Un tipo normale

Mi capita di chiacchierare con quei tipi del movimento per l’accessibilità universale, quelli che predicano il “vietato non toccare”, per intenderci, e questi mi fanno notare una cosa su cui avevo avuto modo di riflettere soltanto in modo assai superficiale e poco consapevole, e cioè che nel progettare qualsiasi umana divietischifezza si tiene conto di un famigerato “utente tipo” cui si attribuisce un grado assoluto di “normalità” incontrovertibile e generalizzata. Ora, pare che questo utente tipo, la cui natura concettuale ed indefinita ne è ancora il carattere distintivo, non s’ammali, abbia caratteri standardizzati, non cresca, non muore, di fatto sostituisce la variabilità umana con tutte le sue debolezze, che ne so, la memoria, la stazza, la religione, il voto, l’odore e quant’altro. In siffatto modo sollecitato a riflettere, mi vengono in mente anche la pletora di riforme che affollano i salotti delle prime pagine quotidiane, che ne so, quella della sanità (l’utente sostituisce il malato) o della scuola (in questo caso il modello di studente universale ha il sopravvento sul soggetto in età evolutiva, che matura la propria personalità nei luoghi di formazione sociale e arcaismi di siffatta natura). Per di più, all’utente tipo è concesso persino di essere un portatore di handicap, ma con caratteristiche ben precise, come figurano in quei disegnini che indicano per esempio i parcheggi per disabili, dunque dotati di enormi sedie a rotelle in cui l’omino sparisce incassato tra braccioli monumentali. E l’utente “normale” allo stesso modo non gode di gusto estetico, eppure ci sono certe biblioteche talmente brutte che difficilmente consentono l’accesso a chi ha a cura la bellezza della lettura. Di converso se la vostra vecchia zia perde pezzi della sua autonomia e si trasferisce a casa vostra, e da ciò consegue che ci andate dentro con le lasagne, se poi non passate più al tornello dell’autogrill, o dello stadio, o dell’aeroporto, è colpa vostra che avete dismesso l’abito dell’utente tipo, vi siete voluti ghettizzare nell’a-normalità. E certo non siete un bell’esempio per quei milioni di studenti che hanno rinunciato alla propria identità in nome del progresso per essere classificati in un certo numero di categorie che entrano nelle dita delle mani. Siete eversivi. E allora, in quanto antimoderni che si rifiutano di diventare utenti tipo a difesa della vostra avvilente specificità, vi spiego come si fa la Norma, ossia quel piatto tipico che qualcuno vuole far risalire giammai alla norma in quanto tipicizzazione di massa, bensì a quella del “Cigno” Vincenzo Bellini. Cominciate col preparare una salsa di pomodoro con pomodori freschi, meglio se costoluti di Pachino, su un soffritto d’aglio ed addizionatela di abbondante basilico. A parte friggete in olio d’oliva quintalate di melanzane tagliate in fette di mezzo centimetro ed asciugatele ben bene dell’olio che tendono ad assorbire. Qualcuno prima di indurne cambi cromatici nel calor bianco e sfrigolante della padella le lascia in una salamoia schiacciate da un peso per disperdere il retrogusto amarognolo che l’ortaggio tende a portarsi dietro. Io non lo faccio giacché quel gusto consolida – non è necessario stimolare ciò che già esiste come condizione oggettiva – appetiti. Poi cuocete la pasta, e conditela con la salsa in un piatto di ceramica colorata sufficientemente ampio da farci atterrare un elicottero, dunque ricopritela senza lasciar trapelare nulla con le melanzane – avrete cura di lasciare quelle che restano in un piatto lì, a portata di mano, non distante da un fiasco di rosso – e queste con una nevicata di ricotta salata grattugiata sul momento. A questo punto cominciate a pescare le fette d’ortaggio con la ricotta e parte del sottostante livello di pasta sinché quest’ultima non risulterà del tutto scoperta. Ricoprite con il duplice strato la restante portata di spaghetti e ricominciate, per due tre volte, sinché il fondo del piatto non sarà nudo a disvelare i suoi preziosi cromatismi, nudo come il fondo del fiasco di rosso. Essendo l’operazione lunga e complessa, ancorché gratificante, avrete tempo di ascoltare pezzi consistenti degli eleganti gorgheggi di quell’altra “Norma”. Poi fatevi una ragione del non aver capito niente di cosa si intende ex legis per norma, ma quanta soddisfazione nell’essere finalmente utente tipo stupido!

