altrettanta perentorietà ad amica/o che siete certi abbia abbandonata di slancio e da tempo l’età dell’innocenza e si dichiara pronta/o ad esperienze al di là del bene e del male. Non fate trovare tutto pronto, tavola apparecchiata con candeline e cose così, ma lasciate che il vostro ospite, già dal tardo pomeriggio, assista ai preparativi sorseggiando un bianco fresco, magari di un vitigno Grillo in purezza che sa di frutta secca, spiluccando il frutto (non il bocciolo) di capperi delle isole. In sua presenza, dunque, lasciate che in una salsa di pomodori freschi (io uso il costoluto di Pachino, ma fate voi) preparata su un soffritto di aglio in camicia, capperi e peperoncino (vi consiglio di usarne del tipo da bocche incatramate, quello che si trova direttamente allo spaccio aziendale di Belzebù) fate sfaldare i pesci più piccoli, quindi passate tutto per ottenere un brodetto senza spine cui aggiungerete appena un concetto di concentrato. Io, a dire il vero, uso un preparato artigianale che fanno dalle mie parti, lo “stratto”, che non ha un esatto corrispettivo nel resto d’Italia, e che consiste in una salsa di pomodoro che abili signore salano abbondantemente e poi asciugano al sole su piatti di ceramica sinché non acquista la consistenza del concentrato. Un paio di foglie di basilico non ci stanno male e certamente non può mancare un fitto e finissimo trito di prezzemolo a crudo (il prezzemolo che si cuoce libera certe sostanze di vaga tossicità che pongono ostacoli ad una digestione serena). Il brodetto deve comunque rimanere sufficientemente liquido. A parte fate soffriggere in olio del pangrattato con un pizzico di sale sino alla sua omogenea doratura. I pesci più grossi li infornerete con ciliegini di Pachino, capperi, un’idea di aglio deprivato dell’anima verde e, sempre a crudo, e dunque a cottura ultimata, una pioggia sottilissima di prezzemolo che ingentilisce il sapore del piatto e lo arricchisce di raffinati cromatismi. Con il brodetto e due o tre cucchiai di pangrattato condite gli spaghetti, al dente, quasi da rottura degli incisivi. Il pangrattato ha il compito di asciugare in parte il brodetto di pesce e ne media efficacemente l’adesione alla pasta, come in un morbido abbraccio senza filtri. Aprite la seconda bottiglia (meglio se la terza) di vino con il secondo e se il vostro ospite è poco avvezzo alle operazioni di allontanamento delle spine di pesce, aiutatelo, giacché questo gesto reca in sé la summa di tutte le seduzioni. Completate con un sorbetto al limone ed un passito, meglio sarebbe un moscato non troppo dolce. Poiché ciò avete mangiato depone senz’altro per l’esistenza di una qualche divinità, non dubitate che questa volti lo sguardo altrove con un sorriso compiaciuto e complice, affinché il dopo cena continui ad essere appagante e privato come ciò che lo ha preceduto.

Crisis, what crisis?

Crisi, quale crisi? È la traduzione del titolo d’un vecchio album degli anni ’70, roba del secolo scorso che ascoltavo da ragazzino prima di essere investito e travolto dalle improvvisazioni pure del jazz. Sulla copertina c’era un uomo che prendeva il sole su una sdraio in mezzo ad un cumulo di rifiuti. Una cosa cassandrica. Mi veniva in mente questa immagine mentre chiacchieravo con un vecchio amico che gestisce un’enoteca da queste mie parti sulla crisi del turismo, sull’economia che ne risente, ecc. ecc.. Avrei ben donde di lamentarmi anch’io, stipendio bloccato praticamente da un paio di lustri, perdita del potere d’acquisto e tutte queste cose che, ahimè, sono piuttosto condivise, ma credo che non mi piangerò addosso, e non soltanto nell’evidenza che c’è certamente un mucchio di gente che sta peggio di me, ma anche perché forse questa condizione ci offre una incredibile opportunità. Pensavo che l’ideogramma cinese che indica “crisi” corrisponde a quello di “opportunità”. Ma continuano ad esserci le spiagge deserte, e questo è un male, certo (sono cinico e spietato, al mio confronto il Conte di Montecristo è un dilettante ecumenico, ma a me piacciono le spiagge deserte, anche se mi rammarico del perché lo sono), e la cosa sorprendente è che non le frequentano più nemmeno quelli che ci stanno a due passi. deserto d'aqua

