Tempi stretti e reminiscenze

Le vacanze hanno questo di orrendo, tendono a finire, anzi, finiscono proprio, lasciandoti con un palmo di naso giacché pare ieri che sono cominciate. Per quanto mi riguarda invertirei i tempi, cioè cambierei quelli delle ferie con quelli lavorativi. Credo risolveremmo parecchi problemi, senz’altro quelli relativi alla disoccupazione. Comunque, visto che ancora ce n’è uno scorcio, vi do un piccolo suggerimento (diamo una mano agli amici), per chi non avesse di meglio da fare: eccolo qui.
Per il resto mi devo attrezzare, so già che l’inverno sarà lungo e tedioso… così riciclo una cosa vecchia, se vi va di leggerla.
Nel frattempo buon tutto miei cari, e che la Lentezza vi accompagni, o devo andare a preparare le valigie.Giochi d'acqua2014-07-15

IL FOGLIO
Quanto è lunga questa stanza? In passi, intendo. Quattro o cinque? Quante volte ho provato a misurarla nelle ultime due ore, quante volte? Cosa mi rimane perché questa nebbia che mi è entrata dentro si diradi? Perché possa di nuovo rimettermi a sedere a quella sedia, rigirarmi appena un attimo e poi mettermi a scrivere, lasciando che le dita scorrano finalmente sicure ed agili sulla tastiera? Cosa c’è che non va in me stasera? Cosa? Cerco, adesso, un dettaglio, un piccolo dettaglio che mi riporti a quel punto, neanche così lontano nel tempo, della mia memoria remota. Ed i quattro metri per quattro di questa stanza, in un loro anfratto buio, svelano qualcosa che potrebbe ricostruire quel ricordo andato: vinili, centinaia di vinili accatastati, accanto al vecchio giradischi. Un vinile, perché no, col suo fruscio ri-evocativo potrebbe essere lo strumento d’un indagine profonda nel passato. Un vinile, più che un cd col suo suono limpido, senza asperità e sobbalzi. Un vinile, una sonda temporale che rivive nelle memorie sommerse dell’è stato ed allora c’era. Indugio poco nella scelta, sino ad optare per un Tom Waits d’annata, facciata B, torbido ed oscuro, ed un blues struggente, impastato del fiato di Sonny Rollins, e poi un “ascensore per il patibolo”, “arrivederci cappello a forma di torta di maiale”, per concludere con “la mia cosa preferita”. Ma non basta, tutto questo non basta a catapultarmi altrove nel tempo, per riprendermi ciò che è fuggito.
Ed allora è ancora angoscia, angoscia allo stato puro, quella che dovrò sopportare senza remissione di peccati? Quella che vien fuori della consapevolezza inaccettabile d’un pensiero che non riesce, o forse semplicemente non vuole, trasformare il suo caotico sobbollire in parole rimosse di senso compiuto? Quella che si nasconde nelle forme insidiose d’un computer, delle sue periferiche e d’un foglio che col suo bianco candore infierisce orribilmente sulla mia disperata impotenza?
Il mistero della tastiera mi irretisce, con quelle lettere sparse, incapaci d’organizzarsi nelle forme razionali delle parole, e gettate lì, nel mutismo permanente d’un ordine incomprensibile. Ne guardo il dettaglio dei singoli componenti, come se da questi potesse scaturire la risposta che attendo. Ma nulla sembra muoversi per guidare le mie dita velocemente sui suoi tasti, nell’unica sequenza possibile, quella che io non riconosco più.
Il foglio bianco che fa capolino dalla stampante m’inquieta, ed il suo insistere nel privarsi delle discontinuità cromatiche della parola scritta, m’induce smarrimento e frustrazione. Lo guardo, il foglio, ne apprezzo i margini regolari che in certe occasioni sono state le briglie di contenimento per l’affollarsi discreto delle parole che scorrevano in leggero flusso, come chiare fresche e dolci acque; tal’altre, invece, le dighe per trattenere l’impeto irruento di cataratte equatoriali alimentate da calici di rosso rubino.
Il foglio è ora in forma di ghiacciaio, ritto e perenne con le sue inviolabili altezze, in posizione dominante, ad urlarmi in faccia la mia incapacità di profanarne la vetta, o anche semplicemente di avvicinarmi ad essa, comunicando al mondo la mia esecrabile inadeguatezza. E a nulla vale il girarvi intorno, il coglierne lo spigolo in una prospettiva diversa e laterale, per svelarne la natura di segmento, l’ente geometrico fondamentale che nel suo ripetersi infinito tratteggia le dimensioni del piano, l’abisso profondo dell’irrimediabilmente vuoto. Nemmeno il suo lato nascosto, come la faccia oscura della luna, riesce a darmi coordinate diverse dal niente che già posseggo, ma si limita a mostrarmi soltanto un altro versante di forme insormontabili, l’altra realtà invalicabile d’una lastra di ghiaccio, viscida ed insidiosa. Vago così inutilmente ancora a lungo, cercando di cogliere il punto debole su cui concentrare l’attacco finale.
A quella muta ed ottusa resistenza bianca che s’oppone al divenire contenitore dei miei desideri, non posso che contrapporre l’altrettanto ottuso convincimento della sconfitta, la mia resa incondizionata dinanzi a quello che immaginavo fosse soltanto la cosa morta d’un pezzo di carta, e che invece, adesso, pare animarsi di quell’istinto di sopravvivenza ancestrale che solo i viventi posseggono.
È bianco e vuoto il foglio, e rimarrà tale questa volta, a rappresentare l’archetipo illustrativo della natura effimera della memoria, la metafora irriverente dell’incedere inesorabile del tempo. Farsene una ragione è l’unica scelta saggia. Non mi rimane che pianificare le contromosse per limitare i danni aggirando gli ostacoli. Dunque… qui cosa c’è scritto? “ordinare per fax o telefono”. E scartata la prima opzione, telefonerò, giacché è ormai scontato che non ricorderò più come si scrivono sciardonè e carbernè sovignon.
Ma basteranno diciotto bottiglie? Sarà questo pensiero che occuperà il mio tempo, da qui in avanti.