15 pensieri su “Un tipo normale

  1. Che tristezza l’omologazione e la stereotipizzazione.
    Però se ci pensiamo bene tutto, soprattutto nei media, riconduce a questo, d’altronde le indagini di mercato, le statistiche, casistiche ecc… sono alla base di qualsiasi produttività, commercio e non solo.
    La ricotta salata… l’ho usata oggi su un piatto di ragù classico …che, non amando l’omologazione, ho preferito contagiare con questa superba e saporita delizia.

    • Per certi contagi non si ricorre al vaccino… :-) Credo però che sentirsi parte del branco, omologati, “normalmente” tutti uguali sia in qualche modo rassicurante. Il punto è che rifiutiamo troppo spesso l’idea di essere una parte del tutto, ossia quella parte che contribuisce col resto a costruire il patchwork del tutto, e non semplicemente un numero. Si potrebbe cominciare a ribaltare lo stato di cose esistente col non rifiutare di partecipare a quelle odiosissime interviste per le indagini statistiche, quelle che servono a definire il “normotipo”, e con cordiale accondiscendenza nei confronti del povero operatore che sbarca il lunario, rispondere il falso ad ogni domanda!

  2. Ho un’età per cui ho deciso che posso dire ciò che penso, senza tanti giri di parole, sempre in modo pacato ed educato.
    Capita che mi guardino in modo strano, ad esempio le mie nipoti che ogni tanto critico per via dei capelli super-lunghi e meschati come TUTTE le loro amiche : mi guardano stranite, ci manca poco che mi facciano il gesto del dito sulla tempia.
    A proposito di pasta alla ‘norma’, la conosco e l’apprezzo da almeno 40 anni, grazie a un catanese che abitava qui a Como. Era della prefettura e ‘sembrava’ un po’ borioso, quindi lo evitavano. Io e mio marito ci facemmo amicizia e lui, che viveva da solo, ogni tanto ci invitava a mangiare la pasta alla Norma, fatta con tutti i crismi, proprio come tu ce la racconti.Indimenticabile.
    Cri

    • Poter dire ciò che si pensa è un privilegio di cui nessuno dovrebbe fare a meno e fai proprio bene a non privartene, anche se ciò talvolta può apparire come prendere posizioni fuori “norma”. I ragazzi – e io tratto con loro per pezzi consistenti della mia vita – sono spesso letteralmente terrorizzati dall’apparire diversi dagli altri, hanno paura d’essere evitati, proprio come il catanese che apparendo borioso poteva così dispensare a pochi il privilegio della “Norma”… Grazie Cri per la tua visita! :-)

  3. … rientro nella norma se leggendo il tuo post mi è venuta fame, nonostante abbia appena pranzato? :)
    Scherzi a parte, è davvero triste che gli esseri umani vengano continuamente standardizzati e soprattutto che questo accada per questioni di soldi e potere. Io sono innamorato dell’umanità proprio per la sua incredibile capacità di rompere qualunque schema e di essere imprevedibile, usando ingegno, creatività o semplice spontaneità. Ed è questo che vorrei far vedere a chi non capisce che la nostra normalità è il nostro essere assolutamente unici!
    Buona settimana.

    • Se ti è venuta fame allora sei “normale”. :-) Ed a parte gli scherzi accettare di essere classificato dentro una categoria asfittica dovrebbe indignarci, ed invece l’essere parte d’un branco è, ahimè, consolatorio. Eppure che cosa meravigliosa è restare umani con la propria umile carcassa, modesta ma irripetibile, diversa e per questo speciale, foss’anche rabberciata, rappezzata e nemmeno tutto questo granché. Ma è nostra, e standardizzarla non ne sminuisce il valore, anche se dobbiamo avere piena consapevolezza della realtà annichilente d’un etichetta. Grazie Mr e buona settimana anche a te.

  4. Eh,eh…si, Giò…è proprio così: tra l’altro, mi pare perfetto il tuo suggerimento a non avere paura del fiasco nell’apparecchiare ciascuno la propria norma :-)

    PS: complimenti, tra l’altro, anche per la foto che è davvero spettacolare. Di più, un’opera d’arte !! Non c’è problema e possiamo stare tranquilli: il tempo restituisce comunque l’originalità e l’ulteriore divieto di sosta e fermata appare piccolo e insignificante.