Gli stessi che non escono più la sera ad affollare ristoranti e locali notturni. Ne comprendo le ragioni, è chiaro, non c’è una lira (leggi Euro) e molti (non tutti) sono avvolti in uno stato di prostrazione profonda. Ma farsi una passeggiata in spiaggia e una nuotata non costa nulla, stesso prezzo per la convivialità di una chiacchierata sugli scogli, bersi un fiasco di vino con gli amici avendo cura che uno di quelli sappia suonare la chitarra ed aspettare che quelle note solletichino l’alba, è pratica a buon mercato (il vino lo porto io, ancora me lo posso permettere), la luna e il mare (almeno per ora) sono gratis. Eppure nada de nada, nisba, il nulla sotto vuoto spinto, poco e niente di tutto ciò. La notte è notte ed è rimasta deserta, come il giorno. Da ragazzo non avevo un soldo (leggi lira, e non che oggi…) eppure non c’era sera d’estate che insieme a bande di tasche vuote non aspettassimo, nell’ordine, il mare che deglutiva il sole, Il conquistare il cielo da parte d’una fetta almeno di luna (e lucean le stelle), il momento propizio per blaterare di proletariato e cose così, per poi cantare Contessa, e quando il mare risputava il sole, finalmente consapevoli dell’ora, potevamo ritornarcene a rifugi di fortuna tra le dune a consumare il sonno dei giusti. Oh, intendiamoci, non è nostalgia per il passato, è che non capisco perché quella roba lì non sia presente e futuro. Anzi, forse lo capisco: sono cose da fricchettoni fuori tempo massimo (figuriamoci), da sfigati. La cosa terribile è che la pensa così anche un pezzo consistente della mia generazione, che se non può farsi vacanze dorate a Sharm el Sheik per poi mettere le foto su Facebook, tanto vale che se ne stia a casa a piangersi addosso per l’inutilità della propria miserabile esistenza. I giovani (perdonatemi se uso categorie e generalizzazioni da talk shaw, è solo per necessità di sintesi) non lo sanno che esiste altro, del resto, come fanno a saperlo se quelli che li hanno preceduti ne negano l’esistenza oltre ogni ragionevole dubbio ed hanno consentito il bombardamento al napalm dei loro cervelli (se se ne accorgono però ci danno fuoco)? Più di quarant’anni fa Guy Debord diceva: “Il governo dello spettacolo, che oggi detiene tutti i mezzi per falsificare l’insieme della produzione oltre che della percezione, è padrone assoluto dei ricordi come è padrone incontrollato dei progetti che forgiano il più lontano avvenire. Regna da solo ovunque, esegue le sue condanne sommarie”. Beh, sapete che vi dico, voglio guardare al futuro: una chitarra ancora ce l’ho ed un paio di cose di Brassens me le ricordo, qualche scema/o come me a cui va di nuovo di far l’alba lo conosco (il vino lo porto io, ancora me lo posso permettere), i sogni non si pagano (almeno per ora) e non risentono della crisi nemmeno con l’inizio dei saldi di fine stagione. Al resto ci penseremo domani. Voi che fate?

Apoteosi

Come sia potuto accadere non ne ho la più pallida idea, anche se mi sono speso abbastanza per cercare di capirlo. Fatto sta che ad un certo punto, forse per quel sacro convincimento che m’appartiene, e che mi spinge a pensare che non occorre vi sia una ragione valida per fuggire, ho fatto le valigie, ho abbandonato le mie cose (tutte, persino i dischi jazz la chitarra e la canna da pesca) in riva al Mar d’Africa, un certo quantitativo di affetti, un lavoro, e me ne sono andato da un’altra parte, senza nemmeno sapere bene dove. Ha prevalso il gusto della scoperta. Attraversando questa esperienza ho potuto constatare abbastanza rapidamente di avere discrete capacità di adattamento.