13 pensieri su “Tempi stretti e reminiscenze

  1. Prima che tu faccia gesti inconsulti :
    chardonnay cabernet sauvignon.
    Eppoi, pensaci, il foglio bianco può essere un invito alla lentezza.
    Tu sei uno degli organizzatori de” Il diario di Borgo Martellini” ?
    Se sì posso sapere quale?
    Ciao.
    Cristiana

    • ]Un aiuto assai provvidenziale il tuo! Ed in effetti il foglio bianco è l’unico che può essere riempito, il tutto pieno non lascia spazio all’immaginazione, alla riflessione (lenta meditazione). In questa cosa che segnalo io c’entro poco, sono cari amici, in passato (e accadrà anche in futuro) abbiamo collaborato (sono uno degli scrittori che sono passati da lì e ci sono rimasti immortalati :-) )…

  2. È da un po’ che guardo il cursore lampeggiare senza scrivere nulla. Mi sono adeguata subito alla situazione. :)
    Sono su un treno ed anche se sono partita da meno di un’ora e ne dovranno passare ancora un po’, mi sono già scocciata, tra la puzza di arachidi dello snack salato che tutti quelli che sono su questo vagone hanno appena scelto ed una bambina inglese che parla di continuo…
    Con “ascensore per il patibolo” ho capito il riferimento, ma gli altri due titoli?
    Ciao :)

    • Mammia mia gli snack, il fast food… tutta roba per palati prelogici, non c’è niente da fare. Quello che non capisco è la necessità che taluni hanno di condividere il proprio gusto per l’orrido, di socializzare le proprie perversioni. I riferimenti sono “My favorite things” (La mia cosa preferita), di un gigantesco John Coltrane, inarrivabile; arrivederci cappello a forma di torta di maiale invece è “Goodbye pork pie hat” di un immenso Charles Mingus. E allora, non appena puoi, cioè quandos ei evasa da quel treno, hai cosa ascoltare, e mi raccomando, il vino deve essere rosso… mi permetterei di consigliarti certi Sirah siciliani che sanno di sole e sale! :-=

  3. Ah, ah, ah, bel racconto, con rivelazione finale, che contiene poi mie molte passioni, quali vino, vinile e scritture.
    Sì, sì, lavorare tutti, lavorare meno, lavorare sempre, sempre meno… Prosit!

    • Eh, mio caro, vino e vinile hanno anche un apparente stesso etimo, forse solo accidentalmente, ma insieme creano piaceri sublimi! :-)
      P.S. Lavorare meno non basta, bisogna lavorare “sempre” meno… :-)

  4. Temo le valigie siano già state fatte e disfatte: si riparte con un po di malinconia e si resta,non a cuor leggero,in attesa del prossimo ritorno..
    Attesa anche per quel tuo foglio, bianco,non credo per scelta mancata di parole,ma forse perché piace saperlo lì,in agguato ed in attesa .L’attesa affina il piacere di nuovi incipit,e si concilia con altri piccoli piaceri da assaporare,senza fretta,senza l’ingordigia del tempo che corre.Ma dove andrà mai?

    • Valigie fatte e disfatte, svuotate anche di malinconia ormai… Per il resto i tempi dell’attesa, come quelli che servono a riempire fogli bianchi, non sono mai tempi persi, sono tempi che comunque ci dedichiamo, i vuoti che ci appartengono e quando mai occorre fretta per riempirli! :-)

  5. Eccomi, eccomi, arrivo anch’io, con molta calma naturalmente.
    Si, direi vacanze finite, trovato lo stesso clima di merda (pardon, ma quando ci vuole…) che avevo lasciato. Il mare ormai è solo un ricordo lontano e … “ommioddio” ho scoperto, con immenso orrore, che non sono ancora pronta a riprendere il lavoro lunedì :(

    Ho lasciato il dessert per ultimo… vado a leggere il tuo scritto e stavolta … di corsa :)
    Francesca

    P.S. se sei ancora in Sicilia, volgi per favore uno sguardo amorevole al mare, ai colori, all’orizzonte da parte mia.

    • Ahimè, sono già al lavoro… niente salutino al mare dunque! Piuttosto alle prese cn quel tempo lì che descrivi in modo sintetico ma esaustivo! :-)
      Allora buon tutto (mal comune mezzo gaudio, dai) e buon dessert!

  6. Mi hai ricordato un amico che, dopo la battuta “bisognerebbe essere a riposo tutta la settimana e lavorare solo la domenica” ha risposto ” … ma sai che stress alzarsi presto qual giorno??!!”
    Forse le vacanze sono meravigliose proprio perchè durano poco.
    Per quanto riguarda il post “ripescato” è una sensazione che abbiamo provato in molti …
    Buon rientro a casa!

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