    Grazie, grazie, grazie !!! :-)

    • Grazie a te. :-) Lasciare che il tempo faccia il suo lavoro e cancelli insulsi divieti, la barbarie dell’appiattimento come regola aulica cui attenersi se si vuole sopravvivere. In ogni caso le vie di fuga sono tali e tante che non resta che percorrere tutte quelle che ci sono date a disposizione… una Norma in cambio di un cheesburger è già buona cosa. Come diceva un mio corregionale di un certo numero di spanne più importante di me, “a ciascuno il suo”, dunque ce n’è in abbondanza per tutti! Buon tutto :-)

  5. Giò, io la cedo così:
    l’omologazione s’è andata imponendo come modello sociale, riscontrabile soprattutto tra coloro che si definiscono “trasgressivi, originali, folli, anarchici, ecc ecc” andando avanti con questa referenzialità di cui autoconvinti, si fregiano: stupidamente i più, innocentemente qualcuno.
    Tutti soldatini che indossano la stessa divisa, stesso linguaggio e stessi atteggiamenti, solo che ognuno vede se stesso” diverso dagli altri” e, pur essendo clone, si atteggia a valore “fuori range”, solitaria cellula affetta da sana follia.
    Chi in realtà è davvero folle, originale, geniale e trasgressivo, vede. o vuole sentire se stesso normale, nonostante sia invece davvero diverso, e strenuamente lotta per farsi accettare dal resto del mondo, nella sua essenza.
    In breve: le voci soliste sono quelle che nel coro modificano o inventano nuove melodie, e rompendo gli schemi, perfino stonando.
    Comportamento per loro naturale, non frutto di una posa studiata o modaiola.

    Nel coro si è al sicuro, Giò, le voci hanno tutte lo stesso tono, seppure ognuno dei coristi pensa che la propria sia la più intonata, e con fastidio guarda allo sperimentatore di armonie che azzarda variazioni sul tema.
    Così lo sperimentatore, unico vero anticonformista, viene messo al bando, esiliato dalla massa dei finti.

    Adoro i tuoi post che sempre lasciano nella testa, e nel palato, un sapore di genuino profumo di semplicità elaborata dall’esperienza e dalla ricerca: il tocco raffinato dello chef di classe.

    Bellissimo leggerti.
    Buona settimana, Giò :)

    • Grazie. C’è un grande vantaggio nello stare fuori dal coro, semplicemente si può esplorare la propria voce senza interferenze, e si raccolgono i dettagli d’intorno senza essere ostacolati nello sguardo dall’oppressiva presenza di corpi stipati inutilmente! Il tuo è, come al solito, un commento di grande precisione e lucidità. Buon tutto! :-)

  6. Una volta una signora diede la sua versione della pasta alla Norma e tutti là arrabbiati: “Signora, a Catania non la facciamo così! Come si permette. Dove ha vissuto finora nel nord Italia?! Ci ritorni.” “Signora, ha tagliato le melanzane a rondelle, vanno tagliate a dadini e la buccia non si toglie mai. Mai.” “Signora, ha usato dei pomodori troppo anemici, a Catania non li usiamo.” “Signora, ha usato la cipolla. Quando mai a Catania usiamo la cipolla.” Ad un certo punto uno ha detto:”Io ho usato lo scalogno ed è venuta buona lo stesso.” Un altro chiede di continuo: “Ma qual è la vera ricetta?” Però nessuno gli risponde. Un’altra agitatissima:”Che formato di pasta uso? Non vorrei sbagliare facendo di testa mia.”
    Ma soprattutto: Signora, come si è permessa di non conformarsi?! A volte capitano delle cose veramente strane. (questa sono io che faccio dell’ironia)
    E comunque, veramente io non sono normale, ti ho voluto dare la conferma stasera. :)

    • Eh, le scuole di pensiero in cucina creano contrapposizioni ideologiche peggio del dibattito tra Menscevichi e Bolscevichi… Per fortuna c’è quella possibilità che la propria cucina non sia al centro di una sala convegni, né mai te la ritroverai dentro un’arena tra belve inferocite! Dunque è “norma”, nonché buona consuetudine, far la Norma come ci pare che sia la norma e, con giochi di parole annessi e connessi, ci si può permettere di giocare con gli ingredienti con l’unico limite posto dal non attingerne da scatolette preconfezionate! :-)

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