Bibbiena

Tuttavia, se c’era una cosa che ad un certo punto mi ha fatto temere di non reggere al cambiamento epocale – al di là dell’ovvia lontananza del mare – è stata la tremenda constatazione di non poter disporre più a mio piacimento di quel vino aspro che sa di frutta secca, del pesce appena pescato, di certe verdure, certi profumi… L’assenza di determinate cose pesa, ti condiziona la vita, spesso induce stati di prostrazione profonda, rischia, in definitiva, di non farti scorgere che un’altra possibilità c’è sempre, se non totalmente compensativa (come si fa a pensare di poter sostituire un dentice o un ombrina con del cinghiale in umido, ancorché meravigliosamente agghindato?), almeno capace di rasserenanti conforti. Poi, per fortuna, ho conosciuto Michele e Marica, creature meravigliose che per quelle congiunture astrali che si determinano solo nelle rare fasi in cui Saturno appare distratto, avevano il loro ristorante proprio a venti metri dall’allora mia nuova casa. Il primo approccio fu cauto, quasi sospettoso. Mica si può cambiare sic et simpliciter certe predisposizioni senza colpo ferire, senza crisi di coscienza, senza attribuirsi le colpe del tradimento definitivo, dello snaturarsi di un’identità faticosamente costruita con il superamento della condizione prelogica del palato. Ma come si fa a resistere al fascino delle mutazioni antropologiche? E poi se entri in un posto dove ti fanno ascoltare Charlie Parker o Tom Waits o Frank Zappa prima di servirti delle bruschette di fegatelli e pecorini e prosciutti che riconcilierebbero con la vita un bonzo, senti che non puoi sottrartene. Non hai argomentazioni valide per farlo. Quante volte da quella prima volta sono stato cavia di ripieni per ravioli, di umidi e brasati, di ardite sperimentazioni in olio bollente … quante volte? Quasi a chieder venia per quell’intrusione in identità antiche, quasi a voler mitigare il fuoco ardente della svolta, della serenità ritrovata, infine, oltre il dulcis in fundo v’erano certi whisky le cui torbature rinnovavano contatti perduti con la madre terra. L’apoteosi fu quel giorno in cui…. Beh, cominciamo dal principio. Dovete sapere che dedico qualche sprazzo della mia vita all’attività sindacale, quasi il tentativo disperato di rimanere collegato a passati vertenziali e di lotta. C’erano state le elezioni per le rappresentanze sindacali e la mia sigla aveva avuto risultati bulgari, che comprendevano persino la mia elezione. Festeggiamenti obbligatori da Marica e Michele, si intende. Piatto nuovo, sperimentale ed innovativo: ravioli ah!… non avevano nome. Ma la sorpresa espressa da me e dagli altri astanti fu tale che i due non frapposero tempo in mezzo nel ribattezzare quella sorprendente intuizione gastronomica con il nome roboante di “Ravioli del professore”, in onore di chi li aveva prescelti per completare il successo sindacale. A parte il sentirsi lusingato (prima d’allora avevo sentito parlare di piatti nominativi solo nel caso di bistecche alla Bismarck e spaghetti alla Norma), decisi, con il rispetto che si deve a chi detiene la conoscenza, di chiedere la ricetta di quella meraviglia, pur sapendo che mai mi sarei cimentato nella sua realizzazione, giacché non ve n’era motivo, potendo trovarli pronti e scodellati a venti meri da casa. Però, non tutti – ahiloro – godono dello steso vantaggio; così, per vezzo e sentimento di condivisione, ve ne renderò il dettaglio.

Allora, tralascio la tecnica per ricavare e stendere la pasta, giacché spesso soggettiva e regionale, ma questa andrà riempita con una farcia così composta (con q.b.): trito di zucchine bianche saltate precedentemente con draconcello, prezzemolo ed aglio, e pancetta soffritta nel porro. Perché il composto acquisica amalgama e consistenza degna, si consiglia l’aggiunta di un’ipotesi di uovo. Il condimento che conferma al mondo intero, e al di là d’ogni ragionevole dubbio, che Dio esiste (e lotta insieme a noi), non potrà che essere di funghi porcini (freschi sarebbe preferibile, ma anche secchi, all’uopo e fuori stagione, vanno bene) trifolati con abbondante prezzemolo e un’idea, un concetto appena, direi, di pomodorini di Pachino, per non lasciare che la loro fine ustionante sia preda di asfittici monocromatismi. Non credo sia opportuno aggiungere del formaggio, finirebbe col mortificare il resto. Se proprio volete sapere con cosa accompagnerei tutto ciò, senza ombra di dubbio mi orienterei su un Morellino di Scansano, su un Sagrantino di Montefalco o un Rosso di Montalcino, ma non demeriterebbero talunii Sirah che certi piccoli produttori ricavano dalle colline dolci della Val di Chiana e che sanno di erba di bosco. Non provate nemmeno per idea a prepararli solo per voi. Queste sono cose che vanno condivise con le persone che amate. Poi, personalmente, finisco col commuovermi. Ma che volete, sono un sentimentale.